❌

Reading view

I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso

Una settimana fa, qui, ho scritto che i cattivi maestri non hanno il passamontagna ma il microfono. Sabato ho fatto un video di un minuto per dire a mio figlio, sceso in piazza a Roma, che non deve chiedere permesso a nessuno per reclamare i suoi diritti. Settemilacinquecento persone l’hanno visto. Un record, per me.

Poi ho letto i commenti. “Zecche di padre in figlio”. “Se te lo riportano a pezzi non chiedere il permesso”. “Speriamo che debba chiedere il permesso per il pronto soccorso”. “Vorrei vedere la casa dietro, imbecille”. E la mia preferita: “Ve le fate le docce ogni tanto?”.

Non erano ragazzi. Dalle foto profilo, dalle date di nascita nei nickname, erano quasi tutti della mia età. Gente che ha la mia faccia, i miei capelli bianchi, probabilmente figli grandi quanto il mio. Gente che su un social ha trovato il modo di augurare la testa rotta a un ventiseienne che non ha mai visto, e di firmarsi con nome e cognome.

Ecco, io non so dire meglio di così quello che intendevo con “cattivi maestri”. La violenza che vent’anni di comizi hanno sdoganato non è rimasta sul palco: è scesa nei commenti, ed è arrivata esattamente alla generazione che ha applaudito dal palco. La mia.

Poi è arrivata la domenica.

In Brasile Lula ha vinto un ballottaggio che i sondaggi davano perso, con una rimonta fatta anche da migliaia di ventenni col telefono in mano, uno a uno, su quei social dove la destra pensava di giocare in casa. In Serbia gli studenti hanno vinto le elezioni. Non “hanno fatto bene”: hanno vinto. Hanno mandato a casa Vučić dopo quattordici anni. Erano partiti due anni fa da sedici morti sotto una pensilina crollata a Novi Sad e da un governo che li chiamava teppisti stranieri. Si sono organizzati, hanno usato la rete per contarsi, hanno tenuto le piazze pulite e piene, e alla fine le hanno svuotate per riempire le urne.

Stessa domenica, stessi strumenti. Da una parte dei ragazzi che con un telefono hanno cambiato due Paesi. Dall’altra dei sessantenni che con lo stesso telefono scrivono “zecca” sotto il video di uno sconosciuto. Non è una questione di età, lo so: ci sono sessantenni in piazza e ventenni in divisa. Ma la tendenza si vede, ed è impietosa per la mia generazione: loro i social li usano per organizzarsi, noi per sfogarci.

Per questo, invece di rispondere ai commenti, ho preferito dire grazie ai ragazzi di San Paolo e di Belgrado, che non conosco. A quelli di Roma e di Milano, che non hanno rotto niente e non li ha ripresi nessuno. A mio figlio.

Lo ribadisco: senza chiedere permesso, avete appena dimostrato che funziona.

L'articolo I giovani usano i social per organizzarsi e vincere, i miei coetanei per insultare: un paragone impietoso proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

A rompersi non sono solo le vetrine ma il patto generazionale: a dover pagare il conto non sono i giovani

Di fronte agli incidenti e scontri di piazza di queste settimane, si è levato puntuale il coro indignato di una parte consistenza della politica pronto a invocare la legge del “chi rompe paga”. Eppure, quello che si sta rompendo oggi e per il quale i giovani scendono in piazza è il patto generazionale e i responsabili di questo atto vandalico sono gli adulti.

Mentre ci si indigna per violenza e vandalismi che attraversano le strade delle nostre città, il messaggio profondo che i ragazzi stanno lanciando e che la politica, come larghi pezzi della società, continua ostinatamente a ignorare è la richiesta di essere presi sul serio come generazione, come collettivo e come soggetto politico. La risposta istituzionale, invece, si articola lungo uno strabismo inquietante: da una parte la repressione securitaria, dall’altra l’individualizzazione e la patologizzazione del presunto disagio giovanile.

Questa visione distorta si ritrova anche nelle scelte del governo che ha prodotto una stretta punitiva che va dal Decreto Caivano fino alle recenti norme anti-manifestazioni e al cosiddetto “decreto antimaranza”, accompagnata dall’aumento della carcerazione preventiva e da ingenti investimenti economici per la costruzione e l’ampliamento delle carceri minorili. Invece di finanziare i luoghi dell’aggregazione, dell’autodeterminazione e della crescita comunitaria, si sceglie deliberatamente di investire nella reclusione e nella criminalizzazione della gioventù.

