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Governo confirma morte de português no acidente ferroviário em Espanha. Era membro da tripulação


O Ministério dos Negócios Estrangeiros acaba de confirmar a morte de um cidadão de nacionalidade portuguesa, do sexo masculino, no acidente ferroviário de Urda, em Espanha.

De acordo com a informação disponibilizada esta sexta-feira, este português era membro da tripulação de um dos comboios envolvidos no acidente que tem já confirmadas 69 vítimas mortais.

“Portugal lamenta profundamente as mortes e feridos deste trágico acidente em Espanha, reforçando as mais sentidas condolências aos familiares das vítimas e com solidariedade para o povo e autoridades espanholas”, acrescenta o Ministério na mesma nota.

O choque de comboios ocorrido na quarta-feira em Urda, Toledo, a cerca de 150 quilómetros a sul de Madrid, ocorreu após uma falha técnica e uma série de erros dos operadores do centro de controlo da circulação na rede de alta velocidade espanhola, segundo as gravações divulgadas pelos jornais do país vizinho.

O primeiro-ministro espanhol, Pedro Sánchez, já prometeu que serão esclarecidas “até ao último detalhe” as causas do acidente. O primeiro-ministro garantiu ainda um reforço de segurança “para que não volte a acontecer”.

Na quarta-feira, Sánchez tinha afirmado que “não é aceitável” que um país como Espanha tenha dois acidentes com comboios de alta velocidade num ano, referindo-se ao de Adamuz, na Andaluzia, em que morreram 46 pessoas em janeiro.

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Il lato invisibile dell’IA: quanto costa davvero un singolo prompt?

L’intelligenza artificiale è diventata parte della routine digitale quotidiana. Si usa per scrivere testi, tradurre documenti, correggere immagini, organizzare dati e persino per prendere decisioni rapide durante il lavoro o lo studio. Tutto sembra immediato: una domanda entra nello schermo e una risposta compare pochi secondi dopo. Ma dietro quella semplicità esiste una struttura enorme, fatta di energia, server, raffreddamento e calcolo continuo.

Negli ultimi mesi, sempre più analisti hanno iniziato a discutere il vero costo invisibile dell’IA. Non soltanto in termini economici, ma anche ambientali e infrastrutturali. Ogni prompt inviato a un sistema avanzato attiva migliaia di operazioni simultanee all’interno di data center distribuiti nel mondo. Il risultato è una rete gigantesca che consuma risorse fisiche molto più concrete di quanto si immagini.


La personalizzazione online richiede calcolo continuo

Gran parte del successo delle piattaforme moderne dipende dalla capacità di personalizzare contenuti, risultati e suggerimenti in tempo reale. Gli algoritmi osservano comportamento, posizione geografica, interessi e cronologia per mostrare risultati sempre più specifici.

Questa dinamica è evidente nei servizi di streaming, negli e-commerce, nei social network e persino nelle piattaforme di annunci locali. Una ricerca mirata come escort a Parma, ad esempio, attiva sistemi di geolocalizzazione, classificazione automatica dei risultati, suggerimenti personalizzati e filtri dinamici che funzionano in pochi istanti. Dietro quell’apparente semplicità esiste una quantità enorme di elaborazione invisibile.

L’utente vede soltanto il risultato finale. Quello che resta nascosto è il lavoro costante dei server che analizzano dati, aggiornano priorità e distribuiscono contenuti personalizzati ventiquattro ore su ventiquattro.

L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questo processo perché rende le piattaforme più “reattive”, più capaci di prevedere comportamenti e più dipendenti da potenza computazionale continua.

La sensazione di leggerezza che internet continua a vendere

Una delle illusioni più diffuse del mondo digitale è l’idea che tutto esista “nel cloud”, quasi senza peso reale. In pratica, però, ogni ricerca, video, messaggio o risposta generata dall’IA dipende da infrastrutture enormi che funzionano senza interruzioni.

I moderni data center richiedono elettricità continua, sistemi avanzati di ventilazione e grandi quantità d’acqua per mantenere le temperature sotto controllo. Con la crescita dell’intelligenza artificiale generativa, il fabbisogno energetico è aumentato ancora di più, perché i modelli linguistici richiedono potenza computazionale costante.

Non si tratta solo delle grandi piattaforme tecnologiche più conosciute. Anche servizi digitali legati a nicchie specifiche partecipano a questo ecosistema invisibile. Portali con milioni di accessi quotidiani, sistemi di annunci geolocalizzati e piattaforme ad alto traffico devono sostenere un flusso continuo di richieste in tempo reale. In questo contesto, realtà come Evavip mostrano quanto anche gli spazi digitali più discreti dipendano da infrastrutture tecnologiche sofisticate, capaci di gestire ricerche, filtri, immagini e aggiornamenti continui senza interruzioni.

La differenza è che gran parte degli utenti non percepisce mai questo costo materiale. Tutto appare istantaneo, silenzioso e immateriale.

L’energia dietro una risposta di pochi secondi

Un singolo prompt può sembrare banale, ma il processo che lo rende possibile è molto più complesso. I sistemi di IA analizzano enormi quantità di dati, eseguono calcoli paralleli e distribuiscono il lavoro tra GPU estremamente potenti. Ogni operazione richiede elettricità e capacità di raffreddamento.

Gli esperti del settore parlano già di una nuova corsa globale alle risorse energetiche. Alcune grandi aziende stanno investendo direttamente in centrali elettriche, energia nucleare e sistemi di raffreddamento alternativi per sostenere l’espansione dell’IA nei prossimi anni.

Il problema non riguarda soltanto il futuro. In alcune regioni del mondo, la costruzione di nuovi data center sta aumentando la pressione sulle reti elettriche locali e sul consumo idrico. Più l’intelligenza artificiale diventa popolare, più cresce la domanda di elaborazione continua.

Questo cambia anche il significato stesso di “consumo digitale”. Oggi una semplice richiesta scritta in chat può richiedere più energia rispetto a una tradizionale ricerca online effettuata pochi anni fa.

