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Falle del codice PHP, “offline oltre 30 servizi governativi del Regno Unito”. Cloudflare: “Milioni di attacchi hacker”

Mentre Cloudflare lancia l’allarma su “milioni” di attacchi hacker sulla sua rete, decine di siti del governo inglese sono offline. Ma l’allarma dilaga in tutta Europa, dopo la scoperta delle gravi falle di sicurezza nel linguaggio di programmazione Php. Ministeri e istituzioni “spente” anche in Olanda, Germania, Francia, Finlandia. Molti siti e servizi dell’Unione europea funzionano grazie al linguaggio PHP. In Italia, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale ha rilasciato ieri due patch per mettere al riparo i sistemi. Ma i rischi sono già in atto per milioni di cittadini del Vecchio Continente, non solo in Italia.

Giù siti governativi del Regno Unito, consigli Comunali e serie tv della Bbc

Almeno 32 servizi digitali dell’esecutivo britannico sono inaccessibili, altri 4 operativi solo in parte. Alla Camera dei Lord del parlamento inglese, è la Baroness Lloyd (sottosegretaria per il settore digitale) ha tracciare il perimetro della gigantesca falla, in grado di minacciare la sicurezza informatica in tutto il mondo. I disservizi online derivano soprattutto dalle “misure precauzionali adottate per proteggere i sistemi mentre vengono applicati gli aggiornamenti di sicurezza”, ha chiarito Lloyd. Mentre nessun grande servizio pubblico essenziale rivolto ai cittadini è stato colpito, ha rassicurato un portavoce del governo laburista guidato da Andy Burnham. Ma Downing Street ha esortato “tutte le organizzazioni, private e pubbliche, grandi e piccole” a seguire le indicazioni di protezione. Il Centro nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito (Ncsc) ha diffuso le istruzioni per aggiornare i sistemi “tappando” la falla. Ove non sia possibile, il consiglio è di staccare la spina, mettendo “offline il sistema finché non possa essere pienamente messo in sicurezza”. L’Office for Budget Responsibility (Obr), l’organismo indipendente di controllo dei conti pubblici, ha oscurato il proprio sito, per mettersi al sicuro. Ieri erano finiti offline anche i siti dei consigli comunali di Edimburgo e Oxford, ora tornati accessibili. Restano irraggiungibili le pagine di diversi programmi della Bbc, tra cui quelli delle serie “Doctor Who” e “The Traitors”, anche se non c’è conferma di un legame con le vulnerabilità del linguaggio Php.

Cloudflare: “Milioni di attacchi in corso”. Amazon conferma. Istituzioni offline in Germania e Olanda

Intanto, sulla piattaforma X Matthew Prince, amministratore delegato della società di infrastrutture Internet Cloudflare, ha lanciato l’allarme: “milioni” di tentativi di sfruttare le vulnerabilità di PHP sulla propria rete nelle 10 ore precedenti l’annuncio pubblico. “Da migliaia, il numero è balzato a decine di migliaia nei 45 minuti successivi all’annuncio, a centinaia di migliaia nel giro di due ore e ora a milioni”, ha dichiarato il Ceo del colosso americano,citato dall’emittente pubblica inglese Bbc. “Al momento”, ha chiarito Prince, “non sappiamo se qualche hacker sia riuscito a sfruttare con successo le falle” di sicurezza. Anche Amazon conferme l’esistenza di criminali informatici al lavoro per sfruttare le vulnerabilità, ma finora i suoi siti web funzionano normalmente.

In Germania, come precauzione, ieri erano offline diversi siti dei ministeri, su indicazione dell’Ufficio federale per la sicurezza informatica (BSI). Ma nessun indizio di violazione, secondo il ministro per il Digitale tedesco Karsten Wildberger. “Prendiamo molto sul serio questo incidente e gli attuali avvertimenti”, ha dichiarato il politico della Cdu al quotidiano Bild. L’allarme per la falla del linguaggio PHP, tocca l’intera Europa. In Olanda offline il sito del National Cyber Security Centre (il centro per la sicurezza informatica nazionale), a titolo precauzionale. I Paesi Bassi hanno disattivato diversi servizi e siti web istituzionali, secondo la testata giornalistica Euronews: giù il sistema di identità digitale DigiD, il portale governativo Overheid.nl, il sito della camera bassa del parlamento, i cinque principali partiti politici del Paese. Ma anche infrastrutture chiave come il porto di Rotterdam e diversi ospedali. Il fornitore informatico statale finlandese Valtori ha spento in blocco i servizi web del governo “come misura precauzionale”. In Francia, il Ministero dell’Interno ha messo in modalità manutenzione i siti delle amministrazioni locali, prosegue Euronews.

