Un operaio di 24 anni è stato investito alle 2.30 di questa notte sull’A14, mentre rimuoveva la segnaletica durante le operazioni di smantellamento del cantiere. Il conducente non ha soccorso l’operaio ed è scappato; gli agenti stanno analizzando i sistemi di videosorveglianza dell’autostrada per individuare il pirata della strada. L’incidente è accaduto a poche centinaia di metri dall’area di servizio Piceno Est in territorio ascolano, tra Grottammare e Pedaso (Fermo). L’operaio di Pedaso, ferito e dolorante a terra, è stato soccorso e trasferito d’urgenza ad Ancona per essere sottoposto a un intervento chirurgico.
Il giovane, che secondo le testimonianze sarebbe stato colpito dall’auto al fianco destro, ha riportato varie fratture al torace e alle gambe. Le versioni dei testimoni circa il colore e il modello della vettura non sono univoche e al vaglio dei poliziotti di Porto San Giorgio ci sono una decina di gigabyte di video da visionare. Secondo le prime informazioni, l’auto sarà presumibilmente identificata nelle prossime ore perché, conoscendo l’orario dell’incidente, è stato possibile restringere il campo delle ricerche.
Dopo l’urto, i colleghi dell’operaio lo hanno soccorso, allertando subito il 112. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco e il personale dell’ispettorato del lavoro. L’operaio è stato stabilizzato e poi trasferito dal 118 all’ospedale regionale di Torrette dove è stato operato e poi ricoverato in Clinica Ortopedica senza prognosi riservata.
Sulla vicenda è intervenuta la Cgil di Fermo che ha espresso vicinanza al lavoratore e posto con forza la questione sicurezza nei cantieri, parlando di un fatto di “gravità assoluta”. Il segretario Alessandro De Grazie ha ribadito la “necessità di garantire condizioni di sicurezza effettive a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, soprattutto a chi svolge attività particolarmente esposte al rischio, come gli interventi di manutenzione e sistemazione della segnaletica lungo le autostrade. È fondamentale fare piena luce sulla dinamica dell’incidente e accertate eventuali responsabilità, rispetto alla condotta del veicolo, e rispetto alle condizioni di sicurezza sul lavoro”.
Dockworkers do not work for war. “I lavoratori portuali non lavorano per la guerra“, si legge sullo striscione affisso dai manifestanti sul parapetto di ponte Mosca, a Torino. A Genova, 15mila persone sono entrate nel porto da varco Albertazzi, per affiancare i lavoratori che hanno bloccato lo scalo con grandi pneumatici e fumogeni, ribadendo il loro no al riarmo, alla guerra e al carovita. A Livorno, alle 6 di mattina, i presidi Usb a Ponte Genova, nella zona del porto, erano già affollati. E così anche ad Ancona, Civitavecchia, Gioia Tauro, Carrara, Bari, Ravenna e Trieste. Ma il 30ottobre la mobilitazione dei lavoratori portuali non ha bloccato solo le banchine italiane, in concomitanza con la giornata di sciopero generale. Sono 113 in tutto i porti coinvolti nella protesta. Ventidue Paesi, in cinque continenti diversi: “Una potente espressione di coordinamento internazionalista e di classe contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, scrivono i promotori. E questo tipo di collaborazione orizzontale, commentano i manifestanti, “fa paura ai governanti perché i lavoratori mostrano il loro potere, bloccando le armi e la circolazione delle merci”. Secondo le associazioni, lo sciopero ha lasciato a terra 52mila container, per un valore di 2,8 miliardi di dollari.
