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Cosimo Ferri torna al Csm: l’inaffondabile ex politico simbolo dello scandalo Palamara eletto tra i nuovi consiglieri togati

“La magistratura ha eletto un soggetto che ha contribuito a radere al suolo la credibilità della magistratura. Bella figura. Auguri a tutti per i prossimi anni”. Lo sfogo di un giudice fiorentino in uno dei maggiori gruppi WhatsApp delle toghe riassume il paradosso dell’eterno Cosimo Ferri, che rientra a suon di voti al Consiglio superiore della magistratura, dove vent’anni fa iniziò la sua lunga carriera nei palazzi del potere. L’inaffondabile politico con la toga, soprannominato “il geco” dai berlusconiani, è uno dei venti nuovi consiglieri togati eletti dai magistrati nel voto di domenica e lunedì: ex deputato renziano e sottosegretario alla Giustizia in tre governi, a lungo leader della corrente “di destra” di Magistratura indipendente, Ferri è stato il dominus insieme a Luca Palamara del mercato delle nomine giudiziarie emerso con lo scandalo dell’hotel Champagne. A differenza di Palamara, però, è uscito indenne da quella vicenda grazie allo status di parlamentare: la Camera ha negato al Csm l’uso delle intercettazioni, salvandolo da una probabile radiazione. Così, tornato giudice in Corte d’Appello a Roma, l’ex politico ha voluto testare la sua popolarità tra i colleghi candidandosi per il Consiglio in autonomia, senza l’appoggio della sua ex corrente (che anzi lo ha osteggiato). E ha vinto la scommessa: un esito paradossale per un simbolo di quel “sistema Palamara” che i magistrati, durante la campagna per il No al referendum sulla riforma Nordio, giuravano di essersi messi alle spalle.

Ferri ha portato a casa il seggio grazie al contributo fondamentale dei suoi “gregari“: quattro giudici candidati in collegi diversi dal suo, ma che hanno contribuito alla sua elezione tramite il meccanismo di “apparentamento” previsto dalla legge elettorale. Una strategia attentamente studiata per approfittare del complicato sistema voluto dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, che prevede una quota proporzionale di cinque seggi accanto ai 15 assegnati con metodo maggioritario. L’ex sottosegretario ha totalizzato 258 voti nel collegio 2 dei giudici di merito (Liguria, Toscana, Umbria e Lazio), a cui si aggiungono quelli dei candidati a lui collegati, sconosciuti portatori d’acqua che però, grazie all’importante sponsor, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto. Elisabetta Scolozzi, giudice del Tribunale di Belluno, ha raccolto 104 voti nel collegio 1 (Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia); nel collegio 3 (Emilia-Romagna, Marche, Sardegna, Abruzzo e Campania) ne ha avuti Annarita Donofrio, giudice della Corte d’Appello di Bologna, e altri 7 Giacomo Gasparini della Corte d’Appello di Ancona; nel collegio 4 Vincenzo Depalma, giudice della Corte d’Appello di Bari (di cui Ferri è stato testimone di nozze), è arrivato a quota 64. In totale fanno 562 voti, sufficienti a garantire al più votato di loro, cioè ovviamente il “geco”, uno dei cinque seggi “di recupero” assegnati col proporzionale.

Per il resto, il voto dei magistrati consegna un trionfo alla sinistra giudiziaria, che porta a casa 11 seggi su venti. Il gruppo più numeroso nel nuovo Csm sarà il “correntone” progressista di Area, con sette eletti: la giudice di Cassazione Egle Pilla, i pm Eugenio Albamonte (Direzione nazionale antmafia) e Gianluca De Leo (Palermo), i giudici Chiara Gallo (Roma), Roberto Arata (Torino) e Cristina Ornano (Cagliari). Porta a casa quattro consiglieri, invece, la lista-novità di queste elezioni, nata dall”unione tra “Autogoverno diffuso“, rete di candidati che fa capo al consigliere uscente Roberto Fontana, e Magistratura democratica (Md), storica corrente “di sinistra”. In quota “Autogoverno diffuso” passano il sostituto pg di Cassazione Giovanni Nardecchia (a sorpresa il più votato della Suprema Corte) la pm di Milano Roberta Amadeo e il giudice di Verona Pier Paolo Lanni; per Md c’è il giudice di Roma Glauco Zaccardi. Il consigliere uscente Fontana (pm di Milano storicamente vicino a Md ma eletto come indipendente) esprime “soddisfazione” per un risultato che, dice, “crea le condizioni per dare continuità alla mia esperienza, improntata al rigetto delle logiche di schieramento precostituito, ponendo sempre al centro i contenuti”.