Una dichiarazione congiunta per esortare ad agire immediatamente sui sistemi online è giunta dalle autorità europee, con un documento firmato dalla Commissione Ue, ENISA, CERT-EU, Europol e la rete europea dei centri nazionali di risposta agli incidenti informatici. Molti siti e servizi delle istituzioni Ue sono basati su Drupal, fondato sul linguaggio PHP. The Drop Times, testata giornalistica specializzata sulle tecnologie Drupal, conta 770 siti attivi per 44 servizi della Commissione, con centinaia di milioni di visite l’anno.

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La casa delle vacanze come cavallo di Troia della Russia in Europa

La Russia può trasformare una casa di villeggiatura in un avamposto per operazioni ostili. E il Nord Europa sta cominciando a prenderne atto. È il quadro che emerge da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui le autorità di Svezia, Lituania e Norvegia stanno intervenendo su centinaia di immobili collegati a cittadini russi, acquistati nei pressi di basi militari e infrastrutture strategiche.

Il caso più delicato riguarda Muskö, in Svezia, dove una proprietà di sette camere da letto, riconducibile alla moglie di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin, si trova all’ingresso di una base navale. Il ministro della Difesa svedese Pål Jonson ha annunciato l’intenzione di acquisire l’immobile, giudicato una minaccia per la sicurezza della struttura. Secondo le autorità, la proprietà rappresenta una falla nella protezione della base, anche di fronte alla crescente minaccia dei droni.

In Lituania, immobili legati a cittadini russi sono stati individuati nei pressi di aeroporti, basi aeree e aree di addestramento militare. In Norvegia, alcune baite di proprietà russa si trovano vicino alla base di Bardufoss, che ospita caccia F-35. Secondo gli esperti citati dal quotidiano britannico, queste proprietà potrebbero essere utilizzate per osservare i movimenti militari, conservare attrezzature, preparare sabotaggi o lanciare droni.

Il punto, però, è più ampio della singola operazione. La proprietà immobiliare può diventare uno strumento di accesso a luoghi sensibili, soprattutto quando la sorveglianza si concentra sull’acquisto in sé e trascura il contesto in cui avviene.Non è necessario dimostrare che ogni compravendita nasconda un piano ostile: basta riconoscere che un immobile collocato in una posizione strategica può creare una vulnerabilità da sfruttare durante una crisi.

È una logica che si inserisce nel repertorio delle operazioni coperte attribuite a Mosca. La raccolta di informazioni, la sorveglianza e la preparazione di azioni di disturbo non richiedono necessariamente agenti sotto copertura o infrastrutture clandestine. A volte possono beneficiare di una presenza apparentemente ordinaria, resa possibile da un acquisto regolare. Il Telegraph richiama anche altri casi svedesi, tra cui una chiesa ortodossa russa vicina a un aeroporto strategico, sulla quale le autorità hanno sollevato sospetti di attività di spionaggio.

Le reazioni dei lettori alzano un ulteriore punto: il problema non è esclusivamente europeo. Negli Stati Uniti sono state sollevate preoccupazioni analoghe per immobili acquistati da soggetti cinesi vicino a installazioni militari. Il confronto invita a evitare allarmismi selettivi: il criterio dovrebbe essere la vulnerabilità strategica, indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente, e la capacità delle autorità di verificare i rischi.

La notizia relativamente positiva, sottolineata anche nei commenti all’inchiesta, è che questa volta il problema è emerso e alcuni governi stanno agendo. La Svezia ha rafforzato i poteri di controllo sugli immobili sensibili e la Lituania ha introdotto restrizioni agli acquisti russi vicino a siti strategici.

Resta da capire quanto questi interventi saranno efficaci e quanto rapidamente potranno essere applicati. Servono controlli preventivi, verifiche sui beneficiari effettivi delle proprietà e un coordinamento più stretto tra autorità centrali, amministrazioni locali e responsabili della sicurezza. Perché individuare una vulnerabilità dopo che è diventata pubblica è importante; impedire che venga sfruttata è il vero obiettivo.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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La Germania cerca droni «stupidi» per testare i propri elicotteri

La Germania cerca sei droni-bersaglio per mettere alla prova i propri elicotteri contro una minaccia diventata centrale nei conflitti contemporanei: i velivoli d’attacco senza pilota, relativamente economici e difficili da intercettare, come gli Shahed-136 impiegati dalla Russia contro l’Ucraina.

Come rivelato dal giornalista investigativo Florian Flade, il Planungsamt der Bundeswehr, l’ufficio di pianificazione delle forze armate tedesche, ha pubblicato una gara per l’acquisto di sei bersagli volanti nell’ambito della procedura VA965. L’obiettivo è verificare l’efficacia degli armamenti installati sugli elicotteri da trasporto e da combattimento contro droni a lungo raggio.

