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L’Ucraina cerca una via d’uscita dalla dipendenza da Starlink

Giovedì, durante i colloqui a Kyjiv con l’omologo finlandese Alexander Stubb, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una nuova fase di cooperazione bilaterale. I sette documenti firmati, per un valore complessivo dichiarato di 300 milioni di euro, riguardano difesa, logistica ferroviaria ed energia. Ma tra le intese ce n’è una che merita particolare attenzione: il progetto per sviluppare comunicazioni satellitari sotto il controllo di Kyjiv. Il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con due aziende finlandesi, Iceye e Nokia, per esplorare la realizzazione di una capacità sovrana di comunicazioni satellitari. L’obiettivo è aumentare il controllo ucraino su un’infrastruttura diventata essenziale per le operazioni militari, la trasmissione dei dati e il coordinamento sul campo.

La distinzione è importante. Iceye è nota soprattutto per i suoi satelliti radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar, Sar), capaci di acquisire immagini della superficie terrestre anche in presenza di nuvole e nell’oscurità. Le informazioni raccolte possono essere utilizzate per attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il nuovo progetto riguarda invece un’altra capacità: trasmettere comunicazioni attraverso una rete satellitare che possa essere controllata direttamente dall’Ucraina.

La cooperazione con Nokia punta a sviluppare un sistema comprendente satelliti in orbita terrestre bassa, infrastrutture terrestri e terminali per gli utenti. I primi satelliti sono attesi nel 2028, secondo le tempistiche annunciate per il programma. Si tratta, dunque, di un progetto di medio periodo, che richiederà ulteriori passaggi tecnici e industriali prima di tradursi in una capacità pienamente operativa. La sua rilevanza strategica è legata alla dipendenza di Kyjiv dalle infrastrutture satellitari commerciali, a partire da Starlink di Elon Musk. Le recenti restrizioni che hanno interessato l’accesso ucraino ai servizi Starshield, la componente di SpaceX destinata alle esigenze governative e militari, hanno riportato al centro una questione fondamentale: chi controlla le comunicazioni può incidere sulla capacità di uno Stato di condurre le proprie operazioni.

Starlink e Starshield non sono servizi intercambiabili, così come una rete ancora in fase di sviluppo non può sostituire immediatamente un’infrastruttura già utilizzata sul campo. Il punto, tuttavia, va oltre la prestazione tecnica dei singoli sistemi. In un conflitto prolungato, la disponibilità delle comunicazioni dipende anche dalle decisioni dell’azienda che gestisce la rete e dalle condizioni politiche che ne regolano l’impiego. Avere maggiori possibilità di controllo significa ridurre almeno in parte questa vulnerabilità.

La lettera d’intenti non equivale però alla realizzazione di una rete ucraina autonoma. Non annuncia un sistema già disponibile per le forze armate, né un sostituto immediato di Starlink. Segna piuttosto l’avvio di un percorso per diversificare le capacità del Paese e rafforzare il controllo su un’infrastruttura critica.

La dimensione satellitare si inserisce in un pacchetto di cooperazione più ampio. Gli accordi con Helsinki riguardano anche locomotive, attrezzature per il settore energetico e risorse destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche dagli attacchi russi. Sono interventi che rispondono a necessità più immediate: mantenere in funzione i trasporti, garantire la continuità dei servizi essenziali e contenere gli effetti dei bombardamenti.

I 300 milioni di euro indicati da Kyjiv si riferiscono al valore complessivo annunciato per gli accordi, non a un investimento destinato interamente al progetto satellitare. La distinzione è necessaria per comprendere la portata effettiva dell’intesa.

La cooperazione con la Finlandia si muove così su due orizzonti temporali. Da una parte, sostenere la resilienza dell’Ucraina durante la guerra, proteggendo energia e logistica. Dall’altra, preparare una maggiore autonomia tecnologica per gli anni successivi. Per Kyjiv, la sfida non è soltanto continuare a comunicare durante il conflitto, ma ridurre la dipendenza da infrastrutture sulle quali non esercita un controllo pieno.

