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Giovanni Chiaramonte, fotografo delle luci e delle sue ombre

Una sera di pioggia, a metà degli anni Settanta, un giovane fotografo torna a casa in autobus. Oltre il finestrino bagnato, all’altezza del viso, gli si accende davanti un’enorme palma al neon. Giovanni Chiaramonte lo racconterà quasi quindici anni dopo nel volume Terra del ritorno (Jaca Book, 1989): da quella «inquietante apparizione» nasce una serie intera, e insieme una crisi creativa durata più di tre anni, «un periodo di silenzio e di peregrinazione nell’affascinante problema dell’esistenza», che segnò una svolta nel suo percorso.

Quella palma, accesa sul fondo nero, è oggi una delle prime immagini che si incontrano entrando da Viasaterna, a Milano. La galleria d’arte contemporanea dedica al fotografo Alight, una monografica di settantacinque opere curata da Luca Fiore in collaborazione con gli Archivi Giovanni Chiaramonte, costituiti da poco dai figli. Il filo narrativo dell’esposizione vede come tema principale quello della luce, soggetto dell’immagine.

La Creazione/Neon è una delle prime sequenze di Chiaramonte, scattata tra il 1974 e il 1975 e dove le insegne luminose sono riprese con il teleobiettivo, con l’esposizione tarata sulla luce del tubo. La serie fu presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena l’11 maggio 1975, con un piccolo catalogo e un testo di Arturo Carlo Quintavalle, il critico che lo avrebbe seguito per tutta la carriera.

Giovanni Chiaramonte, La Creazione – Neon, 1975-2016, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La sequenza ricalca il racconto della Genesi, e propone la luce come metafora del principio creatore. La serie segue il binomio luce/ombra, tratto caratteristico di tutti i lavori di Chiaramonte, e che si fonda su basi teologiche, per cui il male è assenza di bene, così come il buio è assenza di luce. La serie si apre con un primo segno di luce, poi vengono gli astri, il sole, le piante, gli animali, l’uomo e la donna. Chiudono i neon di oggetti con cui l’umanità maneggia luce ed energia: mezzi di trasporto, frecce, una lampada, un’antenna, una macchina fotografica. L’ordine in mostra è stato ricostruito dal curatore insieme alla gallerista Irene Crocco.

Per Chiaramonte, però, quei neon erano «segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita e che non è più in grado di rappresentare il mondo». Dopo il 1975 il fotografo abbandona il lavoro e si ferma per anni. Ne uscirà con la convinzione opposta: il mondo stesso è immagine, e la fotografia deve rivelarlo, non fabbricare segni che brillano da soli.

Nel 1979 Quintavalle inserisce i neon nell’Enciclopedia pratica per fotografare di Fabbri, venduta a fascicoli, e li accosta per la prima volta all’artista statunitense Dan Flavin. Un libro previsto dalla cooperativa Punto e Virgola, fondata con Luigi Ghirri, non vedrà mai la luce.

Giovanni Chiaramonte, Cubo a Disueri, Gela, 1980, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

La serie riemerge nel 2016. Chiaramonte riprende le diapositive da 35 mm e, con lo stampatore Mario Govino, le digitalizza e le stampa a getto d’inchiostro. Rispetto ai Cibachrome dell’epoca il digitale dà più gradazioni nelle ombre e un contrasto controllabile: il fotografo considerava le nuove stampe più fedeli alla sua idea originaria. Alcune diapositive si erano deteriorate; ne firma trentacinque, esposte ora per la prima volta insieme. La galleria le propone come un’unica opera, a sottolineare la conclusione del progetto.

La parte centrale di Alight riunisce immagini dal 1980 ai primi anni Duemila, tratte da Paesaggio italiano (in parte inedito) e dai volumi Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce. Fiore le propone per dittici e trittici, riprendendo i temi che tornano nell’opera di Chiaramonte e nella storia della fotografia. Il primo è il topos dell’ombra proiettata, come quella di un albero o di un edificio riflessa su un muro o sopra un rudere. Il secondo è il raggio di luce che entra in un immobile degli anni Ottanta, che filtrando attraverso le finestre, segna il pavimento di cementine. 

