❌

Reading view

Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

Segue nostro Telegram.

Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

  •  

Much ado about Russia

By  Jacob G. HORNBERGER

Join us on Telegram, X, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Right-wing and left-wing interventionists and interventionist mainstream-press commentators are up in arms over President Trump’s decision to ease economic sanctions against Russia in connection with the Russian government’s agreement to supply diesel fuel to the United States.

The notion is that nothing — not even the midterms — must be permitted to interfere with the Cold War II racket that holds that Russia is an aggressor nation that is hell-bent on conquering the world and, therefore, that it is necessary to target the Russian populace with severe impoverishment and even death by starvation or illness with ever-more economic sanctions.

Central to this racket, of course, is Russia’s invasion of Ukraine. The notion was that Russia was on the march. As soon as it conquered Ukraine, U.S. officials maintained, it would re-conquer Eastern Europe, and then Western Europe and England, and then make its way to South America, Central America, Mexico, and finally the United States, all of which Russia would reconstitute into a new Soviet Union of the world. In other words, Russia is coming to get us again.

The Cold War I racket was used to justify the conversion of the federal government to a national-security state, a type of governmental structure that came with omnipotent powers, including the power of orchestrating and committing state-sponsored assassinations. The racket enabled the national-security branch of the government to quickly become the most powerful branch of the federal government, one to which the president, Congress, and the Supreme Court decided to defer.

The Cold War I racket was also used to justify an anti-communist crusade, during which the U.S. national-security establishment targeted suspected communists, both here and in foreign countries, with destruction of reputation or even with assassination.

Beginning in 1989, the Cold War racket came to a sudden and unexpected end. The Berlin Wall was torn down, Germany was reunified, the Warsaw Pact was dissolved, the Soviet Union disintegrated, and Russian troops withdrew from Eastern Europe.

Officials in the U.S. national-security branch — i.e., the Pentagon, the CIA, and the NSA — naturally were extremely concerned. Suddenly, they had lost the justification for their existence and for the racket that they were certain would go on forever. People were talking about a “peace dividend,” which would involve a deep reduction in national-security-state spending and maybe even a restoration of America’s founding governmental system of a limited-government republic.

To replace the old racket with a new racket, new official enemies were developed, such as “the terrorists,” “the Muslims,” “the drug dealers,” and “the illegals.” They were all coming to get us, or so they said. Everyone remained deathly afraid.

But the Pentagon, the CIA, and the NSA were not about to let go of their old Cold War racket so easily. After providing Soviet officials with assurances during the negotiations over German reunification that NATO would not expand eastward, U.S. officials proceeded to do precisely that. NATO began marching eastward, absorbing former members of the Warsaw Pact and moving inexorably toward Russia’s borders, knowing full well what Russia’s reaction would be.

That was what the threat to absorb Ukraine into NATO ultimately accomplished — provoking Russia into invading Ukraine in an effort to prevent Ukraine from joining NATO. U.S. officials had been warned for years that NATO expansion, especially into Ukraine, could produce precisely such a confrontation. Yet they proceeded anyway.

Voila! The national-security branch had its old Cold War racket back, albeit in a revised format. The Russians are coming to get us … again (along with the terrorists, the Muslims, the drug dealers, and the illegals). The big fly in the ointment, however, is that Russia has been unable to conquer Ukraine. That’s, of course, a problem. If Russia can’t even conquer Ukraine, how is it going to be able to conquer Eastern Europe, Western Europe, England, South America, Central America, Mexico, and then the United States? Whoops!

Never mind that inconvenient problem. In the eyes of national-security statists, it is imperative that we continue hewing to the official narrative. Russia is coming to get us, just like before. We need ever-increasing budgets for the national-security establishment and its ever-growing army of voracious fat-cat “defense” contractors. Who cares if the United States goes bankrupt in the process? We need to again be kept “safe” from the Reds — I mean, the Russians (and from the terrorists, Muslims, drug dealers, and illegals.)

Oh, and don’t forget the Cuban Reds! They are coming to get us too. No doubt the right-wing and left-wing interventionists and the interventionist mainstream press, all of whom remain steadfast acolytes of the national-security establishment, are scared to death that President Trump might lift the old Cold War embargo and the new Cold War blockade against the Cuban people as well. Of course, fat chance of that happening given Trump’s own interventionist mindset.

Original article:  www.fff.org

  •  

Cosa sta realmente accadendo al confine tra Iran e Pakistan

Non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Segue nostro Telegram.

Si sta già scatenando il finimondo quando si tratta di indagare su ciò che sta realmente accadendo in relazione agli ultimi, decisamente oscuri, movimenti legati agli Stati Uniti sul territorio e nelle acque pakistane. Dopo una prima analisi su Transition Protocol – che, come ammesso, non ha fornito tutte le risposte necessarie – abbiamo approfondito l’argomento con un’analisi molto più completa, supportata da diverse fonti.