Il futuro dell’IA potrebbe dipendere dall’energia

Per anni il dibattito tecnologico si è concentrato soprattutto sui software. Oggi, invece, il vero nodo strategico sembra essere l’infrastruttura. Chi controllerà energia, chip e capacità di calcolo avrà un vantaggio enorme nel settore dell’intelligenza artificiale.

Non è un caso che governi e aziende parlino sempre più spesso di sovranità tecnologica. La competizione non riguarda soltanto le applicazioni di IA, ma anche i componenti fisici che permettono di farle funzionare: semiconduttori, GPU, reti energetiche e sistemi di raffreddamento.

Nel frattempo, gli utenti continuano a utilizzare questi strumenti con naturalezza crescente. Scrivere un prompt è diventato un gesto automatico, quasi invisibile. Eppure dietro quella richiesta esiste una macchina globale che lavora continuamente, consumando energia, risorse e capacità computazionale su scala mai vista prima.

Il lato invisibile dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modo in cui il mondo digitale sta trasformando il rapporto tra comodità, consumo e infrastruttura reale.

L'articolo Il lato invisibile dell’IA: quanto costa davvero un singolo prompt? su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

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Perché alcune piattaforme riescono a catturare l’attenzione per ore?

Aprire un’app “solo per cinque minuti” e ritrovarsi ancora lì dopo quasi un’ora è diventata un’esperienza comune. Piattaforme social, servizi di streaming, marketplace e applicazioni di intrattenimento sono progettati per mantenere l’utente coinvolto il più a lungo possibile. Non si tratta di un caso né semplicemente di abitudine: dietro questa capacità esistono strategie precise di design, algoritmi e studio del comportamento umano.

Negli ultimi anni, la cosiddetta “economia dell’attenzione” è diventata uno dei pilastri più importanti del mondo digitale. Ogni secondo passato online rappresenta valore per le piattaforme, che competono continuamente per conquistare spazio nella routine delle persone.



Esperienze personalizzate e attenzione continua

Un altro elemento importante è la sensazione di controllo personale. Le piattaforme più efficaci riescono a dare l’impressione che ogni esperienza sia unica e costruita attorno all’utente.

Questo vale per i social network, per le app di streaming, ma anche per piattaforme più specifiche che lavorano su interessi o preferenze particolari. In alcuni casi, siti dedicati a incontri e contenuti per adulti riescono a mantenere alto il coinvolgimento proprio grazie alla personalizzazione dell’esperienza, alla navigazione continua e alla possibilità di esplorare profili differenti in modo rapido. È anche per questo che termini come escort italiane finiscono spesso associati a piattaforme che puntano molto sul tempo di permanenza e sull’interazione costante degli utenti.

Il coinvolgimento nasce quindi dalla combinazione tra curiosità, accessibilità e aggiornamento continuo dei contenuti.

L’algoritmo capisce cosa ci interessa prima di noi

Una delle ragioni principali per cui alcune piattaforme risultano così coinvolgenti è la personalizzazione estrema dei contenuti. Gli algoritmi osservano continuamente le azioni degli utenti: cosa guardano, quanto tempo restano su un contenuto, cosa ignorano e perfino a che velocità scorrono lo schermo.

Con il tempo, il sistema costruisce un profilo comportamentale molto preciso. Questo permette alle piattaforme di offrire contenuti sempre più vicini agli interessi personali dell’utente, creando una sensazione di continuità quasi infinita.

Il meccanismo funziona perché elimina gli attriti. Non serve più cercare qualcosa: il contenuto arriva automaticamente, spesso nel momento perfetto.

La gratificazione immediata cambia il comportamento online

Molte piattaforme utilizzano dinamiche psicologiche molto studiate. Notifiche, suggerimenti personalizzati, video brevi e aggiornamenti continui attivano nel cervello piccoli meccanismi di ricompensa. Ogni nuova interazione crea curiosità e stimola il desiderio di continuare.

Questo modello è particolarmente forte nelle piattaforme che si aggiornano costantemente. Feed infiniti, contenuti consigliati e sistemi di autoplay rendono difficile interrompere l’esperienza. L’utente ha sempre la sensazione che il prossimo contenuto potrebbe essere ancora più interessante del precedente.

La tecnologia moderna non si limita più a offrire servizi: cerca di costruire abitudini digitali quotidiane.

Le notifiche sono progettate per interrompere la giornata

Molti utenti credono di utilizzare le piattaforme solo quando ne hanno voglia. In realtà, spesso è il contrario: sono le piattaforme a richiamare continuamente l’attenzione attraverso notifiche, email, vibrazioni e suggerimenti.

Ogni avviso viene progettato per creare una piccola sensazione di urgenza. Un messaggio ricevuto, un contenuto consigliato o una nuova attività online diventano motivi per tornare sull’applicazione.

Con il tempo, questo meccanismo modifica le abitudini quotidiane. Le persone iniziano a controllare automaticamente il telefono durante pause, momenti di noia o persino conversazioni sociali.

Il design invisibile che guida le decisioni

Anche il design delle piattaforme gioca un ruolo fondamentale. Colori, animazioni, disposizione dei pulsanti e velocità di caricamento vengono studiati nei minimi dettagli per rendere l’esperienza il più fluida possibile.

Le aziende tecnologiche investono enormi risorse in test comportamentali per capire quali elementi aumentano il tempo trascorso online. Persino piccoli dettagli grafici possono influenzare il modo in cui gli utenti interagiscono con un’applicazione.

L’obiettivo è ridurre qualsiasi ostacolo tra la curiosità dell’utente e il contenuto successivo.

Sempre più persone cercano un rapporto più sano con la tecnologia

Nonostante l’efficacia di questi sistemi, cresce anche una maggiore consapevolezza sul tempo trascorso online. Sempre più persone cercano modi per limitare notifiche, ridurre il tempo davanti allo schermo o utilizzare applicazioni meno invasive.

