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La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

Nella newsletter di ieri avevo formulato osservazioni critiche sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare nei confronti di Youssef Siher, che avevo definito «il malintenzionato». L’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni lo ha rimesso in libertà, suscitando la reazione della presidente del Consiglio, che ha deplorato la decisione come «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni».

È un’argomentazione che fa dubitare della sua piena consapevolezza nel sostenere, in passato, la separazione delle carriere tra il magistrato che accusa e il giudice chiamato a decidere.

Youssef Siher è ascrivibile alla categoria dei nemici dell’Occidente e della democrazia. Le sue affiliazioni politiche non lasciano dubbi: ha aderito al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia ed è in relazione con il movimento anti-israeliano BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il Fronte della Gioventù Comunista, comitati sindacali di base di Firenze e Brescia, centri sociali del Nord-Est e altre sigle dello stesso genere.

Si può non condividere nulla di ciò che Siher pensa – e mi auguro siano in pochi a farlo. Si può trovare ambiguo o peggio il vademecum che invitava a «provare a sfondare» i cordoni di polizia, anche se non suggeriva di opporre resistenza ma di arretrare. Ma la responsabilità penale è personale, la libertà personale è inviolabile e il carcere prima del processo richiede indizi gravi. Se la Procura li ritiene presenti, ha un rimedio: l’impugnazione, come Meloni sa.

La giudice non ha assolto Siher. Ha respinto la convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare, ritenendo che mancassero un concreto pericolo di fuga e gravi indizi per i reati contestati. Ha lasciato espressamente aperta la possibilità di ulteriori acquisizioni investigative. L’indagine può proseguire. La privazione della libertà deve avere, già oggi, una giustificazione.

Ieri Il Giornale ha rivelato che la gip Tiziana Landoni aveva firmato, nel settembre 2025, l’Appello dei giuristi per Gaza promosso da “Giustizia Insieme”, dove si legge che «di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione». Questo ha rafforzato i sospetti di parzialità da parte della destra. Però nello stesso elenco dei 3.135 firmatari compariva anche Francesca Crupi – Procura Milano, cioè la pubblico ministero che ha chiesto il carcere per Siher. Accusa e giudice hanno firmato lo stesso testo e sono arrivate a conclusioni opposte. La duplice firma non prova niente.

Semmai pone una domanda che la cultura liberale ha rivolto spesso ai magistrati: è opportuno che firmino appelli pubblici su temi che dividono l’opinione pubblica? Il testo di “Giustizia Insieme” chiede di leggere in aula lo Statuto della Corte penale internazionale. Un’altra corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ripete da decenni che la giustizia non deve solo essere imparziale, deve anche apparire tale. L’imparzialità percepita è un bene fragile, e chi indossa la toga dovrebbe custodirlo con una certa avarizia. Vale per la pm come per la gip.

La presidente del Consiglio ha pieno diritto di contestarne le decisioni. Ma presentare il controllo giudiziario come una mortificazione di chi protegge i cittadini significa mettere sotto accusa la funzione stessa della garanzia. La regola liberale è altra: indicare un passaggio, discuterne la logica, domandare se gli elementi siano stati valutati correttamente.

La magistratura non è sottratta al giudizio pubblico, ma chi sostiene la terzietà del giudice deve accettarne le conseguenze quando il giudice dice di no alla Procura. Altrimenti la separazione tra accusa e giudizio si riduce a una formula da pronunciare soltanto nei processi che coinvolgono persone politicamente vicine.

Uno Stato liberale protegge i negozi dalle devastazioni, gli agenti dalle aggressioni e gli indagati dalle detenzioni prive dei presupposti di legge. Deve fare tutte queste cose insieme. Il giudice che verifica quei presupposti esercita un potere di controllo indispensabile anche quando la sua decisione irrita il governo. È soprattutto allora che l’indipendenza smette di essere una parola cerimoniale e diventa una garanzia concreta.

Sullo stesso tema, leggi gli articoli di Carmelo Palma e di Mario Lavia.

