❌

Reading view

Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua”

Nemmeno il tempo per il suo partito di riconoscere la vittoria dell’avversario alle ultime presidenziali, Luiz Inácio Lula da Silva, che scoppia un caso intorno a Flavio Bolsonaro. Il figlio dell’ex presidente Jair, secondo quanto riportato dai media locali, ha lasciato il Brasile fuggendo negli Stati Uniti, con un passaggio intermedio in Argentina. A conferma di questo, scrive Reuters, c’è la testimonianza di due funzionari americani che confermano l’imminente arrivo nel Paese del candidato sconfitto in Brasile. Anche altri media hanno confermato la ricostruzione citando, invece, persone vicine alla famiglia.

La polizia aveva deciso in giornata di annullare il passaporto del candidato di destra brasiliano dopo il suo rifiuto, il giorno precedente, di consegnarlo spontaneamente alle autorità, come richiesto. Lui stesso sui social aveva raccontato: “Sono andato a trovare mio padre, che come sapete è agli arresti domiciliari. E mentre stavo uscendo, la Polizia Federale di Lula era alla sua porta, in mezzo alla strada. Mi hanno ordinato di consegnare i passaporti e mi hanno anche proibito di lasciare il Paese”. Una delle ipotesi è che la decisione delle autorità fosse legata alla richiesta alla Corte Suprema del deputato Lindbergh Farias, schierato con Lula, di sequestrare il documento perché coinvolto anche lui nelle indagini in corso sul fratello, Eduardo, circa lo scandalo dei finanziamenti al film sulla vita del padre, Dark Horse. Nella denuncia, Lindbergh sostiene che esista un collegamento tra le azioni di Eduardo negli Stati Uniti, la campagna internazionale per le sanzioni contro i giudici della Corte Suprema e il finanziamento illecito al film.

Adesso, però, la priorità è diventata quella di capire come abbia fatto Flavio Bolsonaro a lasciare il Paese. La Polizia federale sta verificando i registri ai valichi di frontiera e quelli dei voli per capire come abbia lasciato il Paese. Indagini partite dopo che il sito argentino Infobae, scrive Folha de S.Paulo, ha riferito che Bolsonaro avrebbe preparato la sua fuga nella notte, attraversando la frontiera con l’Argentina, passaggio che sulla base dell’accordo tra i Paesi del Mercosur è possibile fare con la sola carta d’identità, quindi anche senza passaporto. A quel punto, avrebbe trovato un jet privato per volare negli Usa. Il governo di Javier Milei nega però che sia entrato nel Paese.

L'articolo Brasile, mistero su Flavio Bolsonaro: “È fuggito dal Paese per non farsi arrestare”. Fonti Usa: “Sta venendo qua” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Cia cerca nuovi informatori a Cuba su Instagram: “Diteci tutto ciò che sapete”. L’Avana: “Siete disperati”

“La sua informazione è più preziosa di quanto tu possa credere”. La Cia cerca nuove spie a Cuba e, come già fatto in passato, ricorre anche a Instagram, dove sabato è stata pubblicata una breve guida per garantire un “contatto virtuale” e “sicuro” per la popolazione dell’isola. “Vogliamo conoscere la verità su Cuba, e stiamo cercando persone di fiducia che sappiano e possano comunicarci questa verità”, si legge sull’account ufficiale della Cia, dove i cubani che hanno la possibilità di viaggiare sono invitati a “recarsi di persona presso una sede ufficiale negli Stati Uniti oppure inviare qualcuno di sua fiducia” mentre coloro che rimangono nell’isola sono tenuti a seguire una serie di istruzioni, come l’utilizzo di una Virtual private network (Vpn) e la navigazione in “modalità incognito” su browser “forniti da compagnie Usa o situate in un Paese alleato”, come Chrome, Firefox o Safari. Anche il Vpn “affidabile” e non sviluppato “a livello locale”, né da Paesi ritenuti “ostili” quali Cina, Iran e Russia.

