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Migliorano le condizioni di Vittorio Sgarbi: è stato trasferito in terapia sub-intensiva

Vittorio Sgarbi è uscito dalla terapia intensiva ed è stato trasferito in sub-intensiva. Migliorano, dunque, le condizioni di salute del critico d’arte ricoverato da quasi un mese a causa di una grave crisi respiratoria. I medici, in particolare, hanno evidenziato un “miglioramento della funzione respiratoria“, tuttavia sottolineando che “permane la tracheostomia” che era stata praticata nelle scorse settimane. Nei prossimi giorni “inizierà la riabilitazione respiratoria” al Policlinico Gemelli di Roma.

Un lieve sospiro di sollievo, dunque, per la famiglia. La figlia Evelina era rimasta sconvolta dal ricovero del padre, arrivando a dire che lo aveva “trovato in una condizione di sofferenza estrema, che mi ha devastato la mente e che rimarrà in modo indelebile conficcata nel mio cuore”. Le condizioni di salute negli ultimi tempi non erano state semplici: nella primavera del 2025 era stato ricoverato a causa di una forte crisi depressiva che lo aveva portato a perdere peso significativamente e a rifiutare l’alimentazione.

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Gli studenti tentano di occupare il liceo, la polizia li porta in commissariato. Cucchi (Avs): “Il fermo preventivo legittima gli abusi”

“Il fermo preventivo legittima gli abusi“. Esordisce così nel suo post Instagram la senatrice Ilaria Cucchi in cui commenta l’intervento della polizia al liceo Giordano Bruno di Roma, dove alcuni ragazzi stavano tentando di occupare la scuola. La Digos, probabilmente chiamata dalla dirigente scolastica, è intervenuta al liceo, ha identificato gli studenti e, dopo il controllo dei documenti, ha caricato alcuni di loro sulle volanti e li ha condotti in commissariato. “Portare in questura un minorenne per un sospetto insegna a una generazione che le istituzioni son un nemico da cui difendersi, quando dovrebbero essere la sua garanzia. Questo modello legittima gli abusi” ha commentato la senatrice.

La denuncia arriva anche anche da Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, che parla di una “risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca”.

La questura riporta di essersi attivata a causa della segnalazione di un gruppo di giovani a volto coperto e in possesso di catene: cinque di loro sono stati identificati nel giardino perimetrale della struttura scolastica. Le autorità fanno sapere di avere inoltre identificato 7 ragazzi, non iscritti alla scuola, dapprima accompagnati in commissariato e poi riaffidati ai genitori. “Solo l’intervento del nostro assessore in III Municipio Luca Blasi ha impedito che la situazione degenerasse con il trasferimento di tutti i ragazzi nei locali del commissariato. Siamo allarmati dalle continue segnalazioni che ci arrivano dalle scuole e presenteremo nuove interrogazioni al Governo”, afferma la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti.

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Fakir, le frasi degli agenti dopo la sua morte: “È schiattato”. “Cazzo me ne frega a me”. L’avvocato Anselmo: “Cosa pensano Piantedosi e Meloni?”

“È schiattato ah“, dice un poliziotto al collega che replica: “Cazzo me ne frega a me“. È uno dei dialoghi tra i due agenti il 19 luglio in via Svevo al Pilastro di Bologna, mentre Abderrahim Fakir moriva riverso sull’asfalto. Frasi registrate dalla bodycam indossata da uno dei due poliziotti e che sono citate in una parte introduttiva della consulenza tecnica medico legale, disposta dalla Procura di Bologna, per far luce sulle cause del decesso del 42enne. “Un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato”, commenta l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino. “Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione”.

Le trascrizioni riportano i momenti concitati dell’intervento. “Spruzza lo spray”. “Gli devi mettere le manette”. “Ecco guarda…gira dall’altra parte… vieni di qua…fai mettere il braccio fuori”. “L’ho lasciato…”. “Ma mi hai ammanettato a me in mezzo”. Mentre Fakir urla e pronuncia frasi incomprensibili. Intanto accanto ci sono dei testimoni. Uno suggerisce: “Voi non avete una siringa… che lo faccia dormire?”. Intanto l’intervento per immobilizzare il 42enne prosegue mentre lui inizia a chiedere aiuto e urlare. Fakir viene ammanettato dietro la schiena. “Vai in macchina a prendere le fasce vai “, dice un agente. Applicate le fasce in velcro alle gambe, un poliziotto si alza. “Adesso forse non più cosciente“, dice a quel punto un soccorritore.

“Sta respirando?“, chiede qualcuno. “Per me può essere pure schiattato guarda“, risponde un agente, confermando poi “sì sì sta respirando”. Mentre iniziano i soccorsi, i due agenti parlano tra di loro. “È incosciente dottoressa… gli occhi riversi all’indietro adesso..”, afferma uno dei sanitari. A quel punto un agente si rivolge al collega: “È schiattato ah”, dice. L’altro replica: “Cazzo me ne frega a me”. Parlano alla radio poi, probabilmente, discutono dell’intervento: “Però la prossima volta ti.. poi ti spiego per bene come si fa, perché così ci facciamo male“. Poco dopo veniva comunicato che il paziente era in arresto cardiaco. I minuti successivi registrano l’intervento dei sanitari, tra massaggio cardiaco e richiesta di informazioni su Fakir e su quanto avvenuto prima. Così fino a quando il medico conferma che per Fakir non c’è più nulla da fare: è deceduto.

“Un uomo era a terra, in condizioni gravissime”, riassume Anselmo. “Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta”.

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Sciopero generale 30 ottobre, 22mila persone preparano le proteste su 3 chat Telegram: “Vietato incitare alla violenza”

Su Telegram procede l’organizzazione delle proteste, mentre Youssef Siher è agli arresti con l’accusa di terrorismo e il gruppo Movimento 17 ottobre ha chiuso i battenti. Prossimo appuntamento: lo sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita. La linea emersa dalla chat Italia in piazza è chiara: nessuna violenza, aggregarsi alle proteste delle sigle e delle organizzazioni promotrici della piazza, seguire le loro istruzioni, nessuna contestazione autonoma. La via del saccheggio, dell’assalto alla proprietà privata di banche e negozi di lusso, è bocciata senza appello. Il primo messaggio di benvenuto in cima alla chat, fissato il 20 ottobre alle 19,10, è inequivocabile: “Purtroppo ci hanno ‘bannato’ tra mille virgolette i gruppi di Telegram, per questo abbiamo deciso di crearne un altro ‘questo qua’. Per questo però vorrei annunciarvi un punto critico. – NON bisogna ASSOLUTAMENTE INCITARE alla VIOLENZA, che sia verbale o altro”.

