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Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.

In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.

Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?

C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.

Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.

Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.

Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.

Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.

Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.

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Nel centro antipopulista si litiga spesso, ma non è la prima volta

C’è una maledizione antica che perseguita i liberali e i riformisti italiani: non riescono a stare nella stessa stanza senza contendersi il ruolo di direttore d’orchestra, salvo poi scoprire che in sala non è rimasto quasi più nessuno ad ascoltare il concerto. Basta osservare lo psicodramma che si consuma in questi giorni attorno al cantiere del nuovo centro per accorgersi che la storia d’Italia si ripete sempre due volte: la prima come grande tragedia dottrinaria della Prima Repubblica, la seconda come scontro di caratteri, ma non solo, nell’era dei social.

Da una parte ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, impegnati a costruire un asse tra Azione e Spazio Pubblico per offrire un argine europeista al «bipopulismo». Dall’altra c’è Luigi Marattin che, sentitosi trattato da ospite indesiderato, forse dopo una fotografia pubblicata da Calenda e Picierno senza di lui, ha rotto gli indugi e guarda verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». Apriti cielo. Calenda lo ha fulminato accusandolo di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di usare la politica come un «taxi per entrare in Parlamento»; Marattin ha replicato al vetriolo che il leader di Azione «è un cespuglio che si crede foresta» e che pretende di annettere gli altri al grido di «venite in Azione e risolvo tutto io».

Di solito questo spettacolo viene liquidato come frutto di narcisismo. Eppure, se si guarda in controluce, i tic, le accuse e persino le traiettorie politiche ricalcano, nel loro piccolo, i due grandi duelli che segnarono la cultura laica e socialista del dopoguerra: quello tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi e quello tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.

Vedi il conflitto tra Calenda e Marattin. È la replica in miniatura dello scontro che divise La Malfa e Malagodi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anche allora i due si conoscevano da una vita, avendo lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli. E anche allora il risentimento psicologico si intrecciava alla divergenza dottrinaria. «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io», raccontò Malagodi a Eugenio Scalfari.

Sul piano politico, La Malfa incarnava il riformismo repubblicano e programmista, convinto che lo Stato dovesse guidare la modernizzazione industriale e aprirsi a sinistra; Malagodi difendeva il liberismo classico del Partito Liberale, ostile all’interventismo pubblico e pronto a spostarsi a destra per rappresentare il ceto produttivo spaventato dai socialisti.

Non meno suggestivo è il parallelo sul versante più riformista. Quando, nel giugno scorso, Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico, denunciando le ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e rifiutando la subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, ha compiuto un gesto che appartiene alla grammatica di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 Giuseppe Saragat spezzò il partito socialista per sottrarlo al patto d’unità d’azione che Pietro Nenni aveva stretto con il PCI di Togliatti. Nenni, nei suoi diari, imputò la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso» e la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani», esattamente come oggi i custodi del campo largo accusano Picierno di opportunismo o peggio. Allora come oggi, il punto di rottura tra riformisti e massimalisti è la politica estera: la scelta dell’Occidente contro il neutralismo ambiguo.

C’è differenza, è vero, fra l’epica di ieri e ciò che oggi, ad alcuni, pare una batracomiomachia. Sarà anche perché le foto color seppia ci commuovono sempre un po’. Ma la posta in gioco allora era alta: un’Italia che rischiava di essere sganciata dall’Occidente e il profilo dello sviluppo economico di quella che, nonostante gli alti e bassi, sarebbe diventata una potenza industriale.

Quando Saragat lasciava Nenni a Palazzo Barberini, portandosi via cinquantadue deputati della Costituente su centoquindici, decideva se l’Italia dovesse restare legata alle democrazie atlantiche o scivolare oltre la Cortina di ferro. Quando La Malfa e Malagodi incrociavano le lame in Parlamento nel 1962, si battevano su questioni epocali: la Nota aggiuntiva sul bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita dell’Enel, il confine stesso tra Stato e mercato nel miracolo economico. Quei piccoli partiti laici pesavano il tre o il quattro per cento, pure loro, ma, nel sistema proporzionale, erano l’ago della bilancia dei governi e il laboratorio intellettuale della Repubblica.

Ma davvero oggi si gioca una partita meno cruciale, in cui lo scontro «bipopulista» fra destra-centro e sinistra-centro non mette a rischio appartenenze transnazionali e tenuta della struttura economica?