“Se è possibile – indica la Cia – non usi devices o connessione internet associati alla sua identità o ai suoi luoghi di lavoro”. Le autorità cubane hanno reagito attraverso il viceministro degli Esteri, Carlos Fernández de Cossio, che su X ha ironizzato: “Ora gli Usa ricorrono a reclutamenti pubblici della Cia. Devono esserci molta disperazione o carenze nelle file dell’agenzia, che si vede costretta a vendere le proprie offerte come un tubetto di dentifricio”. Fonti de L’Avana denunciano anche “l’ennesima operazione psicologica” volta ad accrescere “le tensioni dentro l’Avana” e “minare la fiducia tra il popolo e le istituzioni”.

A tale riguardo, le Forze di sicurezza dello Stato e l’impresa statale di telecomunicazioni (Etecsa) ha rafforzato i propri meccanismi di sorveglianza e controspionaggio, anche attraverso i Comitati di difesa della rivoluzione. A livello giudiziario, l’eventuale contatto tra i cittadini dell’isola e la Cia potrebbe essere imputato come “spionaggio” o “tradimento alla patria”. Il clima preoccupa alcuni settori del Congresso e dell’intelligence americana, che temono l’esposizione indebita e il crescente rischio per informatori già attivi a L’Avana. L’annuncio della Cia è in continuità con l’invito lanciato venerdì dal segretario di Stato Usa Marco Rubio a “un’associazione discreta con la Cia” per “coloro che vogliono promuovere un cambiamento positivo“. “Ora è il momento” è stato l’appello di Rubio, denunciando le “promesse fallite, la corruzione e le vite agiate di pochi”, in riferimento alla classe dirigente di Palazzo della Revolución.

L’offensiva Usa nei confronti dell’Isola ha ripreso forza lunedì con l’annuncio del mandato di cattura contro l’ex presidente Raúl Castro, 96 anni, imputato di cospirazione per commettere omicidio in primo grado in occasione dell’abbattimento di due velivoli civili nel 1996 e la conseguente uccisione di tre cittadini e un residente Usa. A sua volta, il presidente statunitense Donald Trump ha rincarato la dose, sottolineando che, una volta concluse le operazioni in Iran, le sue imbarcazioni militari passeranno davanti a Cuba e “una di esse si fermerà a 45 metri dalle coste“. A quel punto, afferma Trump, i vertici del governo cubano “alzeranno le mani” e Marco Rubio scenderà in campo per “chiudere l’accordo”.

Per il momento, voci dell’amministrazione Usa consultate da Associated Press smentiscono un’eventuale operazione militare imminente dopo le iniziali preoccupazioni suscitate dall’annuncio del Tycoon. Secondo diverse fonti, la ricetta venezuelana annunciata sull’Avana punta a riallacciare i ponti con l’elettorato cubano-statunitense, il cui 68% aveva votato Trump nel 2024. E il tempismo tra l’escalation e il voto anticipato iniziato sabato nella Florida, che concentra il maggior numero di esuli cubani, accresce le critiche tra gli analisti. “È un grande show politico“, dice Eduardo Gamarra, docente di Scienze politiche presso l’Università internazionale della Florida, osservando che l’offensiva contro L’Avana punta a “sbloccare la situazione elettorale” nello stato, sempre più lontano da Trump. Tuttavia, Palazzo della Revolución non abbassa la guardia. “Il governo degli Stati Uniti lascia in evidenza che non rinuncia alle sue ambizioni di dominazione su Cuba“, ha denunciato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez. “È bene ricordare – ha aggiunto – che ciò che i cubani abbiamo raggiunto nel 1959 è la nostra vera indipendenza e siamo disposti a difenderla”.

