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Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

Segue nostro Telegram.

Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

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ECB Says Artificial Intelligence and Reduced Dependence on Fossil Fuels Are Shielding Europe’s Economy

The European Central Bank says artificial intelligence investment, changing energy consumption and increased government spending have helped the eurozone withstand this year’s energy crisis, although economists warn that several sources of growth may prove temporary.

The eurozone economy has proved more resilient to the energy price shock of 2026 than economists initially expected, supported by increased investment in artificial intelligence, reduced dependence on fossil fuels and higher government expenditure, according to an assessment published by the European Central Bank on Wednesday, 21 October.

ECB economists Óscar Arce, Gerrit Koester and Beatrice Pierluigi found that structural changes in European energy consumption have reduced the economic consequences of rising oil and gas prices. Stronger international demand for technology equipment and additional public spending, particularly in Germany, have also supported growth.

The findings come as the ECB faces renewed inflationary pressure following disruption to global energy markets caused by the conflict involving Iran, raising questions about the outlook for interest rates and economic activity.

Eurozone growth withstands energy shock

In their assessment of the eurozone’s economic resilience, ECB economists reported that economic output continued to expand despite the sharp increase in energy prices earlier this year.

Excluding Ireland, where economic statistics are frequently affected by the activities of multinational companies, real eurozone GDP in the second quarter was 0.6 per cent above its level at the end of 2025.

The ECB also identified quarterly growth of approximately 0.3 per cent over the preceding four quarters, excluding Irish figures.

These results exceeded earlier expectations that the disruption to energy markets would have a greater impact on European manufacturing, consumer spending and business investment.

Nevertheless, the eurozone’s rate of expansion remains modest compared with its longer-term historical performance.

The ECB’s findings suggest that the economy has become better able to absorb international disruptions without experiencing the immediate contractions that might previously have followed comparable energy price increases.

Reduced reliance on imported oil and gas

One of the most significant structural changes concerns energy consumption.

According to the ECB, the eurozone economy is now approximately half as dependent on oil as it was during the early 1990s, measured against economic output.

Greater energy efficiency, the expansion of services and investment in alternative electricity generation have progressively reduced the amount of fossil fuel required to produce economic activity.

The growth of renewable energy has also altered the relationship between natural gas prices and electricity costs.

In Spain, the proportion of hours during which gas-fired power stations determined wholesale electricity prices fell from approximately 80 per cent in 2020 to just over 20 per cent during the first nine months of 2026.

France recorded a similar decline, from approximately 60 per cent to around 20 per cent, supported by its extensive nuclear generating capacity.

Consequently, increases in international gas prices are having a smaller effect on electricity markets in countries with substantial renewable or nuclear generation.

The ECB cautioned, however, that European economies remain exposed to global energy disruptions, particularly through industrial activity and international supply chains.

Artificial intelligence provides unexpected support

The international expansion of artificial intelligence has generated an additional source of demand for European manufacturers and technology companies.

Investment in computing infrastructure, digital services and specialised equipment has increased demand for products supplied by European businesses.

According to the ECB, global trade has performed considerably better than expected at the end of 2025.

The latest projections indicate international trade growth of approximately 4.7 per cent in 2026, compared with the 2 per cent forecast in December.

AI-related investment accounts for part of that improvement.

European manufacturers producing specialised machinery and technology equipment have benefited from increased export orders, while domestic investment in technology has supported economic activity.

However, the ECB found that the effects vary considerably between sectors.

Technology-equipment manufacturers recorded comparatively strong growth in output, employment and new orders.

Software companies performed better in output terms, but the improvement was less evident in employment and new business.

This uneven performance suggests that the economic benefits of the AI investment cycle are concentrated in particular industries.

German spending strengthens European demand

Fiscal policy has provided another source of support.

The ECB estimates that the expansionary fiscal stance in the eurozone has increased to approximately 0.5 percentage points of GDP, twice the level anticipated in December 2025.

Much of the additional stimulus reflects higher German government spending on defence and infrastructure.

Other eurozone governments have introduced measures to limit the effect of energy prices on households and businesses.

Public investment and expenditure have therefore helped compensate for weakness in areas affected by higher import costs and international uncertainty.

