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EasyJet attiva nuovi voli diretti da e per l’Italia, collegamenti e aeroporti interessati

EasyJet amplia il proprio network europeo in vista della stagione estiva 2027, annunciando 18 nuove rotte in partenza dal Regno Unito, a cui si aggiungono nuovi collegamenti dall’Italia. Il piano di sviluppo comprende collegamenti diretti verso alcune delle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo e diverse città europee, con nuove opportunità per chi desidera organizzare le vacanze senza dover necessariamente transitare dai grandi hub internazionali.

L’espansione annunciata dalla compagnia britannica si inserisce in una strategia che punta a valorizzare gli aeroporti regionali, offrendo ai passeggeri più alternative rispetto alle partenze dai principali scali.

Le nuove rotte easyJet dall’Italia per l’estate 2027

Tra i nuovi collegamenti internazionali presentati da easyJet, 4 tratte riguardano l’Italia e collegheranno:

  • Milano Malpensa con Birmingham;
  • Roma Fiumicino con Edimburgo;
  • Napoli con Reykjavík;
  • Rimini con Berlino Brandeburgo.

Le partenze sono previste a partire dalla primavera 2027, con date e frequenze differenti a seconda della destinazione. I voli da Milano Malpensa e Roma Fiumicino rientrano tra le 18 nuove rotte con il Regno Unito, mentre i collegamenti da Napoli e Rimini si aggiungono al pacchetto britannico.

Tutte le nuove destinazioni europee

Le 18 nuove rotte annunciate da easyJet partono da 10 aeroporti britannici per l’estate 2027, comprese le due verso Milano Malpensa e Roma Fiumicino. L’offerta comprende destinazioni in Spagna, Francia, Italia, Germania, Grecia, Cipro, Montenegro e Bulgaria. Secondo la compagnia, su dieci delle nuove tratte sarà l’unico vettore a offrire un collegamento diretto.

Ecco il calendario delle prossime partenze da e per:

  • Aberdeen per Barcellona (Spagna) dal 31 marzo 2027 e per Palma di Maiorca (Spagna) dal 3 maggio 2027;
  • Birmingham per Milano Malpensa (Italia) dal 29 marzo 2027 e per Tivat (Montenegro) dal 3 maggio 2027;
  • Bristol per Burgas (Bulgaria) dal 28 maggio 2027 e per Montpellier (Francia) dal 1° luglio 2027;
  • Edimburgo per Amburgo (Germania) dal 29 marzo 2027, per Tivat (Montenegro) dal 29 marzo 2027, Bilbao (Spagna) dal 30 marzo 2027 e per Roma Fiumicino (Italia) dal 30 marzo 2027;
  • Liverpool per Girona (Spagna) dal 28 marzo 2027 e per Murcia (Spagna) dal 29 marzo 2027;
  • Londra Gatwick per Girona (Spagna) dal 3 giugno 2027 e per Ajaccio (Francia) dal 30 giugno 2027;
  • Londra Luton per Salonicco (Grecia) dal 1° maggio 2027;
  • Londra Southend per Rodi (Grecia) dal 27 aprile 2027;
  • Manchester per Bastia (Francia) dal 29 giugno 2027;
  • Newcastle per Larnaca (Cipro) dal 31 marzo 2027.

L’impatto sul territorio

L’apertura di una nuova rotta non si traduce soltanto in una maggiore scelta per i passeggeri, ma può contribuire a modificare i flussi turistici, la domanda di servizi e l’accessibilità di intere aree geografiche.

Una maggiore mobilità può sostenere i soggiorni brevi, i viaggi fuori dai periodi di punta e le visite di amici e parenti. Per le città che non rappresentano i tradizionali punti di ingresso del turismo internazionale, un collegamento può offrire maggiore visibilità sui mercati esteri e attrarre visitatori. Tuttavia, questo effetto non è automatico, ma un possibile sviluppo in questo senso dipende dalla domanda effettiva e dai prezzi e dalla capacità delle destinazioni di offrire servizi adeguati. La presenza di una rotta rappresenta quindi un’opportunità commerciale, anche per l’Italia, non una garanzia di aumento delle presenze turistiche.

Quanto costano i nuovi voli easyJet e come prenotare

Le 18 rotte britanniche annunciate a settembre sono già disponibili per la prenotazione attraverso il sito ufficiale easyJet e l’app mobile. Le tariffe promozionali iniziali partono da 35,48 sterline (circa 42 euro) per persona e per tratta, tasse incluse. I prezzi però variano in base alla destinazione, alla disponibilità e al periodo scelto.

