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Finlandia e Norvegia trattano con Putin: il fronte europeo mostra le prime crepe

 

Finlandia e Norvegia rompono il fronte europeo e contattano direttamente Vladimir Putin per discutere una possibile soluzione del conflitto ucraino. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo, concentrandosi sulle prospettive di pace e sui prossimi incontri negoziali ad Abu Dhabi. Stubb ha riconosciuto una realtà difficile da ignorare: porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto con Mosca. Per due Paesi confinanti con la Russia, il risultato del conflitto avrà conseguenze immediate sulla sicurezza nazionale ed europea.

Store ha insistito sulla necessità di una de-escalation. L’iniziativa, tuttavia, ha provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di procedere senza coordinamento, mentre il capo del governo svedese ha espresso scetticismo sulle reali intenzioni russe, arrivando a evocare il rischio di una resa ucraina. Dietro queste reazioni si nasconde una contraddizione sempre più evidente. Mentre Washington e Mosca intensificano i contatti, le capitali europee temono di essere escluse dalle trattative che potrebbero decidere il futuro dell’Ucraina.

Bruxelles vuole sedersi al tavolo, ma continua a sostenere una linea che rischia di restringere gli spazi per la diplomazia. Il problema è anche politico. Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel sostegno al regime di Kiev e aver legato la propria credibilità alla prospettiva di una sconfitta strategica russa, molti leader europei faticano a cambiare rotta. Friedrich Merz lo ha ammesso apertamente: una capitolazione ucraina equivarrebbe, nella sua visione, alla capitolazione dell’intera Europa. Ma proprio questa identificazione tra il destino dell’Ucraina e quello dell’Unione rischia di diventare una trappola.

Aprire un negoziato non significa necessariamente arrendersi, così come prolungare il conflitto non garantisce di ottenere gli obiettivi proclamati. La domanda, dunque, è se l’Europa voglia contribuire a una soluzione diplomatica oppure continuare a difendere una strategia che ne ha ridotto il peso negoziale e l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi tanto economica quanto politica.

 

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Cuba smentisce le accuse infondate dell'ambasciatore USA all'ONU

Per la 34ª volta, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è tornata a discutere e votare la risoluzione presentata da Cuba per chiedere la fine del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Durante la sessione, la delegazione cubana ha interrotto l’intervento del rappresentante statunitense Michael Waltz, presentando una mozione d’ordine ai sensi dell’articolo 71 del regolamento dell’Assemblea. Waltz aveva accusato il governo cubano di confiscare i beni dei lavoratori, mostrando immagini e dati relativi a presunti patrimoni, proprietà e beni di lusso attribuiti ai vertici del Paese.

Secondo la ricostruzione statunitense, le risorse destinate alla popolazione sarebbero state dirottate. La delegazione dell’Avana ha chiesto alla presidenza di richiamare all’ordine il funzionario americano, contestando le sue dichiarazioni come menzogne pronunciate con arroganza e lesive della dignità degli Stati membri, oltre che offensive nei confronti del popolo e del governo cubani. Ma al di là dello scontro diplomatico, resta la questione centrale: il bloqueo imposto da Washington, che da decenni colpisce l’economia cubana e limita l’accesso a risorse, beni e servizi essenziali. Una misura coercitiva unilaterale che, per la sua portata extraterritoriale e i suoi effetti sulla popolazione civile, solleva gravi questioni di diritto internazionale e viene condannata da anni dalla comunità internazionale.

Le ripetute risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU chiedono la fine dell’embargo, pur non avendo carattere giuridicamente vincolante. Dietro le accuse rivolte all’Avana, dunque, non può essere oscurata la responsabilità di una politica di pressione economica che punisce un intero popolo per piegarne le scelte politiche.

Un bloqueo criminale nei suoi effetti sociali, che nega a Cuba il diritto di svilupparsi senza coercizioni esterne.



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Ecuador: gli avvocati di Luisa González chiedono la scarcerazione

Il collegio difensivo dell'ex candidata alla presidenza dell'Ecuador, Luisa González, ha presentato un ricorso contro l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti nell'ambito di un'indagine su un presunto riciclaggio di denaro legato al finanziamento della campagna elettorale del 2023.