I requisiti tecnici sono piuttosto specifici. I bersagli dovranno avere un’apertura alare compresa tra due e tre metri e mezzo, volare a una quota tra circa 90 e 610 metri e raggiungere una velocità compresa tra 167 e 222 chilometri orari. L’autonomia minima richiesta è di trenta minuti.

Non dovranno essere sofisticati sistemi autonomi da combattimento: dovranno soprattutto riprodurre le caratteristiche di volo di una minaccia credibile. Da qui l’idea dei droni «stupidi»: bersagli sacrificabili, progettati per essere inseguiti, colpiti e abbattuti durante le esercitazioni.

Il bando prevede almeno sei sessioni di tiro e la valutazione dei colpi, in tempo reale oppure dopo il recupero dei bersagli. Almeno una prova dovrà dimostrare che l’effetto delle armi sia sufficiente a provocare la caduta del velivolo senza che il sistema di valutazione attivi un paracadute.

La sicurezza è un requisito essenziale: anche se danneggiati dal fuoco, i bersagli non dovranno poter uscire dall’area di esercitazione. Un sistema di interruzione di emergenza dovrà garantirne la caduta entro i limiti fisici e tecnici.

La gara non dimostra che la Bundeswehr abbia già deciso di impiegare gli elicotteri come principale strumento di difesa contro gli Shahed. Indica però la volontà di verificare sul campo una possibile opzione per contrastare una minaccia che impone alle forze armate europee di trovare soluzioni efficaci anche sul piano dei costi.

Missili intercettori e sistemi di difesa aerea avanzati possono essere molto più costosi dei droni che devono neutralizzare. Testare gli armamenti già disponibili sugli elicotteri significa capire se possano offrire un’ulteriore possibilità d’intervento. La domanda, per la Germania, è semplice: quanto sono efficaci contro un bersaglio che vola come uno Shahed?

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Il governo non può usare la sicurezza come scudo per sé

Gli scontri a Milano in occasione della manifestazione contro il caro vita di sabato 17 ottobre (LaPresse)

Le devastazioni di Milano non ammettono ambiguità. Chi aggredisce gli agenti, saccheggia i negozi e distrugge la città non esercita un diritto: commette reati e ne deve rispondere. La solidarietà alle forze dell’ordine viene prima di qualsiasi calcolo politico.

Ma proprio qui comincia il problema di Matteo Piantedosi. Di fronte alle critiche di Beppe Sala sulla gestione dell’ordine pubblico, il ministro dell’Interno ha scelto di liquidare il sindaco come esponente della «sinistra radical chic», incapace di condannare i violenti senza cercare colpe nello Stato. Una risposta muscolare, utile alla polemica ma assai meno a chi ha il compito di garantire la sicurezza.

Il punto non è stabilire chi abbia vinto il duello verbale tra il Viminale e Palazzo Marino. È capire se il dispositivo predisposto per affrontare le manifestazioni fosse adeguato e che cosa si possa fare per evitare che episodi simili si ripetano. Sono domande legittime, alle quali un ministro dell’Interno dovrebbe rispondere nel merito. Non sono un atto d’accusa contro la polizia, né un’assoluzione per chi ha devastato Milano.

Piantedosi sostiene che l’operato delle forze dell’ordine sarà valutato a posteriori. Bene: è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma se questa verifica è doverosa, non si comprende perché chi solleva il problema debba diventare bersaglio di attacchi personali. La fermezza non consiste nel respingere ogni obiezione; consiste nel dimostrare che le istituzioni sanno affrontarla senza perdere autorevolezza.

C’è una differenza sostanziale tra difendere le forze dell’ordine e usare le forze dell’ordine per difendere il governo. Nel primo caso si tutelano le istituzioni; nel secondo si rischia di trasformarle in un argomento di propaganda, come se discutere le scelte del ministero significasse schierarsi dalla parte dei teppisti. È una confusione che non giova né agli agenti né alla sicurezza dei cittadini.

Chi governa ha una responsabilità che va oltre la condanna, pur necessaria, dei disordini. Deve assicurare che le piazze siano gestite nel modo più efficace possibile, che gli agenti possano operare nelle condizioni migliori e che gli eventuali errori vengano riconosciuti. È per questo che esistono le responsabilità politiche: non per attribuire al ministro ogni gesto di un manifestante, ma per chiedergli conto delle decisioni prese sotto la sua autorità.

Sala, da parte sua, non è esente da critiche solo perché è stato attaccato da Piantedosi. Ma la replica del ministro non risolve le questioni sollevate: le copre con un’etichetta e le trascina sul terreno dello scontro tra maggioranza e opposizione.

La sicurezza non appartiene a una parte politica. E la credibilità di chi la governa non si misura dalla durezza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di garantire risultati, rendere conto delle proprie scelte e correggere ciò che non funziona. A Milano servono responsabilità accertate, non bersagli politici.

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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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