Yet the ECB warned that fiscal support cannot necessarily continue at its present level.

Several eurozone governments face borrowing constraints, while additional public spending can place pressure on national budgets.

Interest-rate decisions remain difficult

The ECB’s assessment comes amid expectations of further monetary tightening as policymakers respond to renewed energy-related inflation.

The central bank must consider whether higher energy costs will remain temporary or begin influencing wages, prices and inflation expectations more broadly.

Additional interest-rate increases could reduce inflationary pressures but would also raise borrowing costs for businesses, governments and households.

The economic recovery remains exposed to potential reversals in global demand, international trade and investment in artificial intelligence.

The ECB’s economists also identified geopolitical escalation and further supply-chain disruption as continuing risks.

Their findings indicate that reduced fossil-fuel dependence has made the eurozone less vulnerable to energy shocks, while technology investment and government spending have provided additional support.

Whether that resilience continues into 2027 will depend partly on the durability of international demand and the ability of European governments to maintain investment without increasing inflationary pressure.

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Nuclear Power Now Has Bipartisan Support

Cooling towers from a nuclear power plant, with a blue and red bisected background | Davidmartyn/Dreamstime/Mariam Zakaidze

Nuclear power has historically been a divisive issue: During the Cold War, an entire generation feared annihilation at the hands of the same basic technology that some want to use to power their homes.

That's unfortunate, because nuclear energy has considerable benefits—a reliable source of power with very few greenhouse gas emissions—with increasingly lower risks.

Thankfully, it seems that message is catching on with people from both major political parties.

"About six-in-ten U.S. adults now say they favor more nuclear power plants to generate electricity," Pew Research reported in October 2025. "That's up from 43% in 2020, driven by increasing support among both Republicans and Democrats." The authors noted that "Republicans are more likely than Democrats" to favor the policy, with "roughly seven-in-ten Republicans and Republican-leaning independents" expressing support, but it still included 52 percent of Democrats and independents who lean in that direction.

Gallup found similar results earlier this year. The pollster "asked whether the U.S. should put more emphasis, less emphasis or about the same emphasis as it does now on producing domestic energy from each of six sources," wrote Megan Brenan. The six sources were solar, wind, nuclear, natural gas, oil, and coal.

"Nuclear energy is the only one of the six sources to see support grow since 2021, rising seven points to 46%," Brenan added. "This shift is notable given that preferences for nuclear energy had historically been more evenly divided among responses of more, less and the same." Instead, those favoring more emphasis on nuclear power outranked both those who want less and those who wish for it to stay the same, by about 20 points each.

It seems the consensus has been building: In 2024, a poll of first-time voters in The Wall Street Journal found overwhelming support for nuclear energy as a means of fighting climate change.

The trend is welcome, and it marks a major reversal of anti-nuclear sentiment that goes back decades.

The China Syndrome, a film about a possible meltdown at a fictional California nuclear plant, premiered in the U.S. in March 1979. One character in the film warns that a meltdown could "render an area the size of Pennsylvania permanently uninhabitable, not to mention the cancer that would show up later."

Less than two weeks later, in a disastrous bit of timing, a malfunction caused a partial meltdown at the Three Mile Island nuclear power plant near Harrisburg, Pennsylvania.

Thankfully, Three Mile Island was not a disaster. "Some radioactive gas was released a couple of days after the accident, but not enough to cause any dose above background levels to local residents," according to the World Nuclear Association. "There were no injuries or adverse health effects."

But those details were lost on the public. Several recording artists formed Musicians United for Safe Energy (MUSE), an activist group that opposed nuclear power. Just six months after Three Mile Island, MUSE held a series of "No Nukes" concerts at Madison Square Garden, plus a rally in Central Park that drew nearly 200,000 attendees.

That populist support spilled over into politics, particularly among Democrats. Running for president in 1980, Sen. Ted Kennedy (D–Mass.) called for a two-year moratorium on new nuclear plants. In its national platform, the Democratic Party pledged to "retire nuclear power plants in an orderly manner."

After the Three Mile Island incident, 39 planned nuclear plants were canceled.

