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Le nomine di Gdf e intelligence agitano Palazzo Chigi

Il governo sembra orientato a dare altri sei mesi di proroga ad Andrea De Gennaro come comandante generale della Guardia di Finanza. Il suo mandato, già prorogato in primavera, è in scadenza il prossimo 31 dicembre. Ma il governo non sembra aver trovato ancora la quadra.

Tra i potenziali successori ci sono Vito Augelli, alla guida dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione del Corpo, Leandro Cuzzocrea, transitato all’intelligence e oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), e Umberto Sirico, a capo dei reparti speciali delle Fiamme gialle. Ma non solo: nei giorni scorsi il quotidiano Domani ha citato Francesco Greco, erede di Augelli al Comando interregionale per l’Italia meridionale, e Giuseppe Arbore, capo di stato maggiore. Lo stesso giornale parla di nuove tensioni, anche su questa nomina, tra il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega all’intelligence e alla cyber, e Guido Crosetto, ministro della Difesa.

La partita al comando delle Fiamme gialle potrebbe incrociare quella ai vertici dell’intelligence: Carlo De Donno, generale dei Carabinieri, e Francesco Paolo Figliuolo sono entrambi in scadenza come vicedirettori rispettivamente all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). Il primo, classe 1959, è vicedirettore dall’inizio del 2021 sotto il governo Conte II e ha ottenuto un ulteriore mandato, di due anni, a fine novembre 2024 dal governo Meloni. Il secondo, classe 1961, è vicedirettore da dicembre 2024. Per entrambi, dunque, è già scattata l’età pensionabile (65 anni: per De Donno prima della proroga di novembre 2024, per Figliuolo lo scorso luglio). Ma una proroga è ancora possibile, l’importante è che ci sia continuità di mandato.

Intanto, oggi il Copasir sente il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli. È la terza volta in meno di un mese, con il comitato parlamentare di vigilanza impegnato nell’indagine conoscitiva sulla Cina che, evidentemente, sta fornendo molto materiale da visionare e discutere.

 

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C’è una guerra nell’intelligence americana, e la sta vincendo la Cia

Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.

Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.

La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.

Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.

E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.

La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.

L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.

Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.

Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.

In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.

 

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Il caso del presunto ideatore del Movimento 17 ottobre riapre il dossier sulla sicurezza della ricerca

Il caso di Youssef Siher, il trentenne fermato nell’inchiesta sugli scontri di Milano, riporta al centro una questione che l’Italia non può più rimandare: la sicurezza della ricerca. Siher è ritenuto dagli investigatori la mente del Movimento 17 ottobre, la pagina Instagram e il gruppo Telegram comparsi dopo le proteste e i disordini in città. I messaggi pubblicati dal movimento annunciavano nuove mobilitazioni e attaccavano le istituzioni e il governo. A Siher vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di istigazione a delinquere e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; è stata inoltre contestata l’ipotesi di terrorismo. Le accuse sono da verificare e la responsabilità penale dovrà essere accertata.

La vicenda ha chiamato in causa anche l’Ispi, dove Siher aveva svolto uno stage nel 2024 come research trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto ha precisato che da allora non ha più collaborato con lui. Quell’esperienza, da sola, non dimostra alcuna responsabilità dell’Ispi, né autorizza a trasformare una controversia politica in un giudizio sull’intero sistema della ricerca. C’è però un elemento che merita di essere considerato: prima dello stage, Siher aveva già pubblicato messaggi di apprezzamento per il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele. Non è una prova di terrorismo e non dovrebbe diventare un criterio automatico di esclusione. Ma, in un contesto professionale sensibile, è legittimo chiedersi se quelle manifestazioni pubbliche meritassero uno scrupolo in più e una valutazione contestuale.

La sicurezza della ricerca non significa selezionare studiosi in base alle loro opinioni politiche, né chiedere a università e centri di ricerca di comportarsi come servizi segreti. Significa valutare i rischi legati a finanziamenti, collaborazioni internazionali, accesso a tecnologie, trasferimento di conoscenze e possibili conflitti d’interesse, proteggendo al tempo stesso la libertà accademica.

Il precedente più delicato riguarda proprio l’Ispi. Nel 2023 il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò Natalia Burlinova, fondatrice dell’organizzazione russa Picreadi, di avere agito come agente non dichiarata di Mosca. Secondo gli inquirenti americani, il programma Meeting Russia, presentato come un’iniziativa di diplomazia pubblica, sarebbe servito anche a raccogliere informazioni sui ricercatori occidentali coinvolti, per conto di un ufficiale dell’intelligence russa. Alle iniziative di Picreadi avevano partecipato anche studiosi italiani e l’Ispi aveva collaborato a un evento organizzato a Milano nel 2019. Nulla indica che i partecipanti italiani fossero consapevoli delle presunte attività clandestine, che Burlinova ha contestato. Ma il caso mostra come le relazioni accademiche e gli scambi internazionali possano essere sfruttati per finalità diverse da quelle dichiarate.