Prima di confermare la prenotazione conviene inoltre calcolare il costo complessivo, soprattutto quando si viaggia con bagagli da stiva o si desidera scegliere posti specifici.

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Vendemmia 2026, crollano i listini delle uve: le denominazioni più colpite dal Nord al Sud

La vendemmia 2026 si chiude, almeno sul fronte dei prezzi delle uve da vino, con un quadro complesso per la filiera vitivinicola italiana. Nonostante le previsioni indichino una produzione inferiore rispetto allo scorso anno, le quotazioni della materia prima tendono al ribasso in diversi territori, coinvolgendo alcune delle denominazioni più importanti del made in Italy enologico.

A fotografare la situazione sono le prime rilevazioni della Borsa merci telematica italiana (Bmti) sulla campagna 2026/27, diffuse il 15 ottobre 2026: dal Veneto alla Puglia, numerose denominazioni registrano cali a doppia cifra rispetto alla scorsa campagna, mentre le cantine devono ancora smaltire le giacenze accumulate.

Come è andata la vendemmia in Italia

Secondo le stime della Commissione europea, la produzione di vino in Italia dovrebbe attestarsi a poco più di 41 milioni di ettolitri, registrando una diminuzione del 7,1% nel 2026 rispetto al 2025. Questa contrazione è una diretta conseguenza delle difficoltà incontrate dai vigneti in seguito a condizioni climatiche estreme, temperature elevate e periodi di siccità durante la primavera e l’estate. Queste condizioni infatti hanno portato a un anticipo della vendemmia in numerose aree del Paese, modificando i calendari di raccolta e incidendo sulle quantità disponibili.

Di contro, le cantine devono ancora smaltire ingenti quantità di vino e, proprio mentre devono fare i conti con la necessità di mantenere bassi i costi, questa eccedenza sta già spingendo verso il basso le quotazioni di quest’anno. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di uva, ma l’equilibrio complessivo tra produzione, scorte, domanda e vendite.

Di quanto sono scesi i prezzi dell’uva

Dai dati rilevati dalle Camere di commercio ed elaborati dalla Borsa merci telematica italiana (Bmti), in anteprima per il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso il 15 ottobre 2026, le prime rilevazioni sulla campagna vitivinicola 2026/27 restituiscono un andamento dei prezzi al ribasso. Numerose denominazioni registrano quotazioni inferiori rispetto alla campagna precedente, con diminuzioni che in alcuni casi superano il 20%. Il fenomeno interessa diverse aree produttive, dal Veneto alla Toscana, fino all’Abruzzo e alla Puglia.

Solo poche denominazioni, accanto alle flessioni a doppia cifra, mantengono quotazioni stabili: tra queste il Brunello di Montalcino e il Conegliano Valdobbiadene Prosecco.

Le denominazioni più colpite

Tra le denominazioni che hanno registrato le diminuzioni più consistenti rispetto al 2025 ci sono:

  • il Lugana Doc, tra Lombardia e Veneto (province di Brescia e Verona), con un ribasso del 23% e quotazioni scese a 158,5 euro al quintale;
  • il Montepulciano d’Abruzzo Doc, le cui uve perdono il 21%, fermandosi a 46,5 euro al quintale;
  • la Vernaccia di San Gimignano Docg, in Toscana, che registra una flessione del 19%, con prezzi pari a 65 euro al quintale;
  • l’Abruzzo Pecorino Doc, in calo del 17% a 47,5 euro al quintale;
  • le uve destinate alla produzione di Recioto e Amarone della Valpolicella Docg, che perdono il 16%, attestandosi a 152,5 euro al quintale.

La tendenza negativa coinvolge inoltre:

  • il Chianti Classico Docg e il Vino Nobile di Montepulciano Docg, entrambi in diminuzione dell’8%, rispettivamente a 161,25 e 117,5 euro al quintale;
  • le uve destinate al Primitivo in Puglia, che scendono del 9%, raggiungendo 40 euro al quintale;
  • il Pinot Grigio Valdadige, con una flessione più contenuta, pari al 6%, e con quotazioni di 75 euro al quintale.

Fanno eccezione le uve destinate al Brunello di Montalcino Docg, che restano stabili a 250 euro al quintale, così come quelle per il Soave Doc, il Custoza Doc e le principali produzioni del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg.