 

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Il cloud è il nuovo fronte della sovranità europea

cloud

L’Unione europea vuole costruire un ecosistema tecnologico meno dipendente dagli Stati Uniti, a partire dalle infrastrutture su cui poggiano l’intelligenza artificiale e i servizi digitali. È l’obiettivo del Cloud and AI Development Act (Cada), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 giugno per rafforzare la capacità industriale del continente e introdurre criteri comuni con cui valutare la sovranità dei fornitori di cloud e intelligenza artificiale. La posta in gioco non è soltanto tecnologica: riguarda la capacità degli Stati europei di controllare infrastrutture essenziali per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i settori strategici.

Il progetto è uno dei pilastri dell’ambizione europea di rafforzare la propria autonomia tecnologica. La diffusione dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di capacità di calcolo, mentre i grandi fornitori statunitensi occupano una posizione centrale nel mercato globale del cloud. Per Bruxelles, affidarsi eccessivamente a operatori soggetti a giurisdizioni extraeuropee può trasformarsi in una vulnerabilità, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili e servizi critici. Ma ridurre questa dipendenza richiede investimenti, infrastrutture e alternative industriali credibili: non basta cambiare le regole degli appalti.

Più centri dati, meno ostacoli agli investimenti
Il Cada interviene innanzitutto sulla capacità europea. La Commissione punta almeno a triplicare quella dei centri dati dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, accompagnando l’espansione con procedure autorizzative più rapide e un accesso più agevole a energia, terreni, acqua e finanziamenti.

La proposta prevede che ogni Stato membro individui almeno una zona in cui accelerare la realizzazione dei centri dati, facilitando i procedimenti amministrativi attraverso un punto di contatto nazionale. La Commissione potrà inoltre riconoscere alcuni progetti come strategici, consentendo loro di accedere al sostegno dei programmi e degli strumenti finanziari dell’Unione. Le infrastrutture dovranno rispondere a una domanda crescente di potenza di calcolo, necessaria per addestrare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale e sostenere applicazioni industriali sempre più complesse.

Il secondo pilastro riguarda la ricerca e l’innovazione. Bruxelles vuole sostenere tecnologie cloud e AI di nuova generazione, dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale avanzata a quelli per l’industria e le applicazioni fisiche. La proposta prevede strategie nazionali per cloud e AI e otto grandi sfide di ricerca, le Grand Challenges, pensate per coordinare gli sforzi europei su obiettivi di rilevanza strategica.

L’ambizione è colmare il divario non soltanto nella disponibilità di infrastrutture, ma anche nella capacità di sviluppare e adottare tecnologie europee. La crescita dei centri dati, infatti, non garantisce da sola l’autonomia: un’infrastruttura localizzata in Europa può continuare a dipendere da software, tecnologie e decisioni aziendali controllati altrove.

Quattro livelli per misurare la sovranità
È sul terzo pilastro, quello dell’autonomia, che il Cada potrebbe avere le conseguenze più delicate per il mercato. La Commissione propone un sistema europeo articolato in quattro livelli di garanzia, attraverso cui riconoscere il grado di sovranità dei servizi cloud. I fornitori potranno chiedere il riconoscimento alle autorità nazionali competenti: per il primo livello è prevista un’autovalutazione di conformità, mentre per i tre successivi servirà una verifica indipendente.

Il livello 1 richiede che i dati siano trattati e conservati su infrastrutture situate nell’Unione. Il livello 2 aggiunge requisiti di indipendenza da Paesi terzi e trasparenza sulla filiera del software. Il livello 3 richiede proprietà e controllo europei e ulteriori condizioni, anche relative alla cittadinanza del personale. Il livello 4 prevede piena trasparenza e controllo della filiera software, senza interferenze da parte di Paesi terzi.