L'articolo La Cia cerca nuovi informatori a Cuba su Instagram: “Diteci tutto ciò che sapete”. L’Avana: “Siete disperati” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump

Vice President JD Vance arrives to speak at a midterm campaign rally at the LevelUp Training Complex in Monroe, Mich., Thursday, Oct. 15, 2026. (Daniel Heuer/Pool Photo via AP)

Prima scena. Il giornalista Mark Halperin chiede a J.D. Vance se, in caso di candidatura alla presidenza nel 2028, potrebbe contare sull’endorsement di Donald Trump. Il vicepresidente sorride: «Direi di sì, ma non lo so, amico mio». Del resto, il sostegno del presidente è fondamentale. E aggiunge che in effetti i due non ne hanno mai parlato. Seconda scena. L’indomani, nello Studio Ovale, Halperin fa la stessa domanda al presidente, gli chiede se è pronto dare l’endorsement al suo vice, e Trump abbozza un complimento, poi dice che non ne hanno parlato, fa il vago, si gira anche verso lo stesso Vance che ricambia con un altro sorriso. Un attimo dopo il vicepresidente perde l’espressione gioviale, si incupisce. Si aspettava una risposta più esauriente. Dal video si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore. Ne era convinto, dovrebbe essere lui il candidato di punta del Partito Repubblicano, l’alfiere del trumpismo dopo Trump. Ma con un capo così, chi può avere delle certezze?

La scena tragicomica è della settimana scorsa e sintetizza bene il problema politico di Vance: è uno dei volti più riconoscibili dell’universo Maga, nonché il favorito per la nomination repubblicana, eppure non può dare per scontato il sostegno di Trump, cioè l’uomo che lo ha portato fin lì. Per diventare il futuro del partito deve dimostrare di poter fare a meno di Trump, senza perderlo.

Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato, si vota per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Il clima è sfavorevole ai repubblicani, c’è aria di riscatto dei democratici (ne aveva scritto il direttore Christian Rocca in questo editoriale). L’approvazione di Trump è al livello più basso dei suoi due mandati.

I sondaggi più recenti confermano una tendenza negativa che dura ormai da mesi, su cui pesano il costo della vita, i prezzi dell’energia e la guerra con l’Iran. Butta male per il Partito Repubblicano, e forse per Vance è una brutta notizia solo a metà: in caso di sconfitta, la base Maga ancora fedele a Trump potrebbe stringersi attorno al vicepresidente. Ma il condizionale è d’obbligo.

Vance avrebbe bisogno del sostegno degli elettori che si identificano con Trump e, insieme, di recuperare una parte di quelli che si sono allontanati da lui. Non può permettersi di fare campagna elettorale scaricando il trumpismo e non può nemmeno limitarsi a imitare Trump, rischiando di ereditarne l’impopolarità. Per questo il vicepresidente sta cercando di costruirsi una sua autonomia politica, anche in modi imprevedibili. Di recente ha evitato di appoggiare la candidatura di Benjamin Netanyahu alle elezioni in Israele, limitandosi a una risposta cerchiobottista: «Io sostengo i candidati americani», spiegando di essere concentrato sulle midterm, quindi non ha attaccato Netanyahu né sconfessato Trump che invece lo appoggia apertamente. La cautela è notevole ancor di più perché in primavera Vance aveva fatto campagna in Ungheria per Viktor Orbán. E non risulta un passaporto americano per l’ex autocrate di Budapest.

La successione a Trump non riguarda soltanto chi riceverà l’endorsement del presidente, riguarda soprattutto il tipo di partito che dovrà guidare. Sotto l’etichetta Maga convivono visioni diverse dell’economia, della religione, dello Stato e del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Trump ha potuto rinviare il confronto perché lui tiene tutti sotto la sua ala, fa da collante. Ma nessun altro, almeno per il momento, ha mostrato le stesse capacità.

La prima corrente con cui Vance deve fare i conti è quella dei national conservatives, i conservatori nazionali. Sono quelli che hanno progressivamente superato il vecchio conservatorismo reaganiano – libero mercato globale, interventismo militare – incanalando l’agenda del movimento Maga in una dottrina intellettuale e politica strutturata, ispirandosi anche alle linee nazionaliste promosse da Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation. Tutto fa perno sulla nozione di “Heritage American”, che privilegia chi discende da famiglie presenti nel Paese fin dalle origini.