Questo ha portato alla nascita di nuove tendenze digitali: modalità focus, detox digitale, piattaforme minimaliste e strumenti per monitorare il tempo di utilizzo. La tecnologia continua a evolversi, ma cresce anche il desiderio di usarla in modo più equilibrato.

Le piattaforme che riescono a trattenere l’attenzione per ore non lo fanno per caso. Dietro ogni scroll infinito, suggerimento automatico o notifica esiste un’intera industria che studia comportamento umano, psicologia e abitudini digitali.

Capire questi meccanismi è diventato importante non solo per chi lavora nel settore tecnologico, ma anche per gli utenti stessi. Perché nell’era dell’iperconnessione, l’attenzione è una delle risorse più preziose — e più contese — del mondo digitale.

L'articolo Perché alcune piattaforme riescono a catturare l’attenzione per ore? su Vanilla Magazine scritto da Antonio Pinza

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Parón de la economía: crece una décima menos, hasta 0,6%, tras frenarse la inversión y el consumo por la crisis inflacionaria y energética

La economía española ha crecido un 0,6% en el tercer trimestre del año, una décima menos que en el segundo, tras frenarse la inversión y el consumo de los hogares por la crisis inflacionaria y energética derivada del conflicto en Oriente Medio, de acuerdo con los datos de contabilidad nacional publicados por el Instituto Nacional de Estadística (INE). El consumo de las familias se frenó medio punto, hasta el 0,6%, y la inversión tres décimas, hasta el 0,7%, mientras que el consumo público apenas aumentó tres décimas, hasta el 0,9%.

Por su parte, las exportaciones de bienes y servicios presentaron una tasa intertrimestral del 1,3%, lo que supuso dos décimas más que en el segundo trimestre, y las importaciones registraron una variación del 1,1%, tasa 1,1 puntos menor que la del trimestre precedente.

En términos interanuales, el crecimiento del PIB se situó en el tercer trimestre en el 2,7%, una décima más que en el trimestre anterior, gracias a la demanda nacional, que contribuyó con 2,6 puntos, en contraste con la aportación casi nula del sector exterior. El consumo de los hogares desaceleró su crecimiento interanual cuatro décimas en el tercer trimestre, hasta el 3,1%, mientras que el gasto público moderó una décima su ritmo de avance, hasta el 2,5%, y la inversión aumentó un 3,9% interanual, tasa 1,1 puntos inferior a la del trimestre anterior, lo que significa el peor avance en los dos últimos ejercicios.

Información en elaboración

© EFE

El vicepresidente primero Carlos Cuerpo, y a ministra de Inclusión, Seguridad Social y Migraciones y portavoz del Gobierno, Elma Saiz, visitan Ceuta
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Los accionistas de CaixaBank recibirán un dividendo a cuenta de 1.281 millones con cargo a los beneficios del primer semestre

CaixaBank ha confirmado que abonará el próximo 6 de noviembre un dividendo a cuenta de 1.281 millones de euros, equivalente a 18,44 céntimos brutos por acción, con cargo a los beneficios del primer semestre de 2026, equivalente al 40% del beneficio neto consolidado del primer semestre, según ha informado el banco a la Comisión Nacional del Mercado de Valores (CNMV). El pago se enmarca en el plan de dividendos para 2026 que el consejo aprobó en enero, que prevé repartir en efectivo entre el 50 % y el 60 % del beneficio neto consolidado del ejercicio en dos pagos.

El primero es este dividendo a cuenta, que podía oscilar entre el 30% y el 40% del beneficio del primer semestre, y el segundo será un dividendo complementario que deberá aprobar la junta general de accionistas y se abonará en abril de 2027. En torno al 50% del dividendo lo recibirán la Fundación la Caixa y el FROB, mientras que el banco cuenta con más de 500.000 accionistas, en su inmensa mayoría minoristas.

A esta retribución se suma el octavo programa de recompra de acciones, por 500 millones de euros, que CaixaBank anunció en abril y que resta 20 puntos básicos a su ratio de capital de máxima calidad CET1, situada en el 12,5 % al cierre de septiembre. Además, el consejo ha acordado ampliar en tres meses, hasta el 30 de enero de 2027, la duración de este programa, que inicialmente debía concluir este 30 de octubre. La entidad cuenta con más de 500.000 accionistas (cierre de septiembre de 2026), en su inmensa mayoría minoristas.

© La Razón

CaixaBank dispara su resultado en 2024 hasta llegar a los 5.787 millones de euros
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El crecimiento del negocio comercial dispara el beneficio de CaixaBank hasta 4.962 millones, un 12,9% más en el tercer trimestre

CaixaBank obtuvo un beneficio neto de 4.962 millones de euros hasta septiembre, un 12,9 % más respecto al mismo periodo del año pasado, apoyado, según la entidad, en el crecimiento del negocio. El margen de intereses se situó en 8.186 millones (+2,9 %), con un crecimiento del 2,5 % en el tercer trimestre respecto al segundo. Unos ingresos, que junto con la aportación de los servicios -incluidas comisiones, gestión patrimonial y seguros, que aportaron 4.182 millones (+7,7 %)- y y el resto de ingresos, elevaron el margen bruto a 12.656 millones (+4,4 %). La evolución de la cuenta de resultados mantiene una dinámica positiva y la rentabilidad (ROTE 12 meses) alcanza el 18,8% a final del periodo, mientras que la ratio de capital de máxima calidad CET1 se situó en el 12,5%, un nivel que descuenta un impacto de 20 puntos básicos por el programa de recompra de acciones de 500 millones de euros y sitúa la cobertura ante insolvencias hasta el 82 % y el coste del riesgo, en el 0,24%.