È questo il punto di contatto con il caso Siher. Non c’è alcuna prova che le due vicende siano collegate, né che l’esperienza di Siher all’Ispi abbia avuto implicazioni per la sicurezza. Eppure, se non si può chiedere a un istituto di ricerca di escludere una persona per le sue opinioni, è legittimo domandarsi quando manifestazioni pubbliche potenzialmente preoccupanti debbano indurre a una verifica più attenta prima di affidare un incarico, soprattutto in un ambito sensibile. Non per emettere sentenze preventive, ma per adottare procedure di sicurezza della ricerca che oggi non possono più essere considerate un optional.

L’Italia non parte da zero. Il ministero dell’Università e della Ricerca ha elaborato linee guida nazionali per la sicurezza della ricerca, basate però sull’adesione volontaria e sull’autovalutazione. La sfida è trasformarle in procedure, formazione e cultura condivisa negli atenei e negli enti scientifici. Serve anche un raccordo più stretto tra pubblico e privato: le università non possono essere lasciate sole davanti a rischi che coinvolgono la sicurezza nazionale e gli interessi industriali. Le istituzioni devono offrire analisi e indicazioni, le imprese contribuire a individuare vulnerabilità e proteggere le conoscenze.

Il caso Siher non dimostra un’infiltrazione straniera nella ricerca italiana, né prova un collegamento con servizi segreti. Ma aspettare che emerga un caso conclamato per attrezzarsi sarebbe un errore. Proteggere la ricerca non significa chiuderla: significa fare in modo che la sua apertura non diventi una vulnerabilità strategica.

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L’Ucraina cerca una via d’uscita dalla dipendenza da Starlink

Giovedì, durante i colloqui a Kyjiv con l’omologo finlandese Alexander Stubb, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una nuova fase di cooperazione bilaterale. I sette documenti firmati, per un valore complessivo dichiarato di 300 milioni di euro, riguardano difesa, logistica ferroviaria ed energia. Ma tra le intese ce n’è una che merita particolare attenzione: il progetto per sviluppare comunicazioni satellitari sotto il controllo di Kyjiv. Il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con due aziende finlandesi, Iceye e Nokia, per esplorare la realizzazione di una capacità sovrana di comunicazioni satellitari. L’obiettivo è aumentare il controllo ucraino su un’infrastruttura diventata essenziale per le operazioni militari, la trasmissione dei dati e il coordinamento sul campo.

La distinzione è importante. Iceye è nota soprattutto per i suoi satelliti radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar, Sar), capaci di acquisire immagini della superficie terrestre anche in presenza di nuvole e nell’oscurità. Le informazioni raccolte possono essere utilizzate per attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il nuovo progetto riguarda invece un’altra capacità: trasmettere comunicazioni attraverso una rete satellitare che possa essere controllata direttamente dall’Ucraina.

La cooperazione con Nokia punta a sviluppare un sistema comprendente satelliti in orbita terrestre bassa, infrastrutture terrestri e terminali per gli utenti. I primi satelliti sono attesi nel 2028, secondo le tempistiche annunciate per il programma. Si tratta, dunque, di un progetto di medio periodo, che richiederà ulteriori passaggi tecnici e industriali prima di tradursi in una capacità pienamente operativa. La sua rilevanza strategica è legata alla dipendenza di Kyjiv dalle infrastrutture satellitari commerciali, a partire da Starlink di Elon Musk. Le recenti restrizioni che hanno interessato l’accesso ucraino ai servizi Starshield, la componente di SpaceX destinata alle esigenze governative e militari, hanno riportato al centro una questione fondamentale: chi controlla le comunicazioni può incidere sulla capacità di uno Stato di condurre le proprie operazioni.

Starlink e Starshield non sono servizi intercambiabili, così come una rete ancora in fase di sviluppo non può sostituire immediatamente un’infrastruttura già utilizzata sul campo. Il punto, tuttavia, va oltre la prestazione tecnica dei singoli sistemi. In un conflitto prolungato, la disponibilità delle comunicazioni dipende anche dalle decisioni dell’azienda che gestisce la rete e dalle condizioni politiche che ne regolano l’impiego. Avere maggiori possibilità di controllo significa ridurre almeno in parte questa vulnerabilità.