Ciò che stiamo osservando in diversi punti nevralgici della connettività terrestre estremamente delicata tra Iran e Pakistan non è una chiusura totale delle frontiere, bensì un delicato equilibrio su due fronti da parte di Islamabad tra l’enorme morsa finanziaria di Washington e l’ancora di salvezza strategica di Teheran.

Ecco quindi a che punto siamo, integrando i dati verificati con le nostre ultime consultazioni.

Il punto chiave: il fattore scatenante dal punto di vista normativo è stata una misura di sanzioni bancarie, non solo la sicurezza delle frontiere.

Sebbene i funzionari provinciali del Balochistan abbiano pubblicamente attribuito la sospensione di sabato in due nodi chiave, Taftan e Gabd–Rimdan, a motivi di sicurezza, antiterrorismo e lotta al contrabbando, ciò che conta di più è l’esatto meccanismo relativo a un memorandum emanato venerdì scorso dal Ministero del Commercio pakistano.

Tale memorandum ha immediatamente revocato la proroga del 3 ottobre relativa all’esenzione dal Modulo Elettronico di Importazione (EIF) per le merci importate dall’Iran, e ha coinciso con l’ordine impartito da Islamabad di chiudere il valico di frontiera dell’Agenzia Federale di Investigazione (FIA) a Taftan.

L’aspetto fondamentale è che, senza l’esenzione dall’EIF, gli importatori pakistani devono gestire gli acquisti iraniani attraverso i canali bancari ufficiali pakistani – cosa che le sanzioni statunitensi, ovviamente, rendono assolutamente impossibile.

Peyman Sanandaji, presidente della Commissione Trasporti della Camera di Commercio di Teheran, ha confermato ufficialmente che è proprio il rispetto delle sanzioni bancarie (l’abbandono dell’EIF) ad aver bloccato le esportazioni iraniane verso il Pakistan.

Lo shock immediato ai valichi ufficiali è stato notevole: sono a rischio oltre 4.000 tonnellate di importazioni giornaliere di GPL iraniano attraverso Gabd–Rimdan. L’ex presidente della Camera di Commercio di Quetta, Ayoub Miryani, ha riferito che oltre 2.000 container sono bloccati nella sola Gabd–Rimdan, con altre centinaia di autocarri merci in coda a Taftan.

Ma perché sta accadendo proprio ora? A causa della spiacevole coincidenza tra la rata del FMI del 7 ottobre che il Pakistan doveva pagare e l’«Operazione Economic Outcast» del Tesoro imperiale statunitense.

Nell’ambito dell’«Operazione Economic Outcast», Washington ha concesso ai paesi terzi una «scadenza ben definita per interrompere» i collegamenti commerciali con l’Iran, pena l’espulsione dal sistema finanziario statunitense. A ciò hanno fatto seguito le designazioni dell’OFAC del 1° ottobre contro le reti ferroviarie terrestri e industriali iraniane e le azioni dell’8 ottobre contro 17 petroliere della «flotta ombra».

Ma poi, il 7 ottobre – appena nove giorni prima che il Ministero del Commercio revocasse la deroga EIF – Islamabad ha raggiunto un accordo con il FMI sulla quarta revisione della sua Extended Fund Facility per sbloccare 1,21 miliardi di dollari. Ciò richiede ancora l’approvazione del Consiglio esecutivo del FMI.

Naturalmente non esiste alcun documento pubblico che dimostri un ordine diretto da parte degli Stati Uniti o del FMI di chiudere i confini tra Iran e Pakistan. Tuttavia, fonti di Islamabad hanno sottolineato che lasciare in vigore una deroga a tempo indeterminato sugli strumenti bancari in vista del voto del Consiglio del FMI era diventato per il Pakistan un punto di vulnerabilità insostenibile in materia di sanzioni.

Le fonti di Islamabad sostengono con fermezza che la mossa fosse accompagnata da autentiche preoccupazioni in materia di controsabotaggio e silenziosamente coordinata tra Islamabad e Teheran (corsivo mio), affinché la sospensione non compromettesse i rapporti bilaterali.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha pubblicamente definito l’interruzione una pausa temporanea dovuta a «problemi tecnici» e a «misure precauzionali».

Da parte loro, fonti ufficiali pakistane hanno insistito sul fatto che i controlli più rigorosi costituiscono una misura congiunta di antiterrorismo che riflette la «reciproca comprensione» con Teheran a seguito di un’impennata degli attacchi nel Sistan-Baluchistan, delle imboscate autostradali e di un attacco marittimo avvenuto l’11 ottobre contro imbarcazioni della Guardia Costiera pakistana al largo di Jiwani – che i funzionari pakistani hanno attribuito ad «attori stranieri» intenti a sabotare la mediazione del Pakistan nell’accordo di pace con l’Iran.