That's a shame, for many reasons. As Reason's Ronald Bailey wrote in 2018, in a theoretical world where the development of U.S. nuclear power continued at its previous pace, "by 2015 it would have replaced all coal-burning and three-quarters of gas-fired electric power generation….Cumulative global carbon dioxide emissions would be about 18 percent lower, and annual global carbon dioxide emissions would be one-third less."

Yet even decades later, plenty of people—again, particularly Democrats—still opposed nuclear energy.

"Of all the Democratic divides on climate," Politico wrote in 2019, "the role of nuclear power may be the biggest. Progressives and some environmental groups have long lumped it into a category with fossil fuels, and some have spent decades opposing it."

At the time, a number of people were running to be the Democratic Party's presidential candidate, and many of them had strong opinions on nuclear energy. Sen. Elizabeth Warren (D–Mass.) said that she would not license any new nuclear reactors; Sen. Bernie Sanders (I–Vt.) pledged to go one step further and not renew the licenses of any existing reactors.

But things have changed in just a few short years, and nuclear energy is now an issue with potential bipartisan support. When did this pivot take place, and why?

"It was really around 2021, 2022, I would say that things really began to shift," James Walker, CEO of Nano Nuclear Energy, tells Reason. "A lot of the popular support looks like it's coming from younger people….It is a zero-carbon-emission power, and they have been raised to [be] more climate goal-focused" than older generations.

It's not just Gen Z either: Lawmakers are more keen on nuclear power now too. Earlier this month, the MORE American Fuel Act, sponsored by Sens. Cynthia Lummis (R–Wyo.) and Mark Kelly (D–Ariz.), passed the Senate unanimously. The bill "modernizes outdated Nuclear Regulatory Commission (NRC) licensing requirements for uranium enrichment facilities and aligns them with the process already used for other nuclear facilities and reactors," according to a press release from Lummis. It also "lets enrichment companies begin construction at their own risk instead of waiting years for a construction license before breaking ground, while preserving public participation and the NRC's rigorous safety standards."

"What we've seen up in Washington is that there is a nervousness around keeping pace with AI development," Walker adds. "There is a concern that rivals that are also investing very heavily into AI, such as China, are building nuclear reactors like crazy, and one of the reasons they're doing that is just so they have baseload power that allows them to scale up their systems. They are building two gigawatt-scale nuclear power plants every year at the moment, and a lot of it is to try and catch up with the U.S. tech industry."

The post Nuclear Power Now Has Bipartisan Support appeared first on Reason Magazine.

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Russia hits gas production facility in Kharkiv Oblast, critical infrastructure in Dnipro, leaving 30,000 consumers without power

Acting Naftogaz CEO Serhii Fedorenko said that Russia had struck the company's facilities more than 400 times since the beginning of 2026 — twice as often as during the same period last year.

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Cosa sta realmente accadendo al confine tra Iran e Pakistan

Non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Segue nostro Telegram.

Si sta già scatenando il finimondo quando si tratta di indagare su ciò che sta realmente accadendo in relazione agli ultimi, decisamente oscuri, movimenti legati agli Stati Uniti sul territorio e nelle acque pakistane. Dopo una prima analisi su Transition Protocol – che, come ammesso, non ha fornito tutte le risposte necessarie – abbiamo approfondito l’argomento con un’analisi molto più completa, supportata da diverse fonti.

Ciò che stiamo osservando in diversi punti nevralgici della connettività terrestre estremamente delicata tra Iran e Pakistan non è una chiusura totale delle frontiere, bensì un delicato equilibrio su due fronti da parte di Islamabad tra l’enorme morsa finanziaria di Washington e l’ancora di salvezza strategica di Teheran.

Ecco quindi a che punto siamo, integrando i dati verificati con le nostre ultime consultazioni.

Il punto chiave: il fattore scatenante dal punto di vista normativo è stata una misura di sanzioni bancarie, non solo la sicurezza delle frontiere.

Sebbene i funzionari provinciali del Balochistan abbiano pubblicamente attribuito la sospensione di sabato in due nodi chiave, Taftan e Gabd–Rimdan, a motivi di sicurezza, antiterrorismo e lotta al contrabbando, ciò che conta di più è l’esatto meccanismo relativo a un memorandum emanato venerdì scorso dal Ministero del Commercio pakistano.