Cosa si rischia

Le conseguenze non sono necessariamente identiche per tutte le aziende. I produttori che dispongono di contratti consolidati, maggiore capacità commerciale o prodotti destinati a segmenti di mercato più remunerativi possono trovarsi in una posizione differente rispetto alle imprese più esposte alle oscillazioni dei listini. Tuttavia, la diffusione dei ribassi rende il quadro complessivo particolarmente delicato.

L’evoluzione dei prezzi nei prossimi mesi dipenderà dalla capacità del mercato di assorbire le giacenze e dalla velocità con cui le vendite riusciranno a riportare equilibrio tra domanda e offerta. Sarà quindi importante osservare l’andamento delle vendite di vino, l’evoluzione dell’export e le prossime rilevazioni dei listini camerali.

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Cresce sempre di più il cine-turismo, in Italia vale 600 milioni: quali le mete preferite dai turisti

Sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la propria destinazione lasciandosi ispirare dalle ambientazioni viste sul grande e piccolo schermo. Per questo motivo, negli ultimi anni, anche in Italia borghi, isole, città d’arte e paesaggi naturali sono diventati mete ambite soprattutto perché sono stati set di film e serie tv.

Si chiama cine-turismo (o screen tourism), ed è un fenomeno che anche nel nostro Paese sta acquisendo sempre più valore.

Quanto vale il cine-turismo in Italia

Secondo Jfc Tourism & Management, il cine-turismo in Italia genera un giro d’affari stimato in:

  • circa 600 milioni di euro all’anno;
  • 1,3 milioni di pernottamenti direttamente collegati alle produzioni audiovisive;
  • oltre 11 milioni di visite giornaliere nei luoghi diventati riconoscibili grazie a film e serie televisive.

A livello internazionale, da come è emerso dal report annuale Unpack di Expedia Group, quasi un viaggiatore su cinque nel mondo ha prenotato un viaggio dopo aver visto una destinazione in un film o in una serie televisiva.

Una parte dei turisti organizza soggiorni di più giorni per esplorare le location, mentre altri inseriscono una singola tappa cinematografica in un itinerario già programmato. Entrambe le tipologie di visita possono generare ricavi, anche se con effetti differenti sulla durata della permanenza, sulla spesa media e sulla distribuzione dei benefici tra le attività locali.

Quali sono le mete più popolari

Tra le destinazioni italiane che hanno conquistato visibilità internazionale grazie a film e serie televisive c’è sicuramente Favignana, in Sicilia. L’isola, anche grazie alla popolarità raggiunta con The Odyssey, di Christopher Nolan, ha visto le prenotazioni aumentare molto questa estate. Le prime stime, inoltre, individuano in questo interesse un potenziale economico anche nei prossimi anni.

Un’altra meta particolarmente nota è Taormina, sempre in Sicilia, che ha ottenuto nuova visibilità internazionale grazie alla serie The White Lotus. Il San Domenico Palace e gli scorci panoramici della città hanno contribuito in particolare a rafforzare l’immagine della destinazione presso un pubblico interessato a viaggi di lusso, gastronomia ed esperienze esclusive.

Restando ancora in Sicilia, meritano di essere menzionate anche Scicli e Punta Secca, nel Ragusano, dove il turismo è spinto da anni ormai dal successo de Il commissario Montalbano.

Tra le destinazioni che stanno beneficiando della visibilità televisiva c’è anche la Calabria, con località come Tropea e Isola di Capo Rizzuto coinvolte nelle riprese di Sandokan, mentre Matera è diventata una scenografia riconoscibile dopo aver ospitato produzioni internazionali come No Time to Die, il film della saga di James Bond.

Infine c’è Roma, che da Vacanze romane (con Audrey Hepburn e Gregory Peck) fino agli ultimi lavori internazionali (come To Rome with Love di Woody Allen), continua a esercitare un forte richiamo sugli appassionati che vogliono ritrovare le ambientazioni della pellicola.

In arrivo nuovi contributi pubblici per il cine-turismo

Per sfruttare meglio le opportunità offerte dal cine-turismo, il ministero del Turismo, in collaborazione con Enit, ha promosso il progetto “Che spettacolo l’Italia! What a movie Italia is!”.

