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Dietro le nuove proteste, tra mobilitazione digitale e guerra cognitiva. La lettura di Lombardi

Le piazze non si accendono più soltanto attraverso le parole d’ordine ideologiche. Si preparano nelle chat, si coordinano sulle piattaforme digitali, si spostano da un’applicazione all’altra per sottrarsi ai controlli. E quando le indicazioni circolano all’ultimo momento, la prevenzione diventa una partita più complessa. La nascita del movimento “17 ottobre”, le manifestazioni, le città blindate, le allerte delle ambasciate e le analogie con quanto accade in Francia riportano al centro una questione che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: la capacità delle democrazie europee di riconoscere e anticipare le nuove forme del conflitto.

Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, studia da anni sicurezza, radicalizzazione, terrorismo e comunicazione del rischio. La sua chiave di lettura parte da un elemento preciso: la trasformazione organizzativa della protesta, resa possibile dagli strumenti digitali e inserita in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti. “Il vero target di questa guerra è l’opinione pubblica”, avverte. Una guerra cognitiva nella quale la violenza di piazza può diventare uno strumento di destabilizzazione, senza che questo autorizzi a ricondurre automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta.

Professore, partiamo dal movimento “17 ottobre” e dalle mobilitazioni di questi giorni. La scelta di comunicare i punti di ritrovo all’ultimo momento e il ricorso a Telegram e ad altre piattaforme indicano una trasformazione delle forme di protesta?

Sì, è stato fatto un salto organizzativo. Il movimento “17 ottobre” nasce con un obiettivo organizzativo, prima ancora che ideologico. I social servono anche a condividere l’ideologia, ma qui la dimensione organizzativa è ormai evidente. Questa mattina la chat su Telegram contava 2.627 iscritti. C’era una struttura articolata: una chat generale nella quale gli amministratori fornivano indicazioni, uno spazio di discussione e poi stanze dedicate alle singole città, da Roma a Bologna, passando per Milano e Padova. Circolavano regole comuni e informazioni di sicurezza. Non siamo più soltanto davanti alla diffusione di messaggi propagandistici, ma a un sistema che coordina concretamente le persone.

Che cosa cambia per le forze dell’ordine?

Cambia molto. Quando il fenomeno è prevalentemente ideologico, le istituzioni hanno più tempo per attivare strategie di monitoraggio, prevenzione e contrasto. Quando invece la mobilitazione si struttura attraverso canali operativi, bisogna intervenire con strumenti diversi. Il passaggio da Telegram a piattaforme come Session e Signal, fino all’utilizzo di codici QR o di indicazioni comunicate direttamente sul posto, segnala una capacità organizzativa più elevata. Una delle ipotesi tecniche è il jamming, cioè l’interferenza sulle comunicazioni, ma per lo Stato è una strada complessa, anche sul piano normativo e delle conseguenze operative. Il punto è che non basta più presidiare la piazza: bisogna comprendere come e quando quella piazza viene costruita.

Tra Italia e Francia si osservano modalità di mobilitazione e tensioni che presentano analogie. Siamo davanti a una nuova fase del conflitto sociale europeo?

Siamo davanti a un’evoluzione delle esigenze di ordine pubblico, perché sta cambiando lo scenario. Per anni le forze dell’ordine hanno seguito un modello nel quale si cercava di evitare lo scontro violento anche accettando, in alcuni casi, che beni pubblici e privati subissero danni. Ma oggi dobbiamo considerare anche la tutela dei cittadini e la necessità di adeguare progressivamente le modalità operative sul campo. Le analogie tra Italia e Francia sono evidenti. Esiste inoltre un comportamento imitativo che attraversa le ideologie: quando una modalità operativa si dimostra efficace, viene osservata e replicata. È un meccanismo che abbiamo conosciuto anche in altri contesti, dal terrorismo in poi. Dietro l’imitazione, però, può esserci una riflessione più profonda sulle vulnerabilità dei sistemi sociali.