Tale memorandum ha immediatamente revocato la proroga del 3 ottobre relativa all’esenzione dal Modulo Elettronico di Importazione (EIF) per le merci importate dall’Iran, e ha coinciso con l’ordine impartito da Islamabad di chiudere il valico di frontiera dell’Agenzia Federale di Investigazione (FIA) a Taftan.

L’aspetto fondamentale è che, senza l’esenzione dall’EIF, gli importatori pakistani devono gestire gli acquisti iraniani attraverso i canali bancari ufficiali pakistani – cosa che le sanzioni statunitensi, ovviamente, rendono assolutamente impossibile.

Peyman Sanandaji, presidente della Commissione Trasporti della Camera di Commercio di Teheran, ha confermato ufficialmente che è proprio il rispetto delle sanzioni bancarie (l’abbandono dell’EIF) ad aver bloccato le esportazioni iraniane verso il Pakistan.

Lo shock immediato ai valichi ufficiali è stato notevole: sono a rischio oltre 4.000 tonnellate di importazioni giornaliere di GPL iraniano attraverso Gabd–Rimdan. L’ex presidente della Camera di Commercio di Quetta, Ayoub Miryani, ha riferito che oltre 2.000 container sono bloccati nella sola Gabd–Rimdan, con altre centinaia di autocarri merci in coda a Taftan.

Ma perché sta accadendo proprio ora? A causa della spiacevole coincidenza tra la rata del FMI del 7 ottobre che il Pakistan doveva pagare e l’«Operazione Economic Outcast» del Tesoro imperiale statunitense.

Nell’ambito dell’«Operazione Economic Outcast», Washington ha concesso ai paesi terzi una «scadenza ben definita per interrompere» i collegamenti commerciali con l’Iran, pena l’espulsione dal sistema finanziario statunitense. A ciò hanno fatto seguito le designazioni dell’OFAC del 1° ottobre contro le reti ferroviarie terrestri e industriali iraniane e le azioni dell’8 ottobre contro 17 petroliere della «flotta ombra».

Ma poi, il 7 ottobre – appena nove giorni prima che il Ministero del Commercio revocasse la deroga EIF – Islamabad ha raggiunto un accordo con il FMI sulla quarta revisione della sua Extended Fund Facility per sbloccare 1,21 miliardi di dollari. Ciò richiede ancora l’approvazione del Consiglio esecutivo del FMI.

Naturalmente non esiste alcun documento pubblico che dimostri un ordine diretto da parte degli Stati Uniti o del FMI di chiudere i confini tra Iran e Pakistan. Tuttavia, fonti di Islamabad hanno sottolineato che lasciare in vigore una deroga a tempo indeterminato sugli strumenti bancari in vista del voto del Consiglio del FMI era diventato per il Pakistan un punto di vulnerabilità insostenibile in materia di sanzioni.

Le fonti di Islamabad sostengono con fermezza che la mossa fosse accompagnata da autentiche preoccupazioni in materia di controsabotaggio e silenziosamente coordinata tra Islamabad e Teheran (corsivo mio), affinché la sospensione non compromettesse i rapporti bilaterali.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha pubblicamente definito l’interruzione una pausa temporanea dovuta a «problemi tecnici» e a «misure precauzionali».

Da parte loro, fonti ufficiali pakistane hanno insistito sul fatto che i controlli più rigorosi costituiscono una misura congiunta di antiterrorismo che riflette la «reciproca comprensione» con Teheran a seguito di un’impennata degli attacchi nel Sistan-Baluchistan, delle imboscate autostradali e di un attacco marittimo avvenuto l’11 ottobre contro imbarcazioni della Guardia Costiera pakistana al largo di Jiwani – che i funzionari pakistani hanno attribuito ad «attori stranieri» intenti a sabotare la mediazione del Pakistan nell’accordo di pace con l’Iran.

Si torna allo stesso vecchio schema dei salafiti-jihadisti strumentalizzati e manipolati dai soliti sospetti.

L’unica telefonata pubblicamente confermata tra il vice primo ministro Ishaq Dar e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avuto luogo domenica 18 ottobre – due giorni dopo il memorandum del 16 ottobre – e i resoconti ufficiali menzionano solo la diplomazia regionale e la riunione dell’OIC a Baghdad.