L’iniziativa prevede contributi pubblici per realizzare filmati di qualità cinematografica della durata compresa tra cinque e dieci minuti, destinati a essere distribuiti insieme a film per le sale e a serie televisive. Il progetto prevede un finanziamento fino a 400mila euro per i produttori, che si aggiungono agli aiuti già esistenti, con l’obiettivo di trasformare i set cinematografici e televisivi in strumenti di promozione delle destinazioni italiane, attraverso la produzione di contenuti ad hoc.

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Perché la mozzarella di bufala è a rischio, cosa sta succedendo nei caseifici

La mozzarella di bufala, eccellenza simbolo del made in Italy agroalimentare e pilastro dell’economia del Mezzogiorno, si trova ad affrontare una delle fasi più complesse della sua storia recente. Tra le pareti dei caseifici e lungo i pascoli delle zone di produzione d’origine, l’equilibrio di un’intera filiera appare infatti oggi fortemente compromesso.

Mentre in tutta Italia i consumatori temono ripercussioni sulla reperibilità e sui prezzi del prodotto finale, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere la lavorazione perché il latte non arriva, a causa del fermo degli autotrasportatori. Il risultato è uno stop della produzione che rischia di avere delle conseguenze molto spiacevoli.

Cosa c’è dietro lo stop alla produzione di mozzarella di bufala in Italia

A mettere in difficoltà la filiera della mozzarella di bufala campana Dop è lo sciopero degli autotrasportatori. In Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere le attività per la mancata consegna del latte proveniente dagli allevamenti.

La mobilitazione, partita nel Mezzogiorno per protestare contro il caro carburante, sta provocando conseguenze che vanno ben oltre il settore della logistica. Infatti, anche se le bufale continuano a essere munte, senza trasporti regolari la materia prima rischia di non poter essere lavorata entro i tempi stabiliti. Le difficoltà partono già negli allevamenti, dove il latte si accumula, e si estendono ai punti vendita, con una disponibilità della mozzarella sempre più incerta.

La situazione nei supermercati

Uno degli effetti più visibili del blocco riguarda la disponibilità della mozzarella di bufala campana Dop nei punti vendita. La riduzione dell’offerta è già visibile. Gli scaffali dei supermercati sono meno forniti e c’è maggiore difficoltà nel reperire il prodotto, soprattutto nelle aree in cui la domanda è elevata. La continuità delle forniture sta mettendo in difficoltà anche pizzerie, ristoranti, gastronomie e rivenditori specializzati, che devono programmare gli acquisti sulla base della disponibilità effettiva.

Non è però possibile stabilire, sulla base delle sole chiusure segnalate, quanto dureranno le eventuali carenze o quali saranno gli effetti sui prezzi al dettaglio. Questi dipenderanno dalla durata della mobilitazione, dalle scorte già presenti nei punti vendita e dalla velocità con cui allevamenti, caseifici e distributori riusciranno a riprendere le normali attività.

Cosa si rischia ora

A parlare per primo di allarme è stato il Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop, che il 21 ottobre 2026 ha denunciato la chiusura di numerosi stabilimenti e chiesto un intervento urgente del governo. Oltre alla temporanea scarsità del prodotto sugli scaffali, le perdite economiche potrebbero colpire l’intero settore, per poi estendersi ad altri comparti, dall’agroalimentare all’export.

Secondo quanto riferito dal direttore, Pier Maria Saccani, non è sufficiente avere allevamenti in attività e impianti pronti a lavorare. La mozzarella di bufala è un prodotto fresco, la cui produzione dipende dalla disponibilità regolare di latte. Il latte destinato alla Dop deve essere lavorato entro 60 ore dalla mungitura, quindi occorre che arrivi a destinazione nelle condizioni e nei tempi necessari per essere trasformato.

Questo non significa necessariamente che ogni quantitativo di latte rimasto fermo debba essere automaticamente buttato. Può essere utilizzato per produrre mozzarella, ma questa non avrà la certificazione Dop. E questo si traduce in un danno economico superiore a quello provocato da una semplice interruzione temporanea:

  • per gli allevatori, il danno può tradursi in costi aggiuntivi, difficoltà organizzative e possibili perdite di materia prima;
  • per i caseifici, invece, la sospensione dell’attività comporta una riduzione dei volumi lavorati e maggiori difficoltà nel rispettare gli ordini già ricevuti.

Inoltre, tutto sta succedendo in un momento già delicato, per via dell’aumento dei costi di produzione denunciato da tempo dagli operatori di settore. Adesso quindi, se la protesta dovesse continuare, la situazione finanziaria già complicata potrebbe ulteriormente aggravarsi.