Il centro della mobilitazione italiana, e non solo, è Genova. Da qui il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) e il sindacato UsbMaree Porti chiamano a raccolta il Paese e “tutti i cittadini che si rifiutano di lavorare per la guerra”. “Oggi blocchiamo tutto”, ha commentato JoséNivoi, portavoce del Calp del capoluogo ligure. “Il porto è casa nostra, ma sta diventando sempre più casa dei fondifinanziari, di chi sta in Svizzera, a Singapore o a Taiwan. Dobbiamo cambiare questo Paese e riprenderci la politica in mano – ha aggiunto Nivoi -, perché chi ci rappresenta non ha interesse per il popolo, ma solo per banca e finanza”. E sulla precettazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini: “Non ci interessa, lui non ha capito che si va fino in fondo adesso. Pensa di bloccare lo sciopero attaccandosi al ponte dei Santi e dei Morti, ma non funziona così. Si occupi dei trasporti invece della propaganda politica con i militari a Milano: prendo i treni tutti i giorni e non ce n’è uno in orario, c’è un disagio continuo. Faccia il suo lavoro o si dimetta”. Nivoi ha quindi richiamato le ragioni complessive della mobilitazione, parlando di un malessere sociale che travalica i confini nazionali, seppur “il governo Meloni abbia aggravato le cose”. “Queste battaglie – ha concluso – uniscono i lavoratori a livello mondiale, in cinque continenti. Siamo tutti nelle stesse condizioni”.
Le notizie dei presìdi arrivano da tutti i principali scali internazionali. In Grecia, le navi sono rimaste ormeggiate in sette porti: al Pireo, circa 3mila portuali e marittimi hanno incrociato le braccia per interrompere le operazioni di movimentazione delle merci e sospendere i traghetti verso le isole. In Francia, la Cgt Ports et Docks ha proclamato 24 ore di astensione dal lavoro. Iniziative anche in Spagna, Germania e Turchia. La protesta ha raggiunto inoltre il Marocco e l’India, dove i sindacati avevano annunciato possibili interruzioni delle attività in una dozzina di porti. Alle astensioni dal lavoro, si sono affiancati cortei e presìdi. I portuali, oltre a voler bloccare il traffico d’armi, chiedono sicurezza per chi naviga nelle zone di guerra. Secondo il sindacato greco Penen – riportato da Reuters -, dall’inizio del 2026 nel Mar Nero si sarebbero verificati 570 attacchi contro le navi, con 40marittimiuccisi e centinaia di feriti. Nei primi 21 giorni di ottobre, sempre secondo il sindacato, gli attacchi alle imbarcazioni nel Golfo Persico sarebbero stati 28. Dall’India, i rappresentanti della federazione Wtwfi riferiscono di 15marittimiindianimorti nel conflitto con l’Iran. Per quanto riguarda l’impatto economico, secondo il gruppo No Harbour for Genocide – l’associazione internazionale che chiede di fermare i trasferimenti marittimi di armi, materiale militare e carburante destinati a Israele attraverso i porti – , lo sciopero coinvolge 52mila container, per un valore di 2,8 miliardi di dollari.
“Oggi Genova ha fatto la storia“, commenta infine Nivoi, alla conclusione del corteo nel capoluogo ligure. “Partendo da qui abbiamo coordinato il blocco di oltre 100 porti in cinque continenti, dando vita al più grande sciopero internazionale marittimo della storia, legato a doppio filo allo sciopero generale”. “Il tema delle armi è quello che tiene insieme tutto – ha sottolineato Nivoi -. Il governo sceglie di finanziare gli armamenti sottraendo risorse vitali a ospedali e istruzione. Quando si parla di riarmo i fondi ci sono sempre, mentre per ristrutturare gli edifici scolastici non c’è una lira, al punto che ci sono aule con muffa e soffitti pericolanti dove gli studenti rischiano la salute. È una vergogna: si taglia sui servizi essenziali mentre l’inflazione, il caro benzina e l’aumento del costo della vita impediscono persino a chi percepisce duemila euro di arrivare a fine mese”, conclude.
“I portuali non vogliono più essere complici del riarmo che sta attraversando i nostri porti. Vogliamo portare a casa uno stipendio degno per arrivare a fine mese”. José Nivoi, sindacalista dell’Usb Mare e Porti, riassume così le ragioni dello sciopero generale del 30 ottobre, indetto contro le politiche di riarmo del governo Meloni e il carovita. A Genova, fin dal mattino, i lavoratori del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) hanno bloccato il varco di via Albertazzi. Qui sono confluiti i cortei partiti da Principe e Sampierdarena, con migliaia di lavoratori e studenti. In totale i manifestanti sono circa 10mila, la protesta genovese si inserisce nella mobilitazione internazionale contro il traffico di armi e la militarizzazione dei porti, promossa da una rete di organizzazioni sindacali che coinvolge oltre 110 scali in cinque continenti, con scioperi, blocchi e presìdi.