Luoghi, date delle contestazioni e imprevisti al corteo

Non è l’unico gruppo attivo sulla piattaforma di Pavel Durov. La pagina Piazze piene conta circa 16.224 iscritti (2308 nel gruppo di discussione a portata di link), quella di Mappa della rivolta 3.734. Italia in piazza, con 2.359 partecipanti, è erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre: la data non è un accessorio. Quel giorno sono esplose le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita nelle principali città italiane. 24 ore dopo è nata la comunità virtuale Movimento 17 ottobre, su Telegram, “spenta” dagli amministratori il 23 ottobre, alla viglia delle contestazioni di sabato 24. Ma la piazza covava da mesi in altri luoghi del cyberspazio. Ora oltre 22 mila persone, sparse su 3 chat Telegram, seguono l’organizzazione delle manifestazioni di sabato 30 ottobre. Anche Piazze piene e Mappa della rivolta (con una grafica interattiva dei luoghi delle proteste) indicano una linea non violenta e di servizio. I partecipanti prima condividono luoghi e date delle manifestazioni in tutta Italia. Poi, il giorno delle proteste, in presa diretta scambiano dettagli sui cortei: l’orario e il punto del raduno, la direzione del corteo, indirizzi precisi, contrassegnando tutto con l’hashtag della città, per reperire le informazioni locali nell’oceano della pagina nazionale. Durante le contestazioni, ogni imprevisto è segnalato in diretta, in chat: ad esempio, i fermi delle forze dell’ordine. Sabato 24 ottobre, diversi manifestanti hanno messo in guardia gli altri con un messaggio di questo tenore: attenzione, autorità di sicurezza hanno voluto scattare una foto del volto accostato al documento di identità.

Il confronto tra le chat e la discussione su assalti ai negozi

Il tema della violenza è quasi totalmente estraneo alle 3 chat Piazze piene, Mappa della rivolta e Italia in piazza. Scarseggiano discussioni sull’opportunità di spaccare vetrine, assaltare negozi, occupare palazzi delle istituzioni e simboli del potere, banche in primis. Temi dibattuti nella chat Movimento 17 ottobre, spenta dalle autorità. Quest’ultima suggeriva strumenti tecnologici dove organizzare contestazioni al riparo dallo sguardo dallo Stato: Signal, app bluetooth come Briar e Session, GrapheneOS per cancellare ogni dato sullo smartphone. Nulla di tutto ciò appare nelle chat Telegram ancora attive, dove corre la protesta in vista del 30 ottobre. Per distinguere le due galassie della contestazione online, si possono contare i messaggi che contengono un invito alla violenza. Sono lo 0,14% (10 su 7140 messaggi) nelle chat Italia in piazza, salgono all’1,7 per cento nella pagina del Movimento 17 ottobre. “Sembrano percentuali irrisorie, ma sono circa 30 in media al giorno, dal 18 al 23 ottobre, 170 in tutto”, dice il Lorenzo Alvisi, dottorando dell’Imt di Lucca. Il ricercatore ha mappato le comunità online per una ricerca scientifica. E cita un altro numero: “Gli utenti che hanno invitato almeno una volta alla violenza sono il 12,1% per il Movimento 17 ottobre, contro l’1.7% del gruppo di Italia in piazza”, prosegue Alvisi.

“Italia in piazza”, restyling in corso: sparito sito e “fondatore”

La chat Telegram Piazze Piene è attiva da mesi, già al tempo delle proteste Pro Pal nel 2025. Mappa della rivolta da poche settimane. Italia in piazza è sbarcata sulla piattaforma di Durov il 7 ottobre scorso, erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, battezzata i primi giorni del mese. Qui ha covato la protesta, per settimane, senza che nessuno fuori dalla bolla ne avesse sentore. Ad eccezione di pochissimi, allertati dai partecipanti: ad esempio, centri sociali e collettivi studenteschi milanesi. Ora la galassia Italia in piazza è in corso di restyling: il 20 ottobre, 19 chat telegram hanno lasciato il posto ad una sola pagina nazionale, dove sono confluite le “edizioni” locali. Venerdì 23 ottobre (tra le 12 e le 15) un altro cambiamento: sparito l’admin con il profilo Andrea, insieme al sito internet piazza-italia-hub.lovable.app, 24 ore prima dell’arresto di Siher. Nelle chat di Italia in Piazza Andrea si presentava come fondatore e TechDev, ovvero lo sviluppatore tecnologico. Firmava gran parte dei comunicati, non sappiamo se sia l’autentico creatore del gruppo. Degli altri 5 admin, ne restano in servizio solo tre. Due profili amministratori hanno abbandonato la discussione, per traslocare nella chat Movimento 17 ottobre tra il 18 e il 23 ottobre.

L’identikit: 40 per cento apolitico, in cerca di rappresentanza

Lorenzo Alvisi, con il supporto dell’Intelligenza artificiale Claude, ha tracciato l’identikit ideologico di Italia in Piazza. La gran parte degli iscritti non sa a che santo votarsi, non aderisce a partiti politici e non si sente rappresentato da nessuno. Ma è incline ad attivarsi politicamente, anzi lo desidera, attende solo la chiamata giusta. Nella ricerca sono classificati come antisistema: circa il 40 per cento. La sinistra, incluse le posizioni estreme, raduna un altro 40 per cento circa. Il 15 per cento è di centro. Di destra la quota del 5 con lo 0,5 di estrema destra. Oltre le idee, conta la tecnica: in Italia è il primo caso di proteste supportate dall’Intelligenza artificiale. “L’IA compare in più punti della mobilitazione – sostiene l’esperto – nelle chat i partecipanti discutono le locandine generate con l’IA, e tra gli strumenti diffusi nei gruppi c’è la ‘Mappa della Rivolta’, un sito il cui codice pubblico mostra che è stato costruito in larga parte con Claude e che prevede perfino un amministratore AI”. Un’architettura sofisticata e complessa: un sito ufficiale, circa 40 pagine connessi tra Telegram, Instagram e TikTok. Con migliaia di persone in cerca di rappresentanza.

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La protesta di tir e trattori continua: cori contro Meloni a Montecitorio. Traffico bloccato anche in Toscana. Ma per Salvini l’emergenza “è superata”

Per il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, l’emergenza “è superata”. Eppure sotto Montecitorio, a Roma, è in atto l’ennesima protesta di autotrasportatori e agricoltori. “Siamo arrivati qui per i nostri diritti e per i vostri diritti”, dicono, scendendo dal pullman. Provengono da diverse zone del Sud Italia. Chiedono prezzi più bassi e condizioni lavorative migliori, intonando cori contro Giorgia Meloni e contro il governo. “La cosa grave è che fanno finta che tutto vada bene. È da metà agosto che protestiamo e a lungo siamo stati oscurati”, denuncia un manifestante. E la mobilitazione prosegue anche fuori dalla Capitale, in altre aree del Paese. In Toscana lunedì tir e trattori hanno rallentato il traffico all’esterno del casello Valdichiana dell’autostrada del Sole A1, al confine fra Arezzo e Siena, contro l’aumento dei carburanti e dei costi di produzione. Il presidio, hanno annunciato gli organizzatori, potrà durare tutta la settimana, in attesa dello sciopero generale di venerdì 30 ottobre.