In Italia, l’ultimo vero investimento strutturale sul welfare educativo risale al 1997 con la Legge 285. Da quasi trent’anni assistiamo al depauperamento della rete dell’educazione informale e territoriale, della prevenzione e dell’educativa di strada. Un approccio di rete che era stato creato proprio per non lasciare da sole scuole e famiglie nella sfida educativa, ma per integrare le diverse componenti del sistema del quale fanno parte anche servizi sociali, sanitari, educativi, culturali, enti del terzo settore e attivismo territoriale.

Questa rete organica, creata faticosamente nel tempo grazie alle teorizzazioni ed esperienze pratiche che in Italia avevano prodotto una cultura del lavoro di comunità di avanguardia, negli ultimi decenni è stata progressivamente smantellata lasciando le istituzioni educative divise secondo una logica dell’autoreferenzialità che le ha ridotte a monadi, isole separate che operano curando solo il proprio pezzo di responsabilità.

Tra l’altro, questo paradigma dell’autoreferenzialità lo ritroviamo nell’attualità, perché quando la repressione non basta, entra in gioco la seconda gamba del dispositivo di controllo degli adolescenti e dei giovani: l’individualizzazione del malessere. Un certo fervore diagnostico e una psicologia orientata alla logica prestazionale tendono a ridurre una questione generazionale e sistemica a un fatto meramente soggettivo. Si propina la litania della terapia individuale, della patologizzazione della paura e dell’ascolto paternalistico, mettendo ai ragazzi l’etichetta dello stigma (maranza) o della diagnosi (depresso) per neutralizzare la portata politica e generazionale di tale devianza e creare un alibi per le coscienze del mondo adulto che ha costruito le condizioni su cui quel malessere affonda le radici.

Ma i giovani non stanno chiedendo un supporto individuale per adattarsi a un mondo ingiusto, stanno ponendo questioni politiche globali che riguardano il loro presente e il loro futuro. Ridurre la loro voce a un disturbo da curare con strumenti clinici significa esercitare un’ulteriore rottura adultocentrica.

La società vorrebbe ragazzi con gli occhi pieni di lacrime: soggetti depressi, impauriti, ritirati sociali, fragili, sempre bisognosi della protezione dell’adulto per essere rassicurati e controllati. Ma nelle piazze vediamo emergere giovani con gli occhi rossi di fuoco: ragazzi mossi da indignazione e da quella che Paulo Freire definiva la “giusta collera”. Una rabbia sacrosanta e politicamente fondata, promossa da chi sa che gli si sta apparecchiando un futuro catastrofico dal punto di vista sociale, economico ed ecologico, sul quale non ha avuto alcuna voce in capitolo, ma di cui dovrà pagare tutte le conseguenze.

Naturalmente dietro queste mie parole i benpensanti leggeranno una giustificazione delle violenze di piazza e delle razzie nei negozi. Ma non voglio cadere in questa trappola. Penso che la stragrande maggioranza dei ragazzi che sono scesi in piazza in queste settimane lo abbia fatto in modo duro, ma civile. E voler derubricare un movimento ancora fluido, ma che rappresenta una vera spina nel fianco per una classe politica, di destra e di sinistra, incapace di interpretare le sue istanze, non è che un ulteriore sintomo di quella decadenza e autoritarismo miope che ho descritto sopra.

Se vogliamo davvero applicare la regola del “chi rompe paga”, facciamolo fino in fondo. A dover pagare il conto non sono i giovani che protestano e chiedono protagonismo politico, spazi comunitari e diritti sociali. A pagare il conto dovrebbero essere quelle politiche pubbliche che da trent’anni smantellano il sistema di welfare e educativo e che oggi pensano che le soluzioni siano pene più severe e la costruzione di nuove carceri.

Superare la polarizzazione tra repressione e patologizzazione del disagio significa tornare a investire nella cura educativa competente, nella prevenzione e nel protagonismo giovanile. Fino ad allora, la vera rottura rimarrà quella compiuta da un mondo adulto che preferisce rinchiudere i propri figli invece che mettersi in discussione e cambiare.

L'articolo A rompersi non sono solo le vetrine ma il patto generazionale: a dover pagare il conto non sono i giovani proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi

di Vittoria Spisa, studentessa

Come tanti giovani, mi sono svegliata arrabbiata. Quella rabbia che risulta inspiegabile agli occhi di molti. Oggi proverò a spiegarla. Bisogna fare un piccolo esercizio di immaginazione. Ricordi la tua giovinezza? Quando avevi un futuro ricolmo di speranze e la profonda convinzione che ogni tuo sacrificio avrebbe portato a un radioso avvenire?