Intanto, il governo ha annunciato nuovi aiuti per gli autotrasportatori, ma alcuni manifestanti avevano prospettato la possibilità di proseguire la mobilitazione almeno fino al 27 ottobre.

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Stop a produzione di pasta a causa del blocco dei Tir, si ferma il primo stabilimento italiano

Il blocco degli autotrasportatori contro il caro carburanti colpisce anche l’industria della pasta italiana. Il pastificio Rummo ha sospeso la produzione da lunedì 19 ottobre 2026.

Ad annunciare lo stop è stato Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’azienda, in un’intervista a Repubblica. Anche La Molisana, con sede a Campobasso, ha ridotto drasticamente l’attività a causa dei problemi nei rifornimenti.

Cosa è successo a Rummo

Il pastificio Rummo ha dovuto interrompere la produzione dopo aver esaurito le scorte di materie prime disponibili nello stabilimento di Benevento. La sospensione è arrivata dopo circa una settimana di difficoltà nei rifornimenti, provocate dal blocco dei trasporti e dall’impossibilità di garantire le normali consegne.

Anche con gli impianti operativi e con gli ordini commerciali che continuano ad arrivare, le attività sono state sospese perché senza un flusso costante di ingredienti e materiali indispensabili è impossibile andare avanti. Nel caso della pasta, in particolare, se i camion che trasportano la semola di grano duro non raggiungono lo stabilimento, le scorte interne possono garantire la continuità soltanto per un periodo limitato. Una volta esaurite, l’alternativa è ridurre i ritmi produttivi oppure fermare temporaneamente le linee. E così è successo.

Perché anche La Molisana ha ridotto la produzione

Altri pastifici del Sud Italia stanno affrontando difficoltà analoghe a Rummo. Tra questi c’è La Molisana, a Campobasso, che non si è fermata ma ha dovuto ridurre drasticamente la produzione.

Coltivazione del grano duro, molitura, lavorazione industriale, confezionamento e distribuzione devono funzionare in modo coordinato, mentre un rallentamento anche in una sola fase può ripercuotersi sulle successive, soprattutto quando le imprese dispongono di scorte limitate. Se l’interruzione si protrae, le conseguenze possono estendersi anche ai rapporti con la grande distribuzione organizzata, con i distributori e con gli operatori dei mercati esteri.

La disponibilità di grano duro, dunque, non è sufficiente da sola a garantire la continuità produttiva. Il cereale deve essere raccolto, movimentato e trasformato in semola, che deve poi raggiungere i pastifici nei tempi richiesti dai rispettivi programmi di lavorazione.

Scorte di magazzino e costi logistici: cosa si rischia ora

C’è poi un altro problema con il quale le imprese di settore devono fare i conti in questi giorni di forte stress logistico. Le scorte rappresentano una delle principali difese contro le interruzioni delle forniture, è vero. Disporre di una riserva di semola permette a un pastificio di proseguire la produzione anche quando una consegna subisce un ritardo. Tuttavia, mantenere grandi quantità di materie prime in magazzino comporta costi e richiede spazi adeguati.

Le conseguenze economiche possono quindi manifestarsi sia nell’immediato, attraverso le ore di produzione perse e i ritardi nelle consegne, sia nel medio periodo, qualora le aziende debbano riorganizzare i contratti, sostenere spese aggiuntive o modificare la gestione delle scorte.

Le misure del governo

Intanto, il governo ha messo sul piatto un pacchetto di interventi finanziari. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sbloccato 480 milioni di euro e misure di ristoro contro il caro gasolio. Il Consiglio dei ministri è stato inoltre convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto.

L’annuncio delle risorse ha aperto i primi spiragli, portando alla revoca dei blocchi regionali in Sicilia. Nella serata di mercoledì 21 ottobre anche in Calabria Fedralog, la federazione regionale della logistica, ha sospeso il fermo, in attesa dell’incontro con il ministro Matteo Salvini del 27 ottobre. Tuttavia, la mobilitazione di varie sigle e presidi spontanei di autotrasportatori sta proseguendo in diverse aree, tra cui Campania, Puglia e Lazio.

Di conseguenza, per il comparto pastario e per l’intera filiera agroalimentare la situazione resta complessa. La ripresa delle consegne di semola di grano duro verso i pastifici del Centro-Sud avviene ancora a rilento, impedendo il ritorno ai normali ritmi produttivi.

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