“Vedremo gli autotrasportatori, con il viceministro Edoardo Rixi, e conto che anche i fondi stanziati, un miliardo sbloccato, contribuiscano a far tornare alla normalità la situazione. Incontreremo nuovamente anche i piccoli e i piccolissimi e conto che l’emergenza sia superata“, ha detto il leader della Lega a Radio24. Appuntamento confermato anche da Fedralog Calabria in una nota: “Mercoledì 28 ottobre, alle ore 14:30, si terrà a Roma presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un tavolo istituzionale con le rappresentanze degli autotrasportatori delle regioni del Sud Italia. Lo stato di agitazione”, conclude la nota.

Autotrasportatori e agricoltori denunciano, oltre al costo elevato del gasolio, l’aumento dei costi di manutenzione e gestione dei mezzi, e la svalutazione dei prodotti agricoli. I manifestanti chiedono interventi concreti per garantire la sostenibilità economica delle aziende e di lavorare senza dipendere da sussidi né da contributi pubblici. “Rispetto all’anno scorso il costo del carburante è raddoppiato, passando da una media di 60 centesimi a 1,30 euro al litro” spiega il portavoce della protesta toscana Andrea Faralli, sottolineando come l’aumento incida pesantemente sui bilanci considerati gli elevati consumi delle macchine agricole.

“L’incremento del gasolio agricolo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono ormai tre anni che protestiamo perché i nostri prodotti vengono pagati troppo poco. Se oggi i costi di produzione sono pari a 100, il ricavato è appena 102 – aggiunge Faralli -. Chiediamo che i nostri prodotti vengano pagati il giusto. Non è ammissibile lavorare sottocosto o con margini irrisori ed essere poi costretti a dipendere da sussidi e contributi europei”. “I nostri nonni e zii riuscivano, lavorando la terra, a mettere da parte ogni anno il denaro necessario per acquistare un nuovo trattore. Oggi non c’è più margine di guadagno e per comprare un mezzo bisogna fare affidamento sui contributi statali – conclude -. Nel frattempo, anche i prezzi dei macchinari sono raddoppiati”.

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Torino, auto sfreccia in mezzo al corteo: “Era della polizia”. Grimaldi (Avs) interroga Piantedosi: “Venga a rispondere in Aula”

Una Citroen C3 bianca, lo slalom a velocità sostenuta in mezzo a piazza Castello, in quel momento piena di manifestanti e cinturata dalla polizia. Diverse persone sfiorate, costrette ad allontanarsi all’ultimo secondo per non essere investite mentre il panico cresceva. Qualcuno ha pensato a un attentato nella zona pedonale, altri a un automobilista rimasto incastrato per sbaglio nell’area. Ma la verità, a distanza di tre giorni, sembra essere un’altra: si trattava di un’auto civetta della Digos di Torino. La vicenda, avvenuta sabato prima della partenza del corteo contro il caro-vita e il riarmo, è finita tra i banchi del Parlamento grazie al vice-capogruppo alla Camera, Marco Grimaldi, che ha depositato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

“Vai piano, ma che fai”, si sentono urlare le persone presenti nei filmati senza che l’auto arresti la sua marcia cercando di aprirsi la strada al centro della piazza. Due gli aspetti che fanno propendere per un mezzo delle forze dell’ordine: in primis, i video hanno immortalato la C3 che, dopo lo zigzagare tra i manifestanti, viene scortata dai reparti mobili verso l’uscita di via Cernaia e chi era al volante non viene identificato; inoltre, il giovane dem Andrea Borello, molto attivo sui social, ha effettuato diverse verifiche nei registri automobilistici ma la targa e l’assicurazione del mezzo non sono disponibili.

A chiudere il cerchio è arrivata l’interrogazione di Grimaldi, che avrebbe interpellato il ministro durante il question time se Piantedosi, una volta scoppiata la polemica, non avesse ritirato la disponibilità a rispondere oralmente in Aula mercoledì. “Ma siamo disponibili a trasformare in un’interrogazione a risposta immediata, mercoledì 4, sperando che il ministro non scappi”, dice Grimaldi a Ilfattoquotidiano.it.

Nel testo depositato, il deputato torinese chiede a Piantedosi “siano stati avviati gli opportuni accertamenti” su “chi guidava” e sui “motivi dell’irruzione sui manifestanti”, sottolineando che “la cosa più grave è che tutto questo è avvenuto in una piazza chiusa dalla polizia”, che “non solo non ha fatto nulla per evitarlo ma, anzi, l’avrebbe poi ‘scortata’” e “fatta proseguire, tra il disappunto di chi stava partecipando alla manifestazione”.

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Operaio ventenne schiacciato da un rullo compressore nel Perugino

Un operaio di 20 anni è morto mentre stava lavorando. È accaduto in un cantiere stradale, dove era impegnato in lavori di manutenzione per conto di una ditta incaricata dal Comune, nella zona di Valtopina, in provincia di Perugia. Secondo una prima ricostruzione, è stato travolto da un macchinario a cui stava lavorando, probabilmente dopo essere scivolato: in particolare, il giovane sarebbe stato a bordo di un rullo compressore per compattare l’asfalto, per poi perdere l’equilibrio e rimanere schiacciato dal mezzo. Sul posto sono arrivati vigili del fuoco e il 118 con l’elisoccorso di Nibbio; inutili, tuttavia, tutti i soccorsi. Sono in corso gli accertamenti da parte dei carabinieri per capire la dinamica esatta degli eventi che hanno portato al decesso del giovane.

Proprio ieri, a Brindisi, un uomo ha perso la vita mentre lavorava in modalità piuttosto simili a quelle dell’operaio ventenne morto a Perugia. Il decesso avvenuto nel brindisino è stata, tra l’altro, la quinta morte sul lavoro della giornata; più in generale, quella di oggi è la settima vittima sul lavoro nell’arco di appena tre giorni. “Non possiamo continuare a considerare tutto questo una tragica normalità” ha già detto Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia.

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Youssef Siher non risponde al gip, i legali: “Nessuna condotta istigatoria”. Attesa per la decisione sulla convalida del fermo

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Youssef Siher, il ricercatore 30enne ritenuto l’amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“ e fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. L’udienza di convalida si è tenuta, davanti alla gip Tiziana Landoni, nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso. Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi hanno chiesto la convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere.

“Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato i legali di Siher dopo l’udienza. Gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar hanno chiesto alla giudice che il ricercatore torni subito libero (qui tutti i dubbi sulle accuse mosse al 30enne). “Non siamo sorpresi in termini assoluti del fermo, considerata l’aria politica che tira. Non ha fatto niente. Lui era sicuro del fatto che ha esercitato le sue libertà e i suoi diritti costituzionalmente garantiti“, ha aggiunto l’avvocata Abu Sharar.