Si torna allo stesso vecchio schema dei salafiti-jihadisti strumentalizzati e manipolati dai soliti sospetti.

L’unica telefonata pubblicamente confermata tra il vice primo ministro Ishaq Dar e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avuto luogo domenica 18 ottobre – due giorni dopo il memorandum del 16 ottobre – e i resoconti ufficiali menzionano solo la diplomazia regionale e la riunione dell’OIC a Baghdad.

Pertanto, il coordinamento preventivo a livello di vice primo ministro Dar e ministro degli Esteri Araghchi, così come gli arresti specifici per sabotaggio, fanno parte della nostra stessa cronaca.

Esportazioni asimmetriche di generi alimentari e rotte informali

In sintesi, le merci continuano a attraversare i confini. Islamabad ha deliberatamente lasciato in essere le esportazioni pakistane di prodotti deperibili e alimentari verso l’Iran. Prodotti deperibili essenziali – tra cui pomodori, patate e cipolle – continuano a circolare, insieme ai tradizionali flussi di petrolio e carburante, attraverso il poroso confine lungo 909 km.

La documentazione normativa ne spiega il motivo: otto mesi fa, il Pakistan ha emanato una deroga separata relativa agli strumenti bancari, specificamente per dieci prodotti alimentari esportati via terra verso l’Iran (elencando esplicitamente riso, patate, cipolle, pomodori, carne e frutta), oltre ai prodotti farmaceutici.

La Camera di Commercio di Teheran ha confermato sabato scorso che, mentre le esportazioni iraniane verso il Pakistan sono bloccate dalla norma EIF, le importazioni dal Pakistan verso l’Iran proseguono, e il commercio informale di carburante e il commercio transfrontaliero attraverso il Baluchistan operano già per un valore stimato compreso tra 800 milioni e oltre 1 miliardo di dollari all’anno al di fuori dei canali doganali ufficiali.

Si dovrebbe prestare particolare attenzione ai porti di Gwadar e Karachi, nonché all’architettura complessiva del transito Cina-Iran. Secondo le nostre fonti, il transito di merci provenienti da paesi terzi e quello tra Cina e Iran attraverso il Pakistan rimane protetto.

A livello giuridico, un documento che descrive in dettaglio il transito delle merci attraverso il Pakistan ha stabilito sei corridoi di transito terrestri designati che collegano Gwadar, Karachi e Port Qasim a Gabd e Taftan per le merci provenienti da paesi terzi dirette in Iran, sotto la garanzia di una banca.

Inoltre, una notifica del Federal Board of Revenue dello scorso giugno ha formalmente designato la stazione ferroviaria di Taftan come stazione doganale terrestre, mentre i ministri iraniani e pakistani promuovono il corridoio ferroviario per collegare la Cina all’Iran e all’Europa.

Tuttavia, permangono due vincoli operativi molto complessi.

La modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan è ancora ufficialmente classificata come un progetto di potenziamento; inoltre, la designazione da parte dell’OFAC, avvenuta il 1° ottobre, della Compagnia Ferroviaria della Repubblica Islamica dell’Iran (RAI) era esplicitamente volta a ostacolare il passaggio di Teheran dalle rotte marittime bloccate al trasporto ferroviario.

Per riassumere: ci vuole una maestria eccezionale per affrontare l’Impero della Pirateria. Islamabad ha messo in atto una manovra classica e ben calibrata: revocare visibilmente la deroga formale alle importazioni EIF a Taftan e Gabd–Rimdan per proteggere la sua tranche in sospeso da 1,21 miliardi di dollari del FMI e le banche pakistane dalle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.

E nel contempo ha mantenuto attive con Teheran le esportazioni alimentari pakistane, i canali informali di confine e gli accordi di transito con paesi terzi.

Se ciò rimarrà un breve riassetto amministrativo o si consoliderà in un punto di strozzatura più duraturo sarà deciso da tre indicatori nel corso delle prossime due settimane:

  1. Una notifica modificata relativa all’EIF o al baratto da parte del Ministero del Commercio.
  2. Sdoganamento separato per le merci in transito verso Gwadar/Karachi.
  3. Movimenti documentati di merci lungo il collegamento ferroviario Taftan–Zahedan.

