❌

Reading view

La politica degli incastri: Meloni tiene insieme gli alleati, Schlein e Conte devono ancora scegliere chi far entrare

Bastano poche ore al congresso della Lega per capire quali tensioni attraversino il centrodestra. Prima del voto, Matteo Salvini chiede di fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Dopo una telefonata della premier, raccontata dalle cronache, il segretario rieletto ammorbidisce i toni, senza rinnegare la sua posizione. Nel campo opposto, le voci su un Conte convinto che con Schlein non si vinca, benché smentite, raccontano una rivalità che rischia di pesare sulla coalizione.  Da una parte insomma c’è Giorgia Meloni, impegnata a tenere insieme una maggioranza nella quale Lega e Forza Italia competono per ottenere risultati da rivendicare davanti ai propri elettori. Dall’altra ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, che devono ancora decidere quanto largo sarà davvero il campo con cui sfidare il centrodestra. Due cantieri diversi, un problema comune: costruire una coalizione capace di arrivare unita alle elezioni senza cancellare le differenze tra i suoi protagonisti.

“Stiamo assistendo ad una sorta di  politica degli incastri, quella che si vede meno nelle dichiarazioni pubbliche e pesa di più quando si devono scrivere i programmi, distribuire le candidature e convincere gli alleati che restare insieme conviene a tutti. Meloni parte da un vantaggio: guida una coalizione che governa già. Ma proprio l’esperienza di governo obbliga la premier a confrontarsi ogni giorno con richieste concrete e con la necessità di trovare risorse. Ma la sua leadership, al contrario di quella del centrosinistra è indiscussa e saldissima, e questo fa tutta la differenza del mondo”, commenta un senatore dell’ala riformista del Pd. 

Schlein e Conte, infatti, devono ancora risolvere una questione preliminare: chi siederà al tavolo dell’alternativa e saranno solo loro due a sfidarsi o ci sarà un terzo, magari un quarto, sfidante? Per venerdì, intanto, è previsto un incontro tra la segretaria del Pd, il leader del Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, dedicato all’avvio del confronto sul programma e sul perimetro della coalizione. Tra i partecipanti annunciati non c’è Matteo Renzi. Un’assenza che non equivale a un’esclusione definitiva, ma dice molto sulla strada ancora da percorrere per allargare al centro la coalizione. Anche perché proprio il centro, con i suoi tanti gruppi, rischia di aprire un nuovo fronte nel già tormentato rapporto tra i due leader.

“Il punto è che parlare di programma significa parlare anche degli interlocutori ammessi a scriverlo. Un conto è discutere con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, un altro è aprire il tavolo a Italia Viva e alle altre forze centriste. Ogni ingresso può allargare il bacino elettorale, ma cambia gli equilibri, le priorità e, inevitabilmente, i rapporti di forza sulla scelta del candidato premier”, commenta un deputato di Azione, che per ora sta alla finestra (anche se circolano voci non confermate su un avvicinamento al centrodestra). Il leader pentastellato chiede di accelerare sul programma e sulle primarie. Sa che il Movimento non può essere considerato un semplice alleato minore del Pd e vuole che il suo peso si traduca nelle scelte politiche.

Il nodo Renzi si inserisce proprio qui: non riguarda soltanto vecchie rivalità personali, ma l’identità della coalizione, il suo equilibrio interno e la capacità di trovare una sintesi sui temi economici e sociali. La domanda che accompagna il vertice di venerdì sembra essere dunque abbastanza scontata: si comincerà a costruire un progetto aperto anche alle forze oggi assenti o il primo accordo tra Pd, Movimento e Avs finirà per definire condizioni che potrebbero anche essere malviste dai tanti cespugli centristi che chiedono spazio?  Una risposta ancora non c’è. E Meloni può osservare che, mentre le opposizioni discutono di chi debba entrare, la premier prova a consolidare e allargare una squadra già esistente.

Gli equilibri nel centrodestra

Anche nel centrodestra, però, gli incastri sono tutt’altro che semplici. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno interessi diversi e un obiettivo in comune: rafforzare i rispettivi partiti senza compromettere la tenuta del governo. Entrambi sanno che, alla fine della legislatura, agli elettori non basterà raccontare la fedeltà alla coalizione. Serviranno risultati riconoscibili. Per la Lega il risultato più importante è l’autonomia differenziata. Dopo il passaggio sulle intese con le Regioni, il ministro Roberto Calderoli ha indicato nell’«ultimo miglio in Parlamento» la tappa decisiva. Portare a compimento una battaglia storica consentirebbe al Carroccio di presentarsi al Nord con una risposta concreta a una domanda che accompagna la sua storia da decenni.