Da parte loro, i “centristi” di Unità per la Costituzione confermano i quattro eletti dell’ultimo Consiglio: passano il pm napoletano Giuliano Caputo e i giudici Daniela Monaco Crea (Catania), Pietro Indinnimeo (Salerno) e Valeria Ciampelli (Roma). I grandi sconfitti, invece, sono i conservatori di Magistratura indipendente che passano da sette seggi a quattro, azzoppati dalla corsa dei “ferriani” e dal fuoco amico dell’ex segretario Claudio Galoppi. Per la ex corrente di Ferri i nuovi consiglieri sono il pm Stefano Buccini (Venezia) e i giudici Ernesta Occhiuto (Milano), Maria Ilaria Romano (Benevento) e Maria Tiziana Balduini (Roma, già consigliera togata tra il 2021 e il 2023).

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Ilva, è finita: la Cassazione conferma lo stop agli altiforni. “La produzione deve rispettare salute e ambiente”

I giochi sono fatti: l’Ilva è finita e gli altiforni resteranno spenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso straordinario confermando la sospensione dell’area a caldo della fabbrica di Taranto, decretando – sostanzialmente – la fine dell’impianto siderurgico a ciclo integrale. La Suprema Corte ha rigettato tutti motivi avanzati dalle due società, sia sotto il profilo della competenza della giustizia ordinaria in materia di disapplicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale che nel merito delle questioni sollevate dall’associazione Genitori Tarantini nell’azione inibitoria collettiva e accolte dalla Corte d’Appello di Milano lo scorso 27 luglio: confermata la pericolosità attuale delle 2.140 tonnellate di amianto presenti nei cowpers degli altiforni, i giudici hanno spiegato che è perfino superfluo discutere la questione delle emissioni di polveri sottili dai camini.

Nelle 70 pagine della sentenza si legge che “l’ordine impartito dai giudici non determina di per sé alcun effetto segregativo sui beni dell’impresa, incidendo solo sulle modalità di esercizio dell’attività produttiva, che per fini superiori deve essere svolta nel rispetto e a protezione di beni di rango costituzionale, come la salute e l‘ambiente”. In sostanza, la Cassazione – riunita a Sezioni unite – ha confermato quanto già sostenuto in due gradi di giudizio dai magistrati milanesi, cioè che il diritto alla salute è in ogni caso preminente sulla libertà d’impresa: esistono “pericoli ‘gravi e rilevanti'” che “impongono la sospensione dell’attività” senza violare il principio di proporzionalità, “tenuto conto anche dell’annoso protrarsi della vicenda”, si legge nelle motivazioni. I giudici di merito, viene spiegato nella sentenza, hanno operato in modo “corretto e ragionevole” e “faticoso bilanciamento degli interessi”.

Per la Suprema Corte, innanzitutto, non c’era alcun vizio – come reclamavano Ilva e Acciaierie d’Italia – legato alla legittimità del Tribunale di Milano, poiché si è limitato a disapplicare l’Autorizzazione integrata ambientale in via incidentale, con effetti limitati alle parti, e a inibire alle società la prosecuzione di condotte nocive. La competenza, dunque, non era del Tribunale amministrativo regionale poiché i Genitori Tarantini chiedevano non l’annullamento dell’Aia ma di inibire una condotta privata pregiudizievole per la salute dei cittadini: “Si tratta dunque di un diritto soggettivo, costituzionalmente tutelato” e quindi la giurisdizione è del “giudice ordinario”, ha sentenziato la Cassazione.