Il documento è stato presentato alla Procura dall'avvocato Diego Guarderas, il quale sostiene che la misura cautelare violi i diritti fondamentali della sua assistita. Il legale chiede che il procedimento giudiziario prosegua senza che González rimanga privata della libertà personale durante lo svolgimento delle indagini.

Secondo l'avvocato, non sussistono i presupposti per giustificare la detenzione della leader politica dell'opposizione. Inoltre, ha sottolineato che tale situazione ha ripercussioni dirette sulla sua famiglia, tra cui il figlio adolescente e l'anziano padre, affetto da una patologia renale.

Allanamientos, agentes encapuchados, traslados entre provincias y horas de audiencia con el objetivo de exhibir y amedrentar. ¿La respuesta de Luisa González? Templanza, firmeza y una dignidad inquebrantable, las imágenes hablan por sí solas: serenidad absoluta y una sonrisa que refleja la tranquilidad de tener las manos limpias y la conciencia en paz. La fuerza de un liderazgo no se define por el poder que ejerce, sino por la serenidad con la que resiste el poder que se impone sobre él. Luisa nos demuestra que la fuerza no está en quien utiliza el aparataje del poder para perseguir, sino en quien sostiene sus principios con valentía frente a la injusticia. Podrán vulnerar el debido proceso, pero la verdad no se encarcela. ???????? @bbcmundo @el_pais @agenciaefe @dw_espanol

— Luisa González (@LuisaGonzalezEc) October 24, 2026

Guarderas ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui González potrebbe lasciare il Paese una volta tornata in libertà. Parlando ai media, ha affermato che l'ex candidata alla presidenza rimarrà a disposizione delle autorità giudiziarie.

"Non andrà da nessuna parte, poiché ha solidi legami professionali, sociali e familiari nel Paese. Inoltre, è determinata a fare chiarezza su questa vicenda, così come ha fatto in occasione di ogni altra indagine che l'ha riguardata. Ha sempre affrontato queste questioni a viso aperto", ha dichiarato il legale, riferendosi al caso noto come "Laberinto" (Labirinto).

L'ex candidata si trova in stato di fermo dal 23 ottobre, in seguito all'esecuzione di un mandato di arresto emesso da un giudice su richiesta della Procura. Da allora, è rimasta in custodia cautelare mentre prosegue l'iter giudiziario.

González, figura di spicco dell'opposizione al regime neoliberista di Daniel Noboa, si è candidata alla presidenza sia nelle elezioni del 2023 che in quelle del 2025. In entrambe le occasioni, è stata sconfitta dall'attuale presidente.

L'indagine trae origine da accertamenti precedenti relativi al finanziamento della sua prima campagna presidenziale, un caso noto come "Caja Chica" (Piccola Cassa). Le autorità stanno esaminando presunti contributi irregolari e l'origine dei fondi che sarebbero stati utilizzati durante il processo elettorale del 2023. Inoltre, nell'ambito del caso "Laberinto", gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati per le attività di campagna elettorale fondi provenienti da una società legata al sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez.

In attesa che venga esaminato il ricorso presentato dal suo collegio difensivo, Luisa González rimarrà in carcere. Secondo Guarderas, la donna continua a dichiararsi innocente ed è fiduciosa che le indagini faranno luce sui fatti alla base delle accuse mosse contro di lei.

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Khamenei: Nessun compromesso su Hormuz

 

In una fase segnata da altissime tensioni geopolitiche e dalla prosecuzione delle ostilità nella regione, la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, ha ricevuto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il generale Mohsen Rezai. L'incontro è servito a delineare le direttive strategiche della Repubblica Islamica in materia politica, economica, culturale e di difesa.

Durante il colloquio, il Leader ha definito il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e il suo segretariato come il vero e proprio «crocevia decisionale» del Paese. Khamenei ha rimarcato l'urgenza di adottare risoluzioni solide e determinate, supportate da una tabella di marcia strutturata che prefiguri chiaramente l'intero sviluppo di ogni iniziativa, dalla fase embrionale fino al conseguimento degli obiettivi finali.