La lettera d’intenti non equivale però alla realizzazione di una rete ucraina autonoma. Non annuncia un sistema già disponibile per le forze armate, né un sostituto immediato di Starlink. Segna piuttosto l’avvio di un percorso per diversificare le capacità del Paese e rafforzare il controllo su un’infrastruttura critica.

La dimensione satellitare si inserisce in un pacchetto di cooperazione più ampio. Gli accordi con Helsinki riguardano anche locomotive, attrezzature per il settore energetico e risorse destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche dagli attacchi russi. Sono interventi che rispondono a necessità più immediate: mantenere in funzione i trasporti, garantire la continuità dei servizi essenziali e contenere gli effetti dei bombardamenti.

I 300 milioni di euro indicati da Kyjiv si riferiscono al valore complessivo annunciato per gli accordi, non a un investimento destinato interamente al progetto satellitare. La distinzione è necessaria per comprendere la portata effettiva dell’intesa.

La cooperazione con la Finlandia si muove così su due orizzonti temporali. Da una parte, sostenere la resilienza dell’Ucraina durante la guerra, proteggendo energia e logistica. Dall’altra, preparare una maggiore autonomia tecnologica per gli anni successivi. Per Kyjiv, la sfida non è soltanto continuare a comunicare durante il conflitto, ma ridurre la dipendenza da infrastrutture sulle quali non esercita un controllo pieno.

 

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Il cloud è il nuovo fronte della sovranità europea

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L’Unione europea vuole costruire un ecosistema tecnologico meno dipendente dagli Stati Uniti, a partire dalle infrastrutture su cui poggiano l’intelligenza artificiale e i servizi digitali. È l’obiettivo del Cloud and AI Development Act (Cada), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 giugno per rafforzare la capacità industriale del continente e introdurre criteri comuni con cui valutare la sovranità dei fornitori di cloud e intelligenza artificiale. La posta in gioco non è soltanto tecnologica: riguarda la capacità degli Stati europei di controllare infrastrutture essenziali per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i settori strategici.

Il progetto è uno dei pilastri dell’ambizione europea di rafforzare la propria autonomia tecnologica. La diffusione dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di capacità di calcolo, mentre i grandi fornitori statunitensi occupano una posizione centrale nel mercato globale del cloud. Per Bruxelles, affidarsi eccessivamente a operatori soggetti a giurisdizioni extraeuropee può trasformarsi in una vulnerabilità, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili e servizi critici. Ma ridurre questa dipendenza richiede investimenti, infrastrutture e alternative industriali credibili: non basta cambiare le regole degli appalti.

Più centri dati, meno ostacoli agli investimenti
Il Cada interviene innanzitutto sulla capacità europea. La Commissione punta almeno a triplicare quella dei centri dati dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, accompagnando l’espansione con procedure autorizzative più rapide e un accesso più agevole a energia, terreni, acqua e finanziamenti.

La proposta prevede che ogni Stato membro individui almeno una zona in cui accelerare la realizzazione dei centri dati, facilitando i procedimenti amministrativi attraverso un punto di contatto nazionale. La Commissione potrà inoltre riconoscere alcuni progetti come strategici, consentendo loro di accedere al sostegno dei programmi e degli strumenti finanziari dell’Unione. Le infrastrutture dovranno rispondere a una domanda crescente di potenza di calcolo, necessaria per addestrare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale e sostenere applicazioni industriali sempre più complesse.

Il secondo pilastro riguarda la ricerca e l’innovazione. Bruxelles vuole sostenere tecnologie cloud e AI di nuova generazione, dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale avanzata a quelli per l’industria e le applicazioni fisiche. La proposta prevede strategie nazionali per cloud e AI e otto grandi sfide di ricerca, le Grand Challenges, pensate per coordinare gli sforzi europei su obiettivi di rilevanza strategica.

L’ambizione è colmare il divario non soltanto nella disponibilità di infrastrutture, ma anche nella capacità di sviluppare e adottare tecnologie europee. La crescita dei centri dati, infatti, non garantisce da sola l’autonomia: un’infrastruttura localizzata in Europa può continuare a dipendere da software, tecnologie e decisioni aziendali controllati altrove.