Bene, adesso immagina di essere giovane oggi. Ci hanno sempre detto di dover essere eccezionali per trovare un posto nel mondo. Bisogna essere bravi studenti: tanti anni di studio per trovare un lavoro riconosciuto e ben pagato. Diplòmati, làureati e specialìzzati e forse avrai un buon lavoro. E se non lo trovi? Fai le valigie e vai all’estero. Dopotutto arricchisce il curriculum. La tua famiglia si è potuta permettere di darti sostegno? Fortunato! Il tuo compagno di classe ha dovuto abbandonare gli studi per andare a lavorare? Eh vabbè, in Italia il diritto allo studio è per pochi.

Bisogna essere bravi lavoratori: tutti hanno fatto sacrifici. Non vuoi accettare uno stage non retribuito o sottopagato? Certo che voi giovani non avete voglia di imparare. E se ti offrissi un contratto sotto la soglia del salario minimo, per 12 ore al giorno, senza norme di sicurezza? Nemmeno questo accetti? Poi trovi lavoro in una multinazionale. Paghi le bollette, l’affitto e pensi a un mutuo. E poi arriva la notizia: chiudiamo, trasferiamo la sede in un altro paese, dove possiamo sottopagare ancora di più altri lavoratori.

Sei giovane e puoi sempre trovare un altro lavoro. In cantiere, sì! E un giorno non torni più a casa: la ditta in appalto ha risparmiato sulla sicurezza. Cose che capitano. Tre volte al giorno, per la precisione. Alla tua amica va meglio: 40 ore alla settimana in una scrivania. Non ha tempo libero, ma a chi importa?! Devi vivere per lavorare. È diventata mamma? Congratulazioni, però per l’azienda non è più sostenibile tenerla. Ci penserà il padre a portare il pane a casa. Il padre vuole fare il mammo? Non diciamo castronerie, ci penserà una volta in pensione a fare il nonno. A 70 anni cosa vuoi fare se non il nonno?

Bisogna essere bravi cittadini: devi pagare le tasse e non farti domande. Gli evasori? I politici che percepiscono 10mila euro lordi al mese? Eh, ma quelli lasciali stare, tu paga. Sai, poi il mondo subisce cambiamenti climatici, sei spaventato per il futuro del pianeta, e infatti devi riciclare. I super ricchi con i jet privati? Le multinazionali con le loro emissioni? Eh, ma quelli lasciali stare, tu ricicla. È giusto esprimere il proprio dissenso. Scendete in piazza pacificamente: a noi non interessa. Manifestate contro il carovita come al Sud: a noi non interessa. E se seguiste l’esempio della Francia? Eh no, siete dei violenti. La vetrina di Gucci no!

Lo so, è più semplice sfruttare la rabbia che chiedersi il perché. Abbiamo aizzato noi la massa? I black bloc? Eh vabbè, siamo il paese del G8, cosa pretendi. Come buon cittadino devi anche rispettare la Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, ma lascia perdere Israele che uccide i palestinesi: dopotutto è un genocidio, non una guerra. I bambini morti ti fanno impressione? Anche a noi, siamo pro-life, ma solo alcune. E gli Usa che attaccano l’Iran, o l’Ucraina e la Russia? Rassegnati. Ripeti la lezioncina: dopo la Seconda Guerra Mondiale siamo diventati una società migliore, non ripeteremo mai quegli orrori. Tu fidati.

In Italia la sanità è pubblica, ma stiamo tagliando fondi e spingendo alla privatizzazione. Nei privati ti curi subito, mica aspetti due anni! Due giorni se sei il Papa. Non ne abbiamo affatto parlato al telegiornale. Come Garlasco… oh ma ti ricordi la famiglia nel bosco? Sto nuovamente distogliendo l’attenzione dal discorso sanità parlando di altro? Ma pensa te!

Lo so, vorresti sperimentare, azzardare, sbagliare. Fallo, ma come diciamo noi. Tanto lo sapete, prima è toccato a noi accontentarci. Ora è il vostro turno. Volete cambiare il mondo? L’abbiamo avuta tutti quella fase e guardate cosa vi abbiamo consegnato! E non azzardatevi a recriminarci nulla. Perché tanto il nemico è accanto a voi: lo straniero, il disoccupato, il criminale, il drogato, l’ubriacone e il giovane che spacca le vetrine. Non guardate in alto. La guerra è bella solo se fra poveri.