De este modo, la entidad acelera la actividad comercial y la captación, en el marco del Plan Estratégico 2025-2027, gracias a su vocación de servicio al cliente y a una plataforma diferencial de distribución omnicanal y capacidad multiproducto. El consejero delegado de CaixaBank, Gonzalo Gortázar, ha afirmado que "el balance de estos meses es muy positivo: crecemos de forma sólida y equilibrada, ganando clientes y aumentando nuestra actividad. Y lo hacemos gracias a nuestra posición de fortaleza que nos permite seguir acompañando a familias y empresas y generando valor para nuestros clientes, accionistas y para el conjunto de la sociedad". Gortázar ha destacado, además, que "seguimos avanzando en el proceso de transformación de CaixaBank con el objetivo de ofrecer un mejor servicio a nuestros clientes. Estamos incorporando la inteligencia artificial y nuevas herramientas tecnológicas en toda la organización, con mejoras ya tangibles en la experiencia de cliente y en nuestra capacidad comercial".

Según la información remitida por el banco a la Comisión Nacional del Mercado de Valores (CNMV), el buen comportamiento de la financiación a familias y a empresas elevó la cartera de crédito sano a 397.469 millones de euros, un 8% más. La cartera de crédito sano a empresas aumentó en 19.404 millones (+11,4 %); la de adquisición de vivienda, en 9.551 millones (+7 %), y la de consumo, en 2.195 millones (+9,8 %). En el caso de las hipotecas, el banco destacó que el 60 % de la cartera ya está referenciada a tipo fijo, frente al 20 % que representaba en 2021.

Pero ha sido la actividad comercial el gran impulsor de los beneficios gracias a los recursos gestionados de clientes, que crecieron un 5,6% interanual hasta situarse en 760.353 millones de euros. De este volumen total, los depósitos de clientes representaron 438.932 millones de euros (un 2,7% más), mientras que los activos bajo gestión (fondos de inversión y planes de pensiones, entre otros) alcanzaron 216.333 millones tras crecer un 10,6 % en los últimos doce meses. Con la suma del crédito y los recursos, el volumen de negocio global del grupo alcanzó los 1,16 billones de euros, un 6,4% más que un año antes.

En el capítulo de costes, los gastos de administración y amortización aumentaron un 4,3%, hasta 5.004 millones de euros entre enero y septiembre, lo que situó la ratio de eficiencia en el 39,4%. De este modo, el margen de explotación -la diferencia entre el margen bruto (12.656 millones) y estas partidas (5.004 millones)- avanzó un 4,6 %, hasta 7.653 millones. Esta evolución estuvo acompañada por una mejora de la calidad del balance: el saldo de créditos dudosos descendió en 891 millones desde diciembre, lo que redujo la ratio de morosidad al 1,76 % (frente al 2,07% del cierre de 2025). La cuenta de resultados se ve impactada también en 2026 por la contabilización del Impuesto sobre el margen de intereses y comisiones (IMIC), por una cuantía de 452 millones de euros en los nueve primeros meses del ejercicio, frente a los 446 millones del mismo periodo del año 2025.

La filial portuguesa Banco BPI aportó 339 millones de euros al resultado atribuido, con un aumento del 7 % en su volumen de negocio en los últimos doce meses. Por su parte, imagin, el neobanco impulsado por CaixaBank y "palanca clave de captación y crecimiento del Grupo", cerró septiembre con 4,3 millones de clientes (un 9% más que un año antes) y un volumen de negocio de unos 24.300 millones de euros (+18% interanual).

CaixaBank presta ya servicio a 21,1 millones de clientes en España y Portugal (con un crecimiento cercano a los 480.000 en un año), a través de una red que supera las 4.500 oficinas, y cuenta con más de 683.000 millones de euros en activos. CaixaBank abonará el próximo 6 de noviembre un dividendo a cuenta de 1.281 millones de euros, equivalente a 18,44 céntimos brutos por acción, con cargo a los beneficios del primer semestre de 2026.

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La Comisión Europea exigió a España en 2023 renovar la línea de AVE Madrid-Sevilla tras calificarla como "obsoleta"

España ha sido testigo de cómo, en solo nueve meses, ha habido dos tragedias ferroviarias: Adamuz, en enero, y ahora Urda, en octubre. Dos tramos diferentes de la misma línea de alta velocidad, entre Madrid y Sevilla, que reflejan que algo está mucho peor de lo que se pensaba en la vía. Para la Comisión Europea ya estaba "obsoleta" hace tres años, cuando exigió a España renovar la línea de AVE Madrid-Sevilla.

Bruselas consideraba ya desde 2023 que esta línea de la red ferroviaria española se había quedado "atrás" desde su construcción y puesta en marcha en el siglo pasado, en especial en comparación con el resto de la infraestructura. Documentos de la UE reflejan que ya en 2023, se había detectado la "obsolescencia de la Línea de Alta Velocidad Madrid-Sevilla", e inyectó a España con 111 millones de euros de fondos europeos para modernizarla.

Una de las líneas clave de la red ferroviaria española

La Comisión Europea reconocía que la línea Madrid-Sevilla ha operado siempre a pleno rendimiento, aunque en los últimos años, se había quedado "atrás tecnológicamente a otras LAV españolas". Una de las líneas clave de toda la red ferroviaria española y con seis grandes nodos (Madrid. Ciudad Real, Puertollano, Córdoba, Écija y Sevilla), así como alimentando conexiones con Toledo, Málaga y Granada o permitiendo enlazar con otras zonas de España como Cádiz, Huelva y Algeciras.

La Unión Europea apuntaba entonces que la red, con 32 puentes y 17 túneles y un eje importante en el suroeste de Europa, se debía "modernizar", justificando así la inversión de 111 millones de euros en fondos europeos en "interoperatividad y sostenibilidad" para poder "reforzar las conexiones con el resto del bloque, impulsar la actividad económica y contribuir a la reducción de emisiones, al fomentar el traslado de viajeros desde carretera y aire hacia el ferrocarril".

Europa ya conocía el estado de la línea Madrid-Sevilla "rezagada" desde 2023

El informe de la UE calificaba expresamente la línea Madríd-Sevilla, inaugurada en 1992, funciona "a velocidades de hasta 300 kilómetros por hora y mantiene altos niveles de seguridad", aunque se encontraba "obsoleta, en comparación con el resto de la red de alta velocidad española", de acuerdo al texto fechado en diciembre de 2023, momento en el que la Comisión Europea avisó al Gobierno de España.