Pertanto, il coordinamento preventivo a livello di vice primo ministro Dar e ministro degli Esteri Araghchi, così come gli arresti specifici per sabotaggio, fanno parte della nostra stessa cronaca.

Esportazioni asimmetriche di generi alimentari e rotte informali

In sintesi, le merci continuano a attraversare i confini. Islamabad ha deliberatamente lasciato in essere le esportazioni pakistane di prodotti deperibili e alimentari verso l’Iran. Prodotti deperibili essenziali – tra cui pomodori, patate e cipolle – continuano a circolare, insieme ai tradizionali flussi di petrolio e carburante, attraverso il poroso confine lungo 909 km.

La documentazione normativa ne spiega il motivo: otto mesi fa, il Pakistan ha emanato una deroga separata relativa agli strumenti bancari, specificamente per dieci prodotti alimentari esportati via terra verso l’Iran (elencando esplicitamente riso, patate, cipolle, pomodori, carne e frutta), oltre ai prodotti farmaceutici.

La Camera di Commercio di Teheran ha confermato sabato scorso che, mentre le esportazioni iraniane verso il Pakistan sono bloccate dalla norma EIF, le importazioni dal Pakistan verso l’Iran proseguono, e il commercio informale di carburante e il commercio transfrontaliero attraverso il Baluchistan operano già per un valore stimato compreso tra 800 milioni e oltre 1 miliardo di dollari all’anno al di fuori dei canali doganali ufficiali.

Si dovrebbe prestare particolare attenzione ai porti di Gwadar e Karachi, nonché all’architettura complessiva del transito Cina-Iran. Secondo le nostre fonti, il transito di merci provenienti da paesi terzi e quello tra Cina e Iran attraverso il Pakistan rimane protetto.

A livello giuridico, un documento che descrive in dettaglio il transito delle merci attraverso il Pakistan ha stabilito sei corridoi di transito terrestri designati che collegano Gwadar, Karachi e Port Qasim a Gabd e Taftan per le merci provenienti da paesi terzi dirette in Iran, sotto la garanzia di una banca.

Inoltre, una notifica del Federal Board of Revenue dello scorso giugno ha formalmente designato la stazione ferroviaria di Taftan come stazione doganale terrestre, mentre i ministri iraniani e pakistani promuovono il corridoio ferroviario per collegare la Cina all’Iran e all’Europa.

Tuttavia, permangono due vincoli operativi molto complessi.

La modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan è ancora ufficialmente classificata come un progetto di potenziamento; inoltre, la designazione da parte dell’OFAC, avvenuta il 1° ottobre, della Compagnia Ferroviaria della Repubblica Islamica dell’Iran (RAI) era esplicitamente volta a ostacolare il passaggio di Teheran dalle rotte marittime bloccate al trasporto ferroviario.

Per riassumere: ci vuole una maestria eccezionale per affrontare l’Impero della Pirateria. Islamabad ha messo in atto una manovra classica e ben calibrata: revocare visibilmente la deroga formale alle importazioni EIF a Taftan e Gabd–Rimdan per proteggere la sua tranche in sospeso da 1,21 miliardi di dollari del FMI e le banche pakistane dalle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.

E nel contempo ha mantenuto attive con Teheran le esportazioni alimentari pakistane, i canali informali di confine e gli accordi di transito con paesi terzi.

Se ciò rimarrà un breve riassetto amministrativo o si consoliderà in un punto di strozzatura più duraturo sarà deciso da tre indicatori nel corso delle prossime due settimane:

  1. Una notifica modificata relativa all’EIF o al baratto da parte del Ministero del Commercio.
  2. Sdoganamento separato per le merci in transito verso Gwadar/Karachi.
  3. Movimenti documentati di merci lungo il collegamento ferroviario Taftan–Zahedan.

Possa questa lezione rimanere impressa nelle terre rare affinché l’intero Sud del mondo rifletta: non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

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Brussels Selects 77 Industrial Projects for €3.4 Billion in EU Funding

The European Commission has selected 77 industrial and technology projects across 23 European Economic Area countries to receive €3.4 billion in funding, as Brussels attempts to strengthen the continent’s manufacturing capacity and reduce dependence on imported energy and critical materials.

