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Migliorano le condizioni di Vittorio Sgarbi: è stato trasferito in terapia sub-intensiva

Vittorio Sgarbi è uscito dalla terapia intensiva ed è stato trasferito in sub-intensiva. Migliorano, dunque, le condizioni di salute del critico d’arte ricoverato da quasi un mese a causa di una grave crisi respiratoria. I medici, in particolare, hanno evidenziato un “miglioramento della funzione respiratoria“, tuttavia sottolineando che “permane la tracheostomia” che era stata praticata nelle scorse settimane. Nei prossimi giorni “inizierà la riabilitazione respiratoria” al Policlinico Gemelli di Roma.

Un lieve sospiro di sollievo, dunque, per la famiglia. La figlia Evelina era rimasta sconvolta dal ricovero del padre, arrivando a dire che lo aveva “trovato in una condizione di sofferenza estrema, che mi ha devastato la mente e che rimarrà in modo indelebile conficcata nel mio cuore”. Le condizioni di salute negli ultimi tempi non erano state semplici: nella primavera del 2025 era stato ricoverato a causa di una forte crisi depressiva che lo aveva portato a perdere peso significativamente e a rifiutare l’alimentazione.

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Gli studenti tentano di occupare il liceo, la polizia li porta in commissariato. Cucchi (Avs): “Il fermo preventivo legittima gli abusi”

“Il fermo preventivo legittima gli abusi“. Esordisce così nel suo post Instagram la senatrice Ilaria Cucchi in cui commenta l’intervento della polizia al liceo Giordano Bruno di Roma, dove alcuni ragazzi stavano tentando di occupare la scuola. La Digos, probabilmente chiamata dalla dirigente scolastica, è intervenuta al liceo, ha identificato gli studenti e, dopo il controllo dei documenti, ha caricato alcuni di loro sulle volanti e li ha condotti in commissariato. “Portare in questura un minorenne per un sospetto insegna a una generazione che le istituzioni son un nemico da cui difendersi, quando dovrebbero essere la sua garanzia. Questo modello legittima gli abusi” ha commentato la senatrice.

La denuncia arriva anche anche da Simone Montori, della Rete degli Studenti Medi del Lazio, che parla di una “risposta repressiva di gravità inaudita di fronte alla mobilitazione studentesca”.

La questura riporta di essersi attivata a causa della segnalazione di un gruppo di giovani a volto coperto e in possesso di catene: cinque di loro sono stati identificati nel giardino perimetrale della struttura scolastica. Le autorità fanno sapere di avere inoltre identificato 7 ragazzi, non iscritti alla scuola, dapprima accompagnati in commissariato e poi riaffidati ai genitori. “Solo l’intervento del nostro assessore in III Municipio Luca Blasi ha impedito che la situazione degenerasse con il trasferimento di tutti i ragazzi nei locali del commissariato. Siamo allarmati dalle continue segnalazioni che ci arrivano dalle scuole e presenteremo nuove interrogazioni al Governo”, afferma la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti.

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Fakir, le frasi degli agenti dopo la sua morte: “È schiattato”. “Cazzo me ne frega a me”. L’avvocato Anselmo: “Cosa pensano Piantedosi e Meloni?”

“È schiattato ah“, dice un poliziotto al collega che replica: “Cazzo me ne frega a me“. È uno dei dialoghi tra i due agenti il 19 luglio in via Svevo al Pilastro di Bologna, mentre Abderrahim Fakir moriva riverso sull’asfalto. Frasi registrate dalla bodycam indossata da uno dei due poliziotti e che sono citate in una parte introduttiva della consulenza tecnica medico legale, disposta dalla Procura di Bologna, per far luce sulle cause del decesso del 42enne. “Un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato”, commenta l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino. “Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione”.

Le trascrizioni riportano i momenti concitati dell’intervento. “Spruzza lo spray”. “Gli devi mettere le manette”. “Ecco guarda…gira dall’altra parte… vieni di qua…fai mettere il braccio fuori”. “L’ho lasciato…”. “Ma mi hai ammanettato a me in mezzo”. Mentre Fakir urla e pronuncia frasi incomprensibili. Intanto accanto ci sono dei testimoni. Uno suggerisce: “Voi non avete una siringa… che lo faccia dormire?”. Intanto l’intervento per immobilizzare il 42enne prosegue mentre lui inizia a chiedere aiuto e urlare. Fakir viene ammanettato dietro la schiena. “Vai in macchina a prendere le fasce vai “, dice un agente. Applicate le fasce in velcro alle gambe, un poliziotto si alza. “Adesso forse non più cosciente“, dice a quel punto un soccorritore.