“I lavoratori portuali non sono più disposti a lavorare per la guerra, né tantomeno a pagarla”, spiega Nivoi, collegando le spese militari alle difficoltà quotidiane: salari bassi, affitti, mutui e prezzi in aumento. “Quando ci dicono che non ci sono soldi per le pensioni, poi i miliardi per riarmare il paese li trovano sempre”. Nel mirino dei manifestanti anche Matteo Salvini, che ha firmato un’ordinanza di precettazione per il settore dei trasporti, decisione ritenuta illegittima dall’Usb, che ha confermato la mobilitazione. “Dovrebbe dimettersi, perché non è in grado di fare il ministro dei Trasporti”, attacca Nivoi. “Dovrebbe ascoltare i lavoratori e capire cosa succede nel mondo del lavoro, invece di criticare chi fa gli scioperi di venerdì”.
“Non è con le precettazioni, non è con i disegni di legge che si può salvare questo paese”, aggiunge Riccardo Rudino del Calp, chiedendo di destinare alla sanità, alla scuola e ai rinnovi contrattuali le risorse impegnate nell’industria bellica. “Gli scioperi generali possono essere anche pesanti, capiamo che il disagio che creano è tanto, ma servono a dare un segnale forte ai governi”. Tra i manifestanti anche Benedetta Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra: “Genova è una città simbolo della lotta contro la guerra e contro il genocidio. I portuali stanno facendo un lavoro di mobilitazione dal basso fondamentale”. Intanto il corteo degli studenti si unisce a quello dei lavoratori al grido di “Noi la guerra non la paghiamo”. Nel pomeriggio è prevista una nuova manifestazione che passerà all’interno dello scalo portuale per raggiungere il centro città, il corteo passera davanti alla stazione ferroviaria di Genova Principe e non si escludono altri blocchi.
Giovani laureati cercasi. Nonostante il numero complessivo di chi dispone di un’istruzione universitaria sia in decisa crescita negli ultimi anni, i profili STEM sono sempre più introvabili. Un fenomeno che va di pari passo con tempi lunghi di inserimento lavorativo per altri percorsi, come quelli umanistici e delle scienze sociali, dove il numero di laureati supera di gran lunga la domanda. Non solo, ci sono regioni italiane dove le difficoltà di reperimento di candidati in possesso di un titolo di istruzione terziaria sono molto elevate. È il risultato del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, analizzato nell’ultimo focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: “Il valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”.
Alla base delle difficoltà delle aziende a reperire i profili, e di alcuni giovani a inserirsi nel mondo del lavoro, ci sono fattori diversi. Certamente l’indirizzo scelto è tra questi. Se la percentuale di difficoltà di reperimento di laureati a livello nazionale è cresciuta dal 35,2% del 2019 al 51% del 2025, il dato non è omogeneo. Si arriva infatti al 72,8% per le posizioni che richiedono una laurea chimico-farmaceutica, al 70,8% per l’indirizzo sanitario e paramedico, al 65,7% per gli ingegneri industriali e al 62,5% per matematici, fisici e informatici. Per altri profili, invece, si scende a percentuali ben sotto la media, fino ad arrivare al 37,6% per quello umanistico, filosofico, storico e artistico.
In questo quadro, inevitabilmente, i laureati per i quali la domanda eccede l’offerta sono destinati a sperimentare percorsi di inserimento lavorativo più lunghi. Anche la dimensione territoriale ha, però, un peso importante: sistemi produttivi diversi, presenza e specializzazione degli atenei, mobilità dei laureati e capacità di offrire opportunità professionali attrattive portano alcuni territori a esperire particolari difficoltà nel colmare la richiesta di laureati da parte delle imprese. Secondo le elaborazioni di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, tra le regioni nelle quali si prevedono maggiori problemi spiccano la Valle d’Aosta (con il 64,8% di entrate di universitari di difficile reperimento), il Trentino Alto Adige (64,5%) e il Friuli Venezia Giulia (60%). Un fenomeno complesso, che non si spiega con una maggiore richiesta di profili con istruzione terziaria.