Oggi gli eredi di quella tradizione hanno conservato intatti i difetti dei padri nobili – le scomuniche incrociate, le gelosie da capocorrente, l’incapacità di fondere le sigle senza litigare subito dopo, come accadde alla sfortunata unificazione socialista del 1966 – ma, secondo i critici, hanno smarrito la grandezza del campo di battaglia. Questo non è del tutto vero. Ad esempio Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame, restituendo al confronto politico l’energia dello strumento pannelliano, per reclamare un intervento europeo rapido, e decisivo per la vita o la morte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. La sua uscita dal Pd ricorda le ragioni degli scontri di allora.

Picierno, Calenda e Marattin sono tra i pochi leader politici a proporre risposte complesse e impopolari al declino strutturale dell’economia e del benessere degli italiani. Vogliono tutti rifondare la casa dei liberaldemocratici, e fanno bene, perché è una casa che all’Italia manca. La storia dei piccoli partiti laici dice però una cosa: pesavano il tre o il quattro per cento, ma da soli potevano decidere della sorte dei governi. C’era il proporzionale allora, ma potrebbe esserci anche domani se nessuno dei due schieramenti principali superasse il 42 per cento. Il bipopulismo non aspetta i loro tempi, e prima di arrivare alla porta di casa conviene mettersi d’accordo non tanto su chi tiene le chiavi quanto sulla dimensione dell’appartamento. Altrimenti non sapremmo a che santo votarci (e votare).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

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Un omicidio, due processi, due condanne, due sentenze contraddittorie

Per lo stesso omicidio si possono condannare due persone. Ma se una sentenza ne condanna una come autrice materiale e un’altra ne condanna una diversa escludendo che abbia agito insieme alla prima, lo Stato ha un problema. Chi resta in cella ne ha uno molto più grande.

È il caso di Monica Busetto, operatrice sociosanitaria di Mestre, in carcere da dodici anni e condannata a venticinque per l’uccisione della vicina, l’ottantasettenne Lida Taffi Pamio, nel dicembre 2012. Si è sempre dichiarata innocente. Dopo la sua condanna, Susanna «Milly» Lazzarini, già coinvolta nell’omicidio di un’altra anziana, confessa anche questo delitto: prima dice di aver agito da sola, poi chiama in causa Busetto.

Il risultato è sconcertante. Nel processo Busetto, la responsabilità è per aver commesso materialmente l’omicidio. Nel procedimento separato contro Lazzarini, il giudice scrive che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro». Non è un’assoluzione, ma è una domanda enorme sulla condanna. Eppure nel 2024 la Corte d’appello di Trento ha respinto la revisione, giudicando le sentenze conciliabili. Da fuori resta difficile capire come la stessa partecipazione sia una certezza in un processo e un fatto non riscontrato nell’altro.

Ora la nuova richiesta colpisce la prova decisiva: una collana trovata a casa di Busetto, con tracce di DNA della vittima. La difesa, sostenuta dagli approfondimenti della trasmissione Le Iene, contesta sia l’identificazione del gioiello sia l’affidabilità della traccia, che attribuisce a contaminazione. Questioni da decidere. Ma la revisione la chiede anche la Procura Generale di Venezia.

Due deputati di Avs, Devis Dori e Luana Zanella, hanno portato il caso in Parlamento. Carlo Nordio ha risposto richiamando il procedimento in corso e i limiti della revisione. Hanno sollevato anche un’altra questione: due giudici della nuova revisione avevano già respinto la precedente richiesta, e avevano essi stessi prospettato l’opportunità di essere sostituiti. Richiesta respinta, nel nome del giudice naturale.

Il 2 ottobre la Corte ha disposto nuove testimonianze e ha rinviato al 13 novembre. Busetto aspetta in carcere.

Nessuno chiede al ministro di assolverla, né al un programma televisivo di sostituire i giudici. Il codice di procedura penale richiede, lo sappiamo tutti, che la condanna venga inflitta oltre ogni ragionevole dubbio e la Costituzione afferma il principio della presunzione di non colpevolezza. Alla giustizia si può dunque chiedere di affrontare l’incongruenza fra due sentenze per omicidio con un’urgenza proporzionata alla posta in gioco. Perché il tempo necessario a sciogliere un dubbio, quando c’è una persona in cella, si misura in vita vissuta.

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La violenza di piazza, il putinismo, l’islamopalestinismo, e il nichilismo

Le proteste a Bologna di sabato 17 ottobre 2026 (LaPresse)

Dice Mario Calabresi, giornalista e candidato virtuale a sindaco di Milano, rispondendo a chi gli chiede: «Che senso politico ha distruggere le librerie Feltrinelli?», risponde «Perché è una vetrina del centro, in questo caso, di Torino, ed è vissuta come un luogo che esclude, da cui ci si sente tagliati fuori. È uno spazio di chi sta bene, di chi ce l’ha fatta, di chi ha un lavoro». «Cosa li spinge?». «Sentono di non avere nulla da perdere, perché non hanno nulla: né speranze, né futuro. Si sentono invisibili».