Coesione interna e architettura costituzionale

Al centro delle discussioni figurano la stabilità del Fronte Interno e l'esigenza di saldare il patto di fiducia tra la popolazione e le istituzioni statali. Per accelerare la risoluzione delle criticità economiche e sociali che gravano sull'esecutivo, il Leader ha raccomandato di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla Costituzione, orientando le prerogative dell'articolo 176 a supporto dell'azione del Presidente e degli organi di governo.

Sul piano del consenso interno, la Guida Suprema ha ribadito che la disperazione delle potenze avversarie rappresenta il diretto risultato della resistenza mostrata dalla nazione. In quest'ottica, ha sollecitato il ripristino di una comunicazione pubblica trasparente e tempestiva, ritenuta indispensabile per garantire il coinvolgimento attivo dei cittadini nella difesa del sistema politico e della sovranità nazionale.

Il nodo di Hormuz, i confini e la linea del Fronte di Resistenza

Dalla riunione sono emerse indicazioni perentorie in merito alla postura di sicurezza e alla geopolitica regionale. In primo luogo, il mantenimento della sicurezza nazionale ed extra-territoriale passa attraverso la gestione strategica dello Stretto di Hormuz, considerata una leva ineludibile per gli equilibri dell'intera area. In secondo luogo, è stata riconfermata la volontà di consolidare i rapporti bilaterali con i Paesi vicini, a patto che siano fondati sulla reciprocità e su interessi strategici duraturi. Infine, Khamenei ha riaffermato la necessità di tutelare con fermezza i diritti del popolo iraniano e dell'asse del Fronte di Resistenza, imponendo le condizioni di Teheran per superare la dannosa fase di "né guerra né pace" e giungere a una conclusione del conflitto alle proprie condizioni.

La relazione di Rezai: verso un ordine regionale endogeno

Da parte sua, il generale Mohsen Rezai ha illustrato un quadro dettagliato dello stato delle infrastrutture e delle iniziative di difesa intraprese dal Segretariato. Tra i dossier prioritari, Rezai ha evidenziato il costante monitoraggio della linea strategica volta a favorire la nascita di un "ordine regionale endogeno", un'architettura di sicurezza collettiva gestita dalle nazioni dell'area al di fuori di ogni ingerenza o tutela da parte delle potenze occidentali.

 

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L'Iran al fianco dell'Avana: "L'unico 'crimine' di Cuba è voler preservare la propria indipendenza"

 

L'asse di solidarietà tra le nazioni colpite dalle misure coercitive unilaterali di Washington si rafforza. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha condannato con fermezza la linea politica adottata dall'amministrazione statunitense contro Cuba e il Venezuela, qualificandola come un'ingerenza sistematica che mina i fondamenti dell'ordine giuridico internazionale.

Secondo Teheran, l'ostilità dimostrata nei confronti del governo cubano rientra in una più ampia strategia di pressione bellicista destinata a destabilizzare la pace e la sicurezza globale. Di fronte al progressivo sgretolamento dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite — in primis il rispetto rigoroso della sovranità e del diritto all'autodeterminazione dei popoli —, il portavoce iraniano ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché abbandoni qualsiasi posizione di passività. Il silenzio e l'indifferenza delle diplomazie mondiali, ha avvertito Baghaei, finiranno inevitabilmente per legittimare un precedente pericoloso che minaccia l'incolumità e l'autonomia politica di ciascuno Stato.

Sette decenni di blocco illegittimo

Il portavoce del ministero iraniano ha rimarcato la contraddizione di fondo che caratterizza le sanzioni imposte a L'Avana. A differenza di altri dossier internazionali al centro delle controversie diplomatiche, Cuba non dispone di alcun programma nucleare né porta avanti attività di arricchimento dell'uranio. Ciononostante, il Paese subisce da ormai sette decenni un embargo economico e finanziario stringente che ha generato enormi sofferenze materiali alla popolazione civile.

L'unica "colpa" attribuita all'isola e al suo popolo, ha sottolineato Baghaei, risiede nella ferma volontà di difendere la propria sovranità nazionale, scegliendo in totale autonomia il proprio modello di sviluppo economico e la propria forma di governo senza subire ingerenze o tutele esterne. È proprio questo rifiuto della subalternità che la leadership di Washington si ostina a non accettare, trasformando il sanzionamento economico in uno strumento punitivo permanente.