Infatti, in altri territori con una domanda più alta di laureati sul totale – come Lombardia (22% di laureati sul totale entrate previste), Lazio (19,6%) ma anche Sicilia (19%) e Campania (18,4%) – le difficoltà di reperimento sono ben sotto il 50%. A riprova della eterogeneità delle cause alla base del mismatch, lo studio riporta poi i dati delle entrate di lavoratori nel 2025 per titolo di studio nelle diverse province italiane, che evidenziano forti differenze nella richiesta di laureati anche all’interno della stessa regione. Nonostante ciò la laurea resta un elemento premiante nel mercato del lavoro italiano, che negli ultimi dieci anni ha visto crescere dell’11% i laureati nella fascia d’età 25-34 anni, a quota 1 milione 918 mila. Il tasso di occupazione (20-64 anni) di chi possiede una laurea è dell’82,8%, contro il 68,6% del diploma e il 55,7% di quanti possiedono al massimo una licenza media. E sono proprio le fasce più deboli ad avvantaggiarsi maggiormente di un titolo universitario: le donne e i giovani del Sud. Per le prime il tasso di occupazione è superiore all’80%, contro il 58,6% delle diplomate, mentre per i secondi si arriva al 60%, con un balzo di quasi il 12% rispetto al 2019.
La testa del corteo Usb ha raggiunto il ministero dei Trasporti, a Porta Pia. Cori e slogan contro Matteo Salvini. In prima fila tassisti e rider del sindacato, alcuni con maschere raffiguranti il volto del ministro e l’articolo 40 della Costituzione, che tutela il diritto di sciopero. Tra loro Maurizio Palombo, rider Just Eat, arrivato con pettorina e scooter: “Il rimborso chilometrico è di appena 15 centesimi. L’azienda, con i sindacati confederali, ha pensato bene di aumentarlo di un centesimo per cinque mesi. Uno schiaffo alla mia dignità“.
Il 60,9% dei giovani tra i 18 e i 35 anni sa che rivolgersi a un’Agenzia per il Lavoro è gratuito, mentre un ulteriore 22,6% ne ha sentito parlare ma non ne è certo. La possibilità di accedere gratuitamente a corsi di formazione professionale, tramite Agenzia, invece, è conosciuta soltanto dal 37,8%. È quanto emerge dall’ultima ricerca Censis per Assosomm – Associazione Italiana delle Agenzie per il Lavoro, che analizza il livello di conoscenza del lavoro in somministrazione e delle opportunità offerte dalle Agenzie tra i giovani che vivono in Italia. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo della popolazione tra i 18 e i 35 anni, evidenzia una conoscenza ancora parziale delle opportunità a disposizione di chi cerca un’occupazione, soprattutto sul fronte della formazione professionale.
Agenzie per il Lavoro e Centri per l’impiego: le differenze ancora poco conosciute
La ricerca parte dalla distinzione tra Centri per l’impiego, servizi pubblici di orientamento e supporto nella ricerca di un’occupazione, e Agenzie per il Lavoro, operatori privati che mettono in contatto candidati e aziende e offrono servizi di orientamento, formazione e selezione.Il 46,1% dei giovani dichiara di conoscere le differenze tra i due enti, ma oltre la metà (53,9%) le conosce solo in parte (35%) o non saprebbe distinguerle (18,9%). Per i giovani che si affacciano al mondo professionale, le Agenzie per il Lavoro possono rappresentare un punto di riferimento per costruire il proprio percorso professionale. Lo conferma l’86,6% degli under 35, che considera i servizi offerti molto (45,2%) o abbastanza (41,4%) utili. Un giudizio positivo che però si scontra con una conoscenza ancora limitata degli strumenti disponibili. Il divario tra conoscenza e interesse emerge con particolare evidenza sul fronte della formazione. Nonostante meno di 4 giovani su 10 sappiano di poter accedere gratuitamente a corsi professionali attraverso un’Agenzia, l’80,8% dichiara che parteciperebbe con interesse a un corso una volta conosciuta questa possibilità. La percentuale sale all’82,4% tra le donne, contro il 79,8% degli uomini, e raggiunge l’82,1% nella fascia d’età tra i 25 e i 35 anni. Anche il titolo di studio segna una differenza: l’interesse passa dal 74,2% di chi possiede una qualifica professionale all’83,5% dei laureati.