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L’economia cresce, ma Sánchez rischia nella sfida fra stabilità e precarietà

Spanish Prime Minister Pedro S‡nchez addresses lawmakers about the situation in Ceuta, the Spanish exclave in North Africa facing a migrant crisis, during a session of Parliament in Madrid, Thursday, Sept. 3, 2026. (Fernando S‡nchez/Europa Press via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La tragedia ferroviaria spagnola di ieri, la seconda del genere nel giro di pochi mesi, ha riportato la Spagna in prima pagina sui giornali di tutto il mondo e ha gettato una triste ombra sulla campagna elettorale in vista del 29 novembre. La Spagna vi si avvicina con un paradosso: una delle economie più dinamiche del continente potrebbe mandare a casa il governo che l’ha guidata. Pedro Sánchez ha risultati da rivendicare, ma i sondaggi indicano come possibile una maggioranza fra il Partido Popular e la destra radicale di Vox. Prima di parlare di ingratitudine degli elettori, occorre capire quanto la crescita abbia migliorato la loro vita e quanta fiducia conservino in chi li governa.

I risultati economici sono reali. Secondo gli ultimi dati dell’istituto statistico spagnolo, il Pil è cresciuto del 3,7 per cento nel 2024 e del 2,6 nel 2025. Per quest’anno la Banca di Spagna prevede un altro 2,6 per cento. Una performance superiore a quella delle maggiori economie dell’eurozona, che sarebbe scorretto liquidare come propaganda socialista. Sarebbe altrettanto sbagliato attribuirla interamente a Sánchez: vi hanno contribuito imprese, lavoratori, risorse europee e condizioni favorevoli alla specializzazione produttiva del Paese.

È utile chiedersi di chi sia davvero il merito di quel miracolo. Secondo Funcas, il principale centro studi economici spagnolo, quasi metà della crescita tra il 2022 e il 2025 si spiega con l’aumento della popolazione, cioè con l’immigrazione. Un elemento che dovrebbe mettere in difficoltà molte retoriche nazionaliste. Il Fondo monetario internazionale stima che abbia contribuito a circa tre quarti dell’aumento dell’occupazione fra il 2022 e il 2025. In una società che invecchia, i nuovi lavoratori producono, consumano e versano contributi. La Banca di Spagna ne rileva un apporto positivo anche alla crescita del prodotto per abitante: non si tratta soltanto di ingrandire l’economia aumentando la popolazione.

Hanno contato anche l’energia meno cara grazie alle rinnovabili, che ha permesso all’industria di crescere, e le esportazioni di servizi non legati al turismo. Ci sono poi i fondi europei. Il governo può rivendicare scelte precise, a cominciare dalla riforma del lavoro. Secondo una valutazione della Commissione europea, dall’inizio del 2022 la quota di occupazione temporanea è scesa di oltre dieci punti percentuali. Questo non significa che la precarietà sia scomparsa, ma dimostra che una politica pubblica può migliorare la stabilità dei rapporti di lavoro senza impedire la crescita dell’occupazione.

Il confronto con l’Italia aiuta a misurare anche i risultati salariali. Fra il 2020 e il 2025, nelle serie OCSE delle retribuzioni medie lorde equivalenti a tempo pieno, l’aumento è stato di circa il 27 per cento in Spagna e del 20 per cento in Italia. Nello stesso periodo i prezzi al consumo, misurati dall’indice armonizzato, sono saliti rispettivamente di circa il 22 e del 21 per cento. Correggendo quelle retribuzioni per questi rincari, emerge un guadagno di potere d’acquisto vicino al 4 per cento in Spagna e una lieve perdita, intorno all’uno per cento, in Italia.

Sono medie, non gli aumenti ricevuti da ogni lavoratore. E tuttavia, il vantaggio spagnolo resta significativo. La ripresa ha raggiunto anche le retribuzioni; il problema è che un miglioramento medio e moderato può convivere con difficoltà molto pesanti per alcuni gruppi sociali.