A pesar de que el informe detallaba que había habido "avances tecnológicos" en la red ferroviaria española, la línea Madrid-Sevilla se encontraba "rezagada, resultando imprescindible una modernización integral para cumplir con las normas europeas". Tres años después del aviso de Europa, España lamenta dos trágicos accidentes de tren (Adamuz y Urda), con tan solo nueve meses de diferencia y con un balance de más de cien muertos entre ambos.

Proyecto de la Unión Europea para financiar la línea Madrid-Sevilla

Meses más tarde, en junio de 2024, la Comisión Europea aprobó una subvención de 111,6 millones de euros, dirigidos para un proyecto al que llamaron como "Corredor Mediterráneo – Tramo de alta velocidad Madrid-Sevilla: mejora/adaptación al estándar TEN-T – infraestructura y vía". Una inversión que ascendió a 801,6 millones de euros, de los que 110 millones procedían de la Unión Europea gracias al Programa Operativo Plurirregional 2014‑2020.

"Las mejoras garantizarán una mayor calidad, fiabilidad y frecuencia de los servicios, permitiendo que nuevos operadores utilicen el corredor y optimizando aún más el rendimiento", explicaba Bruselas, tal y como se recoge en el informe.

Según las previsiones, se contemplaba la mejora de 435,2 kilómetros de los 471 km totales de la vía. Entre las obras que figuraban en la inversión, estaba la sustitución de raíles y traviesas, la mejora estructural de puentes y túneles, la estabilización de terraplenes y la adaptación del sistema de drenaje.

Además, también se incluía la renovación de edificios e instalaciones necesarias para el funcionamiento de la línea, la mejora de vías de servicio y acceso, y la instalación o refuerzo de vallas perimetrales.

© Europa Press

Cabecera de un tren AVE de Renfe en las vías de la Estación de Atocha
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¿Qué sucede en la cabeza de un narcisista? Su cerebro no responde igual ante el malestar de los demás

¿Qué sucede en la cabeza de un narcisista? Su cerebro no responde igual ante el malestar de los demás

Un estudio con neuroimagen muestra que las personas con rasgos más narcisistas presentan patrones diferentes al resto ante situaciones de la vida real que implican la humillación de otra persona, un hallazgo que puede ayudar a explicar las dificultades en su interacción social

Hemeroteca - Álvaro Pascual-Leone, neurocientífico: “Podemos enviar señales a tu cerebro para que funcione como queremos”

Quieren ser el centro de atención, nunca reconocen sus errores y hacen sentir mal a quienes les rodean. Si usted convive con una persona narcisista, reconocerá inmediatamente estos rasgos. Si no, tiene referencias de la ficción, como El lobo de Wall Street, o de carne y hueso, como Donald Trump o Elon Musk. Pero ¿qué pasa exactamente por la cabeza de estas personas? ¿Son incapaces de sentir empatía? 

Un equipo de investigadores de la Universidad de Aalto, en Finlandia, se ha propuesto desentrañar esta cuestión mediante el análisis de la actividad cerebral y ha descubierto que estos individuos presentan patrones de activación neuronal diferentes al resto en situaciones de la vida real que implican el malestar de otra persona. El experimento se describe en un artículo publicado esta semana en la revista Cerebral Cortex y trata de encontrar la base neuronal del llamado “narcisismo grandioso”, rara vez se ha estudiado en situaciones sociales complejas.  

Reaccionar ante la incomodidad ajena

Para el trabajo, los autores reclutaron a 58 voluntarios de una selección de casi mil personas y formaron dos grupos: uno con los que habían dado una puntuación más alta en rasgos de personalidad narcisista y otro con el resto como grupo de control. A continuación, se registró la actividad de sus áreas cerebrales mediante una resonancia magnética funcional (IRMf) mientras observaban una serie de vídeos que simulaban situaciones de la vida cotidiana. 

Durante las pruebas, los participantes vieron vídeos en los que otra persona (un actor profesional) contaba historias personales y recibía comentarios sobre ellas. En estas grabaciones, el narrador compartía experiencias significativas de su vida en las que se había sentido admirado o excluido y una evaluadora reaccionaba a la historia cuestionando abiertamente su credibilidad, lo que exponía al narrador a una situación de crítica e incómoda humillación social.

Lo que vieron los científicos fue que las personas con rasgos narcisistas mostraron una sincronía cerebral significativamente menor en las áreas clave de la empatía cognitiva, como la corteza prefrontal dorsolateral y la corteza cingulada posterior. Mientras que en los participantes con bajo narcisismo estas regiones se activaban de forma coordinada y al unísono ante el malestar ajeno, en los individuos narcisistas las respuestas neuronales eran mucho más desalineadas y variables entre sí, lo que refleja una menor sintonía espontánea con el punto de vista y la experiencia de la otra persona.

Las personas con un alto grado de rasgos narcisistas reaccionan de forma diferente ante la vulnerabilidad ajena

Matias Piispanen — Investigador de la Universidad de Aalto y primer autor del estudio

“Las personas con un alto grado de rasgos narcisistas reaccionan de forma diferente ante la vulnerabilidad ajena”, explica Matias Piispanen, primer autor del estudio. “Pueden sintonizar con la interacción de manera distinta, prestar atención a aspectos diferentes de la misma o hacer interpretaciones diferentes de lo que sucede”.  Para Piispanen, lo que sucede es que las personas con un alto nivel de rasgos narcisistas no necesariamente establecen conexiones de apoyo o genuinas con los demás, lo que puede generar dificultades y malentendidos en la interacción.

“En los vídeos había una escena donde la persona contaba que todos sus amigos habían sido invitados a una fiesta, pero ella había sido excluida del grupo”, describe Piispanen a elDiario.es. Lo que vieron en los narcisistas fue una reacción diferente en dos áreas que están directamente relacionadas con la empatía cognitiva, es decir, con la toma de perspectiva o ponerse en el lugar de otra persona. “En aquellos con altos niveles de rasgos narcisistas, se observaron patrones menos similares entre sí; estaba menos alineado”, dice. “Esto sugirió que procesaban esta situación de forma más individual”.