“Sta respirando?“, chiede qualcuno. “Per me può essere pure schiattato guarda“, risponde un agente, confermando poi “sì sì sta respirando”. Mentre iniziano i soccorsi, i due agenti parlano tra di loro. “È incosciente dottoressa… gli occhi riversi all’indietro adesso..”, afferma uno dei sanitari. A quel punto un agente si rivolge al collega: “È schiattato ah”, dice. L’altro replica: “Cazzo me ne frega a me”. Parlano alla radio poi, probabilmente, discutono dell’intervento: “Però la prossima volta ti.. poi ti spiego per bene come si fa, perché così ci facciamo male“. Poco dopo veniva comunicato che il paziente era in arresto cardiaco. I minuti successivi registrano l’intervento dei sanitari, tra massaggio cardiaco e richiesta di informazioni su Fakir e su quanto avvenuto prima. Così fino a quando il medico conferma che per Fakir non c’è più nulla da fare: è deceduto.

“Un uomo era a terra, in condizioni gravissime”, riassume Anselmo. “Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta”.

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Sciopero generale 30 ottobre, 22mila persone preparano le proteste su 3 chat Telegram: “Vietato incitare alla violenza”

Su Telegram procede l’organizzazione delle proteste, mentre Youssef Siher è agli arresti con l’accusa di terrorismo e il gruppo Movimento 17 ottobre ha chiuso i battenti. Prossimo appuntamento: lo sciopero generale del 30 ottobre contro il carovita. La linea emersa dalla chat Italia in piazza è chiara: nessuna violenza, aggregarsi alle proteste delle sigle e delle organizzazioni promotrici della piazza, seguire le loro istruzioni, nessuna contestazione autonoma. La via del saccheggio, dell’assalto alla proprietà privata di banche e negozi di lusso, è bocciata senza appello. Il primo messaggio di benvenuto in cima alla chat, fissato il 20 ottobre alle 19,10, è inequivocabile: “Purtroppo ci hanno ‘bannato’ tra mille virgolette i gruppi di Telegram, per questo abbiamo deciso di crearne un altro ‘questo qua’. Per questo però vorrei annunciarvi un punto critico. – NON bisogna ASSOLUTAMENTE INCITARE alla VIOLENZA, che sia verbale o altro”.

Luoghi, date delle contestazioni e imprevisti al corteo

Non è l’unico gruppo attivo sulla piattaforma di Pavel Durov. La pagina Piazze piene conta circa 16.224 iscritti (2308 nel gruppo di discussione a portata di link), quella di Mappa della rivolta 3.734. Italia in piazza, con 2.359 partecipanti, è erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre: la data non è un accessorio. Quel giorno sono esplose le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita nelle principali città italiane. 24 ore dopo è nata la comunità virtuale Movimento 17 ottobre, su Telegram, “spenta” dagli amministratori il 23 ottobre, alla viglia delle contestazioni di sabato 24. Ma la piazza covava da mesi in altri luoghi del cyberspazio. Ora oltre 22 mila persone, sparse su 3 chat Telegram, seguono l’organizzazione delle manifestazioni di sabato 30 ottobre. Anche Piazze piene e Mappa della rivolta (con una grafica interattiva dei luoghi delle proteste) indicano una linea non violenta e di servizio. I partecipanti prima condividono luoghi e date delle manifestazioni in tutta Italia. Poi, il giorno delle proteste, in presa diretta scambiano dettagli sui cortei: l’orario e il punto del raduno, la direzione del corteo, indirizzi precisi, contrassegnando tutto con l’hashtag della città, per reperire le informazioni locali nell’oceano della pagina nazionale. Durante le contestazioni, ogni imprevisto è segnalato in diretta, in chat: ad esempio, i fermi delle forze dell’ordine. Sabato 24 ottobre, diversi manifestanti hanno messo in guardia gli altri con un messaggio di questo tenore: attenzione, autorità di sicurezza hanno voluto scattare una foto del volto accostato al documento di identità.