Per Forza Italia la bandiera è la riduzione delle tasse, a cominciare dall’Irpef per il ceto medio. Tajani insiste da settimane sulla necessità di estendere il beneficio oltre la soglia dei 50 mila euro. Il confronto riguarda le coperture e l’ampiezza dell’intervento: tra le ipotesi è stata discussa anche quella di arrivare a 55 mila euro. Per gli azzurri la questione è politica prima ancora che numerica: dimostrare che la loro presenza al governo produce un vantaggio per famiglie e lavoratori.

La competizione fra Lega e Forza Italia passa anche da qui. Salvini punta a rilanciare il Carroccio e ha indicato l’ambizione di farne il secondo partito della coalizione. Tajani vuole consolidare il ruolo degli azzurri e difendere lo spazio moderato. Meloni ha interesse a che nessuno dei due esca indebolito: una coalizione vince più facilmente se i suoi alleati portano voti aggiuntivi, non se si limitano a contendersi quelli già disponibili. La premier può perciò provare a esercitare una funzione di regia: accompagnare l’autonomia verso l’approdo parlamentare e, insieme, trovare spazio per un intervento fiscale rivendicabile da Forza Italia. Non c’è un automatismo tra i due dossier, né un accordo formale che li leghi. Ma la loro gestione contemporanea può diventare la base di un equilibrio politico: ciascuno ottiene un risultato, tutti si presentano come parte di una maggioranza capace di decidere.

I sondaggi

In questa partita, Giorgia Meloni dispone di una carta che pochi suoi predecessori hanno potuto giocare dopo un periodo così lungo a Palazzo Chigi: un consenso personale che, almeno secondo l’ultima rilevazione SWG per il Tg La7, non si è consumato rispetto all’inizio della legislatura. La fiducia nella presidente del Consiglio è al 41%, un punto percentuale in più rispetto all’ottobre 2022. Non è un plebiscito, naturalmente. Ma è un dato politicamente significativo: dopo quattro anni segnati da guerre, inflazione, tensioni internazionali e scelte spesso difficili sui conti pubblici, la premier conserva una quota di fiducia leggermente superiore a quella registrata all’inizio del suo mandato.

A questa operazione si aggiunge il lavoro sui possibili nuovi interlocutori. Giovedì 29 ottobre Meloni interverrà alla convention promossa a Roma da Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, l’iniziativa che vede tra i protagonisti Cateno De Luca e che porterà alla presentazione del simbolo del nuovo progetto politico. Anche questa scelta richiederà mediazioni. Allargare una coalizione significa trovare spazio per nuovi soggetti, fare i conti con gli equilibri locali e, più avanti, con le candidature. La Sicilia, dove De Luca ha una propria storia politica e rapporti complessi con il centrodestra regionale, mostra quanto possano essere complicati questi passaggi. Ma l’interesse di Meloni è chiaro: cercare consensi oltre il nucleo tradizionale della maggioranza senza indebolirne la coesione.

Nei prossimi giorni le due coalizioni offriranno dunque immagini diverse dello stesso lavoro politico. Giovedì Meloni incontrerà una realtà che può contribuire ad allargare il centrodestra; venerdì Schlein e Conte cominceranno a discutere del programma e dei confini dell’alternativa. Le difficoltà non mancano da nessuna parte. La prova, per entrambe, sarà tenere insieme identità e interessi diversi quando arriveranno le decisioni su programmi e candidature.

LEGGI LE NEWS DI POLITICA

L'articolo La politica degli incastri: Meloni tiene insieme gli alleati, Schlein e Conte devono ancora scegliere chi far entrare proviene da Affaritaliani.it.

  •  

Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze

Se lo Stabilicum non dovesse assegnare il premio, l’unica maggioranza possibile a due partiti sarebbe quella tra Fdi e Pd. Fantapolitica, ma che dice molto su quanto i perni del bipolarismo italiano siano più vicini di quanto si pensi

Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.

Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.

Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.

Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.

Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.

La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.

Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.

Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.

Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.

Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.

Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.

La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.

La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.

La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.

Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.

Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.

La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.

La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a  Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.

È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.

A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.

Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.

La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?

L'articolo Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze proviene da Linkiesta.it.