Era a “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone”, scrivono nella richiesta. Pm che hanno contestato come esigenze cautelari sia il pericolo di fuga che quello di reiterazione del reato. Un progetto “eversivo“, di “rivoluzione contro l’attuale governo” e di sostegno “alla rivolta”, che lui, secondo i pm, potrebbe portare ancora avanti sfruttando pure “il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali”. Da qui la richiesta di carcere, anche perché altrimenti – sempre per la procura – grazie alla sua “rete relazionale”, potrebbe fuggire “all’estero“.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Landoni si è riservata e ha tempo fino alla tarda mattinata di mercoledì per decidere sul destino di Siher.

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“Il nipote del boss fotografato col politico FdI, chiedeva di votare per lui”: l’inchiesta de Lo Stato delle cose

Il nipote del boss mafioso avrebbe fatto campagna elettorale per un candidato di Fratelli d’Italia. A raccontarlo è l’ultima puntata dell’inchiesta de “Lo Stato delle cose”, la trasmissione condotta da Massimo Giletti, che da diverse settimane indaga sul rischio delle infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti per le pulizie negli ospedali. L’inviato Silvio Schembri ha ricostruito come molti appartenenti della famiglia Genova lavorino persino all’interno del Tribunale di Palermo. Quasi tutti sono incensurati e occupano posti al vertice delle ditte che si occupano di pulizie negli uffici pubblici.

Anche Nino Genova è stato a capo dell’area operativa della ditta Dusmann, una delle aziende che si occupano delle pulizie negli uffici pubblici. Incensurato, nipote del boss detenuto Salvatore Genova, la trasmissione Rai ha trovato una sua foto con Fabrizio Ferrara, deputato regionale di FdI. Un testimone che ha lavorato per Nino Genova, inoltre, racconta che proprio il parente del boss avrebbe chiesto di votare per Ferrara alle ultime elezioni del 2022. Lo Stato delle cose è in onda stasera su Rai3 alle 21 e 15.

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Il pm chiede il carcere per Youssef Siher: “Può sviluppare strategia rivoluzionaria”

Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di origini marocchine, fermato su disposizione della Procura di Milano per essere la presunta “mente” del canale social Movimento 17 ottobre, avrebbe avuto una conoscenza degli strumenti informatici tale da poter “sviluppare una strategia rivoluzionaria“. È uno degli elementi valorizzati dai pm nella richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere, nella quale si ritiene sussistente, oltre al pericolo di fuga, anche quello di reiterazione del reato.

Il 30enne, che si trova al carcere di San Vittore, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità del terrorismo e dal mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (reato quest’ultimo che fa parte dell’ultimo decreto del governo). La procura, nella richiesta firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Crupi, ritiene che Siher abbia assunto “un profilo di spicco nel movimentismo” ed era “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone“. Le istruzioni fornite agli utenti “denotano un chiaro disegno strategico nel senso che le piazze indicate come luogo di concentramento risultavano per l’appunto strategiche al fine di impedire i controlli delle forze dell’ordine. Sull’ideologia manifestata tale da far ritenere insufficienti gli arresti domiciliari”, si sottolinea nel provvedimento.

Quanto al pericolo di fuga “appare evidente la sussistenza”, scrivono i pm. Sebbene Siher sia “italiano di seconda generazione”, per la Procura “ha dimostrato di avere particolari abilità e capacità di muoversi e di aver contatti relazionali che lo potrebbero aiutare a far perdere le sue tracce”.

Secondo quanto trapela, sarebbe finita al centro degli accertamenti degli investigatori anche una chat WhatsApp. Da quanto si è saputo, infatti, si indaga anche sugli ultimi contatti che Youssef Siher avrebbe avuto prima di essere rintracciato e sottoposto a perquisizioni informatiche la mattina del 24 ottobre. Dal suo notebook, infatti, a cui la Polizia Postale ha potuto accedere perché non protetto da password, a differenza del telefono (lui si è rifiutato di comunicare la chiave di accesso), risultava, si legge negli atti, che il 30enne avesse utilizzato quel “devices in questione anche per collegarsi al proprio whatsappweb dove all’interno era attivo l’account denominato Youssef Siher”. E in questa pagina “si poteva riscontrare la presenza di diversi messaggi da parte di terzi che chiedevano informazioni sulla manifestazione del 24 ottobre”. Negli atti del provvedimento di fermo, come già emerso anche ieri, né in quelli della richiesta di convalida e di custodia cautelare in carcere, non c’è alcun elemento su presunti contatti tra Siher e hacker filorussi.

“Per lo smartphone l’indagato non ha fornito le credenziali di accesso”, hanno scritto i pm negli atti. Sul telefono sotto sequestro, ad ogni modo, si tenterà comunque di accedere nell’ambito delle indagini in corso, probabilmente con accertamenti irripetibili. Si sta analizzando, intanto, anche altro materiale trovato negli altri dispositivi sequestrati. In un’annotazione del 24 ottobre della Polizia Postale, che conduce le indagini assieme alla Squadra mobile e alla Digos della Polizia, si dà conto di come Siher avesse attiva sul suo notebook anche “l’applicazione Telegram Desktop configurata” con il suo account e che nella “sezione Comunicati del Movimento 17 Ottobre risultavano attivi i due messaggi programmati relativi all’indicazioni della piazze in cui concentrarsi” sabato scorso. Il 30enne, scrive la Procura, aveva “programmato l’invio, rispettivamente per le ore 14.31 e 15.31, di disposizioni organizzative sui luoghi ossia le varie piazze d’Italia, dove gli appartenenti al citato gruppo Telegram ed i loro adepti avrebbero dovuto riunirsi”. Messaggi che, però, non sono mai partiti, perché sono scattate le perquisizioni e i sequestri a suo carico.

L’udienza di convalida, davanti alla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, è attesa per domani, martedì 27 ottobre.

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Operaio muore sul lavoro in un’azienda agricola a Brindisi schiacciato da un macchinario

Un operaio di 51 anni è morto in un’azienda agricola di Brindisi, schiacciato da un macchinario che stava trasportando. L’incidente sul lavoro è avvenuto nelle campagne tra il capoluogo adriatico e San Pietro Vernotico. Sul posto è intervenuto il personale sanitario del 118, ma i tentativi di rianimare l’uomo di Cellino San Marco sono stati vani.

La dinamica dell’incidente è ancora da chiarire e sul posto è intervenuto anche il personale del servizio per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro (Spesal) per verificare il rispetto delle norme sulla sicurezza e accertare eventuali responsabilità.

La Polizia locale di Brindisi sta effettuando sul posto ulteriori accertamenti per chiarire la dinamica esatta che ha portato al decesso dell’operaio. Si tratta del quinto morto sul lavoro oggi. La notizia dell’operaio 51enne segue quella dell’incidente di stamattina nell’Agrigentino, in cui hanno perso la vita quattro operai in un incidente frontale con un tir.

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Dio benedica l’indigestione. Così Papa Leone ha scoperto di avere un tumore

A volte le grandi svolte cominciano con qualcosa di molto poco solenne. Nel caso di Leone XIV, non una visione mistica né un segnale dal cielo: un mal di stomaco. Quel genere di contrattempo che normalmente si liquida con una dieta in bianco e qualche giorno di prudenza. Per il Pontefice, invece, potrebbe aver rappresentato la coincidenza più preziosa della sua vita.