Il confronto tra le chat e la discussione su assalti ai negozi

Il tema della violenza è quasi totalmente estraneo alle 3 chat Piazze piene, Mappa della rivolta e Italia in piazza. Scarseggiano discussioni sull’opportunità di spaccare vetrine, assaltare negozi, occupare palazzi delle istituzioni e simboli del potere, banche in primis. Temi dibattuti nella chat Movimento 17 ottobre, spenta dalle autorità. Quest’ultima suggeriva strumenti tecnologici dove organizzare contestazioni al riparo dallo sguardo dallo Stato: Signal, app bluetooth come Briar e Session, GrapheneOS per cancellare ogni dato sullo smartphone. Nulla di tutto ciò appare nelle chat Telegram ancora attive, dove corre la protesta in vista del 30 ottobre. Per distinguere le due galassie della contestazione online, si possono contare i messaggi che contengono un invito alla violenza. Sono lo 0,14% (10 su 7140 messaggi) nelle chat Italia in piazza, salgono all’1,7 per cento nella pagina del Movimento 17 ottobre. “Sembrano percentuali irrisorie, ma sono circa 30 in media al giorno, dal 18 al 23 ottobre, 170 in tutto”, dice il Lorenzo Alvisi, dottorando dell’Imt di Lucca. Il ricercatore ha mappato le comunità online per una ricerca scientifica. E cita un altro numero: “Gli utenti che hanno invitato almeno una volta alla violenza sono il 12,1% per il Movimento 17 ottobre, contro l’1.7% del gruppo di Italia in piazza”, prosegue Alvisi.

“Italia in piazza”, restyling in corso: sparito sito e “fondatore”

La chat Telegram Piazze Piene è attiva da mesi, già al tempo delle proteste Pro Pal nel 2025. Mappa della rivolta da poche settimane. Italia in piazza è sbarcata sulla piattaforma di Durov il 7 ottobre scorso, erede della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, battezzata i primi giorni del mese. Qui ha covato la protesta, per settimane, senza che nessuno fuori dalla bolla ne avesse sentore. Ad eccezione di pochissimi, allertati dai partecipanti: ad esempio, centri sociali e collettivi studenteschi milanesi. Ora la galassia Italia in piazza è in corso di restyling: il 20 ottobre, 19 chat telegram hanno lasciato il posto ad una sola pagina nazionale, dove sono confluite le “edizioni” locali. Venerdì 23 ottobre (tra le 12 e le 15) un altro cambiamento: sparito l’admin con il profilo Andrea, insieme al sito internet piazza-italia-hub.lovable.app, 24 ore prima dell’arresto di Siher. Nelle chat di Italia in Piazza Andrea si presentava come fondatore e TechDev, ovvero lo sviluppatore tecnologico. Firmava gran parte dei comunicati, non sappiamo se sia l’autentico creatore del gruppo. Degli altri 5 admin, ne restano in servizio solo tre. Due profili amministratori hanno abbandonato la discussione, per traslocare nella chat Movimento 17 ottobre tra il 18 e il 23 ottobre.

L’identikit: 40 per cento apolitico, in cerca di rappresentanza

Lorenzo Alvisi, con il supporto dell’Intelligenza artificiale Claude, ha tracciato l’identikit ideologico di Italia in Piazza. La gran parte degli iscritti non sa a che santo votarsi, non aderisce a partiti politici e non si sente rappresentato da nessuno. Ma è incline ad attivarsi politicamente, anzi lo desidera, attende solo la chiamata giusta. Nella ricerca sono classificati come antisistema: circa il 40 per cento. La sinistra, incluse le posizioni estreme, raduna un altro 40 per cento circa. Il 15 per cento è di centro. Di destra la quota del 5 con lo 0,5 di estrema destra. Oltre le idee, conta la tecnica: in Italia è il primo caso di proteste supportate dall’Intelligenza artificiale. “L’IA compare in più punti della mobilitazione – sostiene l’esperto – nelle chat i partecipanti discutono le locandine generate con l’IA, e tra gli strumenti diffusi nei gruppi c’è la ‘Mappa della Rivolta’, un sito il cui codice pubblico mostra che è stato costruito in larga parte con Claude e che prevede perfino un amministratore AI”. Un’architettura sofisticata e complessa: un sito ufficiale, circa 40 pagine connessi tra Telegram, Instagram e TikTok. Con migliaia di persone in cerca di rappresentanza.