Contratti a tempo indeterminato e tutele: cosa sanno i giovani
Sono meno conosciute anche alcune possibilità legate alla stabilità occupazionale e alle tutele contrattuali. Solo il 28,9% dei giovani sa di poter essere assunto direttamente da un’Agenzia con un contratto a tempo indeterminato, anche quando l’esperienza presso l’azienda utilizzatrice ha una durata determinata. Il 37,9% sa inoltre che ai lavoratori in somministrazione spettano condizioni non inferiori a quelle riconosciute ai dipendenti dell’azienda presso cui svolgono la propria attività.
Il valore delle filiali: per un giovane su due conta il contatto diretto
La ricerca mette in luce anche il valore della presenza fisica delle Agenzie sul territorio. La possibilità di recarsi in una filiale ottiene un punteggio medio di accordo di 7,2 su 10, il più alto tra le affermazioni proposte, infatti il 49,7% dei giovani considera particolarmente importante poter contare su una sede fisica. Anche nell’era della ricerca di lavoro online, il contatto diretto conserva dunque un vantaggio significativo: poter parlare con una persona, porre domande e ricevere indicazioni mirate può aiutare a orientarsi tra le opportunità e a individuare quelle più adatte alle proprie competenze e aspirazioni. È a questa esigenza informativa che risponde la campagna televisiva promossa da Assosomm, andato in onda dall’11 al 24 ottobre sui canali Rai: lo spot ricorda che le Agenzie per il Lavoro sono autorizzate dal Ministero, che rivolgersi a loro e formarsi è gratuito e che sul territorio sono presenti tantissime filiali a cui chiedere informazioni o candidarsi
Rasizza (Assosomm): “Orientamento e formazione devono accompagnare i giovani”
“Conoscere le opportunità è fondamentale, ma dobbiamo anche fare in modo che i giovani sappiano come accedervi e utilizzarle – commenta Rosario Rasizza, Presidente di Assosomm -. Orientamento e formazione non possono essere interventi occasionali: devono accompagnare le persone nelle diverse fasi del loro percorso professionale, aiutandole a capire quali competenze sviluppare e come valorizzare le esperienze maturate. Per riuscirci serve una collaborazione concreta tra scuole, imprese, istituzioni e Agenzie per il Lavoro. Il nostro compito non è soltanto favorire l’incontro tra domanda e offerta, ma contribuire a costruire un collegamento più efficace tra formazione e lavoro, affinché i giovani possano affrontare le proprie scelte con maggiore consapevolezza e prospettive più solide“.
Non c’è due senza tre, anche quando si parla di cassa integrazione. Stellantis ha prolungato la chiusura del reparto Carrozzeria di Mirafiori, il cuore della fabbrica torinese, già vuoto dal 16 ottobre. La ripresa produttiva era prevista lunedì, sabato, ma l’azienda ha comunicato ai sindacati che gli operai dovranno restare a casa anche dal 2 al 6 novembre. Diventano così tre le settimane consecutive senza lavoro per circa 1.000 addetti alla linea della Fiat 500 elettrica e ibrida.
“Purtroppo, da qui alla fine dell’anno non saranno le ultime”, avvisa la Fiom-Cgil di Torino. Stellantis ha giustificato la necessità di chiusura dell’impianto con il mancato approvvigionamento di materiale per assemblare le auto: “È una scusa che non sta in piedi, il problema sono le vendite e, con un solo modello in produzione, le fermate non potranno che aggravarsi”, commentano Edi Lazzi, segretario generale torinese del sindacato, e Gianni Mannori, responsabile della Fiom di Mirafiori. Secondo i sindacalisti, “la situazione avrà ripercussioni immediate sugli stipendi dei dipendenti Stellantis e rischia di avere conseguenze ancora più pesanti per le aziende dell’indotto, con la possibile perdita dei posti di lavoro degli interinali e, alla scadenza degli ammortizzatori sociali, il rischio di chiusure e licenziamenti”.