Il malessere in Francia e gli esami inattesi

A ricostruire il retroscena è Stefano Iannaccone su Domani. Durante un viaggio in Francia, Robert Francis Prevost avrebbe accusato disturbi gastrointestinali piuttosto intensi, affrontando gli appuntamenti previsti non senza difficoltà. Dopo un paio di giorni tutto sarebbe rientrato, lasciando aperto un dubbio: semplice indigestione oppure infezione virale?

I medici, poco inclini ad affidarsi al proverbiale «passerà da sé» quando il paziente abita in Vaticano, avrebbero consigliato ulteriori verifiche. Prima un’ecografia, poi accertamenti più approfonditi. Dallo stomaco nessuna cattiva notizia. Ma le indagini avrebbero portato alla luce una piccola lesione polmonare, fino a quel momento insospettata.

Una precisazione è necessaria: la Santa Sede aveva parlato di controlli di routine. Il collegamento con il malessere francese emerge dalla ricostruzione di Domani, non da una conferma ufficiale.

L’operazione al Gemelli e il responso dei medici

L’11 ottobre, all’Angelus, il Papa ha scelto di raccontare personalmente la diagnosi: un nodulo individuato precocemente, ben delimitato, da rimuovere chirurgicamente. Due giorni dopo, al Policlinico Gemelli di Roma, l’intervento ha confermato un adenocarcinoma polmonare. I chirurghi hanno asportato il lobo inferiore del polmone destro con una procedura videoassistita, senza complicanze. Il 17 ottobre Leone XIV è tornato in Vaticano. Gli esami istologici definitivi hanno confermato che il tumore era localizzato e, secondo la valutazione oncologica comunicata il 21 ottobre, non sono necessarie ulteriori terapie.

Resta la convalescenza, con qualche appuntamento da rinviare e un’agenda pontificia da riorganizzare. Se il racconto dei controlli scaturiti dall’indigestione troverà conferma, la vicenda avrà un paradosso perfetto: uno stomaco ribelle avrebbe permesso di scoprire una malattia silenziosa. Chiamarlo miracolo sarebbe naturalmente eccessivo. Ma anche il più rigoroso degli scettici potrebbe riconoscere che, stavolta, la Provvidenza sembra aver scelto una strada decisamente insolita.

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Riarmo, ad Augusta la Flotilla blocca una nave che rifornisce la base Usa di Sigonella. Poi il blitz della Finanza

Per oltre sei ore, nella mattinata di lunedì 26 ottobre, due barche a vela della Global Sumud Flotilla hanno impedito l’accesso al porto siciliano di Augusta alla Sunaid X, una nave cargo di 129 metri battente bandiera portoghese che deve scaricare materiali destinati alla base Usa di di Sigonella. Il blocco è iniziato alle 5 del mattino, sono intervenute la Guardia di finanza e la Guardia costiera. Poco prima delle 11.30, raccontano gli attivisti, la nave “è ripartita a tutta velocità” e i finanzieri “hanno minacciato di salire a bordo” delle due barche, che hanno preferito seguire la motovedetta in porto.

“Su quella nave sono materiali dual use, civile e militare, prodotti chimici, roba destinata ai doni che partono da lì a supporto delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele”, dicono gli attivisti. Secondo la campagna “No Harbour For Genocide” la nave avrebbe preso il posto della Vm Vita nei trasporti per la Defence Logistics Agency (Dla), l’agenzia del Dipartimento della Difesa Usa che gestisce gli approvvigionamenti per le basi statunitensi nel mondo. Il supporto almeno logistico fornito da Sigonella alle forze armate israeliane che hanno devastato Gaza e alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran è largamente documentato.

La Sunaid X è la stessa nave fermata giovedì 22 per quattro ore davanti al porto di Livorno, in un’azione organizzata dagli attivisti della Flotilla con il Gap (Gruppo autonomo portuali) e l’Usb (Unione sindacale di base), che per venerdì 30 ha proclamato lo sciopero generale in Italia a supporto della giornata mondiale di lotta dei portuali contro i traffici d’armi. Coinvolgerà un centinaio di scali marittimi in 17 Paesi di tutto il pianeta, da San Francisco all’India passando per numerosi porti europei.

A bordo delle due barche, con le bandiere palestinesi e le vele e gli scafi dipinti secondo la tradizione della Flotilla per Gaza, c’erano attivisti italiani e di altri Paesi europei. Tra gli altri Spagna, Grecia e Regno Unito. In un filmato diffuso su Instagram uno di loro, con la kefiah, chiama la nave, che si vede in lontananza, sulla radio Vhf: “Sunaid X, Sunaid X, qui è Sumud, mi ricevete?”. Dal cargo rispondono e l’attivista avverte: “State trasportando forniture a una base militare che è profondamente coivolta nella guerra sionista e nel genocidio del popolo palestinese, il porto è bloccato per voi, non siete i benvenuti qui, siamo contro la macchina della guerra. I lavoratori portuali – aggiunge l’attivista della Sumud – sono in sciopero e non scaricheranno i vostri materiali, non vogliono essere complici di un genocidio, lavorano per dare da mangiare alle loro famiglie, non per uccidere bambini innocenti”.

Le altre navi, ovviamente, entravano e uscivano liberamente dalla grande rada del Porto Megarese di Augusta, dove c’è la base della Marina militare oltre ai terminal del Petrolchimico di Priolo. Per oltre sei ore la Guardia di Finanza e la Guardia costiera hanno chiesto agli attivisti di togliere il blocco, poi la minaccia di un’azione di forza. A Livorno è finita con il sequestro di tre barche e la denuncia dei partecipanti all’azione per interruzione di pubblico servizio.

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Incidente tra auto e tir su una statale nell’Agrigentino: morti quattro operai

Quattro operai sono morti in un incidente stradale nell’Agrigentino. Si stavano dirigendo al lavoro nelle campagne quando l’auto sulla quale viaggiavano, una Fiat Punto, si è scontrata frontalmente, poco prima delle 7, con un tir condotto da un uomo di 43 anni. Un impatto violentissimo che non ha lasciato scampo ai quattro operai.

L’incidente è avvenuto lunga la strada statale 123 in territorio di Naro, Agrigento. Ai sanitari del 118 giunti sul luogo dello scontro non è rimasto che constatarne il decesso. L’uomo alla guida del mezzo pesante, invece, è rimasto illeso.

Le vittime sono tutte originarie di Canicattì: Antonio Agrò, 64 anni; Diego Giordano, 53 anni; Antonino Di Vincenzo, 60 anni e Gioacchino Liborio. I vigili del fuoco hanno estratto i corpi degli operai dalla vettura accartocciata per l’impatto violento col tir. Carabinieri e polizia hanno eseguito i rilievi per ricostruire la dinamica dell’incidente mortale. Il traffico sulla statale è rimasto bloccato per permettere la rimozione dei mezzi.

