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Il Fatto non si vende: avere denaro non dà diritto a comprare qualsiasi cosa

di Roberto Celante

Leonardo Maria Del Vecchio dovrebbe avere già capito dal comunicato ufficiale di Seif che la propria idea di acquisire la maggioranza delle azioni del Fatto Quotidiano non è destinata a concretizzarsi. Leggere queste mie righe, ancorché esprimano il punto di vista di un semplice lettore, potrebbe giovare a Del Vecchio per rassegnarsi più rapidamente, così come potrebbe far desistere subito eventuali altri aspiranti editori.

In primo luogo, e in linea generale, deve essere chiaro che nemmeno la più ampia disponibilità di denaro dà il diritto di comprare qualsiasi cosa solo perché, per interesse, per capriccio, o per noia, la si desideri. Perché, dietro la proprietà, ci sono le persone e le loro vite, quindi possono esserci, o esserci state, le loro ansie e le loro speranze, le loro battaglie e i loro traguardi, le loro sconfitte e le loro rivincite. Il che non significa necessariamente essere materialisti, ma riconoscere che vi può essere una qualche forma di legame tra proprietà e sfera emotiva, che va rispettato.

Nel caso specifico della titolarità delle azioni dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, vi è un legame ancora più forte, perché esse costituiscono la garanzia dell’indipendenza dei giornalisti, soci e non soci. Il vero proprietario del Fatto Quotidiano è, infatti, la deontologia professionale dei giornalisti, perché solo a questa essi devono rispondere.

La presenza di un editore, cioè di un socio di maggioranza assoluta, o relativa, può avere un’influenza sulla linea editoriale del giornale, a maggior ragione se l’editore ha forti interessi da tutelare in altri settori economici. L’organo di stampa, infatti, potrebbe voler essere utilizzato come uno strumento pubblicitario, oppure come un’arma contro la concorrenza, oppure come la parte agguerrita di un processo mediatico parallelo ad eventuali inchieste della magistratura che coinvolgano l’editore, orientando l’opinione pubblica a credere a una fantomatica persecuzione giudiziaria.

Non è scontato che la mera presenza di un editore porti automaticamente all’avverarsi di uno, o più, degli scenari prospettati; però, espone certamente i giornalisti a quei rischi, concreti o putativi, tali da attentare alla loro indipendenza. Il tema è cruciale, perché il giornalismo, in una democrazia sana, dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non un servo del padrone.

Inoltre, la Costituzione tutela la democrazia, non soltanto avendo delineato l’architettura istituzionale dello Stato, ma anche riconoscendo il diritto allo studio per tutti (art. 34) e la libertà di stampa (art. 21), perché sono gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per valutare l’operato dei politici e delle lobby. La posizione attuale dell’Italia nel ranking mondiale della libertà di stampa è a un preoccupante 56° posto su 180 Paesi e, senza il Fatto Quotidiano, sarebbe certamente a un livello ancora più basso.

Ecco, quindi, tutti i motivi che, a mio parere, portano i soci fondatori a respingere irremovibilmente la proposta di acquisizione del Fatto Quotidiano da parte di Leonardo Del Vecchio. Perché nel 2009 hanno affrontato il rischio d’impresa, senza il paracadute del finanziamento pubblico e stanno continuando a farlo, senza soluzione di continuità; perché solo l’assenza di un editore permette al Fatto Quotidiano di continuare a restare una voce autorevole e indipendente nel panorama mediatico italiano; perché essere indotti a lavorare in modo diverso significherebbe perdere non soltanto la propria indipendenza, ma anche la propria identità e dignità; perché, infine, il Fatto Quotidiano perderebbe tutti i lettori, senza attirarne di nuovi, dato che i suoi giornalisti, soci e non soci, dovrebbero improvvisarsi a fare un mestiere diverso, che non riuscirebbero mai a imparare.

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“Il Fatto Quotidiano non è in vendita”: l’appello di Fiorello che aderisce alla nostra campagna e fa la foto in diretta mostrando la prima pagina di oggi

Colpo di scena durante l’appuntamento odierno con “La Pennicanza” di Fiorello con Fabrizio Biggio. Lo showman ha letto in diretta un messaggio legato alla nuova campagna de “Il Fatto Quotidiano non è in vendita”. Iniziativa che nasce dopo le cronache degli ultimi giorni sull’Opa lanciata da Leonardo Maria Del Vecchio, poi ritirata dopo il no sia dei soci fondatori, sia del Cda.

“Ho ricevuto un messaggio da Federico Pontiggia – ha detto Fiorello durante la diretta – Allora, Federico mi dice se vuoi aiutarci, ti chiediamo di farti una foto con Il Fattoo (la campagna avviata con i nostri lettori, ndr) con questa indicazione che ti inoltro di seguito oppure semplicemente me le mandi qui, grazie'”.

La risposta di Fiorello è stata immediata: “Io però io ti voglio bene tantissimo ti voglio bene Pontiggia, ti voglio bene però io mi devo mettere a fare la foto poi postarla e mandartela. No, non voglio quindi lo faccio in diretta qua qui c’è la foto in diretta lo facciamo? Tieni, Biggio mettiti qui con il giornale tipo rapito e io leggo le cose”.

Poi la lettura del testo integrale: “Il Fatto Quotidiano non è in vendita, i nostri unici padroni siete voi lettori e lettrici a dispetto di chiunque voglia intimidirci o comprarci! – ha detto in diretta il conduttore – Noi dobbiamo rendere conto a voi che ci comprate in edicola! Facciamo sentire la nostra voce, andate a comprare la vostra copia e scattatevi una foto con il giornale in vista taggando Il Fatto Quotidiano e scrivendo “Il Fatto non è in vendita!”.

Ed è così che Fiorello, inforcando scherzosamente occhiali e naso finto (forse per imitare Leonardo Maria Del Vecchio), assieme a Biggio ha posato per la campagna del giornale.

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Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso

Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.

Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.

La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.

Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.

Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.

Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.

Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.

Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.

Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.

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