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Dal fronte del Donbass a Starlink: perché la guerra in Ucraina è ancora lontana dalla pace

Mentre si torna a parlare di negoziati, le dichiarazioni dell’ex comico Volodymyr Zelensky confermano quanto resti distante una prospettiva concreta di soluzione politica del conflitto ucraino. In un’intervista all’imprenditore britannico Steven Bartlett, il presidente ucraino ha ribadito che non rinuncerà al Donbass, rilanciando al tempo stesso le accuse a Donald Trump, giudicato troppo vicino alle posizioni russe. Parole che arrivano mentre sul terreno la situazione continua a evolversi a vantaggio delle forze russe, come dimostra la caduta di Dobropolie, il 16 ottobre.

La liberazione della città, situata in una posizione strategica per il controllo del Donbass, rappresenta un passaggio significativo nella progressione militare di Mosca. Il tenente colonnello Ivan Debitski ha attribuito il successo alla sorpresa tattica, al coordinamento tra artiglieria, razzi e droni e allo sfruttamento delle condizioni meteorologiche, che hanno agevolato l'avanzata russa. La risposta ucraina continua intanto a fare affidamento sugli attacchi con velivoli senza pilota. Secondo le informazioni riportate dalla stampa, in 24 ore le forze di Kiev avrebbero lanciato oltre 1.200 droni, di cui 630 diretti verso la regione di Mosca. Un'intensificazione che mostra come, anche mentre si discute di pace, la guerra prosegua con tutta la sua capacità distruttiva. Un ruolo cruciale resta quello delle comunicazioni satellitari Starlink e Starshield, utilizzate dalle forze ucraine per coordinare le operazioni sul fronte e nelle retrovie.

Le indiscrezioni su possibili limitazioni del servizio sono state smentite dal segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, secondo il quale la politica di Washington verso il regime di Kiev non sarebbe cambiata. Da parte russa, alcuni esperti sostengono che i sistemi continuino a essere operativi sul campo. La vicenda evidenzia una contraddizione di fondo: mentre l'amministrazione Trump parla della necessità di porre fine alle ostilità, il sostegno tecnologico e militare occidentale rimane un fattore determinante per la capacità bellica ucraina. E a Bruxelles non sembra esserci alcuna intenzione di invertire la rotta. Secondo Politico, l'Unione Europea intende infatti chiedere a Canada e Regno Unito di aumentare gli aiuti a Kiev per colmare un deficit finanziario stimato in 70 miliardi di euro per il prossimo anno. Una cifra enorme, che conferma quanto la prosecuzione della guerra dipenda dalla disponibilità di nuovi fondi occidentali.

Zelensky rifiuta compromessi territoriali, Mosca continua ad avanzare inesorabilmente e l'Europa cerca nuove risorse per sostenere Kiev. In questo quadro, i richiami alla diplomazia rischiano di restare parole vuote se non saranno accompagnati dalla disponibilità concreta a discutere le condizioni di una pace. Perché finanziare la guerra, rafforzare le capacità operative di Kiev e contemporaneamente dichiararsi favorevoli ai negoziati sono obiettivi difficili da conciliare senza una reale volontà di compromesso.

 

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"Schizofrenia politica". Putin torna a rivolgersi ai funzionari e governanti europei

 

Coloro che affermano che la Russia rappresenti una minaccia bellica per l'Europa fanno della «schizofrenia politica».

Intervistato dal giornalista russo Pavel Zarubin dopo aver partecipato al congresso dell’Unione dei lavoratori del teatro presso il Teatro Bolshoi di Mosca., il presidente russo Vladimir Putin è tornato a rivolgersi ai funzioari europei.  Dopo aver negato con forza le ripetute accuse secondo cui Mosca si starebbe preparando in alcun modo alla guerra con l’Europa, liquidandole come parte della «campagna anti-russa» in corso nel continente, Putin ha dichiarato: «Ora arrivano addirittura a parlare costantemente di una “minaccia russa” e persino a discutere di preparativi per una guerra con la Russia – il che, a mio avviso, equivale a una sorta di schizofrenia politica. Ma spero che sia una fase passeggera», ha dichiarato Putin.