The funding, announced on Monday, 19 October, will come from the EU Innovation Fund, which uses revenues generated by the Emissions Trading System to support investment in technologies intended to reduce greenhouse gas emissions.

The selected projects include manufacturing facilities, renewable energy installations, advanced energy storage, critical raw materials processing and industrial carbon management. For the first time, the programme also includes a small modular nuclear reactor project and a direct air carbon capture and storage initiative.

The announcement comes amid growing concern over Europe’s industrial competitiveness, particularly as manufacturers face high energy costs, increasing competition from China and difficulties securing investment for major industrial projects.

Funding for industrial production

According to the Commission’s announcement, the 77 selected projects span energy-intensive industries, clean technology manufacturing, alternative fuels, transport and several other sectors.

Six projects concern critical raw materials, an area in which the EU has been seeking to reduce its exposure to foreign suppliers.

These investments are intended to strengthen European supply chains for technologies including batteries, renewable energy equipment and permanent magnets, which are essential components in electric motors and other industrial applications.

The funding follows renewed political pressure to expand the processing and production of strategically important materials inside Europe.

As EU Today recently reported, the European Parliament has been pressing for stronger measures to reduce dependence on China for critical raw materials used by European manufacturers.

China occupies a dominant position in several international processing and refining markets, leaving European companies exposed to supply interruptions and trade restrictions.

The Commission is seeking to support alternative production capacity through financial assistance, industrial regulation and measures designed to attract private capital.

However, the selection of projects for EU funding does not automatically mean that the proposed facilities will be built. Their implementation will still depend on financing agreements, regulatory approvals and commercial decisions.

Nuclear technology enters funding programme

The inclusion of a small modular nuclear reactor project represents a new development in the Innovation Fund’s portfolio.

Small modular reactors are designed to produce electricity or industrial heat using nuclear technology on a smaller scale than conventional nuclear power stations.

Supporters argue that modular construction could reduce certain project risks and provide stable electricity supplies for energy-intensive industries.

However, the technology faces substantial challenges involving construction costs, regulatory approval, supply chains and the transition from demonstration projects to commercial production.

The Commission published a European strategy for small modular reactors in March, outlining plans to accelerate their development and support the first operational facilities in the early 2030s.

The latest funding decision gives the technology access to a financial instrument principally associated with industrial decarbonisation and clean energy investment.

Another newly represented technology is direct air carbon capture and storage, which involves extracting carbon dioxide from the atmosphere and storing it.

Both technologies remain at comparatively early stages of commercial deployment in Europe, making their eventual costs and performance important considerations.

Emissions trading revenue finances investment

The Innovation Fund is financed through revenues from the EU Emissions Trading System, under which companies operating in covered sectors must obtain allowances for their greenhouse gas emissions.

Part of the revenue generated from auctioning allowances is reinvested into projects designed to introduce lower-emission technologies into industrial production.

The Commission estimates that the 77 newly selected projects could avoid approximately 290 million tonnes of greenhouse gas emissions during their first ten years of operation.

That figure is a projection based on the projects’ anticipated performance, rather than an achieved reduction. Actual results will depend on construction, commissioning and subsequent commercial operation.

The funding announcement also follows the publication of the EU’s broader industrial policy initiatives, which seek to increase domestic production of clean technologies and improve investment conditions for European manufacturers.

The Commission announced a separate allocation of more than €390 million to 135 environmental and climate projects under the LIFE programme on the same day. That funding is distinct from the €3.4 billion Innovation Fund selection.

Funding agreements still to be concluded

The companies and organisations behind the selected Innovation Fund projects must now complete the procedures necessary to obtain their grants.

During the Commission’s 19 October press briefing, officials indicated that project-specific grant amounts would become available when the agreements are signed, currently envisaged for the first quarter of 2027.

The final allocations and implementation conditions therefore remain subject to the grant preparation process.

For industrial companies, the principal test will be whether the European funding attracts sufficient additional investment to bring the selected technologies into commercial operation.

The results will also provide an indication of how effectively Brussels can translate its industrial policy objectives into additional European manufacturing capacity, particularly in sectors where supply chains remain concentrated outside the Union.

Image Credit: © European Union, 2024 / CC BY 4.0
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