La Fiom guarda con preoccupazione anche ai tempi del restyling della 500 elettrica, che non arriverà prima del 2028 e che, sostiene, non sarebbe comunque sufficiente a risolvere il problema dei volumi produttivi. Lazzi e Mannori chiedono quindi un intervento di governo, Regione e Comune per favorire l’arrivo di un nuovo modello a Mirafiori, anche alla luce della disponibilità manifestata dall’azienda a investire a Torino in presenza di una riduzione dei costi energetici. Di “perdurare di una situazione di forte incertezza produttiva e occupazionale” parla Igor Albera della Fim torinese sottolineando “ancora una volta i lavoratori sono chiamati a subire le conseguenze di una situazione che continua a non offrire prospettive chiare e stabili sul futuro”.
È stato eliminato un limite che penalizzava i lavoratori assunti prima del Jobs Act e licenziati illegittimamente dalle piccole imprese. Con la sentenza 174/2026, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la parte dell’art. 8 legge 604/1966 che legava la possibilità di aumentare l’indennità risarcitoria al numero complessivo di dipendenti dell’azienda.
La decisione consente anche ai lavoratori delle piccole imprese di ottenere, ricorrendone i presupposti, un’indennità fino a 10 mensilità per chi ha più di dieci anni di anzianità e fino a 14 per chi supera i vent’anni. Attenzione però, l’aumento non è automatico: spetta al giudice determinare l’importo in base alle circostanze del caso concreto.
Chi riguarda la sentenza della Corte costituzionale
La pronuncia interessa i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del d.lgs. 23/2015, che disciplina il cosiddetto contratto a tutele crescenti. Per questi rapporti, nelle imprese che non raggiungono le soglie dimensionali previste per l’applicazione della tutela ordinaria dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, continua a valere l’art. 8 legge 604/1966.
La disposizione riguarda i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo. In questi casi, il datore può scegliere, in alternativa alla riassunzione del dipendente entro tre giorni, di versargli un’indennità risarcitoria.
Prima della sentenza 174/2026, l’importo poteva essere compreso tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. La possibilità di elevare il massimo a 10 o 14 mensilità era riservata ai dipendenti delle aziende con più di 15 lavoratori complessivi, purché ricorressero anche i requisiti di anzianità.
La Corte ha eliminato proprio questa condizione dimensionale: la maggiorazione non dipende più dal fatto che l’impresa occupi complessivamente più di quindici dipendenti.
La pronuncia non cancella, tuttavia, ogni distinzione tra piccole e grandi imprese, né modifica tutte le tutele contro i licenziamenti illegittimi. In particolare, non attribuisce al lavoratore un diritto generalizzato a essere reintegrato al lavoro.
Perché il limite di sei mensilità è stato dichiarato incostituzionale
Il caso concreto riguardava una lavoratrice assunta nel 2003 come assistente in uno studio dentistico, con contratto a tempo indeterminato part-time. Nel luglio 2024, dopo oltre vent’anni di servizio, era stata licenziata per giusta causa, sulla base di presunte irregolarità nelle procedure di sterilizzazione degli strumenti di lavoro.
Il Tribunale di Livorno, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aveva rilevato gravi vizi nel licenziamento, tra cui la mancata preventiva contestazione degli addebiti e l’insufficienza delle prove a carico della dipendente. Poiché lo studio occupava meno di quindici lavoratori, l’indennità non avrebbe però potuto superare sei mensilità.
Secondo il giudice, un risarcimento così limitato non era però adeguato né a compensare il danno subìto dalla donna né a dissuadere il datore dal commettere violazioni analoghe. La Consulta ha condiviso questo ragionamento, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, la tutela del lavoro e della dignità del lavoratore e l’esigenza di garantire un ristoro effettivo in caso di licenziamento illegittimo.
In particolare, una forbice compresa tra 2,5 e 6 mensilità rischiava di equiparare situazioni diversissime, impedendo al giudice di adeguare sufficientemente l’indennizzo alla gravità dell’illecito e alle conseguenze concrete del licenziamento.
Il collegamento con la sentenza 118/2025 sul Jobs Act
La decisione si inserisce nel solco giurisprudenziale della sentenza 118/2025 della Corte costituzionale, che aveva già eliminato l’analogo tetto di sei mensilità previsto dall’art. 9 comma 1 d.lgs. n. 23/2015 per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese.