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L’ex portavoce del Comitato No Pfas assolto dall’accusa di diffamazione per aver detto che la Regione Veneto nascose le prove dell’inquinamento

BELLUNO – “Come possiamo avere fiducia di gente come Bottacin o di gente come lui che negavano la questione Pfas… lo stesso Bottacin che nascose i documenti sanitari di Mantovan (direttore della Sanità veneta) in un cassetto…”. La frase, pronunciata nell’aprile 2019 durante la trasmissione “Centocittà” su Radio Rai 1, è costata un processo infinito all’ecologista vicentino Alberto Peruffo, all’epoca portavoce del Comitato No Pfas. A querelarlo era stato l’allora assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione civile, l’ingegnere bellunese Gianpaolo Bottacin, rimasto in carica fino a un anno fa. Si era sentito diffamato da una critica politica aspra che nascondeva un’accusa nemmeno tanto larvata “di presunte omissioni nelle pratiche relative all’inquinamento da Pfas”. Sette anni dopo il Tribunale di Belluno ha assolto Peruffo perché il fatto non costituisce reato. Ha così messo fine allo scontro giudiziario tra l’esponente della giunta di Luca Zaia (che partecipò alla trasmissione Rai) e il mondo dell’ambientalismo che si è battuto per conoscere la verità intorno all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche della falda che attraversa il sottosuolo di tre province del Veneto (Vicenza, Verona e Padova), in un’area abitata da 350mila persone.

Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 6 mesi di reclusione, il difensore avvocato Edoardo Bortolotto, invece, l’assoluzione con formula piena. L’esito di un processo apparentemente minore ha aperto uno squarcio non tanto sulla vicenda ben nota di inquinamento ambientale tra le più gravi in Italia negli ultimi decenni, ma sulla sottovalutazione da parte della Regione Veneto. Quest’ultimo filone, nonostante le denunce e i sospetti emersi anche durante il processo per disastro ambientale a Vicenza, non ha mai portato a incriminazioni di responsabili politici per possibili omissioni.

L’arringa del difensore è apparsa particolarmente suggestiva perché tenuta a Belluno, dove si indagò per la tragedia del Vajont del 1963, che era stata annunciata dalle denunce inascoltate della giornalista Tina Merlin. La corrispondente de “L’Unità” era stata processata per procurato allarme, salvo vedere dopo alcuni anni la drammatica conferma delle sue previsioni. L’avvocato ha preso spunto dal parallelismo tra l’acqua caduta dal cielo a Longarone e l’acqua inquinata nel sottosuolo del Veneto dalla società Miteni di Trissino (Vicenza). Se il numero spaventoso dei morti del Vajont fu subito evidente, quello dei morti invisibili da possibile contaminazione da Pfas è perfino superiore, arrivando a 3899 unità (dal 1985 al 2018), secondo uno studio dell’Università di Padova.

Le accuse di Peruffo riguardavano una relazione che Domenico Mantoan, direttore del settore Sanità del Veneto, aveva redatto nell’autunno 2016, sostenendo la necessità di chiudere la Miteni. Averla “tenuta nel cassetto”, riferito a Bottacin, censurava il ritardo con cui i risultati erano stati comunicati alla cittadinanza che continuava a bere l’acqua inquinata. “Per anni la popolazione dell’area rossa hanno chiesto di conoscere i risultati completi del piano di campionamento degli alimenti. – ha ricordato il legale – Greenpeace e le Mamme No Pfas hanno dovuto ricorrere al difensore civico, quindi al Tar del Veneto per ottenere che fossero consegnati dopo tanti anni i risultati di quelle ricerche”. Nel 2016 la crisi si stava per manifestare in modo drammatico. Mantoan aveva sottolineato le preoccupazioni per la produzione Miteni, inviando la relazione a tre assessori (Salute, Ambiente e Agricoltura). Bottacin ha confermato di averne a sua volta consegnato una copia al procuratore della Repubblica di Vicenza, dopo averla ricevuta.

Al processo è stato interrogato anche l’ex governatore Luca Zaia che si era arrabbiato pubblicamente nel gennaio 2017 per non essere stato informato tempestivamente dei risultati delle analisi sulla Miteni. In aula non ha però datato con precisione il momento in cui ne venne a conoscenza, anche se Bottacin ha detto di avergli consegnato personalmente una copia della relazione il giorno dopo averla ricevuta. Ciò che accadde nei palazzi della Regione è rimasto in parte nebuloso. “Eppure possiamo dire che le informazioni sanitarie e ambientali sono state effettivamente sottratte alla conoscenza dei cittadini, illegittimamente per anni. – ha detto l’avvocato Bortolotto – Peruffo, con l’immagine del ‘cassetto’ voleva denunciare l’inerzia di un’amministrazione”. Particolare importanza ha avuto la testimonianza del dottor Vincenzo Cordiano, dell’ospedale di Valdagno che dal 2013 aveva denunciato come in alcuni Comuni del Vicentino si morisse più che altrove, per tumori ed altre patologie. Altre testimonianze hanno confermato i sospetti di una sottovalutazione istituzionale dell’inquinamento da Pfas in Veneto, visto che nel 2017 alla Miteni fu concesso di proseguire la produzione.

Ritornando al parallelismo tra il Vajont e i Pfas, l’avvocato Bortolotto ha concluso: “Nel 1960 un Tribunale della Repubblica assolse Tina Merlin che aveva scritto la verità sul Vajont. Tre anni dopo quella verità costò quasi duemila vite. Nel 2024 la scienza ci ha detto che l’acqua del Veneto occidentale ne è costata 3.890. Nel mezzo, c’è stato chi ha chiesto di sapere e chi ha tenuto chiusi i documenti, ma un giudice ha già stabilito chi aveva ragione”. Il riferimento è al processo di Vicenza per disastro ambientale, chiuso in primo grado con pesanti condanne. “Alberto Peruffo non ha diffamato nessuno. Ha fatto ciò che una democrazia chiede ai suoi cittadini migliori: ha preteso trasparenza, l’ha pretesa a voce alta, l’ha pretesa per gli altri. Punirlo significherebbe dire a chiunque, domani, voglia denunciare un pericolo per la salute pubblica, che è più prudente tacere. E la storia di questa provincia ci ha insegnato fin troppo bene quanto costa il silenzio”.

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L’eurodeputato Fdi Mantovani querela un pensionato che chiede conto dell’uso dei soldi del Pnrr. Parte raccolta fondi per le spese legali

Da quasi mezzo secolo vive a Castelletto, frazione di Cuggiono nel cuore del Parco del Ticino e affacciata sul Naviglio Grande. Achille Moneta – 72 anni, pensionato – non è un criminale, è un uomo che pratica la cittadinanza attiva. E che per questo finirà davanti a un giudice. Ha fatto troppe domande e ha avuto la sfortuna di incrociare sul proprio cammino un politico ricco e potente. Voleva sapere come sarebbero stati spesi 10,3 milioni di euro del Pnrr, soldi pubblici elargiti a un privato per trasformare la seicentesca Villa Clerici in uno studentato universitario. Ne ha scritto su Facebook, chiamando in causa Mario Mantovani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, sindaco di Arconate ed ex vicepresidente della Regione Lombardia. Che lo ha querelato per diffamazione. La Procura di Busto Arsizio ha chiesto l’archiviazione, ma il politico si è opposto: l’udienza davanti al Gip è fissata per il 3 dicembre. Intanto, per sostenere le spese legali del pensionato, è partita una raccolta fondi dal basso che ha raggiunto 640 euro, grazie a piccole somme versate da semplici cittadini in solidarietà con un uomo libero, anche di criticare un potente.