L'articolo Mi sono svegliata arrabbiata: immagina di essere giovane oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza

di Francesca Carone

Il momento storico che stiamo vivendo è accompagnato da un forte richiamo costituzionale. Navighiamo nell’oceano indistinto di diritti e doveri che si confondono, si mescolano e si perdono nello scontro generazionale tra passato e presente incastrato in un immobilismo culturale, sociale e politico diventato zona d’ombra della società. L’Italia è ormai a un bivio. Annaspa alla deriva con un governo dai paradigmi vuoti che ha ormai i minuti contati. Svilita in una crisi identitaria, la nostra nazione vaga stordita e stanca alla ricerca della sua antica bellezza di Stato moderno con la Costituzione più bella del mondo. A lanciare segnali di fumo sono tutti gli attori della società civile: i neo partigiani schierati dalla parte del diritto e della Costituzione: studenti, operai, insegnanti, agricoltori, trasportatori, commercianti.

Il vicolo cieco in cui si è inabissata l’Italia richiede visione, forza e nuovi costrutti etici, sociali e culturali. Il trasformismo e le lusinghe della politica hanno rimpicciolito e declassato il Paese portandolo all’agonia. Le proteste partono da tutti i settori: scuola, sanità, trasporti, servizi. Hanno tutti un comune denominatore: una “povertà” strutturale, profonda e implacabile che investe l’etica, la cultura, la politica fino a toccare la dignità della società civile depredata dei diritti fondamentali e inespugnabili. L’allarme sociale è ormai a 360° e si ripercuote nella quotidianità e nel futuro della vecchia e della nuova generazione, barricate dietro il fievole vento di un dissenso quasi sempre oscurato e oltraggiato dall’informazione schierata e fuorviante e da una politica cieca e autoreferenziale.

Non si tratta più di un cambio di rotta governativo: la crisi è ormai diventata strutturale, sistemica. Per arginarla non è più sufficiente un cambio di colore politico. Occorre partire dalle basi. Dall’essenza. Dai valori fondanti di una società. La nostra non si può più definire società civile, poiché ha perso i caratteri e l’identità di “civiltà”, di collettività: cosa c’è di etico nella gente che si lascia morire perché non riesce più a curarsi, nella gente che fa fatica a riempire il carrello, a pagare l’affitto e a invecchiare in modo dignitoso. Dov’è l’etica nei salari fermi, nelle università sempre più prerogativa dei ricchi e barriera per i ceti bassi.

Siamo ormai oltre la società liquida. Siamo entrati nel limbo di una fredda convivenza collettiva che ha perso la bussola dell’aggregazione identitaria basata sul diritto e sull’uguaglianza. Siamo in uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica che non si può superare con l’insurrezione “partigiana” o con una anacronistica una guerra civile. Bisogna partire dall’essenza: dalla conoscenza, dalla cultura, dalla consapevolezza di sentirsi parte di un società libera che naviga seguendo la rotta della Carta costituzionale.

In questo scenario apocalittico l’informazione è un punto di partenza per ridefinire il perimetro etico e sociale di un Paese che vuole riappropriarsi dei suoi diritti. Essere consapevoli di chi e come ci governa è una priorità per il cambiamento. Capire le mutazioni genetiche di un governo partitocentrico, immobile, autoreferenziale, eticamente e culturalmente ancorato a idee e valori stereotipati, disconnessi con i bisogni reali della collettività e con le istanze di uno stato cosmopolita e moderno. Capire l’interconnessione della politica con i diritti, i bisogni, l’equità e l’uguaglianza di una società che si evolve e cresce. Riappropriarsi della dignità di cittadini di un Paese moderno che lottano quotidianamente restando uniti, informati, vigili e consapevoli di poter cambiare la rotta con quella famosa “matita in mano dentro la cabina elettorale, più forte di qualsiasi arma”. È in questa prospettiva che deve maturare il manifesto identitario di una nuova società costruito con le menti e le idee di uomini liberi che hanno ancora una visione e una prospettiva capace di unire passato, presente e futuro superando i gap generazionali, avendo come faro lo strumento costituzionale, frutto del sacrificio di chi, come loro, ha creduto nella bellezza atavica del nostro meraviglioso Paese.

L'articolo L’Italia a un bivio: serve un nuovo manifesto identitario contro la decadenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