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Forza Italia, Tajani perde pezzi: il deputato brianzolo Sala lascia e va verso Fratelli d’Italia

“Non mi sento più a casa né nella famiglia politica in cui sono cresciuto”. Così il deputato Fabrizio Sala ha deciso: lascia Forza Italia e approda al gruppo Misto della Camera, con lo sguardo già rivolto a Fratelli d’Italia. Uno strappo maturato dopo mesi di malumori, che il deputato brianzolo ha affidato anche a uno sfogo con i colleghi. Sala non rinnega la sua storia politica, che è stata nel segno di Silvio Berlusconi prima da sindaco e vicepresidente della provincia di Monza e poi vicepresidente della Regione Lombardia. Ma quella Forza Italia, si è sfogato con i suoi colleghi di partito, “non esiste più”.

Un disagio che, secondo Sala, sarebbe condiviso anche da altri esponenti azzurri per la mancanza di spazi interni al partito: parlando con i colleghi il deputato azzurro ha detto che avrebbe sperato di “poter essere utile alla Brianza, alla mia terra e alla mia gente” ma oggi “non vedo più le condizioni per continuare a farlo come prima, nel partito dove sono sempre stato”. Il futuro? Sala si iscriverà al gruppo Misto con una “nuova agibilità politica” sostenendo il governo di Giorgia Meloni sperando in una riconferma nel 2027.

La destinazione naturale sarebbe proprio Fratelli d’Italia. Ma il trasloco deve attendere: tra Meloni e Tajani vige infatti ancora un patto politico che impedisce agli alleati di sottrarsi reciprocamente i parlamentari. Il passaggio nel Misto diventa così una tappa intermedia, in attesa che maturino le condizioni per un eventuale ingresso nel partito della premier. Per Tajani, intanto, arriva un addio dopo aver portato nel gruppo la leghista Simonetta Matone.

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Dubai potrebbe diventare il centro della prossima crisi globale

A man steers a boat during sunset, as the city skyline with Burj Khalifa is seen in the background at Dubai Creek Harbour in Dubai, United Arab Emirates, Wednesday, March 11, 2026. (AP Photo/Fatima Shbair)

A fine febbraio del 2026 ero a Dubai per lavoro. Quella sera stavo cenando sulla terrazza dell’hotel quando sentii un’esplosione sorda, lontana. Qualche secondo dopo il telefono emise un allarme assordante. Poi un secondo. Poi altri allarmi. I messaggi invitavano a mettersi al riparo nei bunker. L’Iran aveva lanciato missili verso obiettivi negli Emirati. I sistemi di difesa degli uae li avevano intercettati.

Alzai gli occhi di scatto. Le luci del Burj Khalifa erano ancora accese. I ristoranti sul lungomare ancora pieni. Nel Golfo, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio esattamente come un’ora prima, navi che trasportavano petrolio, gas e merci verso porti che il giorno dopo li avrebbero smistati in tutto il mondo. Il sistema funzionava, con il suo ritmo e la sua continuità, come se nulla fosse successo. Non era indifferenza. Era adattamento.

C’è un tipo di rischio che non ha bisogno di nascondersi. Gli basta restare fermo. Se un pericolo entra all’improvviso, lo riconosci. Se fa rumore, lo guardi. Se sconvolge, reagisci. Ma se resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare parte dell’arredamento, succede qualcosa di più sottile: inizi a muoverti come se non ci fosse. Non perché sei diventato imprudente, ma perché ti sei abituato. E l’abitudine, nei mercati come nella vita, è la forma più silenziosa di rischio che esista.

Dubai è una città costruita a circa duecento chilometri da uno stretto attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale, in una regione in cui ogni decennio si ridisegnano equilibri politici ed economici rilevanti. Eppure negli ultimi vent’anni Dubai ha fatto esattamente l’opposto di ciò che la geografia suggerirebbe. Ha attratto capitali, ha concentrato ricchezza, diventando uno dei principali hub globali per family office, fondi sovrani e patrimoni privati in cerca di stabilità operativa.

Quando un rischio è strutturale e permanente, smette di funzionare come deterrente e diventa una variabile del sistema, nominata, misurata e poi messa da parte. Non sparisce. Smette di pesare sulle decisioni quotidiane proprio nel momento in cui è diventato abbastanza familiare da sembrare una condizione permanente invece che un pericolo reale.

[…]

Nassim Nicholas Taleb, studioso del rischio, ha definito Cigno Nero un evento imprevedibile che i modelli non riescono a vedere e che, dopo il fatto, viene spiegato come inevitabile. Il fenomeno che a me interessa è l’opposto: non l’ignoto ma il noto, non ciò che manca all’analisi ma ciò che l’analisi ha reso così familiare da non generare più reazione.

Il Dragone Nero è quel rischio grande, visibile e discusso che resta nella stanza abbastanza a lungo da diventare arredamento. Viene misurato, commentato e modellizzato, e proprio per questo smette di essere percepito come urgente. Non è un pericolo che appare all’improvviso, ma un pericolo che abbiamo imparato ad abitare. È la «miccia in salotto». Quello che troverete in queste pagine non sono previsioni o formule, ma un processo fatto di domande e distinzioni che uso quando il costo dell’errore è troppo alto per permettersi narrazioni comode.

Quella sera a Dubai, le luci dei cargo continuavano a muoversi nel buio del Golfo mentre il sistema funzionava esattamente come aveva sempre funzionato. È da qui che bisogna iniziare a guardare.

Tratto da “Il Dragone Nero” (Paesi edizioni), di Giacomo Calef, 18 euro, 192 pagine.

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