Quanto pesa il disagio giovanile e quanto, invece, la capacità di soggetti organizzati di sfruttarlo?

Le violenze giovanili esplodono in un contesto generale e globale di conflitto. Il disagio esiste, ma dobbiamo domandarci se qualcuno abbia individuato proprio questo momento di vulnerabilità per utilizzarlo. L’Europa rischia di diventare la pancia molle di queste tensioni, un terreno nel quale le fragilità interne possono essere sfruttate per alimentare ulteriori conflitti. È un quadro che considero in peggioramento e sul quale occorre intervenire con urgenza. Questo non significa affermare che dietro ogni episodio ci sia necessariamente una regia unica. Significa riconoscere che le vulnerabilità possono essere individuate e sfruttate da attori diversi, con obiettivi differenti.

Esiste il rischio che qualcuno punti deliberatamente a provocare uno scontro con conseguenze drammatiche?

Se ci fosse un attore esterno interessato a destabilizzare il sistema, l’eventualità di una vittima potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, un elemento capace di far precipitare il conflitto sociale. Sarebbe uno scenario di massima criticità, perché un episodio del genere potrebbe innescare una spirale di contrapposizioni. Ma bisogna distinguere le ipotesi dagli elementi verificati. Quello che possiamo dire è che il rischio di escalation va preso sul serio e che la prevenzione deve partire prima che le persone si radunino.

Questo significa intervenire direttamente sui social network?

Significa affrontare la dimensione digitale della mobilitazione. Se l’organizzazione passa attraverso le piattaforme, le istituzioni devono essere in grado di comprenderne le dinamiche e di intervenire preventivamente, nel rispetto delle regole. Aspettare che tutto si trasferisca fisicamente nelle strade significa arrivare quando una parte del processo è già compiuta. Occorre lavorare prima della piazza, senza confondere il dissenso politico, che è legittimo, con la pianificazione della violenza.

L’ambasciata americana ha invitato i propri cittadini a evitare alcune aree delle manifestazioni. È soltanto una misura precauzionale o racconta un cambiamento nella percezione del rischio europeo?

Non è una novità assoluta: negli ultimi dieci anni abbiamo visto comunicazioni analoghe, anche con inviti a evitare determinate zone urbane. Ma è indubbio che esista una crescente attenzione americana verso i rischi che attraversano l’Europa. Non escluderei che questo rifletta anche una valutazione più generale del contesto internazionale. Dobbiamo ricordare che, in una guerra cognitiva, il vero obiettivo è l’opinione pubblica. Le percezioni di insicurezza, la polarizzazione e la sfiducia nelle istituzioni possono produrre effetti profondi anche senza uno scontro militare diretto.

Quale ruolo possono avere le manifestazioni nello scenario di guerra cognitiva che ha descritto?

Il contesto è quello in cui il bersaglio non è soltanto il territorio, ma il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. La capacità di alimentare paura, divisioni e conflitti interni diventa parte della dinamica strategica. In questo quadro, anche le manifestazioni possono essere sfruttate per amplificare le fratture sociali, indipendentemente dalle intenzioni originarie di chi vi partecipa. Non dobbiamo però cadere nell’errore opposto: attribuire automaticamente ogni protesta a una guerra cognitiva o a un disegno esterno.

Il rischio, allora, è normalizzare la violenza come una componente inevitabile del conflitto politico?

È proprio ciò che dobbiamo evitare. Non dobbiamo normalizzare la guerra, in nessuna delle sue forme, né considerare inevitabili le conseguenze della violenza. In un contesto nel quale gli attori possono essere alleati sul piano tattico senza essere necessariamente amici, la capacità di leggere gli interessi in gioco diventa fondamentale. Ma il punto conclusivo resta un altro: la violenza non ha giustificazione. E la difesa delle istituzioni democratiche passa anche dalla capacità di impedire che le tensioni sociali vengano trasformate in strumenti di destabilizzazione.

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Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

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Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

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Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

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