La condanna del neo-colonialismo di Washington

Esprimendo la piena solidarietà della Repubblica Islamica al popolo e al governo cubano, Baghaei ha concluso evidenziando come le recenti dichiarazioni dei funzionari americani tradiscano una pericolosa deriva verso forme di neocolonialismo dichiarato. La pretesa di sollecitare direttamente sovvertimenti interni o condizionare la politica di uno Stato sovrano rappresenta una palese violazione delle norme del diritto internazionale moderno, contro la quale Teheran ribadisce la propria ferma opposizione politica e diplomatica.

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Entra in vigore una tregua temporanea per l'operazione umanitaria ad Alyoshki, assediata dai droni ucraini.

 

Dalle 4:00 di questa mattina (ora di Mosca) è entrato in vigore il cessate il fuoco nell'area di Alyoshki, la città sulla sponda sinistra del Dnepr nella provincia di Kherson, nell'ambito di un'operazione umanitaria internazionale d'emergenza. Isolata da mesi da ogni linea di rifornimento e bersagliata da bombardamenti quotidiani, la città si trova allo stremo a causa di quello che la garante per i diritti umani russa, Yana Lantratova, ha denunciato come un vero e proprio "blocco artificiale" creato dalle forze armate ucraine per soffocare la popolazione rimasta.

A confermare la gravità del disastro è stata anche la First Lady statunitense Melania Trump, intervenuta direttamente tra le diplomazie per favorire la tregua localizzata. Parlando dalla Casa Bianca, la Trump ha dipinto un quadro drammatico: una città di prima linea sull'orlo del collasso, abitata ormai quasi esclusivamente da anziani privi di cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua potabile.

Droni e mine: il blocco dei soccorsi civili

Le modalità del blocco sono state nel dettaglio dal Ministero della Difesa russo. Oltre all'artiglieria, che da più di due anni martella le infrastrutture viarie e ferroviarie, dal maggio 2026 l'esercito ucraino ha intensificato l'uso di droni per effettuare il minamento a distanza delle uniche vie d'accesso rimaste. L'obiettivo sistematico, denunciato da Mosca, è impedire sia l'evacuazione dei civili che l'ingresso dei convogli d'emergenza.

Neanche gli sforzi del volontariato si sono salvati dalla carneficina: secondo quanto riferito da Lantratova, persino una colonna di veicoli privati chiaramente contrassegnati dalla scritta "Popolo" è stata distrutta dal fuoco dei droni. Il capo del distretto municipale, Ruslan Khomenko, ha segnalato che le forze di Kiev arrivano a sganciare dall'alto tra le 7 e le 36 mine al giorno sul centro abitato, accusando l'altra parte del campo di voler "semplicemente annientare i civili".

La denuncia di Mosca sui "metodi terroristici"

Sulla vicenda è intervenuto duramente anche Rodion Miroshnik, ambasciatore russo per i crimini del regime di Kiev, che ha definito la situazione di Alyoshki «uno dei tanti progetti terroristici orchestrati da Kiev». Secondo l'ambasciatore, le forze ucraine stanno impiegando in modo massiccio il materiale bellico e i droni forniti dalle potenze occidentali non per obbiettivi militari, ma per cacciare e colpire indistintamente qualsiasi veicolo civile provi a rompere l'assedio.

La tregua scattata all'alba rappresenta un'esile finestra di soccorso in un teatro bellico dove la sopravvivenza dei non combattenti è diventata merce di scambio e bersaglio tattico. Resta da verificare se le garanzie sul campo consentiranno finalmente il passaggio dei beni di prima necessità o se il corridoio umanitario verrà travolto dall'ennesima ripresa delle ostilità.

 

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Cosa significa la vittoria di Lula per la Cina e per il mercato delle terre rare

 

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio presidenziale in Brasile segna un punto di svolta non soltanto per l'America Latina, ma per l'intera architettura geopolitica globale. Come sottolineato dall'analisi del South China Morning Post, l'inizio del suo quarto mandato non consecutivo all'inizio del 2027 blinda e rafforza il ruolo di Pechino quale primario partner strategico di Brasilia, piazzando il gigante sudamericano al centro della contesa egemonica tra Cina e Stati Uniti.

