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La scarcerazione di Siher, e lo spettacolino dell’indignazione e della beatificazione

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

L’istante dopo la scarcerazione di Youssef Siher è iniziato lo spettacolino, con la destra ad accusare i giudici di difendere i terroristi che-li-si-vede-dalla-faccia e la sinistra a portare in trionfo un apologeta di Hamas come un martire della Resistenza al fascismo di ritorno.

Nell’Italia del senso comune bipopulista non sembra darsi logicamente la possibilità che sia infondata – in questo caso: ridicola – l’accusa di eversione terroristica rivolta a un vomitatore di porcherie dal fiume al mare e volenteroso poligrafo del jihadismo antisemita, e che tuttavia questa circostanza non riabiliti la sua campagna d’odio e di disprezzo verso Israele e gli ebrei, né rivesta il suo “Allah Akbar” dopo il 7 ottobre di un’aura nobilmente umanitaria.

In quest’Italia è antipatriottico non credere a occhi chiusi alla fregnaccia che “l’ideatore”, “la mente”, “il regista”, “l’istagore” e “l’organizzatore” (i vari modi in cui è stato definito dall’informazione e dalla politica, e ieri nuovamente da Giorgia Meloni) delle violenze del pomeriggio del 17 ottobre abbia fatto tutto da solo, aiutato dalla consorte e con un alacre attivismo social, ma a partire dalla sera del 18 novembre. Un’istigazione a delinquere a effetto retroattivo.

E oltre che antipatriottico, è anche giuridicamente ingiusto, anzi, come ha detto Meloni, «vergognoso», non ingabbiare preventivamente un figuro accusato di eversione terroristica per avere scritto nientepopodimeno che “lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove. Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”.

La gip che ha deciso la scarcerazione è ora indiziata di parzialità per avere firmato in precedenza, insieme ad altre migliaia di giuristi italiani, un appello contro i crimini a Gaza – non siamo in zona genocidio, ma nei paraggi. Posto che per me è un atto non meno conformisticamente sconveniente del collezionismo di cimeli del Ventennio da parte di alte cariche dello Stato – ognuno ha le proprie coperte di Linus dell’identità –, l’addebito andrebbe rivolto alla fondatezza della decisione, non alla figura e alle opinioni del decisore.

Sono però consapevole che, in questo gioco di specchi, a parti rovesciate – ad esempio, con la scarcerazione di un risaputo fascista o razzista –, l’argomento ad hominem sarebbe stato usato da sinistra contro magistrati pubblicamente schieratisi per cause giudicate sbagliate: ad esempio, per la separazione delle carriere. Mai una sorpresa, mai una deroga alla specularità bipopulista. Peraltro, in questo caso, l’accusa di pregiudizio filo-palestinese contro la gip Tiziana Landoni risulta decisamente depotenziata dal fatto che, con lei, tra le firmatarie dell’appello dei giuristi per Gaza, compare anche il nome della pm che ha chiesto la misura cautelare per Siher, Francesca Crupi.

Tutta questa vicenda, che difficilmente procurerà a Siher troppi grattacapi giudiziari, ma più probabilmente gli aprirà le porte dell’opinionismo televisivo retribuito, in quota palestinista – per una candidatura si metta in coda a Francesca Albanese –, è solo uno dei tanti tappeti sotto cui si continua a nascondere la polvere del rapporto irrisolto con le grandi piattaforme di comunicazione, a partire da Meta e da X: un rapporto che nessuno in Italia vuole neppure affrontare.

Non c’è alcun dubbio che queste rappresentino la base organizzativa, il canale di comunicazione e reclutamento e il sistema di manomissione cognitiva cui si affidano tutti gli impresari del caos e i nemici della libertà e della democrazia, che assediano dall’esterno e mangiano dall’interno le periclitanti istituzioni del fu Occidente euro-atlantico.

Ma altrettanto indubbiamente nessuno vuole sfidare e neppure infastidire i padroni del vapore digitale. Meglio ogni tanto tirare fuori dal mucchio qualche mostro dell’Internet da sacrificare sulla pubblica piazza, piuttosto che porsi il problema di responsabilizzare le piattaforme per i contenuti che sono perfettamente in grado di controllare, ma non hanno alcun interesse a moderare, visto che l’odio è un formidabile propellente e moltiplicatore della comunicazione di consumo digitale.

Da questo punto di vista è esemplare quel che si sta facendo con la legge contro l’antisemitismo, che al Senato non solo i contrari della sinistra, ma anche i favorevoli della destra hanno totalmente svuotato della parte, prevista nell’originaria proposta a prima firma di Graziano Delrio, in cui il Governo e l’Agcom avrebbero dovuto congegnare un sistema effettivo di monitoraggio, segnalazione, rimozione e sanzione che imponesse alle piattaforme almeno di provvedere a un decente servizio di portineria dei contenuti dei loro spazi digitali.

Se anche, come pare, questa legge venisse approvata definitivamente alla Camera, qualunque Youssef Siher potrebbe continuare a scrivere indisturbato bestialità antisemite sulle sue pagine e sui suoi canali social, salvo venire pescato a caso nel mucchio, come è avvenuto, quando servisse trovare un colpevole per una sassaiola o per un delitto. Ma chiedere qualcosa ai gerarchi della rete, non sia mai, considerando che almeno uno di loro, Elon Musk, è in palese conflitto di interessi politico in materia d’odio.

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