“No zanja la cuestión”

Los especialistas consultados por elDiario.es recuerdan que el estudio habla de rasgos y conductas narcisistas en población general (narcisismo subclínico), y no de personas diagnosticadas con Trastorno Narcisista de la Personalidad (TNP). Por otro lado, el “narcisismo grandioso” es un concepto ampliamente utilizado en psicología que se refiere a la forma más visible de estos rasgos: personas con una autoestima muy elevada (o que aparentan tenerla), sensación de superioridad, gran confianza en sí mismas, necesidad de admiración, tendencia a buscar protagonismo y escasa empatía.

Estas diferencias no significan que esas personas no sientan nada, sino que, ante la misma situación, sus respuestas neuronales son más heterogéneas

Guillermo Lehera — Catedrático de Psiquiatría en la Universidad de Alcalá (UAH)

“La pregunta del estudio era sencilla: ¿reaccionan de la misma manera las personas con altos y bajos niveles de narcisismo cuando presencian cómo alguien es criticado o humillado?”, resume Guillermo Lahera, psiquiatra, investigador y catedrático de Psiquiatría en la Universidad de Alcalá (UAH). “Estas diferencias no significan que esas personas no sientan nada”, advierte. “Significan que, ante la misma situación, sus respuestas neuronales son más heterogéneas”. Por eso, este estudio no zanja la cuestión, opina. “Su virtud está más en la oportunidad de la pregunta que plantea, más que en la contundencia de sus resultados”.

Rosa Ayesa, investigadora del Instituto de Investigación Sanitaria Valdecilla (IDIVAL), cree que el resultado sobre menor sincronía en la corteza prefontal dorsolateral izquierda es interesante y merece seguir explorándolo porque apunta a una posible desconexión de estructuras frontales con estructuras del sistema límbico. “La pregunta es original y el paradigma que utilizan interesante, pero las conclusiones van más allá de lo que los resultados permiten afirmar y hay problemas metodológicos”, señala.

Beatriz Calvo-Merino, catedrática de Neurociencia Cognitiva del City St George's, University of London, cree que es muy interesante la poca coherencia neural entre los participantes con bajo nivel de empatía y alto nivel narcisista. “Esta variabilidad sugiere que aún nos queda mucho por entender sobre cómo las diferencias individuales modulan como nuestro cerebro procesa eventos emocionales”, asegura a elDiario.es. En su opinión, el estudio contribuye a conocer cómo el cerebro de estas personas procesa la información. “Pero el narcisismo puede estar relacionada con diferencias individuales, por lo que hay que tener cuidado con hacer inferencias inversas”, advierte.  

Una coraza muy dañina

Laura Morán, psicóloga, recuerda que hablamos de un patrón de conductas, que tienen que ser sostenidas en el tiempo para considerarse un trastorno. “Las personas con rasgos narcisistas necesitan mucha admiración, sentirse especiales, controlar las situaciones, los vínculos, y eso a veces implica menos al otro”, describe. “Muchas veces esa necesidad de grandiosidad funciona como una armadura para protegerse de sentir vergüenza, de sentirse insuficiente, o del miedo a no valer”. 

Al esforzarse por ser el centro de atención, estas personas pueden causar muchos problemas a las personas que están en su entorno. “Lo hacen aunque esto implique interrumpir o humillar o despreciar a otra persona”, indica Morán. “Tienen dificultades para ponerse en el lugar del otro y reconocer así sus errores y pedir perdón, además de tener muy poca tolerancia a la crítica”. Esto puede dañar el autoconcepto de la otra persona con la que se relacionan, como un familiar, un amigo o una pareja, que recibe permanentemente comentarios de desprecio de una persona a la que admiran y quieren. “Por eso pierden vínculos, son personas que pueden acabar aisladas”.

La personalidad narcisista, recuerda Rosa Ayesa, se organiza en torno a una necesidad de mantener una autoimagen grandiosa o especial, que depende mucho de la validación externa, su prevalencia estimada en población general se sitúa entre el 0 y el 6 % según los estudios, y es más frecuente en hombres. “Sobre los efectos en los demás, son muy interesantes los estudios realizados en parejas de personas con personalidad narcisista”, añade. La literatura coincide en que el daño al entorno proviene sobre todo de la hostilidad, devaluación del otro o baja empatía. Pero, en definitiva, concluye, “se trata de trastornos de personalidad muy interesantes de estudiar, pero muy complicados de tratar”. 

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La Agencia de Seguridad Ferroviaria lleva seis años incumpliendo sus planes para auditar a Adif

La Agencia de Seguridad Ferroviaria lleva seis años incumpliendo sus planes para auditar a Adif

El organismo advierte desde hace años de la elevada carga de trabajo que soporta y de "una considerable rotación de personal"

Malestar por el señalamiento al operario de Atocha: “Todos podemos cometer errores, pero hay fallos estructurales”

La Agencia Estatal de Seguridad Ferroviaria (AESF), organismo público responsable de regular, supervisar e inspeccionar la seguridad del sistema ferroviario de competencia estatal, lleva incumpliendo desde 2020 sus planes anuales de “auditorías totales o parciales de los sistemas de gestión de la seguridad” de los gestores de la red, que son básicamente el Administrador de Infraestructuras Ferroviarias (Adif) y Adif Alta Velocidad (AV), en un contexto de creciente carga de trabajo y reiterados avisos sobre falta de personal.

El dato figura en las sucesivas cuentas anuales de este organismo y cobra relevancia tras la catástrofe ferroviaria del miércoles en Urda (Toledo), con un balance provisional de, al menos, 69 fallecidos y más de 200 heridos. El accidente, según las primeras investigaciones, comenzó por una avería técnica del sistema de seguridad LZB de la línea de AVE Madrid-Sevilla a la que siguieron, al menos, tres errores de un operario de Adif en Atocha, en el segundo siniestro de la alta velocidad española en nueve meses tras la tragedia de Adamuz (Córdoba), donde murieron otras 46 personas.