La storia comincia con due post su Facebook. Moneta si interroga sul progetto che prevede la trasformazione di Villa Clerici in una residenza universitaria da 330 posti letto. Vuole capire come saranno utilizzati i finanziamenti pubblici, quanto costeranno le camere, come potranno raggiungere le università centinaia di studenti e quale sarà il futuro dell’immobile una volta terminato il vincolo di destinazione previsto dal Pnrr. Ma soprattutto si chiede quale sia il ruolo di Mario Mantovani in un’operazione promossa da Sodalitas, cooperativa sociale che l’eurodeputato fondò nel 1990, divenendone presidente per poi lasciare anni dopo le cariche sociali.

Mantovani si ritiene diffamato proprio perché Moneta lo ha associato alla cooperativa e al progetto, dai quali sostiene di essere estraneo. “Secondo l’onorevole Mantovani – spiega Moneta – avrei pubblicato due post diffamatori su Facebook, nei quali parlavo di finanziamenti pubblici per oltre 10 milioni di euro ad iniziative private. So che molti querelati, in situazioni simili, sono intimoriti dallo stress a cui vanno incontro e dai costi: anch’io lo sono, non ho dimestichezza con i tribunali“. Ma il pensionato aggiunge di essere convinto che la giustizia debba garantire a tutti gli stessi diritti, indipendentemente dalla condizione economica e sociale. Per questo non vuole che la vicenda si esaurisca in un confronto giudiziario privato. Lanciare un crowdfunding è un appello all’intera comunità, affinché chi esprime le proprie opinioni non venga lasciato solo.

Ma perché un eurodeputato querela un pensionato? Il punto centrale è la cooperativa Sodalitas, soggetto promotore dello studentato e beneficiario dei 10,3 milioni di euro del Pnrr. Sul piano formale Mantovani ha ragione: una visura camerale indica come presidente Lorenzo Pobbiati, vicepresidente Angela Gorla e consigliere Simone Zorzi. Lui non compare. L’assenza di incarichi societari, però, non coincide per forza con l’estraneità a un progetto. E proprio su questo punto emergono circostanze che rendono le domande di Moneta del tutto legittime.

Per esempio, quella sui 10,3 milioni di fondi Pnrr: “Al termine dei lavori, il valore dello storico immobile sarà molto maggiore, indipendentemente dal successo o meno del progetto di studentato: chi ne trarrà giovamento, dato che si tratta anche di soldi pubblici, di soldi nostri?”. Oppure quella sulla scarsa informazione: “Un’opera così impattante è stata discussa con la comunità locale? Ne è stata perlomeno informata? Gli amministratori mi dicono che non ci sono stati confronti”. E anche le considerazioni sulla visita del ministro Tommaso Foti a Cuggiono nel maggio 2026, in occasione della campagna elettorale: “Il ministro verrà, oltre che per supportare la lista di destra e il suo candidato sindaco, forse anche per vedere come vengono usati i fondi Pnrr da lui assegnati alla società del suo compagno di partito (compagno solo nel senso che sono entrambi di Fratelli d’Italia) onorevole Mantovani, per la ristrutturazione di Villa Clerici”.

Del resto, a parlare pubblicamente e sui giornali dello studentato di Castelletto, illustrandone caratteristiche, tariffe delle camere e prospettive, è stato Vittorio Mantovani, figlio dell’eurodeputato. Che non è tra gli amministratori della cooperativa. Eppure promuove il progetto, sostenendo peraltro che la trasformazione della villa in un servizio per gli studenti era un sogno di suo padre. Poi, soprattutto, c’è il ruolo svolto personalmente da Mario Mantovani nei rapporti con il Comune di Cuggiono. Il 22 aprile 2026 l’amministrazione comunale pubblica una nota ufficiale, nella quale si legge: “Abbiamo incontrato i promotori (Sodalitas, i progettisti e l’eurodeputato Mantovani) e in tale occasione ci è stato illustrato il progetto”. Ancora più preciso l’allora sindaco Giovanni Cucchetti, sentito da ilfattoquotidiano.it: “In Comune si presentò personalmente l’onorevole Mantovani, assieme al progettista, ingegner Luigi Paolino. E fu Mantovani a illustrare il progetto dello studentato. Inoltre, tempo prima era stato proprio lui a chiamarmi per chiedermi, preventivamente, se il Comune fosse d’accordo”. Dunque, secondo l’ex primo cittadino di Cuggiono, Mantovani non si limita ad accompagnare i promotori all’incontro istituzionale, ma contatta preventivamente il sindaco per testarne il gradimento sui lavori di recupero in Villa Clerici.

Tutti elementi che spiegano perché Achille Moneta abbia chiamato in causa il politico di Fratelli d’Italia nei suoi post. Voleva solo sapere come vengono spesi i soldi pubblici. Ora dovrà spendere i propri per difendersi da una querela. In Italia, spesso, fare domande costa.

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A Savona cinque chilometri di vestitini per ricordare i bambini uccisi a Gaza

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Cinque chilometri di vestitini. Così a Savona 80 realtà del territorio, tra associazioni, sindacati, organizzazioni religiose, scout e partiti, hanno voluto ricordare le migliaia di bambini e adolescenti uccisi da Israele nella Striscia di Gaza negli ultimi tre anni. La lunga linea di vestiti ha attraversato le spiagge e i quartieri della città, in modo da restituire a tutti, compresi i passanti distratti, l’orrore delle morti. “Cinque chilometri di vestiti di bambini, per rendere visibili le vite spezzate, per dare forma e corpo al genocidio ancora in corso” si legge nel comunicato dell’iniziativa. “Ogni completino ha rappresentato simbolicamente una giovane vittima innocente, per denunciare questo clima di disumanizzazione delle morti, declassate dai militari israeliani a meri obiettivi di pianificazione tramite algoritmi e AI, a semplici danni collaterali. Per cercare di restituire alla percezione e al sentire comune l’orrore della tragedia di Gazain corso ormai da tre anni”.

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La protesta a Bari: “Meloni guardi in faccia gli italiani e ascolti”. “In corteo anche per il Sud troppo spesso ignorato”

“Meloni ci dice che l’unica persona che può mandarla via sono gli italiani. Io, in quanto cittadina brasiliana, non ancora meritevole della cittadinanza italiana nonostante sia qui da quando avevo sette anni, le direi di guardare in faccia gli italiani e farsi dire che cosa vogliono. Perché lo stanno dicendo a gran voce da giorni”. Júlia ha 23 anni, è studentessa e ha l’accento barese, ma non gli stessi diritti dei suoi amici. È una delle voci del corteo spontaneo che ieri ha attraversato il centro di Bari, da piazza Ferrarese al porto.

