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La storia di Roman Chernenko è lo specchio rotto della vergogna pacifista

Roman Chernenko

Sabato scorso è sbarcato in Italia – ospite di un evento organizzato dai giovani under 30 di Azione – un ragazzone ucraino di Kharkiv con una gamba amputata sotto il ginocchio. Era accompagnato da Svetlana Tereshchenko, fondatrice e presidente dell’Associazione Boristene, che promuove la storia, la lingua e la cultura ucraina in Italia e in Europa e che nell’occasione gli ha fatto da interprete. Si chiama Roman Chernenko. Nel 2022 lavorava da dieci anni come barista allo Stina, un pub rock della sua città. Dopo l’invasione russa si è arruolato volontario ed è entrato nella 93ª brigata meccanizzata Kholodnyi Yar. Ha combattuto a Soledar, poi sul fronte di Bakhmut.

Alla fine del 2023, ad Andriivka, ha messo il piede su una mina antiuomo. I soccorsi lo hanno raggiunto dopo circa due ore; il giorno seguente era in sala operatoria. L’esplosione gli aveva portato via metà del piede: i chirurghi gli hanno proposto di amputare la gamba destra sotto il ginocchio per consentirgli di camminare meglio con una protesi, e lui ha accettato.

La riabilitazione è passata per Unbroken, il centro nazionale di cura fisica e psicologica dei mutilati di guerra, a Leopoli. Ha atteso più di tre mesi per la prima protesi e in circa un mese è tornato a camminare. Poi ha cominciato a correre, prima in palestra, poi all’aperto. Oggi ha 34 anni, vive a Leopoli ed è uno dei mentori di Unbroken: affianca i soldati feriti e li incoraggia a praticare sport e attività creative (ceramica, disegno, teatro).

Parlando a una platea di duecentocinquanta ragazzi, Chernenko ha spiegato perfettamente perché l’Ucraina combatte: perché agli ucraini è chiara una verità elementare, che la contraffazione propagandistica della guerra, alla quale l’opinione pubblica italiana è ormai assuefatta, cerca di dissolvere in un gioco di ombre geopolitiche.

La verità è che l’Ucraina combatte perché esiste, e moltissimi italiani ed europei non si capacitano della sua resistenza perché si ribellano alla sua stessa esistenza e non vogliono riconoscerla come un fatto storico, ma la considerano un teorema bellico e quindi una minaccia alla propria sicurezza. L’Italia pacifista pensa l’Ucraina come la Russia vuole che la si pensi: una provincia russa ribelle che mette a rischio la stabilità globale.

La disponibilità a considerare l’esistenza dell’Ucraina un costoso pretesto è ovviamente favorita dall’inclinazione a non credere nella libertà politica come effettiva condizione di possibilità di tutte le libertà umane, morali e materiali. Questo è l’altro grande successo della guerra ibrida russa: presentare i valori occidentali e i capisaldi della costruzione europea come principi falsi o degenerati. La libertà come menzogna o come entropia politica.

Chernenko, infatti, alle domande sulla guerra che Vladimir Putin non riesce a vincere in Ucraina ha sempre risposto partendo dalla guerra che noi stiamo perdendo in Europa, i cui esiti avranno conseguenze che andranno ben oltre i confini del suo Paese aggredito. Perché l’Ucraina combatte? Per le stesse ragioni per cui dovreste farlo anche voi – e non lo state facendo come dovreste.

Della testimonianza di Chernenko, la cosa più impressionante è stata la luce di normalità e l’assenza di enfasi con cui ha raccontato la sua vicenda umana. Ha fatto quello che doveva fare, perché non c’erano alternative umanamente accettabili. Non resta nulla di quello che siamo e che abbiamo se non lo difendiamo. L’uomo-massa pacifista, il señorito satisfecho di José Ortega y Gasset, che eredita la libertà come un figlio viziato eredita un palazzo, non volendo sostenerne il costo, finisce per disprezzarne il valore o per convincersi di poterne continuare a beneficiare senza pagare il prezzo di ciò che la rende possibile: la capacità di difenderla.

