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Quando Togliatti disse a D’Alema bambino di occupare una sede del Pci con un piede di porco

Monteverde Vecchio era un quartiere in cui vivevano diversi dirigenti comunisti – tra gli altri ricordo Giancarlo e Giuliano Pajetta, Alfredo Reichlin, Pietro Grifone e Aldo Lampredi, intorno al quale aleggiava la leggenda – confermata anni dopo come vera – che avesse giustiziato Benito Mussolini. C’era nel quartiere un consistente gruppo di ragazzini “pionieri”. L’Associazione pionieri era un’organizzazione voluta dal Pci alla fine degli anni quaranta, guidata da Carlo Pagliarini, con il compito di organizzare una sorta di scoutismo per i bambini, ispirato ai valori della sinistra. Era, se così possiamo dire, la versione comunista dell’attività che in quegli stessi anni si svolgeva nelle parrocchie, dove l’educazione cattolica si univa alle attività di gioco. Oltre allo sport e alle gite, c’era chi si occupava di teatro o di imparare a disegnare, ma anche chi – fu la mia prima responsabilità – doveva organizzare i rapporti con il quartiere e con il territorio. Avevamo anche i nostri campeggi estivi, nell’Appennino bolognese.

C’erano naturalmente educatori che ci seguivano e guidavano le nostre attività. Ricordo, tra gli altri, Carlo Mungo, nipote di Carmela Mungo, una importante pedagogista che era stata allieva e collaboratrice di Giuseppe Lombardo Radice e aveva fondato in quegli stessi anni una scuola innovativa a Due Ponti, una zona periferica sulla via Cassia. Era un’associazione di un certo rilievo che arrivò ad avere anche più di centomila iscritti in tutta Italia. Avrò avuto sei o sette anni quando mi iscrissi e diventai pioniere. All’inizio il nostro circolo era in via Napoli, una traversa di via Nazionale. Lì conobbi Gaspara Pajetta, la figlia di Giancarlo, e Chiara Ingrao, che era una bellissima bambina della quale mi innamorai subito.

Poi quando il circolo si trasferì a Monteverde Vecchio persi di vista Chiara e incontrai Elvira Pajetta, la figlia di Giuliano, che oltre a essere una bambina molto carina e intelligente aveva una irresistibile collezione di distintivi dei paesi socialisti – frutto delle esperienze internazionali di suo padre – con tutta la spettacolare iconografia del comunismo reale (Lenin, falce e martello, stelle rosse ecc). Gaspara era la presidente del circolo e io dopo un po’ diventai il segretario. Avevamo il nostro giornalino. Si chiamava “Il pioniere”, una specie di contraltare del “Corriere dei piccoli”, che era diretto da Gianni Rodari e Dina Rinaldi i quali, tra racconti, rubriche e fumetti – ricordo, per esempio, le divertenti avventure di Cipollino –, vi trasfondevano tutta la loro cultura e la loro ironia.

A Monteverde Vecchio eravamo tanti giovani pionieri, più di un centinaio, e tuttavia non avevamo una sede nostra. Il partito aveva a disposizione un appartamento al piano terra in via Sprovieri che era vuoto, ma si voleva destinare all’apertura di un circolo dell’Arci. Ci battemmo come leoni per ottenere quello spazio, ma non ci fu verso di convincere i compagni della sezione che ci trattarono come bambini petulanti. Così Gaspara e io decidemmo di seguire un’altra strada; chiedemmo, approfittando sfacciatamente del fatto che i nostri padri lavoravano a Botteghe oscure, direttamente un incontro a Palmiro Togliatti. Con nostra sorpresa, ce lo concesse. Andammo nella sua stanza al secondo piano e gli dicemmo: “Compagno Togliatti, non ci vogliono dare lo spazio per aprire la nostra sede dei pionieri”. Lui ci guardò incuriosito, ci chiese quanti iscritti avessimo, quali attività svolgessimo, insomma volle sapere tutto di noi. Alla fine ci disse: “Occupate la sede. Radunate tutti gli iscritti e una domenica mattina forzate la saracinesca con un piede di porco”. Non sapevamo che cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. Togliatti ci incitò: “Quando vengono i compagni della sezione a protestare voi dite che ve l’ha detto Togliatti”. Così facemmo. Occupammo l’appartamento e, siccome ce l’aveva detto il compagno Togliatti, quello diventò la sede del circolo dei pionieri di Monteverde.

Devo ammettere che proprio come pioniere raggiunsi forse il punto più alto della mia carriera politica. A undici anni, nel 1960, fui infatti incaricato di portare il saluto dell’Associazione al IX Congresso del Pci che si svolse al Palazzo dei congressi dell’Eur. Preparai da solo il mio intervento, rifiutando l’aiuto di mio padre e di mia madre. Emozionatissimo, salii alla tribuna indossando una camicia bianca e il fazzoletto rosso al collo e parlai sotto lo sguardo attento di Togliatti, di Longo e di Michail Andreevič Suslov, inviato del Pcus al congresso. Fu il primo uditorio importante della mia vita. La leggenda dice che quando finii il discorso Togliatti commentasse: “Questo farà strada…”. Un’altra versione più maligna dice che invece avesse sibilato: “Ma è un bambino o un nano?”. Esiste anche una foto che immortalò quel momento; purtroppo non la possiedo. La pubblicò nel 1998 “Sette”, il settimanale del “Corriere della Sera”, in occasione della mia nomina a presidente del Consiglio.

La didascalia recita: “D’Alema undicenne porta il saluto dei pionieri al 9° congresso del Pci (alla sua sinistra Palmiro Togliatti)”. Ricordo ancora l’emozione della camminata verso il palco. Il brivido nel vedere la platea che mi guardava e nel sentire la mia voce. La paura e l’eccitazione della prima volta non si scordano mai.

Tratto da “Eravamo comunisti” di Massimo D’Alema, Feltrinelli, 256 pagine, 19,00 €

 

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