Non si tratta di quattro categorie puramente teoriche. La proposta prevede che le amministrazioni valutino i rischi delle proprie attività e stabiliscano quale livello sia necessario. Per gli appalti relativi ad attività pubbliche che contribuiscono alla conservazione dell’ordine pubblico, compresi gli ambiti critici individuati dalla normativa europea e settori come difesa, sicurezza nazionale e forze dell’ordine, si dovranno acquistare servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4. Per gli altri appalti pubblici, il riferimento previsto è il livello 1. Anche alcune imprese private che operano in settori critici potranno essere coinvolte in valutazioni analoghe.

Il sistema non equivale a un’esclusione automatica dei fornitori americani. La valutazione d’impatto della Commissione indica che operatori statunitensi in partnership con aziende europee potrebbero soddisfare i requisiti del livello 2, mentre il livello 3 sarebbe più facilmente accessibile ai fornitori europei. Il punto è stabilire quali garanzie possano offrire le aziende straniere e quanto siano disposte a investire, localizzare attività e condividere il controllo delle proprie infrastrutture in Europa.

La partita con i giganti americani
Il modello francese di S3NS, la joint venture tra Thales e Google Cloud, è uno degli esempi più interessanti di questa ricerca di equilibrio: combina tecnologia americana e una struttura europea progettata per offrire servizi cloud sovrani. Il caso mostra che la presenza di un partner statunitense non esclude necessariamente la possibilità di soddisfare requisiti più stringenti. Ma il Cada dovrà chiarire quali caratteristiche societarie, operative e tecnologiche siano sufficienti per ottenere i diversi livelli di riconoscimento.

La proposta ha implicazioni anche per i rapporti transatlantici. In un’intervista al Financial Times, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea Andrew Puzder ha avvertito che le imprese europee potrebbero subire ritorsioni «devastanti» se Bruxelles portasse avanti misure volte a limitare l’accesso al mercato europeo per aziende americane. Le sue dichiarazioni riguardavano soprattutto un dossier distinto dal Cada: la proposta europea di riservare parte delle frequenze per le connessioni dirette tra smartphone e satelliti a operatori europei, con possibili conseguenze per SpaceX e Starlink.

Il caso mostra però il clima in cui si svolge il confronto. Washington teme che la sovranità tecnologica diventi uno strumento protezionistico; Bruxelles sostiene invece che diversificare i fornitori e rafforzare le imprese europee sia necessario per ridurre vulnerabilità strategiche. La differenza non è soltanto retorica: se i nuovi requisiti incidessero sull’accesso agli appalti pubblici più importanti, le aziende americane dovrebbero decidere quanto investire e quale grado di controllo accettare per restare competitive.

Il nodo della sicurezza atlantica
A complicare il quadro c’è la cooperazione militare. Ventitré dei ventisette Stati membri dell’Unione appartengono anche alla Nato, che continua a utilizzare tecnologie statunitensi. A fine settembre Amazon Web Services ha annunciato di essere stato approvato per gestire informazioni classificate al livello «Nato Restricted» in tutti i Paesi dell’Alleanza; a febbraio Apple ha comunicato che iPhone e iPad aggiornati erano stati approvati per trattare informazioni allo stesso livello, dopo verifiche dell’agenzia tedesca Bsi.

Il timore di dipendere dalla tecnologia americana è diffuso. E riguarda anche, per esempio i sistemi militari. Palantir ha assicurato che né l’azienda né il governo statunitense possono disattivare a distanza Maven, il sistema di intelligenza artificiale adottato dalla Nato. Louis Mosley, vicepresidente esecutivo della società per Regno Unito ed Europa, ha ribadito ieri a Reuters che il controllo operativo resta nelle mani dei clienti. La rassicurazione arriva mentre in Europa cresce la preoccupazione per le dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti, alimentata anche dal caso Starlink in Ucraina. Germania e Francia, non a caso, hanno scelto di non adottare Maven per le proprie forze armate.

Questi riconoscimenti non sono direttamente comparabili con i livelli di sovranità previsti dal Cada: la certificazione di sicurezza di un prodotto o servizio non coincide con la valutazione del controllo societario e delle dipendenze tecnologiche. Non c’è quindi un’incompatibilità automatica tra le due impostazioni. Resta però una questione politica e industriale: come ridurre la dipendenza europea dalle tecnologie americane senza compromettere interoperabilità e cooperazione con gli alleati?