In questo scontro tra potenze, la posizione del Brasile non è secondaria né neutrale per caso, ma si fonda su un peso minerario d'importanza critica: il Paese possiede le seconde riserve di terre rare più grandi al mondo. Si tratta dei metalli indispensabili per le tecnologie avanzate, la transizione energetica e l'industria bellica, un settore in cui la Cina punta a consolidare la propria posizione di forza sulle catene di approvvigionamento globali.

Oltre la dottrina atlantica: la sovranità delle risorse

Sotto la guida di Lula, il Brasile ribadisce di non voler scivolare nel ruolo di satellite subalterno alle direttive di Washington. La riconferma della leadership del Partito dei Lavoratori garantisce a Pechino l'interlocutore ideale per dare continuità ai progetti del blocco BRICS e per sviluppare partnership industriali nel settore dell'estrazione e della raffinazione delle risorse strategiche.

La Casa Bianca osserva con crescente apprensione la penetrazione economica cinese nel cortile di casa sudamericano. L'accesso privilegiato della Cina ai giacimenti di terre rare brasiliane indebolisce gli tentativi americani di affrancarsi dalla dipendenza mineraria orientale, confermando la volontà di Brasilia di sfruttare la propria ricchezza di materie prime come leva di autonomia geopolitica e di sviluppo nazionale.

Il Brasile nel nuovo ordine multipolare

Il quarto mandato di Lula consolida la trasformazione del Brasile in un hub imprescindibile del nuovo ordine multipolare. Rifiutando l'allineamento dogmatico ai blocchi tradizionali, il governo serba l'iniziativa diplomatica nel Sud Globale, sfruttando la cooperazione con Pechino per accelerare gli investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Per la Cina, il successo di Lula rappresenta la garanzia di un alleato di peso nel continente americano, capace di resistere alle contromisure statunitensi. Per Washington, la presenza di un gigante industriale ricco di risorse chiave come il Brasile, sempre più integrato con il sistema economico cinese, rende la competizione geostrategica nel continente estremamente complessa e priva di soluzioni immediate.

 

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Allarme ONU in Cisgiordania: Turk evoca il rischio di pulizia etnica ad Al-Khalil

 

L'incursione delle forze di occupazione israeliane nella città di Al-Khalil (Hebron), nella Cisgiordania occupata, finisce sotto il tiro delle Nazioni Unite. L'Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha lanciato un monito perentorio, intimando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari e denunciando come il sistematico sfollamento forzato della popolazione araba delinei un reale rischio di pulizia etnica.

UN Human Rights Chief @volker_turk calls for an end to #Israel’s aggressive operation in the #WestBank city of #Hebron, which forcibly displaced nearly 2,000 Palestinians, demolished homes and commercial property, and deprived residents of the ability to move freely. "Collective punishment is a grave violation of international law. Threats to empty and erase entire neighbourhoods also raise serious concerns of ethnic cleansing," Türk says. https://t.co/EGRf5Iw9vZ

— UN Human Rights (@UNHumanRights) October 26, 2026

Secondo i dati diffusi da Ginevra, le operazioni avviate nel fine settimana hanno già sradicato dalle loro abitazioni oltre 2.000 palestinesi, radendo al suolo interi complessi residenziali e attività commerciali e imponendo una rigida limitazione alla libertà di movimento.

Punizioni collettive e terrore della popolazione

Il quadro delineato dall'Alto Commissariato è quello di una vera e propria punizione collettiva disposta ai vertici dell'esecutivo israeliano. Commentando l'uso sproporzionato e ingiustificato della forza militare, Türk ha sottolineato come le disposizioni impartite dal primo ministro Benjamin Netanyahu tradiscano l'intento di instillare il terrore e punire indiscriminatamente i civili dopo le recenti azioni di rappresaglia della resistenza palestinese.

Le punizioni collettive costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, mentre gli ordini di evacuazione e le demolizioni di interi rioni configurano un preciso piano di sradicamento demografico. Di fronte a questo scenario, l'ONU esige l'immediato rientro degli sfollati nelle proprie case e l'erogazione di risarcimenti per le distruzioni arbitrarie perpetrate dall'esercito.

