Netanyahu faces Israeli voters in first election since Oct. 7 and Gaza war







In 1996, Israel’s then-Prime Minister Simon Peres appeared to be on his way to victory in parliamentary elections that would keep him and his center-left Labor Party in power. On the key issue of peace, he had pledged to provide West Bank and Gaza Strip territory to the Palestinians for a sovereign state. The “land […]
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Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.
Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.
“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.
L'articolo Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce” proviene da Il Fatto Quotidiano.












Donald Trump ha anunciado su apoyo a Benjamín Netanyahu en las elecciones en Israel del próximo día 27. Como tantas otras decisiones del presidente de Estados Unidos el anuncio podría dar lugar a pensar que detrás hay una operación calculada y, aunque tal operación existe, nada indica que esté dando frutos.
Los enviados habituales de Trump a todos los conflictos: Steve Witkoff y su yerno Jared Kushner, a los que ha sumado el secretario de Defensa de Estados Unidos, Pete Hegseth, han mantenido en las últimas semanas discretas y tensas conversaciones con los dos principales candidatos a primer ministro de Israel, Netanyahu y Gadi Eisenkot, tras las elecciones. La propuesta de Trump es conseguir el compromiso de ambos dirigentes de que, gane quien gane (los sondeos predicen un empate), se constituya un gobierno de unidad nacional sin representantes del ala más dura de la derecha y donde el cargo de primer ministro sea rotatorio entre los dos principales candidatos, sea quien sea el vencedor.
Detrás de estas conversaciones impulsadas por Trump hay una ambiciosa obsesión y un objetivo estratégico. Su obsesión es atenuar el fracaso que le pronostican los sondeos en las elecciones de medio término a las que el presidente de EEUU tiene que enfrentarse el próximo 3 de noviembre. En nombre de aminorar ese fracaso, Trump está obligando al presidente ucraniano a aceptar un acuerdo de supuesta paz favorable a Moscú y trata de imponer al próximo primer ministro israelí un plan pensado desde los intereses más inmediatos de EEUU.
Así, Trump plantea como objetivo estratégico limitar más las acciones ofensivas de las Fuerzas de Defensa de Israel en Líbano, moderar las acciones militares en Gaza para facilitar la transición y comenzar la reconstrucción de infraestructuras en el territorio, frenar el extremismo de algunos colonos en Cisjordania y, lo más importante desde la concepción de la Administración Trump sobre la situación regional, conseguir un acuerdo público de reconocimiento entre Israel y Arabia Saudí, ahora más abonado por la ofensiva de los hutíes de Yemen aliados de Irán. Para los saudíes, oficializar un acercamiento que en parte ya existe sería más fácil de cara a las sociedades árabes si Netanyahu aparece como menos protagonista en la escena israelí.
Pero Trump ignora aparentemente que la ley electoral israelí favorece una fragmentación parlamentaria que podría dar lugar a alianzas de gobierno que hagan imposible un acuerdo de ese tipo y que limitar las acciones militares, por ejemplo en Líbano, darían un espacio de recuperación a Hizbullah así como pretender que avance el proceso en Gaza sin desarmar a Hamás es una ingenuidad peligrosa.
La propuesta de Trump es conseguir el compromiso de ambos dirigentes de que, gane quien gane se constituya un gobierno de unidad nacional sin representantes del ala más dura de la derecha"
Y así parecen haberlo entendido los dos candidatos. Gadi Eisenkot, líder de Yashar y principal candidato de la oposición en las elecciones, ha declarado que no formará parte de un gobierno liderado por el primer ministro Benjamín Netanyahu, ni siquiera bajo un acuerdo de rotación. “Prometo categóricamente que no trabajaré bajo las órdenes de Netanyahu en un acuerdo de rotación” ha precisado a medios israelíes. Añadió Eisenkot que, si bien no descarta formar gobierno con el Likud (el partido de Netanyahu), se niega a trabajar junto a este debido a la responsabilidad que tiene como primer ministro por lo sucedido el 7 de octubre de 2023.
Las presiones de Pete Hegseth, el secretario de Defensa, sobre Netanyahu han insistido en otro punto: el de no atacar, ni provocar nuevos incidentes con Irán, antes de las elecciones de noviembre en Estados Unidos. Netanyahu y sus asesores creen que los titubeos de Trump y los recovecos de las conversaciones sobre el estrecho de Ormuz ha dado un tiempo precioso a Teherán para recomponer en parte sus sistemas de defensa, comenzar a reconstruir su programa nuclear y reafirmar su discurso, falso pero efectivo, de que están ganando su pulso a EEUU e Israel. Por eso las fuerzas armadas israelíes realizaron un simulacro de ataque a Irán hace unos días para detectar el estado actual de sus capacidades de alerta y respuesta de cara a un ataque por sorpresa, esta vez real.
Según ha filtrado la oficina del primer ministro a los medios de comunicación, tras la entrevista con Hegseth, Netanyahu sostuvo una conversación telefónica de Trump en la que planteó un posible regreso a la guerra con Irán, diciéndole a Trump que tenían "un trabajo que terminar" y que lo "terminarían juntos".