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La protesta di tir e trattori continua: cori contro Meloni a Montecitorio. Traffico bloccato anche in Toscana. Ma per Salvini l’emergenza “è superata”

Per il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, l’emergenza “è superata”. Eppure sotto Montecitorio, a Roma, è in atto l’ennesima protesta di autotrasportatori e agricoltori. “Siamo arrivati qui per i nostri diritti e per i vostri diritti”, dicono, scendendo dal pullman. Provengono da diverse zone del Sud Italia. Chiedono prezzi più bassi e condizioni lavorative migliori, intonando cori contro Giorgia Meloni e contro il governo. “La cosa grave è che fanno finta che tutto vada bene. È da metà agosto che protestiamo e a lungo siamo stati oscurati”, denuncia un manifestante. E la mobilitazione prosegue anche fuori dalla Capitale, in altre aree del Paese. In Toscana lunedì tir e trattori hanno rallentato il traffico all’esterno del casello Valdichiana dell’autostrada del Sole A1, al confine fra Arezzo e Siena, contro l’aumento dei carburanti e dei costi di produzione. Il presidio, hanno annunciato gli organizzatori, potrà durare tutta la settimana, in attesa dello sciopero generale di venerdì 30 ottobre.

“Vedremo gli autotrasportatori, con il viceministro Edoardo Rixi, e conto che anche i fondi stanziati, un miliardo sbloccato, contribuiscano a far tornare alla normalità la situazione. Incontreremo nuovamente anche i piccoli e i piccolissimi e conto che l’emergenza sia superata“, ha detto il leader della Lega a Radio24. Appuntamento confermato anche da Fedralog Calabria in una nota: “Mercoledì 28 ottobre, alle ore 14:30, si terrà a Roma presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un tavolo istituzionale con le rappresentanze degli autotrasportatori delle regioni del Sud Italia. Lo stato di agitazione”, conclude la nota.

Autotrasportatori e agricoltori denunciano, oltre al costo elevato del gasolio, l’aumento dei costi di manutenzione e gestione dei mezzi, e la svalutazione dei prodotti agricoli. I manifestanti chiedono interventi concreti per garantire la sostenibilità economica delle aziende e di lavorare senza dipendere da sussidi né da contributi pubblici. “Rispetto all’anno scorso il costo del carburante è raddoppiato, passando da una media di 60 centesimi a 1,30 euro al litro” spiega il portavoce della protesta toscana Andrea Faralli, sottolineando come l’aumento incida pesantemente sui bilanci considerati gli elevati consumi delle macchine agricole.

“L’incremento del gasolio agricolo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono ormai tre anni che protestiamo perché i nostri prodotti vengono pagati troppo poco. Se oggi i costi di produzione sono pari a 100, il ricavato è appena 102 – aggiunge Faralli -. Chiediamo che i nostri prodotti vengano pagati il giusto. Non è ammissibile lavorare sottocosto o con margini irrisori ed essere poi costretti a dipendere da sussidi e contributi europei”. “I nostri nonni e zii riuscivano, lavorando la terra, a mettere da parte ogni anno il denaro necessario per acquistare un nuovo trattore. Oggi non c’è più margine di guadagno e per comprare un mezzo bisogna fare affidamento sui contributi statali – conclude -. Nel frattempo, anche i prezzi dei macchinari sono raddoppiati”.

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Torino, auto sfreccia in mezzo al corteo: “Era della polizia”. Grimaldi (Avs) interroga Piantedosi: “Venga a rispondere in Aula”

Una Citroen C3 bianca, lo slalom a velocità sostenuta in mezzo a piazza Castello, in quel momento piena di manifestanti e cinturata dalla polizia. Diverse persone sfiorate, costrette ad allontanarsi all’ultimo secondo per non essere investite mentre il panico cresceva. Qualcuno ha pensato a un attentato nella zona pedonale, altri a un automobilista rimasto incastrato per sbaglio nell’area. Ma la verità, a distanza di tre giorni, sembra essere un’altra: si trattava di un’auto civetta della Digos di Torino. La vicenda, avvenuta sabato prima della partenza del corteo contro il caro-vita e il riarmo, è finita tra i banchi del Parlamento grazie al vice-capogruppo alla Camera, Marco Grimaldi, che ha depositato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

“Vai piano, ma che fai”, si sentono urlare le persone presenti nei filmati senza che l’auto arresti la sua marcia cercando di aprirsi la strada al centro della piazza. Due gli aspetti che fanno propendere per un mezzo delle forze dell’ordine: in primis, i video hanno immortalato la C3 che, dopo lo zigzagare tra i manifestanti, viene scortata dai reparti mobili verso l’uscita di via Cernaia e chi era al volante non viene identificato; inoltre, il giovane dem Andrea Borello, molto attivo sui social, ha effettuato diverse verifiche nei registri automobilistici ma la targa e l’assicurazione del mezzo non sono disponibili.