Las últimas cuentas remitidas por la AESF a la Intervención General de la Administración del Estado (IGAE) recogen una nueva desviación en las auditorías “totales o parciales” de los sistemas de gestión de la seguridad de los administradores de infraestructuras ferroviarias que la entidad debía realizar en 2025. En concreto, este organismo realizó el pasado ejercicio 19 “acciones terminadas o en fase de ejecución”. Esto supuso un 70,37% de las 27 auditorías “totales o parciales” de los sistemas de gestión de la seguridad de Adif que tenía previsto realizar ese año.

En el caso de las empresas ferroviarias (había 35 con licencia en vigor en 2025), la AESF auditó mucho más de lo esperado. Realizó 31 auditorías totales o parciales de sus sistemas de gestión de la seguridad, muy por encima de las 12 inicialmente previstas.

Las desviaciones de la AESF en esas auditorías “totales o parciales” de los sistemas de gestión de la seguridad de Adif se han venido repitiendo desde 2020. Fueron especialmente significativas en 2021, cuando la AESF no ejecutó ni el 43% de las auditorías previstas (hizo solo seis). En 2020, el año de la pandemia, el porcentaje fue del 46%. Los planes tampoco se cumplieron en 2022 (53,3% de lo previsto), 2023 (74,19%) ni 2024 (75,76%). elDiario.es preguntó por este asunto al Ministerio de Transportes y Movilidad Sostenible, al que la AESF está adscrita a través de la Secretaría General de Transporte Terrestre, sin obtener respuesta.

La primera de las posibles auditorías total o parcial a desarrollar por la agencia sobre los administradores de infraestructuras ferroviarias en 2025, según el plan de acción de ese ejercicio, era la supervisión del plan específico de la Dirección General de Conservación y Mantenimiento de Adif para deformaciones de vía y roturas de carril en la red administrada por Adif y Adif Alta Velocidad. Esta acción también figura entre las previstas en el vigente plan de acción de la AESF para 2026. El documento también contempla entre los aspectos a supervisar en esas auditorías los “procesos de explotación y gestión del tráfico” de Adif, con un “alcance a determinar”.

El organismo realizó el pasado ejercicio un total de 29 “acompañamientos, visitas en cabina, visitas informativas e inspecciones” con los administradores de infraestructuras ferroviarias, que incluyeron inspecciones realizadas por Adif y Adif Alta Velocidad dentro de su Plan Anual de Seguridad en la Circulación para vigilancia de sus propias actividades. En este caso, las acciones realizadas estuvieron un 148% por encima de lo previsto.

“Considerable rotación”

La AESF, que desde 2019 ha incoado cerca de 7.000 expedientes sancionadores y ha emitido unas 6.000 nuevas licencias de maquinistas, viene advirtiendo repetidamente en sus cuentas anuales de problemas de falta de personal.

El organismo, cuyo director general desde 2017 (fue nombrado por el anterior Gobierno del PP) es Pedro Lekuona, perteneciente al Cuerpo de Ingenieros de Caminos, Canales y Puertos del Estado, cerró 2025 con 129 empleados (un alto cargo, 117 funcionarios, 9 contratados en régimen laboral, y 2 laborales fuera de convenio). Su plantilla ha crecido un 31% respecto a 2020, el año previo a la entrada en vigor de la liberalización de la Alta Velocidad española, cuando no llegaba al centenar de efectivos.

En sus cuentas, la entidad insiste desde hace años en que “ejerce un gran número de actividades derivadas directamente de sus competencias. Una parte de ellas, como las de supervisión o estudios de seguridad pueden ser objeto de planificación, mientras que las relacionadas con la autorización de actores del sistema o de sus elementos dependen fuertemente de la demanda, difícilmente previsible, especialmente en el momento actual en que se está produciendo la incorporación de nuevos agentes y elementos al sistema, suponiendo estas últimas actuaciones un porcentaje muy elevado de su trabajo”.

“Hay que tener en cuenta que se mantiene una considerable rotación de personal, lo que unido a un ritmo más lento del previsto para cubrir las plazas vacantes de su estructura, hace que la disponibilidad de personal no siempre haya sido la necesaria y deseable para llevar a cabo las competencias de la AESF, teniendo efecto en un considerable retraso en las fechas de conclusión prevista de algunas actividades. Se ha intentado que los retrasos no afecten al Plan de Supervisión, que se considera actividad prioritaria”.

La AESF empezó a operar en 2015. Como autoridad de seguridad del sistema ferroviario español, entre otras actuaciones, supervisa las infraestructuras, el material rodante (trenes), la circulación y el personal ferroviario; concede, suspende o revoca las licencias de las empresas ferroviarias, así como las licencias y diplomas de los maquinistas; y vela por el cumplimiento de la legislación nacional y europea en materia de interoperabilidad y seguridad.

El organismo solo detalla las desviaciones en sus auditorías desde 2018. Antes de ese año no informaba de ellas y se limitaba a indicar las actuaciones de “visitas y acompañamiento” a Adif: 69 en 2016 y 40 en 2017.

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Adif presiona a los controladores para acelerar la recuperación del tráfico ferroviario para no indemnizar los retrasos pese al riesgo de seguridad

Sillas calientes en los centros de control de Adif en la alta velocidad de Atocha y Chamartín, en las que apenas tienen nombre y dueño durante dos años de media, los que tarda un controlador «en quemarse por el estrés, la falta de valoración, las condiciones precarias de trabajo y la presión que ejercen sobre ellos los mandos superiores». En este clima enrarecido, que denuncian a LA RAZÓN tanto empleados de Adif como fuentes sindicales, tiene que trabajar algo más de un centenar de personas que deben cubrir el servicio las 24 horas del día, de los cuales alrededor de una veintena de profesionales trabaja de manera simultánea en cada turno. Una cantidad que apuntan «no es suficiente para cubrir todas las necesidades del servicio». No en vano, fuentes de CSIF denuncian que en el centro de control de Chamartín harían falta 18 operarios más para que la operatividad no se viera afectada, una cifra similar a la que se necesitaría en el centro de Atocha, al que todos los ojos apuntan tras el accidente de dos trenes de alta velocidad en Urda (Toledo). Una carencia «que la mayoría de las veces no se nota por la voluntad y profesionalidad de los trabajadores, que hacen sobreesfuerzos sin ninguna compensación, con unas condiciones de trabajo cada vez más difíciles de soportar», añaden estas fuentes.