La chiusura della Cisgiordania alla vigilia del voto

La stretta militare su Hebron si inserisce in un quadro di chiusura ermetica dell'intera Cisgiordania occupata disposto dalle forze di occupazione fino al 27 ottobre, in concomitanza con lo svolgimento delle elezioni legislative in Israele. Un blindaggio che si traduce in un ulteriore soffocamento economico ed esistenziale per i residenti palestinesi.

Il monito delle Nazioni Unite riaccende i riflettori sull'impunità delle politiche di occupazione territoriale, accusate di spingersi oltre ogni limite legale pur di creare fatti compiuti sul terreno a danno della popolazione autoctona.

 

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Egitto. Parlamento autorizza l'invio di forze "difensive" a sostegno dell'Arabia Saudita

 

Sotto la pressione delle continue rappresaglie yemenite che martellano il territorio saudita, il Cairo compie il passo formale per integrarsi nella coalizione a guida di Riyadh. Il 26 ottobre, il parlamento egiziano, riunito in una sessione a porte chiuse ai sensi dell'articolo 152 della Costituzione, ha approvato l'autorizzazione esecutiva per inviare supporto militare "difensivo" al regno saudita, ratificando la raccomandazione espressa dal Consiglio di Difesa Nazionale ed evadendo la richiesta avanzata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Il provvedimento fornisce il quadro giuridico formale per potenziare i sistemi di difesa aerea sauditi, schierare assetti militari sul campo e tutelare le infrastrutture strategiche del regno da ulteriori attacchi. Una decisione giunta dopo giorni di rinvii voluti per raggiungere un "consenso" unanimemente condiviso, e preceduta da un vertice al vertice svoltosi il 21 ottobre a Riyadh, dove il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell'intelligence Hassan Rashad hanno consegnato nelle mani del principe ereditario Mohammed bin Salman una lettera personale di Sisi in cui si perimetrava la natura esclusivamente "difensiva" dell'intervento.

L'escalation nel Golfo e l'avanzata delle forze yemenite

La svolta del Cairo si inserisce in una fase di drammatica recrudescenza del conflitto. Da quando, a luglio, Riyadh ha intensificato la sua campagna d'attacco decennale contro lo Yemen, le Forze Armate Yemenite (YAF) collegate ad Ansarallah hanno risposto con operazioni di rappresaglia su larga scala, colpendo a raggio sistematico basi militari, aeroporti e impianti energetici nel cuore dell'Arabia Saudita.

La reazione del regno non si è fatta attendere: lunedì le forze aeree saudite hanno scatenato pesanti incursioni bombardando la capitale Sana'a e la città portuale di Mokha. Tuttavia, l'ampiezza dell'offensiva yemenita ha evidenziato le vulnerabilità difensive di Riyadh, spingendo la monarchia a sollecitare l'attivazione delle garanzie di sicurezza dei propri alleati regionali ed extra-regionali.

La geometria del Patto della Mecca e l'ambiguità dell'Occidente

L'Egitto va così ad affiancarsi all'architettura di sicurezza del Patto della Mecca, l'alleanza di difesa congiunta siglata tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan basata sulla clausola di mutua assistenza in caso di attacco. Il Pakistan mantiene migliaia di uomini di stanza nel regno e, pur smentendo attacchi aerei diretti, assicura una copertura di terra. La Turchia garantisce personale, supporto logistico e fornitura di droni, mentre il Regno Unito fornisce un sostegno definito "puramente difensivo" che include il rifornimento in volo dei caccia sauditi impegnati nei raid sullo Yemen.

Derubricando le proprie operazioni sotto la formula retorica del "supporto difensivo", le potenze coinvolte cercano di difendere l'infrastruttura energetica e politica saudita senza assumersi formalmente la responsabilità del disastro umanitario provocato dai bombardamenti sullo Yemen. Con l'ingresso dell'Egitto, l'asse della coalizione si salda ulteriormente, trasformando lo scontro con lo Yemen in un contenzioso regionale a largo raggio.

 

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