  •  

Schlein imbarca di tutto a sinistra, ma rischia di perdere il centro

Con questa bulimia di potere che lo pervade, è inevitabile che il Pd cerchi consensi ovunque, e che in questo senso abbia aperto a Rifondazione comunista “prestandole” il senatore Andrea Crisanti per fare il gruppo: un mezzo tecnico per agevolare la raccolta delle firme necessarie per presentare la lista, ma anche una scelta politica. Solo che quando ti metti in casa gente inaffidabile poi l’incidente è dietro l’angolo. E infatti.

Ieri il segretario di Rifondazione, Maurizio Acerbo, uno che deve stare parecchio davanti a X, di buon mattino si è così espresso: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas. In una democrazia è assolutamente lecito». Pure peggio del vigliacco «né con lo Stato né con le Br» degli estremisti di cinquant’anni fa poiché questa posizione, sotto la copertura formale di una considerazione sulla libertà di espressione, finisce per normalizzare l’apologia di un pogrom. Inevitabile la frittata.

Persino nel gruppo dirigente del Nazareno, anche se non in chiaro, hanno storto il naso. E qualcuno deve averlo chiamato, tanto che poi Acerbo ha fatto una precisazione che peraltro non precisa nulla. A peggiorare le cose ci si è messo il professor Crisanti in persona con una frase tremenda: «È una questione dei palestinesi scegliere i propri rappresentanti. Se fosse Hamas, se lo hanno deciso loro, ben venga. Ma penso a una Hamas rinnovata, quella di oggi la considero un’organizzazione terroristica».

Il «merdone»– così Filippo Sensi – pestato da Acerbo rimanda al problema del famoso perimetro del campo largo e si intreccia con le primarie. Non è solo che il Pd si copre a sinistra. Il fatto è che il favore di Elly Schlein a Rifondazione si può leggere come una mossa della sua campagna elettorale per le primarie: acchiappo Acerbo e così divento il punto di riferimento per i compagni dell’estrema sinistra, dunque io vi consento di presentarvi alle elezioni e sarò ricompensata ai gazebo.

Mossa spregiudicata e anche piuttosto rischiosa perché non è affatto detto che i voti conquistati a sinistra compensino quelli che si rischia di perdere al centro. Del resto, è proprio questo il paradosso del campo largo: più si allarga, più rischia di smarrire la propria natura, con il rischio di trasformarsi da coalizione ad accozzaglia, rischio che sta soprattutto alla leader del Pd cercare di evitare. Del resto, sposare in toto le piazze dei giovani (anche il corteo di Askatasuna?), l’occhieggiamento del mondo pro-Pal, concupito anche da Giuseppe Conte, tutto rientra in una logica di marketing politico.

Ha colto il punto Sensi: «Dobbiamo sapere che quando imbarchiamo tutto e il contrario di tutto, e in quel tutto e il contrario di tutto ci sono tante cose che sono agli antipodi rispetto ai valori che sosteniamo, si crea un rischio»; e ovviamente la stessa opinione ce l’hanno, da fuori, Carlo Calenda e Pina Picierno.

Ma i big del Pd non sembrano porsi il problema di una coalizione che per arraffare fino all’ultimo voto si sta snaturando, e d’altra parte la cosa non desta meraviglia. Lo scivolamento su posizioni molto fredde sul’Ucraina e molto calde sulla Palestina è stato evidente anche nel documento politico del correntone Franceschini-sinistra che si è riunito a Montepulciano, un convegno di tre giorni – la durata di Woodstock – ma senza grandi emozioni, il cui senso è stato soprattutto nella esibizione dei muscoli in vista della formazione delle liste: “il partito siamo noi”. Contenuti, scarsini.

Per quelli bisogna spostarsi a Orvieto, all’assemblea di LibertaEguale, dove si sono affrontati i nodi delle questioni istituzionali e dell’economia e dove finalmente si è parlato di una cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: come far crescere il Paese, necessaria condizione per redistribuire. Giorgio Gori e Marco Bentivogli su questo hanno detto cose di cui il tavolo del campo largo farebbe bene a prendere nota 

Nella telenovela dei grandi capi, tra stop and go tattici, si è deciso che finalmente venerdì si terrà un incontro tra Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per fare partire l’iter che porterà al fatidico programma. Anche per la loro incapacità di darsi una fisionomia precisa, i centristi restano out, fuori dalla foto di gruppo. E anche Maurizio Acerbo. Almeno per ora.

L'articolo Schlein imbarca di tutto a sinistra, ma rischia di perdere il centro proviene da Linkiesta.it.

  •  
❌