Dopo quella pronuncia per i licenziamenti illegittimi soggetti al Jobs Act, l’indennità nelle imprese sotto soglia può variare da 3 a 18 mensilità nei casi previsti dall’art. 3 comma 1, del decreto. Si era così creata una differenza difficilmente giustificabile: un lavoratore assunto dopo il 2015 poteva ottenere una tutela economica superiore a quella riconosciuta a un collega con maggiore anzianità, anche per licenziamenti di gravità analoga.
La Corte ha osservato che una diversa data di assunzione può giustificare discipline differenti soltanto quando la distinzione è ragionevole. Tuttavia, dopo l’eliminazione del tetto per i nuovi assunti la precedente giustificazione — legata all’obiettivo di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro con maggiore flessibilità in uscita — aveva perso gran parte della propria forza. Anche perché i lavoratori più anziani possono incontrare maggiori difficoltà nel trovare una nuova occupazione.
Perché il risarcimento può arrivare a 10 o 14 mensilità
Per eliminare la disparità, la Corte non ha sostituito direttamente il limite di sei mensilità con quello di dodici, come richiesto dal Tribunale di Livorno. Ha scelto un intervento più mirato, cancellando dall’art. 8 legge 604/1966 le parole che subordinavano la maggiorazione al numero di dipendenti occupati dal datore.
Restano quindi applicabili le maggiorazioni già previste dalla legge:
fino a 10 mensilità per chi ha un’anzianità di servizio superiore a dieci anni;
fino a 14 mensilità per chi supera i vent’anni di anzianità.
Poiché la disciplina riguarda gli assunti prima del 7 marzo 2015, nel 2026 tutti hanno ormai maturato più di dieci anni di servizio. Chi supera i vent’anni può accedere alla fascia più elevata.
Attenzione: il superamento del tetto delle sei mensilità non comporta il riconoscimento automatico dell’importo massimo e non introduce un regime unico per tutti i licenziamenti illegittimi. Di volta in volta, il giudice dovrà determinare l’indennità risarcitoria considerando anzianità di servizio, dimensioni dell’impresa, tipo di violazione contestata, comportamento e condizioni delle parti. Nella valutazione rilevano anche gli ulteriori fattori indicati dalla legge 183/2010, tra cui le condizioni del lavoratore e la situazione del mercato del lavoro locale.
Che cosa cambia
La sentenza n. 174/2026 della Corte costituzionale elimina una specifica disparità di trattamento, rafforza la tutela economica dei lavoratori e la funzione dissuasiva del risarcimento.
Ora anche per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 nelle imprese sotto soglia, l’indennità per licenziamento illegittimo potrà superare sei mensilità, potendo arrivare fino a 14. L’importo effettivo resta affidato alla valutazione del giudice che deve considerare tutte le circostanze concrete. Le dimensioni ridotte dell’impresa non possono però impedire di valorizzare la maggiore anzianità di servizio.
La pronuncia interessa imprese di diversi settori, dagli studi professionali e ambulatori ai negozi, dalle attività artigiane alle piccole aziende di servizi. Non conta il settore economico ma il regime giuridico applicabile. Il caso tipico riguarda un rapporto a tempo indeterminato instaurato prima del 7 marzo 2015, anche part-time, con un datore che non raggiunge le soglie dimensionali previste per l’applicazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo. Per gli assunti dal 7 marzo 2015 nelle piccole imprese si applica invece il d.lgs. n. 23/2015, come modificato dalla sentenza n. 118/2025.
La disciplina non si estende automaticamente ai contratti a termine, all’apprendistato o ai rapporti autonomi: di volta in volta, occorre verificare la natura del rapporto e le regole applicabili alla cessazione. Restano inoltre ferme le ipotesi in cui spetta la tutela reintegratoria piena, come nei licenziamenti discriminatori, verbali o nulli per altra causa, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.
El BCRA admitió que Argentina entró en recesión técnica tras la caída del PIB y un retroceso del 2.4% en el consumo privado en el segundo trimestre. El informe refleja el impacto del ajuste en el salario real y el gasto familiar bajo la gestión de Milei.