El problema es generalizado, tanto en los servicios regionales y de Cercanías como en la alta velocidad, donde la puntualidad se ha convertido en una prioridad que, en determinadas circunstancias, llega a anteponerse a otros criterios esenciales, a la misma altura que la seguridad. Una circunstancia que se ha convertido en un arma de presión sobre las cabezas de los controladores, que muchas veces se ven empujados a forzar la marcha de los convoyes para que cumplan con el horario establecido y evitar el pago de indemnizaciones por retraso. Eso implica que en muchas ocasiones se fuerce incluso la salida de trenes parados en las vías por alguna incidencia –aunque sea en el modo conocido como «marcha a la vista»– con el fin de recuperar los horarios previstos, incluso cuando las circunstancias aconsejarían actuar con mayor cautela.

Esta presión no procede únicamente de las exigencias del propio servicio, sino de los mandos superiores, quienes han instaurado una dinámica que alimenta el malestar entre los trabajadores y plantea interrogantes sobre el equilibrio entre la puntualidad, la gestión de las incidencias y la toma de decisiones en un ámbito tan sensible como la circulación ferroviaria. «La prioridad debe ser garantizar una operación segura, sin que los objetivos económicos condicionen indebidamente las decisiones de los profesionales responsables del tráfico», inciden fuentes internas de Adif. Si a esto se unen las deficientes condiciones laborales, unos salarios no comparables con los controladores aéreos –prácticamente con las mismas atribuciones y responsabilidades– y la falta de reconocimiento acorde con la complejidad de sus funciones y la responsabilidad que asumen en una operativa en la que hay miles de vidas en juego, queda justificada la «huida» de los trabajadores de los centros de control en los últimos años. «La consecuencia es que cada vez es más difícil retener a profesionales con experiencia, lo que obliga a incorporar y formar todo el tiempo a nuevos efectivos sin experiencia», critican fuentes de CSIF.

En este contexto, también está en entredicho el modelo de formación, sobre todo porque los encargados de preparar a los nuevos controladores son la mayoría de las veces los que acaban de completar su propio periodo de prácticas. «La capacitación para una función de semejante responsabilidad requiere experiencia, supervisión y garantías suficientes, no soluciones improvisadas para cubrir las necesidades de personal», insisten desde esta organización.

Por eso, el Sindicato de Circulación Ferroviaria ha denunciado en diferentes ocasiones la falta de inversión en formación «para que las nuevas incorporaciones dispongan de las herramientas necesarias para actuar ante situaciones degradadas. Faltan protocolos actualizados y procedimientos adecuados que permitan prevenir los errores y evitar que toda la responsabilidad recaiga sobre el factor humano».

Medidas insuficientes

Estas son solo algunas de las reivindicaciones que todos los sindicatos llevan haciendo desde hace años ante las distintas direcciones de Adif por la falta de personal. «Solo después del accidente de Adamuz se consiguió ampliar las plazas ofertadas, pero estas incorporaciones tardarán al menos dos años en estar en condiciones de prestar servicio con todas las garantías», reiteran desde SCF.

En este sentido, CSIF ya alertó el pasado septiembre del «exceso en las jornadas de trabajo en Adif de hasta 12 horas diarias y cinco noches seguidas, lo que supone un desgaste extremo en empleados con tareas de alta responsabilidad». Para ello, han vuelto a reclamar «más inversión en el mantenimiento de las infraestructuras y los talleres ferroviarios, así como la revisión y actualización de los protocolos de seguridad y de circulación». También han defendido la necesidad de garantizar el correcto mantenimiento de los trenes y mejorar la red y la capacidad del sistema, y han responsabilizado al ministro de las continuas incidencias en la circulación, entre ellas las interrupciones de los trayectos y los retrasos, ante las que «la única medida de seguridad implementada ha sido la reducción de la velocidad. ¿O es que los trabajadores también son culpables de las incidencias en la circulación, de los parones en los trayectos, de los retrasos en los tiempos de llegada que sufren todos los que cogen un tren desde hace meses?», señala Pedro Poves, portavoz de CSIF.

Para el sindicato SFF-CGT, reforzar la seguridad exige «actuar sobre el conjunto del sistema, en plantillas, formación, mantenimiento, medios, organización del trabajo y coordinación entre todas las personas y empresas que intervienen diariamente en el ferrocarril». En el caso concreto del personal de circulación, recalca que los Centros de Regulación y Control son puestos «de enorme responsabilidad, donde las decisiones se adoptan en tiempo real y con situaciones muy degradadas», por lo que los procesos de relevo generacional y la formación práctica deben ser muy rigurosos, algo que ha quedado demostrado que no se hace.

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Puente comparece tras el accidente ferroviario en Urda (Toledo)

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MADRID.-Accidente.- Los institutos forenses de C-LM han recibido ya los 69 cuerpos y han practicado 48 autopsias
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El PSOE ofrece en sacrificio al último de la fila

El choque devastador de los dos trenes en Urda tiene culpables. La investigación quizá dé con ellos o con alguno de ellos. Pero a las pocas horas de la catástrofe 'alguien' del Gobierno lanzó la culpa grande filtrando audios de un técnico del Centro de Control de Atocha, quien está acaparando por entero el marronazo Leer

El choque devastador de los dos trenes en Urda tiene culpables. La investigación quizá dé con ellos o con alguno de ellos. Pero a las pocas horas de la catástrofe 'alguien' del Gobierno lanzó la culpa grande filtrando audios de un técnico del Centro de Control de Atocha, quien está acaparando por entero el marronazo
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