Possa questa lezione rimanere impressa nelle terre rare affinché l’intero Sud del mondo rifletta: non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

  •  

From Cheap Energy Promises to the Costs of Confrontation: The Test of Trump’s Foreign Policy

Back in 2024, D. Trump campaigned on cheaper energy; yet, sanctions and other forms of pressure on foreign actors, characteristic of Washington’s foreign policy, took its toll on the US through freight markets and fuel prices, having increased costs for American consumers. This economic blowback deserves more attention than the administration’s production slogans. Additional oil […]
  •  

Tightening sanctions on Russia is 'the way to end this war,' says David Kramer

To discuss the tensions between President Trump and Ukrainian President Zelenskyy, Geoff Bennett spoke with David Kramer. He held a number of senior positions at the State Department during the George W. Bush administration. He's now the executive director of the George W. Bush Institute in Dallas, Texas.

  •  

Russia Sells 62 Tonnes of Gold in Biggest Reserve Drawdown Since 1998

Russia’s central bank has reduced its gold holdings to their lowest level in nearly seven years as the Kremlin faces a widening budget deficit, declining energy revenues and mounting expenditure on its war against Ukraine.

Russia has carried out its largest sustained reduction in gold reserves since the financial crisis of 1998, disposing of approximately 62 tonnes of the precious metal since December 2025 as the government draws on accumulated reserves to finance a growing federal budget deficit.

According to figures released by the Bank of Russia on Tuesday, 20 October, the country’s monetary gold reserves declined by another 200,000 troy ounces, equivalent to approximately 6.2 tonnes, during September.

The latest reduction brings Russia’s official gold holdings to 72.8 million troy ounces, or approximately 2,264 tonnes, their lowest level since the end of 2019.

The central bank has now reduced its gold holdings for ten consecutive months, reversing the accumulation strategy pursued by Moscow in the years preceding its full-scale invasion of Ukraine.

Largest gold sell-off since the 1998 crisis

The scale of the current reduction is exceptional by Russian historical standards.

According to International Monetary Fund data cited in reporting on the latest figures, the only more rapid depletion of Russian gold reserves in the country’s modern history occurred during the 1998 financial crisis.

At that time, Russia’s central bank disposed of approximately 118 tonnes of gold over three months as the government defaulted on domestic debt and the rouble collapsed.

Some of those holdings were subsequently replenished, leaving the country’s gold reserves approximately 50 tonnes lower at the end of 1998.

The reduction recorded during 2026 has already exceeded that annual net decline, although Russia’s present financial position differs substantially from the circumstances surrounding the 1998 default.

The monetary value of Russia’s remaining gold reserves stood at approximately $301.6 billion at the end of September, compared with $333.5 billion a month earlier. The change reflects movements in gold prices as well as the reduction in physical holdings.

Budget deficit reaches 7.3 trillion roubles

The sales come as the Russian government struggles to contain expenditure associated with its continuing military campaign against Ukraine.

Moscow now expects its federal budget deficit to reach 7.3 trillion roubles, approximately $87 billion, in 2026. That represents 3.2 per cent of gross domestic product, twice the deficit originally anticipated.

Military and security expenditure is expected to account for approximately 38 per cent of total federal spending this year.

The government has increasingly relied on its National Wealth Fund, established to accumulate surplus energy revenues, to cover budget shortfalls.

The central bank’s gold transactions are linked to operations involving the fund. Under this mechanism, the Bank of Russia conducts corresponding market sales following Finance Ministry transactions using the fund’s assets.

Figures published by Russia’s Finance Ministry earlier this month showed that the National Wealth Fund’s liquid assets had fallen to approximately 3.8 trillion roubles, equivalent to $45 billion, as of 1 October. This was down from approximately 4 trillion roubles a month earlier.

The fund’s total assets remained substantially larger, at almost 13 trillion roubles, but much of that amount is invested in shares, bonds and other holdings that cannot immediately be converted into funds for government expenditure.

War expenditure puts pressure on Kremlin finances

Russia’s fiscal problems have been compounded by weaker oil and gas revenues, a slowdown in economic activity and the increasing cost of sustaining military operations.

Although energy exports continue to generate substantial income, government revenue has failed to keep pace with spending commitments.

Moscow has consequently increased domestic borrowing, introduced additional taxes and sought alternative sources of budget financing.

The latest gold figures provide further evidence of the financial demands imposed by the war, now approaching its fifth anniversary.

They do not indicate that Russia is approaching an immediate financial collapse. The country still holds considerable gold and foreign exchange reserves, with the central bank reporting total international reserves of approximately $731.8 billion at the end of September, although access to part of its overseas assets remains restricted by Western sanctions.

Nevertheless, the continued liquidation of gold holdings reduces the reserve assets available to the Russian authorities at a time when military spending remains elevated and the government faces pressure to meet its domestic financial commitments.

For President Vladimir Putin, the growing budget deficit introduces an additional economic consideration into decisions over the duration of the war.

The September figures show that Moscow is increasingly drawing on assets accumulated before the invasion to support current expenditure, while its capacity to rebuild those reserves remains dependent on future revenues and the government’s ability to restrain spending.

  •  
❌