La casa è il caso più evidente. Un giovane può trovare un impiego più stabile ma continuare a non potersi permettere un appartamento. Il Fondo monetario internazionale segnala che nelle aree più esposte prezzi e affitti sono cresciuti più rapidamente dei redditi. L’inflazione generale, inoltre, non misura pienamente questa barriera: il prezzo di acquisto di una casa non entra nel paniere dei consumi come quello del pane o dell’elettricità.

Anche qui il confronto italiano è istruttivo. Vive in un’abitazione di proprietà del proprio nucleo familiare circa il settantaquattro per cento degli spagnoli e il settantasette per cento degli italiani. Entrambi sono Paesi con una proprietà abitativa molto diffusa. Ma queste percentuali comprendono i figli adulti rimasti nella casa dei genitori: descrivono la condizione abitativa della famiglia, non l’autonomia economica dei suoi componenti. Un Paese di proprietari può essere contemporaneamente un Paese nel quale i giovani faticano a diventarlo.

La stessa crescita può accentuare la divisione. Più occupati, più residenti e più domanda aumentano la pressione sugli alloggi quando l’offerta non tiene il passo. Chi possiede un immobile vede salire il valore del patrimonio; chi cerca un affitto rischia di spendervi l’intero aumento dello stipendio. Abitano nella stessa economia, ma ne ricevono benefici diversi.

Neppure il richiamo ai fondi europei basta a spiegare la distanza fra Spagna e Italia. Il PNRR ha sostenuto entrambe. Nelle considerazioni del maggio scorso, il governatore della Banca d’Italia ha stimato che le spese effettuate abbiano innalzato il livello del prodotto annuale italiano di quasi un punto percentuale, in media nel quinquennio 2021-2025. Senza quel sostegno, anche la nostra economia sarebbe stata più debole.

Resta il giudizio politico. Gli elettori non votano soltanto sulla crescita: valutano affidabilità, correttezza e capacità di governo. Le inchieste per presunta corruzione, da distinguere sempre dalle condanne, hanno logorato Sánchez. José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti e uomo forte del partito, è stato condannato a ventiquattro anni di carcere. L’estate ha poi portato la crisi di Ceuta, con circa ottantamila migranti arrivati nell’enclave. È stato un regalo politico enorme per chi chiede “prioridad nacional”, cioè la precedenza agli spagnoli nell’accesso a sussidi e case popolari. La frammentazione dei suoi appoggi parlamentari ha ristretto lo spazio d’azione.

Per un elettore italiano c’è poi un dettaglio quasi incredibile. Nella legislatura iniziata nel 2023 il governo non ha presentato alle Cortes un nuovo progetto di bilancio: lo Stato funziona con la proroga dei conti precedenti, che in Spagna non ha scadenza. Da noi l’articolo 81 della Costituzione limita l’esercizio provvisorio a quattro mesi. Possiamo lamentarci delle manovre scritte all’ultimo minuto, ma almeno siamo obbligati a scriverle. Governare a lungo senza maggioranza costa in trasparenza e in legittimità, e i buoni risultati economici non cancellano questa anomalia istituzionale.

Javier Cercas, scrittore e intellettuale di riferimento per la cultura liberale contemporanea, offre un criterio utile per orientarsi. Ha criticato duramente Sánchez e la tentazione di rispondere agli scandali denunciando complotti e attaccando chi controlla il potere. Nello stesso tempo difende l’accoglienza degli immigrati e combatte il nazionalpopulismo. Sono posizioni coerenti: chiedere conto alla sinistra dei suoi errori non obbliga a concedere credito alla destra radicale.

La domanda spagnola riguarda dunque anche noi: come trasformare la crescita in autonomia personale, sicurezza materiale, e fiducia democratica? Sánchez ha meriti che i suoi avversari dovrebbero riconoscere e responsabilità alle quali non può sottrarsi. Agli elettori non basta sapere che il Paese cresce: vogliono potervi costruire una vita migliore.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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