Figure come quella di Roman Chernenko, esemplari non perché straordinarie, ma, al contrario, perché assolutamente comuni nell’Ucraina aggredita, non finiranno mai nei salotti televisivi in cui imperversa la cattiva coscienza pacifista, perché ne rappresenterebbero uno specchio impietoso. Uno specchio che è meglio rompere o coprire con il virtuosismo antibellicista.

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Evitiamo di fare dei crimini delle baby gang una nuova filosofia della politica

Le gesta dei giovanissimi casseur di Milano, Torino e altre città italiane hanno quasi monopolizzato le cronache politiche. Le devastazioni randomiche, in cui la violenza è indistintamente mezzo e fine, compiute da un esercito di piccoli invisibili, sono uno spettacolo talmente perfetto di apocalisse nichilista che tutti possono leggervi la propria annunciata fine del mondo.

La sinistra, abituata a “tifare rivolta”, come cantavano i CCCP, può decifrare i segni della crisi terminale della società capitalista – fosse mai la volta buona – e perfino innamorarsi benevolmente del teppismo gratuito come di un miracoloso segno di vita degli esclusi della terra, che non si rassegnano a morire in silenzio.

La destra, fatto il prevedibile scrutinio demografico dei sospettati e dei fermati – tanti arabi, tanti italiani di seconda generazione, tanti stranieri – può leggervi, as usual, il suicidio della società dell’accoglienza e del meticciato universale, per liquidare in un rigurgito tardo-diciannovista la società aperta come un lusso radical chic.

In mezzo e trasversalmente a questa destra e a questa sinistra c’è l’ampio esercito di psicanalisti della storia, incatenata al loro lettino, per i quali la barbarie giovanile è il dito che indica la luna, che non si vede ma non per questo non esiste. Quale luna? A ognuno la sua. I giovani barbari sono in ogni caso il medium di una verità che per alcuni li assolve e per altri li condanna, ma li elegge a oracolo dei tempi.

Forse – avanzo una modesta proposta – dovremmo evitare di fare dei reati da branco dei maranza il fondamento di una nuova filosofia della politica. Da anni l’Italia (e non solo l’Italia) assiste alla crescita di episodi di violenza collettiva da parte di bande giovanili non strutturate né gerarchicamente organizzate.

Si tratta per lo più di aggregazioni occasionali, che trovano nell’azione violenta un elemento di identificazione, appartenenza e riconoscimento reciproco. La presenza dei coetanei produce dinamiche di emulazione, deresponsabilizzazione individuale e competizione nell’esibizione della forza. Il gruppo abbassa le inibizioni personali, amplifica l’aggressività e trasforma comportamenti che individualmente sarebbero improbabili in azioni collettive particolarmente brutali.

È una dinamica di gruppo assolutamente normale, anche se maligna, che le piattaforme digitali rendono epidemica e ingegnerizzabile e quindi anche facilmente infiltrabile per fini politici, che però sono esterni e non interni alle ragioni di questi accessi predatori. La violenza, in questi casi, non risponde a un obiettivo, se non a quello di fungere da strumento di affermazione personale, intimidazione e conquista di uno status. Non è una forma degenerata di vita pubblica, ma il suo contrario: la tribalizzazione e privatizzazione della razzia.

Se tutto questo rappresenta, come ogni fenomeno sociale problematico, un banco di prova per la politica – proprio perché, a prescindere dalle sue conseguenze, crea timore e insicurezza e suscita abnormi istanze di protezione –, non per questo è un prodotto politico-ideologico e sarebbe meglio non farcelo diventare a forza di interpretazioni interessate o nostalgiche dei (non invidiabili) tempi in cui le violenze, nelle piazze della politica, erano tutte politiche.

Le centinaia di adolescenti e giovanissimi che a Milano hanno devastato piazza Duomo non sono i nipotini della violenza rivoluzionaria rossa o nera. Sono molto più simili ai loro coetanei che, pochi giorni fa, a bordo di una minicar nera, hanno portato per una settimana il terrore a Roma o a quelli che un anno fa hanno accoltellato a Milano un coetaneo malcapitato sotto le loro grinfie.

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