Il decreto di sospensione dell’attività dell’area a caldo disposto dalla Corte di Appello di Milano, quindi, resta in vigore: toccherà ora ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, società gestore dello stabilimento, spegnere definitivamente gli impianti che erano stati posti in preriscaldo, cioè in una condizione di stand-by che avrebbe permesso un’eventuale ripartenza senza danni qualora la Cassazione avesse cancellato l’ordine dei giudici milanese. Tecnicamente, l’acciaieria potrebbe ricominciare a produrre qualora risolvesse i problemi che hanno portato all’inibitoria, ma i tempi lunghi e la condizione degli impianti sanciscono di fatto la fine della fabbrica, che aveva iniziato la sua produzione nel novembre 1964. Si apre ora una partita occupazionale e industriale che riguarda quasi 9.000 lavoratori diretti e circa 20mila considerando l’indotto.

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La scarcerazione di Siher è motivata con attenzione ai principi di diritto. Checché ne dica Meloni

di Carlo Sorgi*

La Gip di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, accusato di istigazione per delinquere aggravata dalle finalità terroristiche e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche per aver creato sui social il “Movimento 17 ottobre”. La sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il fermo non è stato convalidato e non sono adottate misure cautelari.

Con un video diffuso sui social per attaccare ancora una volta frontalmente una decisione giudiziaria, Giorgia Meloni senza mezzi termini ha definito “vergognosa” l’ordinanza del Tribunale, parlando di un atto che finisce per “mortificare in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale”. Per Meloni, decisioni di questo tipo metterebbero infatti in discussione “la capacità stessa di uno Stato normale di difendere le persone perbene dai raid violenti che colpiscono le città”. Alle parole di Meloni e di altri esponenti politici, ha risposto con un comunicato stampa ufficiale la presidenza del Tribunale di Milano: “Dichiarazioni politiche irricevibili che evidenziano la scarsa conoscenza degli istituti giuridici di uno stato di diritto. Il giudice è terzo e soggetto soltanto alla legge”.

Esaminiamo le contestazioni formulate nei confronti di Youssef Siher e le motivazioni della Gip milanese. La prima contestazione è quella di istigazione a delinquere (art. 414 C.P.) che – spiega il giudice – è un reato di pericolo concreto, cioè idoneo a provocare la commissione di delitti, sicché “la compressione del diritto di libera espressione delle proprie opinioni è ammissibile solo quando venga effettivamente in gioco la tutela di altri beni costituzionalmente protetti e, in particolare, quello della sicurezza pubblica”. Negli scritti dell’indagato ci sono dichiarazioni con toni aspri e espressioni volgari (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”), ma non accompagnate da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.

La pubblicazione del “vademecum di incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011” era parziale, senza la parte (che Siher aveva nel proprio computer ma non condiviso) con consigli potenzialmente più aggressivi verso le forze dell’ordine. Questa riduzione appare, per il giudice, indicativa delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza. In ogni caso “nei post e nei comunicati pubblicati, Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”.

Le condotte di Siher, quindi, “oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile’, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, ma sono espressione della sua ferma volontà di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.”

Le osservazioni formulate valgono ad escludere anche la configurabilità del nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, art. 420 bis C.P., introdotto con il decreto sicurezza 190/2026, l’ottavo del Governo Meloni. Conseguentemente niente gravi indizi di reato, niente convalida dell’arresto, niente misure cautelari.

Per completezza il Gip esclude anche il pericolo di fuga, una delle condizioni per i provvedimenti di custodia cautelare. In effetti Siher non era a casa quando la Polizia lo aveva cercato ma era stata la sua famiglia a dire alle Forze dell’Ordine che da un po’ di tempo Siher stava con la moglie da loro amiche a Milano, dove era stato infatti trovato.

Prima di parlare bisogna conoscere i fatti e questo vale in particolare per chi ha incarichi pubblici rilevanti. Il provvedimento del Giudice di Milano appare motivato con attenzione ai principi di diritto, non solo di quello penale ma anche dei fondamentali diritti della persona della nostra Costituzione.