Scrive Daniele Vicari, regista e sceneggiatore: «La discussione sui metodi sbagliati della protesta somiglia alle chiacchiere su quanto sia sbagliato che un aereo precipiti al suolo mentre sta precipitando: tempo perso. Possono servire per fare un po’ di propaganda spicciola, ma a nient’altro. I giovani hanno ragione quando dicono che la loro vita è senza prospettive, hanno ragione perché vivono così il loro rapporto con il futuro, anche a causa di una classe politica sorda e cieca dinanzi alle istanze più profonde della società, chiusa nei tatticismi del potere».

Scrive Concita De Gregorio: «Forse è questo che ci stanno dicendo le generazioni nuove, talvolta stentiamo a comprendere perché di quel mondo siamo artefici. Avete disegnato un mondo di illusioni e distrazioni mentre tutto il resto precipita. I vostri clown bianchi: pensavate forse che anestetizzassero dal dolore, vi siete sbagliati. Quando le pareti si stringono attorno, quando il campo di gioco è avvelenato disobbedire è una forma di insurrezione, l’unica possibile, e insieme una dichiarazione di umanità. Non i libri, dobbiamo bruciare, ma i clown».

Tutti e tre su Repubblica. Con toni diversi: Calabresi spiega, Vicari giustifica, De Gregorio consacra. Ma la direzione è la stessa.

No, non c’è nulla da comprendere nella violenza di piazza. Nulla da estrarne per trovarne una motivazione. La violenza di piazza è sempre stata fine a se stessa, a differenza di quella normalizzata nelle guerre oppure nelle diverse forme di terrorismo. La violenza di piazza nasce dall’istinto, è maschia anche se vi partecipa una piccola minoranza di femmine, è uno sfogo testosteronico anche se vi partecipa una minoranza di anziani. La violenza di piazza è sempre uguale a se stessa, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo. Si può rivestire di ideologie di destra e di sinistra, di assolutismi religiosi, di frustrazioni collettive.

Oppure, questo è il punto: oggi, in Italia e in Europa, può essere lo strumento di chi la sobilla dietro le quinte, fino a farla sfociare nella guerra o nel terrorismo. Il compito degli intellettuali e dei politici è districare questo nodo, non piegarsi alle sue ragioni né fomentare repressione alla cieca.

C’è umanità, esperienza e saggezza nelle parole di Emma Avezzù, procuratrice dei minori del Piemonte: «E allora io dico che qui siamo di fronte a uno sfruttamento di minori portato avanti da chi, sappiamo da tempo, accende le piazze violente di questa città. E cioè gli antagonisti. Che strumentalizzano profili di ragazzi magari fragili. Si devono vergognare… Chi tira dentro questi ragazzi sfruttando marginalità e fragilità dovrebbe provare una vergogna morale infinita. Noi contiamo sul fatto che la giustizia minorile possa recuperare molti di questi giovani, riteniamo di avere gli strumenti per salvarli da questi mondi che li mandano al macello per una violenza fine a sé stessa. Certo non è facile, ma ce la mettiamo tutta».

Escano dal magma apocalittico gli intellettuali che, come Massimo Cacciari, hanno in tasca la pietra filosofale che consente di risolvere le crisi mondiali, magari con uno sguardo alla Russia di Vladimir Putin, e denunciano la fine della democrazia europea, incapace di garantire i diritti di tutti. Oppure, come altri, proclamano che nei giovani non c’è più «speranza nel futuro».

Il futuro non ha mai offerto speranze gratuite a nessuno. E nessuno ha diritto alla speranza. Spes contra spem, ripeteva Marco Pannella. E insegnava la nonviolenza con le parole e con il corpo. Di questa, della nonviolenza, ci parlino la scuola e il sistema dei media. La nonviolenza non è l’opposto della violenza, ma dell’ignavia.

Non è la democrazia, ma la politica, il soggetto che spesso non vuole o non sa capire. Né le proprie responsabilità né quelle degli altri. Le violenze di questi giorni non sono gratuite: il prezzo viene pagato a tre fenomeni che si vanno sempre più stringendo fra loro: putinismo ovunque, islamopalestinismo soprattutto a Milano, e nichilismo in particolare a Torino. Se questo non diventa chiaro, continueranno senza soluzione di continuità, qualunque sia il numero di poliziotti a fronteggiare la «rivolta».

Su questo tema leggi anche Assia Neumann Dayan e Mario Lavia su Linkiesta di oggi.

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