Non tutti si riconoscono in un movimento preciso: alcuni dicono di far parte del Movimento 17 ottobre, altri sono semplici cittadini, come lei. “Fino all’ultimo non sapevo che fare, poi abbiamo deciso semplicemente di esserci e di iniziare a camminare”, ha raccontato Júlia, che ha sfilato insieme a centinaia di giovani per le vie del centro storico barese. Attorno a lei, studenti e lavoratori hanno marciato sotto la pioggia, tra tamburelli, musica e slogan. “Vogliamo diritti, ma ci danno polizia”, hanno gridato i manifestanti. Ai lati della strada, alcuni commercianti hanno osservato preoccupati il passaggio del corteo. “Chiudere i negozi, abbassare le serrande, come se fossimo terroristi”, ha detto la studentessa, che ha poi aggiunto: “Bari è una piazza pacifica. Stiamo parlando di problemi concreti, cercando di portare alla luce quelli del Sud, troppo spesso ignorato“. Marco, 20 anni, elettricista di Rutigliano, ha invitato a guardare oltre le immagini degli scontri: “Camminare, parlare, con la musica. Questi sono i veri momenti da ascoltare, non quello che spacca le vetrine, non quello che fa il dito medio alle telecamere”. A tenere insieme le storie è la difficoltà di immaginare un futuro. Júlia ha spiegato di non poter contare sul sostegno della famiglia: “Vivere qui a Bari significa dover fare i conti con monolocali a 800 euro, prezzi irraggiungibili”. Anche studiare diventa difficile, tra strutture inadeguate, trasporti inefficienti e pochi servizi.

Marta, 22 anni, studia scultura all’Accademia di Belle Arti di Bari. “Non c’è nemmeno l’argilla all’università”, ha raccontato con amarezza. Vorrebbe aprire una bottega. E’ il suo sogno, ma i costi la frenano. “Vorrei avere un piccolo laboratorio, ma dovrei spendere, spendere e spendere ancora”. Per molti partire sembra l’unica alternativa. “Se dobbiamo essere così tanto oppressi, io preferisco andarmene, anche se mi dispiacerebbe“, ha concluso Marco. Il corteo si è poi sciolto in serata, ma resta la domanda che attraversa le voci raccolte in strada: quale futuro per una generazione che non si sente ascoltata.

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Ascanio Celestini: “Youssef Siher ‘capo del branco’ e ‘mente della rivolta’? Il diritto per gli amici si interpreta e per i nemici si applica”

L’attore e drammaturgo Ascanio Celestini commenta con un video su Instagram il fermo di Youssef Siher, presunto creatore della pagina Instagram “Movimento 17 ottobre” nata dopo le proteste della scorsa settimana a Milano. “Probabilmente gli investigatori scopriranno che Youssef è il capo dei terroristi, ma che ha pure rapito Emanuela Orlandi e ucciso Pier Paolo Pasolini“, ironizza Celestini. “Ma per adesso è un giovane laureato esperto di politica internazionale che parla almeno 4 lingue”. Poi l’affondo sui due pesi e due misure applicati dal governo nei confronti di “amici” e “nemici”, alla faccia del garantismo.

“Meno di un mese fa il ministro degli Esteri dopo la lettura della sentenza di condanna per il sequestro, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni aveva detto che era solo una sentenza di primo grado “…e poi vedremo quello che succederà”. Per i tre poliziotti egiziani condannati nel processo per l’uccisione di Giulio Regeni aspettiamo di vedere quello che succederà, mentre lo studente Youssef è “capo del branco” e “mente della rivolta” nella “devastazione dei maranza”, anzi… è l’“ayatollah dei maranza”. Come diceva Giovanni Giolitti, 5 volte presidente del consiglio, “Il diritto per gli amici va interpretato, per i nemici va applicato””.

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Sabato di proteste, 5 arresti a Milano. 5mila identificati in tutto. Interviene Putin: “Accuse alla Russia? Evidenziano la debolezza dell’Europa”

Il giorno dopo le proteste che hanno portato migliaia di persone in piazza in tutta Italia contro il governo e il carovita, con scontri e tensioni ma nessun saccheggio, scende l’allerta nelle grandi città. Anche se restano comunque presidiati alcuni punti, in particolare a Milano dove alle 15 è prevista una seconda mobilitazione. Il conto delle questure diffuse al termine di ieri segnala quasi 5000 persone identificate in totale, 9 arrestate e 87 denunciati. Intanto sui disordini nelle piazze europee è intervenuto anche il Cremlino replicando a chi ha paventato la regia di Mosca dietro le manifestazioni più violente. “Le accuse alla Russia evidenziano la debolezza e l’incapacità di alcuni leader nei Paesi europei di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo” ha detto Vladimir Putin, in una dichiarazione pubblicata oggi sul sito web di Vesti.

A Milano ieri sono state circa 15mila le persone che si sono unite al corteo spontaneo che ha attraversato la città, tra cori contro il governo Meloni e richieste di dimissioni. Oltre al 30enne Youssef Siher, presunto organizzatore della pagina Movimento 17 ottobre fermato dalla polizia prima delle proteste, la questura ha fatto sapere di aver arrestato 5 persone e denunciato altre 44. In tutto nel capoluogo lombardo sono state identificate quasi 3mila persone.

A Bologna, dove si sono verificati gli scontri più duri e dove alcuni manifestanti sono rimasti feriti, il corteo ha visto la partecipazione di oltre 3mila persone, radunate inizialmente in piazza Nettuno. Tre le persone arrestate durante gli scontri e le tensioni durate in tutto circa 4 ore. I tre manifestanti arrestati sono accusati di violenza organizzata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e travisamento nel corso di manifestazione pubblica. Nel corso dell’intera giornata, fa sapere ancora la questura, sono stati identificate circa 700 persone. Inoltre, 30 manifestanti sono stati accompagnati negli uffici della Questura e della polizia ferroviaria per accertamenti, mentre 8 sono stati denunciati. Gli approfondimenti degli investigatori hanno poi consentito di emettere 4 fogli di via obbligatori e 2 Dacur (Divieto di accesso alle aree urbane).

A Roma, come a Bologna, la polizia ha usato anche gli idranti contro i manifestanti. Nella capitale la protesta si è svolta in modo pacifico durante l’intera giornata, in cui c’è stato anche blitz al Colosseo finito nel giro di poco. Solo a sera si è alzata la tensione, quando i manifestanti hanno provato a spostarsi verso i palazzi istituzionali e sono partite le cariche della polizia. In tutto sono state 11 le persone denunciate, 96 quelle portate negli uffici di polizia, di cui 6 minorenni e 28 fermi preventivi.

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