Se torniamo con la mente alla recente storia del referendum sulla Magistratura, questo caso rappresenta una conferma dell’assunto della totale indipendenza dei giudici rispetto ai pm, che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO, e ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma con una presenza dell’esecutivo certamente più ingombrante sulla Magistratura e tale da ridurne l’indipendenza.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso

Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.

Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.

La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.

Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.

Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.

Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.

Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.

Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.

Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.

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Meloni scopre che la giustizia è indipendente, e la prende malissimo

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Primo Ministro belga, Bart De Wever a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 07 Settembre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets Belgian Prime Minister Bart De Wever at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday September 07 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Con il violento attacco alla gip di Milano Tiziana Landoni, che ha ordinato la scarcerazione di Youssef Siher, presunto «cervello» dei disordini di piazza, Giorgia Meloni ha dato un nuovo imprinting alla sua campagna elettorale. Non ci voleva un genio per capire che l’arresto di Siher era buono giusto per i titoli della Verità, Libero e Giornale. Che la Procura non aveva niente in mano.

Ma nel quadro della campagna law and order all’amatriciana, la presidente del Consiglio non ha esitato a invadere l’autonomia della magistratura, di fatto intimidendo i giudici che in futuro dovessero trovarsi in una situazione analoga.

La realtà ha inoltre contraddetto in modo clamoroso l’assunto già berlusconiano e poi fatto proprio da questo governo che varò la legge sulla separazione delle carriere – poi bocciata dal popolo – in base al quale pm e gip sono sempre e comunque sodali: ieri il gip ha dato torto alla Procura sulla base di sue autonome valutazioni in ossequio al codice che prevede un giudice a Berlino, come si suol dire. Meloni presa in castagna, dunque, in punto di diritto.

Senonché il fatto politico è pure più importante perché la vicenda fa capire che la presidente del Consiglio intende proporsi all’elettorato come quella che, più di Matteo Salvini e soprattutto più di Roberto Vannacci, vuole perseguire i terroristi, veri o presunti non importa, «in tutto il globo terraqueo», come ebbe a dire dopo la strage di Cutro, cioè senza star tanto lì a sottilizzare. Perché la paura mobilita, l’indignazione compatta, l’emergenza mette a tacere le domande scomode. E perché, quando la politica non riesce a risolvere i problemi, può sempre provare a convincere gli elettori che il problema siano i giudici.

Il trentenne Siher, le cui opinioni fanno orrore, è stato in questi giorni dipinto come il Mostro alla guida delle violenze e come tale ritenuto pericoloso: il che, alla giudice per le indagini preliminari, non risulta. E va detto che non spetta a Giorgia Meloni vagliare le richieste di una Procura della Repubblica. Né tantomeno emettere addirittura una condanna di primo grado. Invece, nel video pubblicato in rete a tempo di record, la premier ha emesso il verdetto assumendo in toto il parere della Procura: «È vergognosa» la scelta di scarcerare Siher, «accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

È la solita confusione, del tutto voluta, per fare un po’ di propaganda securitaria. È il paradosso di una premier che si proclama paladina della legalità e, nel momento in cui una decisione giudiziaria non le piace, sembra considerare la legge un’opinione e il giudice un dipendente da richiamare all’ordine. Il trentenne era appunto “accusato”. La gip non lo ha “assolto”, ha solo non riconosciuto che sussistono i motivi previsti dalla legge per tenerlo in carcere.

L’antifona della meloniana campagna d’inverno perciò è questa: faccia feroce, calpestamento dei limiti del proprio ambito, semina di tensione. Giorgia-don Chisciotte è dunque partita lancia in resta contro i mulini a vento della giurisprudenza e dell’evidenza per ergersi a paladina della linea dura. E con la fortuna che ha non si può escludere che i pro-Pal più violenti rialzino la testa al grido di «ebrei tutti fascisti» dopo il voto in Israele che non ha cacciato Benjamin Netanyahu.

Una risacca violenta potrebbe aiutare una Meloni a caccia dei voti securitari e fascistoidi di Vannacci, uno dei suoi principali assilli in vista del voto. Alla faccia delle garanzie dei cittadini, nel nome dell’ennesima caccia alle streghe.

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