A chiudere il cerchio è arrivata l’interrogazione di Grimaldi, che avrebbe interpellato il ministro durante il question time se Piantedosi, una volta scoppiata la polemica, non avesse ritirato la disponibilità a rispondere oralmente in Aula mercoledì. “Ma siamo disponibili a trasformare in un’interrogazione a risposta immediata, mercoledì 4, sperando che il ministro non scappi”, dice Grimaldi a Ilfattoquotidiano.it.

Nel testo depositato, il deputato torinese chiede a Piantedosi “siano stati avviati gli opportuni accertamenti” su “chi guidava” e sui “motivi dell’irruzione sui manifestanti”, sottolineando che “la cosa più grave è che tutto questo è avvenuto in una piazza chiusa dalla polizia”, che “non solo non ha fatto nulla per evitarlo ma, anzi, l’avrebbe poi ‘scortata’” e “fatta proseguire, tra il disappunto di chi stava partecipando alla manifestazione”.

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Operaio ventenne schiacciato da un rullo compressore nel Perugino

Un operaio di 20 anni è morto mentre stava lavorando. È accaduto in un cantiere stradale, dove era impegnato in lavori di manutenzione per conto di una ditta incaricata dal Comune, nella zona di Valtopina, in provincia di Perugia. Secondo una prima ricostruzione, è stato travolto da un macchinario a cui stava lavorando, probabilmente dopo essere scivolato: in particolare, il giovane sarebbe stato a bordo di un rullo compressore per compattare l’asfalto, per poi perdere l’equilibrio e rimanere schiacciato dal mezzo. Sul posto sono arrivati vigili del fuoco e il 118 con l’elisoccorso di Nibbio; inutili, tuttavia, tutti i soccorsi. Sono in corso gli accertamenti da parte dei carabinieri per capire la dinamica esatta degli eventi che hanno portato al decesso del giovane.

Proprio ieri, a Brindisi, un uomo ha perso la vita mentre lavorava in modalità piuttosto simili a quelle dell’operaio ventenne morto a Perugia. Il decesso avvenuto nel brindisino è stata, tra l’altro, la quinta morte sul lavoro della giornata; più in generale, quella di oggi è la settima vittima sul lavoro nell’arco di appena tre giorni. “Non possiamo continuare a considerare tutto questo una tragica normalità” ha già detto Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia.

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Youssef Siher non risponde al gip, i legali: “Nessuna condotta istigatoria”. Attesa per la decisione sulla convalida del fermo

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Youssef Siher, il ricercatore 30enne ritenuto l’amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“ e fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. L’udienza di convalida si è tenuta, davanti alla gip Tiziana Landoni, nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso. Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi hanno chiesto la convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare in carcere.

“Lui non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato i legali di Siher dopo l’udienza. Gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar hanno chiesto alla giudice che il ricercatore torni subito libero (qui tutti i dubbi sulle accuse mosse al 30enne). “Non siamo sorpresi in termini assoluti del fermo, considerata l’aria politica che tira. Non ha fatto niente. Lui era sicuro del fatto che ha esercitato le sue libertà e i suoi diritti costituzionalmente garantiti“, ha aggiunto l’avvocata Abu Sharar.

Era a “conoscenza degli strumenti informatici idonei a sviluppare una strategia rivoluzionaria anche attraverso la pubblicazione di comunicati utili a concentrare in piazza migliaia di persone”, scrivono nella richiesta. Pm che hanno contestato come esigenze cautelari sia il pericolo di fuga che quello di reiterazione del reato. Un progetto “eversivo“, di “rivoluzione contro l’attuale governo” e di sostegno “alla rivolta”, che lui, secondo i pm, potrebbe portare ancora avanti sfruttando pure “il suo elevato background culturale ed i suoi contatti relazionali”. Da qui la richiesta di carcere, anche perché altrimenti – sempre per la procura – grazie alla sua “rete relazionale”, potrebbe fuggire “all’estero“.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Landoni si è riservata e ha tempo fino alla tarda mattinata di mercoledì per decidere sul destino di Siher.

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