Quattro livelli per misurare la sovranità
È sul terzo pilastro, quello dell’autonomia, che il Cada potrebbe avere le conseguenze più delicate per il mercato. La Commissione propone un sistema europeo articolato in quattro livelli di garanzia, attraverso cui riconoscere il grado di sovranità dei servizi cloud. I fornitori potranno chiedere il riconoscimento alle autorità nazionali competenti: per il primo livello è prevista un’autovalutazione di conformità, mentre per i tre successivi servirà una verifica indipendente.

Il livello 1 richiede che i dati siano trattati e conservati su infrastrutture situate nell’Unione. Il livello 2 aggiunge requisiti di indipendenza da Paesi terzi e trasparenza sulla filiera del software. Il livello 3 richiede proprietà e controllo europei e ulteriori condizioni, anche relative alla cittadinanza del personale. Il livello 4 prevede piena trasparenza e controllo della filiera software, senza interferenze da parte di Paesi terzi.

Non si tratta di quattro categorie puramente teoriche. La proposta prevede che le amministrazioni valutino i rischi delle proprie attività e stabiliscano quale livello sia necessario. Per gli appalti relativi ad attività pubbliche che contribuiscono alla conservazione dell’ordine pubblico, compresi gli ambiti critici individuati dalla normativa europea e settori come difesa, sicurezza nazionale e forze dell’ordine, si dovranno acquistare servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4. Per gli altri appalti pubblici, il riferimento previsto è il livello 1. Anche alcune imprese private che operano in settori critici potranno essere coinvolte in valutazioni analoghe.

Il sistema non equivale a un’esclusione automatica dei fornitori americani. La valutazione d’impatto della Commissione indica che operatori statunitensi in partnership con aziende europee potrebbero soddisfare i requisiti del livello 2, mentre il livello 3 sarebbe più facilmente accessibile ai fornitori europei. Il punto è stabilire quali garanzie possano offrire le aziende straniere e quanto siano disposte a investire, localizzare attività e condividere il controllo delle proprie infrastrutture in Europa.

La partita con i giganti americani
Il modello francese di S3NS, la joint venture tra Thales e Google Cloud, è uno degli esempi più interessanti di questa ricerca di equilibrio: combina tecnologia americana e una struttura europea progettata per offrire servizi cloud sovrani. Il caso mostra che la presenza di un partner statunitense non esclude necessariamente la possibilità di soddisfare requisiti più stringenti. Ma il Cada dovrà chiarire quali caratteristiche societarie, operative e tecnologiche siano sufficienti per ottenere i diversi livelli di riconoscimento.

La proposta ha implicazioni anche per i rapporti transatlantici. In un’intervista al Financial Times, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea Andrew Puzder ha avvertito che le imprese europee potrebbero subire ritorsioni «devastanti» se Bruxelles portasse avanti misure volte a limitare l’accesso al mercato europeo per aziende americane. Le sue dichiarazioni riguardavano soprattutto un dossier distinto dal Cada: la proposta europea di riservare parte delle frequenze per le connessioni dirette tra smartphone e satelliti a operatori europei, con possibili conseguenze per SpaceX e Starlink.

Il caso mostra però il clima in cui si svolge il confronto. Washington teme che la sovranità tecnologica diventi uno strumento protezionistico; Bruxelles sostiene invece che diversificare i fornitori e rafforzare le imprese europee sia necessario per ridurre vulnerabilità strategiche. La differenza non è soltanto retorica: se i nuovi requisiti incidessero sull’accesso agli appalti pubblici più importanti, le aziende americane dovrebbero decidere quanto investire e quale grado di controllo accettare per restare competitive.

Il nodo della sicurezza atlantica
A complicare il quadro c’è la cooperazione militare. Ventitré dei ventisette Stati membri dell’Unione appartengono anche alla Nato, che continua a utilizzare tecnologie statunitensi. A fine settembre Amazon Web Services ha annunciato di essere stato approvato per gestire informazioni classificate al livello «Nato Restricted» in tutti i Paesi dell’Alleanza; a febbraio Apple ha comunicato che iPhone e iPad aggiornati erano stati approvati per trattare informazioni allo stesso livello, dopo verifiche dell’agenzia tedesca Bsi.

Il timore di dipendere dalla tecnologia americana è diffuso. E riguarda anche, per esempio i sistemi militari. Palantir ha assicurato che né l’azienda né il governo statunitense possono disattivare a distanza Maven, il sistema di intelligenza artificiale adottato dalla Nato. Louis Mosley, vicepresidente esecutivo della società per Regno Unito ed Europa, ha ribadito ieri a Reuters che il controllo operativo resta nelle mani dei clienti. La rassicurazione arriva mentre in Europa cresce la preoccupazione per le dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti, alimentata anche dal caso Starlink in Ucraina. Germania e Francia, non a caso, hanno scelto di non adottare Maven per le proprie forze armate.