I prossimi passi
Il Cada è ancora una proposta e il testo dovrà essere negoziato tra governi e Parlamento europeo. Le posizioni degli Stati membri sono diverse: la Francia spinge per un’autonomia più marcata, mentre altri Paesi sono più cauti rispetto al rischio di limitare l’accesso alle tecnologie e agli investimenti americani. Nel mezzo ci sono gli indecisi, tra cui Italia, Germania e Spagna. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea punta a elaborare un primo testo di compromesso entro la fine dell’anno, ma il percorso legislativo resta aperto.

La sfida, per Bruxelles, sarà trasformare la sovranità digitale in capacità industriale concreta. Più centri dati, procedure rapide e criteri comuni possono creare le condizioni per ridurre le dipendenze, ma non garantiscono che i fornitori europei riescano a competere con i giganti globali per prestazioni, prezzi e scala. Allo stesso tempo, regole troppo restrittive potrebbero aumentare i costi e rendere più difficile l’accesso alle tecnologie già disponibili.

Il Cada mette dunque l’Europa davanti a una scelta che va oltre il cloud: quanto controllo è necessario per proteggere le infrastrutture strategiche e quanto mercato si è disposti a mettere in gioco per ottenerlo? La risposta determinerà non soltanto il futuro dei servizi digitali europei, ma anche il modo in cui l’Unione intende rapportarsi agli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.

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Che cosa c’è nell’accordo Difesa-Università e quali aziende partecipano

Difesa e università rafforzano la collaborazione sulla cultura della sicurezza, con il coinvolgimento delle principali aziende del settore. Il 20 ottobre, a margine del Forum «Defence Procurement: la prospettiva nazionale per una difesa europea», i ministri Guido Crosetto (Difesa) e Anna Maria Bernini (Università e ricerca) hanno firmato un manifesto d’intenti per avvicinare istituzioni, mondo accademico e industria.

Il documento, che Linkiesta ha visionato, individua tre obiettivi: proseguire lo studio del procurement per la difesa e la sicurezza, anche in collaborazione con gli altri Paesi europei; sviluppare percorsi formativi dedicati alla cultura della sicurezza; condividere le esperienze maturate per contribuire alla costruzione di una difesa europea. Non sono ancora indicati corsi, finanziamenti o scadenze: l’intesa definisce un quadro di collaborazione, senza entrare nel dettaglio delle iniziative da realizzare.

Il progetto coinvolge lo Stato Maggiore della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e il Centro alti studi per la difesa. Tra gli atenei figurano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Torino e la Luiss. Sul fronte industriale partecipano Leonardo, Fincantieri, Mbda, Rheinmetall, Argotec, Elt Group ed e-Geos, società di Agenzia spaziale italiana e Telespazio. Sono coinvolte anche Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, e Navigo, realtà toscana della filiera nautica.

L’accordo si inserisce in un percorso avviato nel settembre 2025 con il primo Forum sul defence procurement e accompagnato da un volume pubblicato da Rubbettino. Il libro affronta le trasformazioni dello scenario geopolitico, le lezioni della guerra in Ucraina, le vulnerabilità energetiche e logistiche e lo sviluppo delle capacità militari nei domini convenzionali, spaziale e cyber, raccogliendo anche i contributi dei vertici di alcune delle principali aziende del settore.

La firma arriva mentre il rapporto tra ricerca civile e difesa è al centro di un confronto anche nelle università italiane. A maggio, il caso del Politecnico di Torino aveva riacceso il dibattito sulle collaborazioni accademiche con il comparto militare e sulle applicazioni delle tecnologie a duplice uso, civile e militare.

È proprio su questo terreno che il manifesto prova a intervenire, promuovendo una collaborazione più stretta tra formazione, ricerca e industria. La sfida sarà tradurre gli obiettivi dichiarati in iniziative concrete, mentre la competizione tecnologica e le esigenze di sicurezza rendono sempre più strategico il contributo delle università allo sviluppo delle capacità nazionali ed europee.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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