Gli attivisti internazionali fermati in Cisgiordania, tra cui cinque italiane, stanno per essere espulsi da Israele. Lo annuncia la polizia israeliana, secondo cui alcuni dei fermati sarebbero coinvolti nella “promozione del terrorismo” e nell'”esaltazione di attentatori”. L’annuncio arriva dopo che la Farnesina ha chiesto chiarimenti urgenti alle autorità israeliane sul fermo delle connazionali, avvenuto mentre accompagnavano agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive.
Secondo la polizia israeliana, gli attivisti “hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive”. Sarebbero entrati “senza coordinamento in una zona militare chiusa”, rifiutando gli ordini delle Forze di difesa israeliane (Idf). Il comunicato riferisce del fermo di undici attivisti stranieri e un palestinese a Hebron, sostenendo che alcuni sarebbero coinvolti anche in “attività di organizzazioni ostili a Israele”. Non viene precisato a chi siano rivolte le accuse.
Le cinque italiane erano state fermate nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron, insieme ad altri attivisti internazionali. Il ministero degli Esteri aveva ottenuto conferma della loro presenza in una stazione di polizia israeliana. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme avevano quindi preso contatto con le autorità locali per ottenere informazioni sulle circostanze del fermo e favorire una rapida risoluzione della vicenda.
Il caso arriva dopo il fermo di altri due italiani, Manuel Tartarotti e suo padre Alberto, originari di Bolzano, trattenuti per oltre un giorno e poi espulsi, con un divieto di ingresso in Israele per dieci anni. Mercoledì 21 ottobre, inoltre, circa 80 attivisti internazionali erano stati fermati dai militari israeliani mentre partecipavano alla raccolta delle olive nei pressi di Nahalin.
A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.
Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?
Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.
Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.
Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.
Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.
Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.
Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.
Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.
Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.
Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».
Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».
Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.
La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.
Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.
Sofia Tranchina
A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».
Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.
Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.
Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.
Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.
Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.
Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.
Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».
Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.
«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.
«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.
Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.
Sofia Tranchina
Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.
Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.
Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.
Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.
E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?
Per leggere il complesso scenario elettorale di un Israele in cui si voterà il 27 ottobre, è indispensabile avere presente innanzitutto una delle ragioni di fondo della sua fluidità e imprevedibilità, una delle caratteristiche della democrazia israeliana. Oggi, infatti, ben 38 partiti si presentano al voto e di questi sicuramente 25, ma più probabilmente 28-30, non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, provocando così una grande dispersione dei suffragi. Un voto inutile e disperso che nel 2022 è stato pari all’8,8 per cento dei voti espressi, con cui si sarebbero potuti eleggere ben 10 parlamentari. Partiti strani, o addirittura bizzarri: c’è il partito della Cannabis, quello dei Pirati, quello che propugna il matrimonio universale, un altro che vuole la monarchia costituzionale, ovviamente quello che vuole abolire le tasse e persino quello che vuole trasferire la popolazione ebraica di Israele su un’isola artificiale nel Mediterraneo.
È questo, dunque, l’effetto di un tratto tipico della democrazia israeliana, partecipativa a ogni costo. Per presentare una lista al voto per la Knesset è infatti sufficiente fondare un partito con solo 100 iscritti, con organi dirigenti e statuto, e comunque il controllo della Corte Suprema è limitato a poche, ovvie condizioni. Il tutto è dovuto a un’esasperata attenzione a dare possibilità di rappresentatività in Parlamento ai tanti volti dell’ebraismo forgiati nei millenni della diaspora e poi nel ritorno. Proprio questo cosciente privilegiare la rappresentatività anche a scapito della governabilità, che impone un sistema elettorale proporzionale, è all’origine, negli ultimi decenni, di un fenomeno fortissimo di fluidità elettorale e addirittura delle cinque elezioni anticipate nell’arco di tre anni tra il 2019 e il 2022, dopo la morte e la scomparsa di tutti i leader storici del sionismo e di tutti i loro partiti storici, fatto salvo il Likud.
A questo si sommano la nascita e la rapida scomparsa di tanti effimeri partiti di opposizione al Likud e la debolezza politica delle figure a capo dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, che invece ha una forte capacità e caratura da leader, che gli va riconosciuta e che è alla base dei suoi 19 anni di governo. Basti pensare alla figura opaca dello scialbo ex generale Benny Gantz, che sino al 2022 è stato il leader delle forze di contrasto al leader del Likud, che nel 2019, con il suo partito Blu e Bianco, era riuscito a essere il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi e che invece ora non riuscirà neanche a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e infatti ha dichiarato che si ritira. Lo stesso ex generale Gadi Eisenkot, il cui partito è stato appena formato e che oggi è dato dai sondaggi come il più votato, non ha alcuna esperienza politica o di governo, ha un’oratoria lenta, conosce a malapena l’inglese e soprattutto non è riuscito a farsi indicare dai leader degli altri partiti dell’attuale opposizione (Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan) come unico candidato premier contro Netanyahu, all’interno di una dinamica di sterile concorrenza tra leader alleati molto simile a quella del Campo Largo in Italia.
