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Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

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Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

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Mais de uma centena de participantes no jantar-debate com o Ministro da Economia

A AHETA realizou na quinta-feira, dia 15 de outubro, no Castelo Suites Hotel, em Albufeira, mais um jantar-debate que juntou mais de uma centena de empresários, autarcas e líderes regionais. 

O encontro, subordinado ao tema ‘Análise da situação económica e perspetivas para 2027’, contou com a participação do Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, e promoveu uma reflexão sobre a realidade do turismo e os rumos da economia regional. 

Coube ao presidente da direção da AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve, Hélder Martins, a abertura dos trabalhos tendo o dirigente aproveitado boa parte do tempo do seu discurso para expor as distorções nos dados oficiais do setor. 

Hélder Martins, presidente da AHETA

O dirigente denunciou que a amostragem do INE peca por deixar de fora a esmagadora maioria do Alojamento Local com menos de nove camas, um cenário que oculta o verdadeiro volume do turismo regional e faz com que, na prática, “falte contar milhões de dormidas” em relação aos registos europeus do Eurostat. 

Martins criticou também o facto de o Algarve continuar a ser preterido na resolução deste problema, lamentando a forma como a região fica “sempre em último” no arranque de projetos-piloto de medição estatística.

Ao aprofundar os estrangulamentos estruturais da região, Hélder Martins dirigiu-se ao Governo para reclamar investimentos urgentes nas vias de comunicação, nomeadamente na requalificação da A22 e da EN125 no troço Olhão-Tavira, bem como na modernização da frota da CP e no avanço das ligações ferroviárias ao Aeroporto Internacional de Faro e a Huelva. 

Apontou igualmente a perda de expressão da TAP na região, que é a oitava companhia em oferta no aeroporto algarvio.

Hélder Martins não perdeu a oportunidade de pedir a colaboração dos autarcas para defender a qualidade paisagística, com o alerta de que a proliferação de construções clandestinas e sinalética ilegal, que desvaloriza a imagem do destino. 

Se no capítulo ambiental reconheceu os progressos do Governo na resposta à crise da água, o presidente da AHETA colocou no topo das prioridades a urgência de erguer “habitação social para os nossos quadros“, indispensável para captar e fixar trabalhadores na região.

Na sua resposta, o Ministro da Economia e da Coesão Territorial, Castro Almeida, começou por elogiar a trajetória de sucesso do Algarve. O governante lembrou que a região passou de uma imagem negativa do passado para se afirmar hoje como o destino turístico dominante no país e uma referência internacional consolidada, mérito que atribuiu ao profissionalismo do setor privado e ao impulso dos órgãos locais. 

Para o titular da pasta da Economia, a riqueza do país gera-se no seio das empresas, pelo que, deve o Estado apoiar a iniciativa privada em vez de a condicionar, nomeadamente através da redução progressiva da carga fiscal sobre os trabalhadores e o tecido empresarial. 

Num dos momentos centrais da sua intervenção, Castro Almeida anunciou uma verdadeira “guerra à burocracia“, materializada no futuro Código do Licenciamento. Esta reforma irá codificar e revogar 37 diplomas legalmente dispersos, com a regra essencial de dispensa do licenciamento prévio, o que permite às empresas de hotelaria e restauração comunicar a abertura e iniciar a atividade sem o travão das vistorias anteriores.

O ministro da Economia, ao analisar os indicadores do turismo, salientou que o setor cresce de forma saudável e acentuada em valor. Apontou que a subida de 6,8% nas receitas turísticas, muito acima do aumento residual de 0,2% nas dormidas, mostra que os visitantes “valorizam mais o Algarve e deixam mais dinheiro“, o que permite remunerar melhor o investimento e valorizar os salários. 

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O governante congratulou, ainda, a região pela redução progressiva da sazonalidade, com destaque para o facto de 60% da faturação se realizar fora dos meses de verão, e confirmou a aposta no reforço de grandes eventos mundiais como o MotoGP e o regresso da Fórmula 1 para colocar Portugal no “Top 10 dos destinos mais competitivos do mundo“.

Refira-se por fim, que após as intervenções, teve lugar um debate entre os participantes e os oradores. Em cima da mesa, estiveram matérias críticas para a competitividade do Algarve, tais como o acesso a financiamentos, a escassez de habitação para os trabalhadores do setor, a diversificação de produtos complementares e a evolução do perfil do turista.

A AHETA, na nota enviado ao nossos jornal, afirma que vai dar continuidade a estas iniciativas, tendo já agendado o próximo fórum para o dia 20 de novembro, que terá como convidado o Ministro da Administração Interna, Luís Neves.

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AHETA saúda galardoados nos World Travel Awards 2026 e World Luxury Travel Awards

A AHETA – Associação dos Hotéis e Empreendimentos Turísticos do Algarve congratula publicamente todas as entidades e empreendimentos da região distinguidos nos prestigiados World Travel Awards (WTA) 2026 e nos World Luxury Travel Awards (WLTA).

Estas distinções de nível internacional, segundo menciona a AHETA num comunicado enviado à imprensa, vêm consolidar o posicionamento do Algarve como um dos destinos turísticos de referência em Portugal e na Europa. Mais, a conquista destes prémios espelha o empenho, o profissionalismo e a dedicação dos empresários e trabalhadores do setor, num esforço contínuo para posicionar a região no patamar mais elevado da oferta turística global.

Praia da Marinha, most famous beautiful Marinha beach in Algarve, Atlantic coast, Portugal.

Também merece Especial Destaque a eleição do Algarve como Europe’s Leading Beach Destination, um galardão de grande relevância que distingue e premeia a região como um todo.

Para a AHETA, a procura da excelência é um caminho que não se esgota. Se, por um lado, estes reconhecimentos consagram a qualidade do serviço, do património natural e das infraestruturas algarvias, por outro, devem servir de estímulo e motivação para continuar a fazer mais e melhor.

O grande objetivo de toda a região Algarve deve assentar na elevação dos padrões de sustentabilidade, inovação e hospitalidade, de modo a consolidar o papel decisivo da região algarvia na projeção contínua de Portugal no mundo. 

Aerial drone view of Algarve costline, Portugal

Importa referir que a AHETA saúda publicamente e de forma individual, cada um dos seguintes premiados:

World Luxury Travel Awards

Amendoeira Golf Resort – Distinguido, pelo segundo ano consecutivo, como “Melhor Campo de Golfe do Sul da Europa” e “Destino de Golfe Mais Sustentável do Sul da Europa”.

World Travel Awards 2026 – Vencedores da Europa

Europe’s Leading Beach Destination: O Algarve, Portugal

Europe’s Leading Hotel Residences: Pine Cliffs Residence, a Luxury Collection Resort

Europe’s Leading Lifestyle Hotel: Hyatt Regency Vilamoura Algarve

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Europe’s Leading Resort Villas: Dunas Douradas Beach Club

Europe’s Leading Sports Resort: Cascade Wellness Resort

Europe’s Leading Water Park: Aquashow Water Park

World Travel Awards 2026 – Vencedores de Portugal

Portugal’s Leading All-Inclusive Resort: AP Adriana Beach Resort

Portugal’s Leading Beach Resort: Hotel Quinta do Lago

Portugal’s Leading Family & Wellness Resort: Cascade Wellness Resort

Portugal’s Leading Family Resort: Hilton Vilamoura As Cascatas Golf Resort & Spa

Portugal’s Leading Luxury Resort: Domes Lake Algarve, Autograph Collection

Portugal’s Leading Resort: Quinta do Lago

Portugal’s Leading Villa Resort: Dunas Douradas Beach Club

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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