Il conflitto in Ucraina ha chiaramente dimostrato che la Russia non può essere sconfitta sul campo di battaglia, ha sostenuto il presidente, aggiungendo che l’idea di infliggere una «sconfitta strategica» al Paese era «semplicemente irrealistica». Putin ha espresso la speranza che coloro che ancora nutrono tale scenario possano «arrivare a riconoscere le realtà della vita moderna». «Si renderanno conto, si spera, che è meglio vivere in armonia con la Russia – una strada che serve davvero gli interessi dei loro stessi popoli. Se si osservano i processi politici attualmente in corso in Europa, diventa evidente che i popoli europei non hanno alcun desiderio di entrare in guerra con la Russia», ha affermato il presidente.

«Se l’attuale leadership ucraina vuole combattere, allora che combatta. Ma perché si aspetta che siano tutti gli altri a pagare il conto e a fornirle armi? Immagino che abbiano le loro ragioni – probabilmente radicate in promesse di aiuto fatte in passato. Ma sembra che quell’“aiuto” fosse destinato a durare fino all’ultimo ucraino», ha proseguito Putin.

Il presidente russo ha anche accennato alle questioni territoriali tra Mosca e Kiev, sottolineando che la perdita di regioni un tempo ucraine non dovrebbe essere considerata come tale, poiché non sono mai state ucraine in primo luogo. “Non è il loro territorio, è parte della Russia storica,” ha sottolineato, aggiungendo che i residenti locali hanno votato per la secessione dall’Ucraina e la riunificazione con la Russia.

La Russia rimane pronta a risolvere il conflitto ucraino attraverso la diplomazia, ha affermato Putin, ribadendo la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev. «Lo scopo di questi negoziati sarà discutere come garantire la sicurezza sia dell’Ucraina che della Russia a seguito della conclusione di accordi di pace, in particolare accordi definitivi e a lungo termine, piuttosto che una mera cessazione temporanea delle ostilità», ha dichiarato il presidente, aggiungendo che le discussioni dovrebbero coinvolgere un’architettura di sicurezza paneuropea più ampia.

DI SEGUITO LE DICHIARAZIONI COMPLETE DI PUTIN TRADOTTE IN ITALIANO

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Trump: possibile che gli USA si spingano oltre nella loro aggressione contro l'Iran

 

Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.

"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.

Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".

Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.

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"Dieci pillole, tutte cattive": l'Iran lancia agli USA un avvertimento stile 'Matrix'

 

La diplomazia della guerra psicologica si arricchisce di un nuovo capitolo, dove la pop culture e il simbolismo cinematografico diventano strumenti di deterrenza geopolitica. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un esplicito avvertimento a Washington affidando alla piattaforma X un’immagine ispirata al celebre film Matrix. Ma con una differenza fondamentale rispetto alla narrazione hollywoodiana: nella versione di Teheran non c’è alcuna illusione di scelta o di "salvezza".

Ten pills, all bad. No red, no blue. All soot. You don’t have to take any, but if you do, you will take all. Break the manufactured matrix. Leave. https://t.co/uN0zG6iyKJ

— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) October 22, 2026

Nell'illustrazione, il personaggio di Morpheus non offre l'alternativa tra la pillola rossa e quella blu. Stringe invece tra le mani dieci pillole grigie, ciascuna contrassegnata dai costi devastanti che gli Stati Uniti dovrebbero pagare in caso di nuova escalation militare contro la Repubblica Islamica.

"Dieci pillole, tutte cattive. Non c'è rosso, non c'è blu. È tutta fuliggine", ha scritto Ghalibaf sul suo profilo. Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è perentorio: Washington può ancora evitare il baratro della guerra, ma se deciderà di varcare quella soglia non potrà selezionare le conseguenze a proprio piacimento. "Non sei obbligato a prenderne nessuna, ma se lo fai, le prenderai tutte. Rompi questa matrice artificiale. Vattene", si legge nel post.

Le opzioni elencate da Ghalibaf compongono un quadro dettagliato dei punti vulnerabili della società americana in caso di conflitto aperto:

Shock economico interno: Impennata dei prezzi di benzina e diesel, crollo dei mercati finanziari, esplosione dei mutui, aumento del debito e crollo dei salari reali.

Costo umano e militare: Perdita di velivoli da guerra e un numero esponenziale di soldati americani uccisi al fronte.

Geopolitica e reputazione: Danno irreversibile al patrimonio strategico e all'immagine internazionale degli Stati Uniti.