Una sola cosa è però chiara sulle cruciali elezioni in Israele, stando alla netta maggioranza delle rilevazioni pre-voto: Netanyahu ha perso la sua maggioranza, come indicano le rilevazioni della quasi unanimità dei sondaggi. La sua coalizione di governo è infatti quotata tra i 49 e i 51 seggi (la maggioranza alla Knesset è a 61 seggi), contro i 63 attuali (solo Canale 14, filo Netanyahu, gliene attribuisce 62). Israel Hayom, il più diffuso quotidiano israeliano, fondato nel 2007 proprio ed esclusivamente per sostenerlo, ma oggi molto critico, gliene attribuisce 50. Si vedrà ora quali effetti avrà sui votanti israeliani la tardiva sponsorizzazione a suo netto favore da parte di Donald Trump, ma non è affatto detto che sia decisiva.
Il problema vero, però, sempre secondo i sondaggi, è che il blocco dell’attuale opposizione è fermo tra i 54 e i 57 seggi e quindi non avrebbe la maggioranza, anche se potrebbe essere molto favorito in termini di seggi dalla decisione di Benny Gantz di ritirarsi dal voto e dovrebbe quindi incamerare come voti utili quelli del suo 1-2 per cento, che sarebbe andato disperso.
Ma in Israele c’è un terzo protagonista: i partiti arabi, a cui vengono attribuiti complessivamente 13-15 seggi. Il fatto è che, almeno prima dell’apertura delle urne, i partiti dell’opposizione a Netanyahu negano di voler fare un governo con il loro supporto (a urne chiuse, si vedrà). Torneremo più avanti su questo snodo cruciale.
Innanzitutto, una notazione politica fondamentale. La sciagurata decisione di Netanyahu nel 2022 di legittimare con la sua alleanza l’estrema destra non sionista di Itamar Ben Gvir, facendolo entrare nella Knesset con 6 deputati, ha trasformato il leader del Likud in un apprendista stregone. Infatti, questo violento e ignorante demagogo parafascista, che pure sino ad allora non era mai riuscito a entrare in Parlamento (nel 2020 aveva raccolto un indicativo 0,42 per cento), grazie al suo populismo, ai suoi cappi esibiti in Parlamento, alla legge sulla pena di morte solo per i palestinesi e al suo appoggio ai coloni suprematisti e razzisti, non solo ora è quotato dai sondaggi in grado di eleggere otto deputati, ma soprattutto, dopo avere fagocitato i voti di Bezalel Smotrich, meno demagogo di lui, ora aspira dichiaratamente a diventare premier, sostituendo un Netanyahu che è costretto a fare larga parte della campagna elettorale proprio contro di lui. Un indicativo precedente dell’«effetto Vannacci» sulla destra italiana.
In questo contesto, nel caso molto probabile, ma non certo, che i sondaggi abbiano ragione e che nessuno consegua quota 61 seggi alla Knesset, questi sono gli scenari possibili.
Primo scenario: un governo di minoranza guidato dall’ex generale Eisenkot, leader del partito più votato, con tutti i partiti di opposizione e che può ottenere la fiducia grazie all’astensione o all’uscita dall’aula dei partiti arabi (i cittadini arabi di Israele sono due milioni e centomila, il 21 per cento della popolazione).
Questo scenario è probabile, anche se è rigettato da Lieberman e rifiutato dallo stesso Eisenkot, perché non solo è nelle corde del partito Ra’am di Mansour Abbas, che già nel 2021 ha dimostrato grande flessibilità entrando nel governo di Bennett, ma anche perché gli altri partiti arabi della Joint List pare abbiano finalmente compreso che il loro storico estremismo islamista e jihadista non paga e che è l’ora di iniziare a fare politica. Il leader di questa alleanza tra tre partiti arabi, Yousef Jabareen, ha infatti «giurato di mettere in atto tutti gli strumenti e le scelte possibili pur di affossare la possibilità che Netanyahu formi un governo», e la strada dell’astensione è la più praticabile. Questa astensione non implicherebbe nessuna alleanza formale, ma impedirebbe a questo eventuale esecutivo di varare qualsiasi provvedimento contro gli arabi israeliani e anzi lo spingerebbe ad annullare l’orrore della legge sulla pena di morte solo per i palestinesi.
Si può anche ipotizzare che questo scenario potrebbe essere rafforzato dalla nomina a ministro per la Sicurezza urbana (è questo il principale problema della minoranza araba a causa delle mafie palestinesi) del sionista ed ex dirigente della polizia israeliana Yoav Segalovitz. Con eccellente intelligenza strategica, infatti, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, lo ha inserito in lista al secondo posto, facendo sì che si vedranno decine di migliaia di elettori arabi israeliani votare per un poliziotto sionista (a proposito dell’accusa di apartheid allo Stato ebraico). Molto poco probabile, se non impossibile, sarà invece un accordo formale di governo tra le forze di opposizione e il partito arabo Ra’am, con la nomina di suoi ministri. Lo choc del 7 ottobre in Israele è tale e tanto radicato ed esteso che quello che è apparso come un’eccellente novità nel 2021 può essere percepito come una minaccia nel 2026.