La conversione cattolica sbandierata nel libro “Communion” avvicina Vance ai postliberali, che a differenza dei nazional-conservatori vogliono uno Stato impegnato a promuovere una visione morale della società. Il Claremont Institute, altra area di riferimento per Vance, punta invece a ridimensionare il potere federale.

Le differenze riemergono anche sui confini del Maga: ad AmericaFest, nel 2025, Vance ha messo in guardia dalle «prove di purezza» ideologica caldeggiate da una parte di mondo repubblicano, mentre la destra americana discuteva se isolare figure come il suprematista Nick Fuentes (di lui avevamo parlato qui), evitando di indicare chi escludere dal movimento. Insomma, tenere unita la coalizione significa convivere con contraddizioni che Trump poteva lasciare irrisolte, ma che il suo successore dovrà prima o poi affrontare.

Una rete attraversa quasi tutte queste correnti ed è decisiva per l’ascesa di Vance: quella di Peter Thiel, il miliardario della tecnologia che ne ha sostenuto la carriera. Il rapporto comincia a Yale nel 2011; attraverso Thiel, Vance incontra il pensiero di René Girard e un ambiente in cui cristianesimo, critica del liberalismo e innovazione tecnologica convivono. Dopo Yale Vance entra nel venture capital: lavora a Mithril Capital e avvia poi Narya Capital. Nel 2022, quando si candida al Senato dell’Ohio, Thiel versa quindici milioni di dollari a un Super Pac che lo sostiene. L’endorsement di Trump completa l’operazione e porta al Senato un uomo che fino a pochi anni prima era conosciuto soprattutto come autore di “Hillbilly Elegy” e critico del trumpismo.

Rispetto a Trump, Vance potrebbe quindi essere ancor più accondiscendente nei confronti degli oligarchi digitali. A settembre, il vicepresidente ha respinto le richieste di una regolamentazione internazionale della sicurezza dell’intelligenza artificiale, sostenendo che le aziende preoccupate dei rischi delle proprie tecnologie dovrebbero fermarne lo sviluppo, anziché chiedere nuove regole. Una posizione motivata anche dalla competizione con la Cina, che rivela però una tensione interna al mondo Maga: come conciliare la difesa dell’industria americana con la diffidenza verso il potere delle grandi imprese?

La politica estera mette a nudo le contraddizioni del Maga, dove convivono nazionalisti contrari alle guerre e sostenitori di un ruolo militare globale. Jonathan Chait sull’Atlantic scriveva a giugno che Vance aveva sconsigliato l’intervento in Iran, ma dopo la decisione ha difeso Trump, ritrovandosi a sostenere una guerra che contraddice la promessa di ridurre gli impegni americani.

Anche l’Ucraina mostra che “America First” non è necessariamente sinonimo di isolazionismo. Vance ha sostenuto la riduzione degli aiuti a Kyjiv, ma si è anche impegnato in prima persona per chiedere a Volodymyr Zelenky di fermare attacchi contro petroliere, impianti di raffinazione e altre infrastrutture critiche – mai alla Russia, ci mancherebbe. Perché va bene l’isolazionismo, ma quando c’è da difendere gli interessi nazionali allora si può derogare ai propri slogan e intervenire.

Vance ha una risorsa che Trump non ha mai posseduto nella stessa misura: una rete di intellettuali, finanziatori e organizzazioni che prova a dare al movimento una struttura e una dottrina. Questo potrebbe far emergere le contraddizioni e le divergenze tra nazional-conservatori, postliberali, ambienti di Claremont e imprenditori tecnologici. Frizioni che Trump è spesso riuscito a tenere sotto controllo, senza risolverle, perché il punto di convergenza era lui. Vance dovrà convincere il partito di poter custodire quell’eredità senza diventare una copia in sedicesimo del suo predecessore.

L'articolo Come J.D. Vance sta preparando il terreno per il post-Trump proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