Come sottolineato dall'agenzia di stampa statale IRNA, la mossa del presidente del Parlamento iraniano mira a parlare non solo ai vertici del Pentagono, ma direttamente all'opinione pubblica americana. L'obiettivo è smontare la narrazione secondo cui un'avventura militare contro l'Iran possa rivelarsi un'operazione chirurgica a costo zero: se Washington sceglierà la strada delle armi, dovrà accettare un impatto sistemico e rovinoso per l'intero paese.

 

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Alleanza segreta: come Israele sta aiutando Riad a bombardare gli Houthi

 

L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.

Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.

Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:

Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.

Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.

Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.

I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.

 

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Israele minaccia l’Egitto alla vigilia del voto

A pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Tel Aviv apre un fronte di tensione inatteso contro l’Egitto, il primo Paese arabo ad aver firmato un accordo di pace con Israele. Al centro dello scontro c’è il Sinai, territorio recuperato dal Cairo dopo le guerre con lo Stato ebraico, sul quale il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich è tornato a lanciare minacce esplicite.

Il 5 ottobre, Smotrich aveva avvertito che l’Egitto avrebbe perso la penisola qualora avesse attaccato Israele. Il 20 ottobre ha rincarato la dose, dichiarando che, in caso di aggressione egiziana, «la prossima volta non ci sarà più il Sinai». Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha risposto con toni più misurati, ribadendo che il suo Paese non nutre ambizioni contro nessuno e ha combattuto per recuperare il proprio territorio. Una replica che non ha placato le minacce israeliane, alimentando interrogativi sulle reali ragioni di questa escalation verbale. Secondo Murad Sadygzade, presidente del Centro di studi sul Medio Oriente, la tensione potrebbe essere sfruttata in chiave elettorale per rafforzare l'immagine di Benjamin Netanyahu come leader intransigente, indispensabile alla sicurezza nazionale. Ma dietro la propaganda elettorale si intravedono preoccupazioni strategiche concrete.

Israele guarda con crescente sospetto al rafforzamento della presenza militare egiziana nel Sinai, comprese le infrastrutture aeroportuali e le installazioni che, secondo le valutazioni israeliane, potrebbero essere destinate allo stoccaggio di missili. Il Cairo sostiene invece che il dispiegamento serva a contrastare terrorismo e contrabbando e sia coordinato con Tel Aviv. A inquietare ulteriormente Israele è il riavvicinamento tra Egitto e Turchia. I due Paesi hanno firmato a febbraio un accordo quadro di cooperazione militare e stanno approfondendo la collaborazione, anche nel settore dei droni.

La questione, dunque, va oltre le dichiarazioni incendiarie di un ministro. Mentre Netanyahu cerca di consolidare il proprio consenso, Israele osserva con crescente allarme la nascita di nuove convergenze militari nella regione. E il rischio è che il ricorso alla minaccia esterna come strumento elettorale finisca per alimentare tensioni capaci di compromettere equilibri già fragili in Medio Oriente.


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Ecuador, arrestata Luisa González: la repressione di Noboa e il silenzio dell’Europa

L’ex candidata presidenziale e dirigente di ‘Revolución Ciudadana’, Luisa González, è stata arrestata il 22 ottobre in Ecuador nell’ambito dell’inchiesta denominata «Caso Laberinto», relativa a presunti finanziamenti elettorali del 2023. González respinge le accuse e denuncia la deriva autoritaria del governo di Daniel Noboa, le violazioni dei diritti dei prigionieri politici e la persecuzione delle opposizioni.

La dirigente ha lanciato un appello all’unità delle forze progressiste per difendere la democrazia, mentre il suo movimento è stato sospeso per nove mesi, con conseguenze sulla sua partecipazione alle elezioni locali. Colpisce, in questo contesto, la scarsa attenzione riservata alla vicenda nel dibattito politico e mediatico europeo.

Mentre le istituzioni dell’UE e i grandi media si mostrano spesso pronti a richiamare la difesa della democrazia e dello Stato di diritto in altri contesti internazionali, la repressione denunciata dagli oppositori di Noboa non sembra ricevere la stessa visibilità.

Un doppio standard che solleva una domanda scomoda: la difesa dei diritti democratici è davvero un principio universale oppure dipende dalla collocazione geopolitica dei governi coinvolti?


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