La forza dell’ipotesi di un governo di minoranza permesso dall’astensione dei partiti arabi, o di un solo partito arabo, sta nel fatto che aprirebbe una fase di sedimentazione politica in cui alcuni parlamentari del Likud potrebbero rispondere alle incitazioni molto forti, già espresse da Lieberman, ad abbandonare finalmente il Likud di Netanyahu e passare con le attuali forze di opposizione, in modo da poter raggiungere in tempi brevi la quota di 61 deputati e varare un governo autosufficiente e non più subordinato all’astensione dei parlamentari arabi, come è peraltro suggerito da vari media israeliani.
Secondo scenario: il varo di un governo di unità nazionale, che è oggi quello che Netanyahu propone e caldeggia con vigore in campagna elettorale per riparare alla disastrosa e probabile perdita di voti della sua coalizione, che ha governato negli ultimi quattro anni. Un governo che escluda le estreme, quindi Ben Gvir e la sinistra unita di Yair Golan (accreditata tra gli 8 e gli 11 seggi). È questa la strada che Netanyahu avrebbe dovuto intraprendere dopo il 7 ottobre, come fece il laburista Levi Eshkol che, alla vigilia della guerra dei Sei giorni nel 1967, fece entrare nel governo il suo irriducibile oppositore di destra Menachem Begin, fondatore del Likud. Invece, Netanyahu – sintomo indiscutibile della sua miopia strategica – ha preferito legarsi e subire le pressioni della destra parafascista di Ben Gvir e Smotrich nella conduzione della guerra di Gaza, con esiti disastrosi.
Il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione a prima vista pacificatrice e saggia, ma è irta di difficoltà. Infatti, la condizione non negoziabile che sicuramente Netanyahu porrà sarà la formazione di una commissione d’inchiesta sul massacro del 7 ottobre che gli garantisca l’assoluzione da ogni responsabilità. Questo in un contesto in cui più del 60 per cento degli elettori dichiara che la prima motivazione del proprio voto è appunto appurare la verità sulle colpe dell’incredibile serie di falle che hanno permesso a Hamas di penetrare in profondità in Israele, massacrare 1.166 ebrei e prendere 251 ostaggi.
Ma scaricare e liberare dalle sue evidenti responsabilità Netanyahu significherebbe sposare la sua incredibile tesi, che nega ogni e qualsiasi colpa del potere esecutivo e politico, quindi sua, caricando tutte le colpe sulle Forze armate, sullo Shin Bet e sul Mossad. Uno scenario che le forze oggi di opposizione, e le stesse Forze armate, non possono subire e men che meno può essere accettato dal loro leader, l’ex comandante delle Idf, il generale Eisenkot, che nella guerra di Gaza ha visto cadere suo figlio e due suoi nipoti.
Un Eisenkot, oggi favorito e sostenuto dal quadro dirigente delle Idf, che infatti nell’autunno del 2024 è uscito dal Gabinetto di guerra in rovente polemica anche con la conduzione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu.
C’è uno scenario che potrebbe aiutare il concretizzarsi di questa soluzione, già ipotizzato da Lieberman, ed è che il Likud scarichi Netanyahu, escludendolo così dal governo. Ipotesi scarsamente praticabile, visto il ferreo controllo che questi ha sul suo partito.
Per inciso, per comprendere il contesto di questo voto e che cosa sia oggi Israele, va considerato che i media prevedono che circa il 25 per cento dei parlamentari che saranno eletti abbia subìto un lutto grave durante la guerra di Gaza: c’è chi ha perso un figlio o una figlia in armi e chi un altro parente.
Comunque, in politica è bene non dire mai mai.
Terzo scenario: nuove elezioni anticipate, che sono possibili, in linea non solo teorica, se i due blocchi non raggiungono la maggioranza. Sarebbero da tenere in tempi stretti, nei primi mesi del 2027. È una strada di per sé pessima per il protrarsi dello stato di incertezza al comando politico in un Paese che continua a essere di fatto in guerra e avrebbe per di più un risvolto più che scabroso e negativo per le attuali forze di opposizione. Netanyahu rimarrebbe infatti in carica come premier con il governo attuale e avrebbe tutti gli strumenti per influenzare il nuovo voto.
Di fatto – ripetiamo, sempre che i sondaggi siano confermati – un ruolo decisivo verrà svolto dal presidente della Repubblica Isaac Herzog, già laburista, figlio di Chaim Herzog, già apprezzato presidente di Israele, eletto nel giugno del 2021, nei giorni in cui Netanyahu stava perdendo il governo a favore di Bennett, con una maggioranza schiacciante di 87 voti.
Il problema, non piccolo, è che la caratura dell’uomo, del presidente, non è quella di un leader forte, sicuro, incisivo e che ha dimostrato spesso di essere incline al compromesso al ribasso.