Poi le colonne. A Segesta l’ombra disegna una prospettiva quasi rinascimentale; a Berlino la colonna diventa cippo; ad Atene, in una foto del 1988, il gioco delle ombre passa dalle architetture alle persone. C’è anche il sedile di uno scompartimento ferroviario del 1982, sormontato da una foto dei Fratelli Alinari con una veduta di Ostia antica.

Il colore è quello caldo del tardo pomeriggio, una gamma di sfumature color caramello che ammorbidisce la pietra. Spiccano Geraci Siculo (1997), nella Sicilia delle radici familiari, con un verde quasi acido; Mobile, Alabama (1991), con il cielo inciso dalla luce di un temporale; Miami, dove le macchie di sole sembrano ritagliate con le forbici. E la Via Dolorosa di Gerusalemme (1988), il tracciato percorso da Cristo verso il Golgota, con una figura appena visibile sul fondo.

Giovanni Chiaramonte, Di-STANZE, 2001, stampa c-print, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

Non manca la luce come Grazia, nel senso teologico che Chiaramonte le attribuiva. In un dittico il fotografo guarda dall’interno dell’Orco di Bomarzo verso l’esterno, come dal fondo della caverna di Platone. Accanto, un autoritratto inedito, quello della sua ombra. «L’accostamento con l’autoritratto inedito, in cui Chiaramonte fotografa la propria ombra, rivela la sua posizione umana e artistica – spiega il curatore Luca Fiore –: il fotografo agisce nell’ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce, o come illuminazioni improvvise della Grazia».

L’ultima sezione della mostra presenta tredici fotografie da Di-Stanze, la sequenza realizzata nel 2001 a Villa Panza di Biumo, a Varese, ed esposta nel 2002 alla Galleria San Fedele di Milano. Il conte Giuseppe Panza lo aveva chiamato a documentare le sale della collezione. Chiaramonte ne fa invece un lavoro critico: un’opera che è insieme lettura della villa, del parco e delle installazioni pensate per quegli spazi.

Lì ritrova Dan Flavin, ventisette anni dopo i suoi neon. Nelle ex scuderie nota piccoli fori nelle pareti delle stanze di Flavin e chiede a cosa servano. Panza risponde scherzando: se qualcuno si sente oppresso, può guardare fuori. Chiaramonte non si accontenta della risposta, esce e scopre che le finestre sono state schermate utilizzando degli specchi. Capisce che quelle stanze, con un’unica apertura puntiforme, sono camere oscure. Chiede di spegnere i neon, e sulla parete opposta al foro compare, capovolto, il paesaggio esterno.

Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997, stampa inkjet, ©Archivi Giovanni Chiaramonte, courtesy Viasaterna

È il colpo di scena su cui si chiude la mostra. Dentro un’installazione minimalista che voleva cancellare ogni riferimento al mondo, riaffiora la più mimetica delle arti: luce, foro stenopeico, proiezione, immagine. La genealogia della fotografia, ritrovata dove sembrava congedata. Il saggio fotografico uscì su Lotus Navigator nel 2002 come La sindrome di Varese; il testo di Panza che lo accompagnava non citava la camera oscura.

Nelle immagini degli ambienti di Robert Irwin e James Turrell tornano gli stessi motivi delle sale precedenti. E nella Varese Room (1976) di Maria Nordman una lama sottile di luce apre il buio: la stessa linea che inaugura La Creazione, la prima immagine della mostra. Il cerchio si chiude.

L’allestimento lavora per rimandi tra una sala e l’altra, e niente sembra lasciato al caso. La griglia delle cementine di un interno torna in un’altra stanza; un’immagine di raccordo unisce due corridoi. Tra le foto di Villa Panza c’è il corridoio verde, dove le tonalità si sovrappongono a fasce fino al pavimento, come tracciate a righello. Per Chiaramonte, che fotografava dall’ombra, non c’era altro modo di vedere il mondo.

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