Questi riconoscimenti non sono direttamente comparabili con i livelli di sovranità previsti dal Cada: la certificazione di sicurezza di un prodotto o servizio non coincide con la valutazione del controllo societario e delle dipendenze tecnologiche. Non c’è quindi un’incompatibilità automatica tra le due impostazioni. Resta però una questione politica e industriale: come ridurre la dipendenza europea dalle tecnologie americane senza compromettere interoperabilità e cooperazione con gli alleati?

I prossimi passi
Il Cada è ancora una proposta e il testo dovrà essere negoziato tra governi e Parlamento europeo. Le posizioni degli Stati membri sono diverse: la Francia spinge per un’autonomia più marcata, mentre altri Paesi sono più cauti rispetto al rischio di limitare l’accesso alle tecnologie e agli investimenti americani. Nel mezzo ci sono gli indecisi, tra cui Italia, Germania e Spagna. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea punta a elaborare un primo testo di compromesso entro la fine dell’anno, ma il percorso legislativo resta aperto.

La sfida, per Bruxelles, sarà trasformare la sovranità digitale in capacità industriale concreta. Più centri dati, procedure rapide e criteri comuni possono creare le condizioni per ridurre le dipendenze, ma non garantiscono che i fornitori europei riescano a competere con i giganti globali per prestazioni, prezzi e scala. Allo stesso tempo, regole troppo restrittive potrebbero aumentare i costi e rendere più difficile l’accesso alle tecnologie già disponibili.

Il Cada mette dunque l’Europa davanti a una scelta che va oltre il cloud: quanto controllo è necessario per proteggere le infrastrutture strategiche e quanto mercato si è disposti a mettere in gioco per ottenerlo? La risposta determinerà non soltanto il futuro dei servizi digitali europei, ma anche il modo in cui l’Unione intende rapportarsi agli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.

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Che cosa c’è nell’accordo Difesa-Università e quali aziende partecipano

Difesa e università rafforzano la collaborazione sulla cultura della sicurezza, con il coinvolgimento delle principali aziende del settore. Il 20 ottobre, a margine del Forum «Defence Procurement: la prospettiva nazionale per una difesa europea», i ministri Guido Crosetto (Difesa) e Anna Maria Bernini (Università e ricerca) hanno firmato un manifesto d’intenti per avvicinare istituzioni, mondo accademico e industria.

Il documento, che Linkiesta ha visionato, individua tre obiettivi: proseguire lo studio del procurement per la difesa e la sicurezza, anche in collaborazione con gli altri Paesi europei; sviluppare percorsi formativi dedicati alla cultura della sicurezza; condividere le esperienze maturate per contribuire alla costruzione di una difesa europea. Non sono ancora indicati corsi, finanziamenti o scadenze: l’intesa definisce un quadro di collaborazione, senza entrare nel dettaglio delle iniziative da realizzare.

Il progetto coinvolge lo Stato Maggiore della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e il Centro alti studi per la difesa. Tra gli atenei figurano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Torino e la Luiss. Sul fronte industriale partecipano Leonardo, Fincantieri, Mbda, Rheinmetall, Argotec, Elt Group ed e-Geos, società di Agenzia spaziale italiana e Telespazio. Sono coinvolte anche Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, e Navigo, realtà toscana della filiera nautica.

L’accordo si inserisce in un percorso avviato nel settembre 2025 con il primo Forum sul defence procurement e accompagnato da un volume pubblicato da Rubbettino. Il libro affronta le trasformazioni dello scenario geopolitico, le lezioni della guerra in Ucraina, le vulnerabilità energetiche e logistiche e lo sviluppo delle capacità militari nei domini convenzionali, spaziale e cyber, raccogliendo anche i contributi dei vertici di alcune delle principali aziende del settore.

La firma arriva mentre il rapporto tra ricerca civile e difesa è al centro di un confronto anche nelle università italiane. A maggio, il caso del Politecnico di Torino aveva riacceso il dibattito sulle collaborazioni accademiche con il comparto militare e sulle applicazioni delle tecnologie a duplice uso, civile e militare.

È proprio su questo terreno che il manifesto prova a intervenire, promuovendo una collaborazione più stretta tra formazione, ricerca e industria. La sfida sarà tradurre gli obiettivi dichiarati in iniziative concrete, mentre la competizione tecnologica e le esigenze di sicurezza rendono sempre più strategico il contributo delle università allo sviluppo delle capacità nazionali ed europee.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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