Nell’intervista fattami da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” andrebbero messe in evidenza le prospettive, potenzialità, spesso solo speranze, di un cambiamento in meglio, drastico, radicale. Dove si possono individuare, dove non ce n’è proprio traccia.
ISRAELE
Quest’ultima ipotesi s’impone con drammatica perentorietà in Israele. Nello Stato proclamatosi per legge e statuto quello esclusivo dei seguaci della religione ebraica, nulla indica l’esistenza di forze politiche, partitiche, sociali, determinate a cambiare rotta. Un capovolgimento democratico, anzi umano, rispetto a quanto Netanyahu, le forze cosiddette di opposizione e la maggioranza della società civile stanno perseguendo nei comuni termini della rimozione della questione palestinese intesa come rimozione dei palestinesi.
N on sembrano diversificarsi le posizioni articolate dalle formazioni politiche nello Knesset, che si dicano moderate o estremiste di destra, sulla questione che in definitiva è esistenziale. Che riguarda sia i 10 milioni di immigrati e coloni ebrei, sia i quasi 6 milioni di palestinesi nei territori occupati nel 1967, i 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani nei territori assegnati nel 1948 e gli 8 milioni e passa nella diaspora, a partire dai campi profughi.
A questa rilevante maggioranza palestinese si vorrebbe ora attribuire la voce dei 19 seggi conquistati dalle sue due formazioni che alle elezioni sono state votate in massa e hanno conquistato il record di 19 seggi su 120 (con i due blocchi ebrei entrambi sotto la maggioranza assoluta dei 61 seggi).
Da questo, benevoli osservatori delle nostre parti deducono che ora si aprirebbero spazi per un ruolo addirittura strategico nei rapporti di forza tra le due comunità. Ma quella che ha impostato ogni suo proposito sull’eliminazione biologica, oltrechè politica, dell’altra, si è sempre attenuta a un principio basilare, la colonna che regge tutto il costrutto dell’edificio programmato fin dalla fine dell’800 e mai rientrato, o modificato: con coloro che, palestinesi, ma per attenuare l’impatto sono definiti “arabi” non c’è né combinazione, né collaborazione, né dialogo. La pulizia etnica, fondamento ideologico dell’intero progetto sionista, lo impone.
La Lista Unita e il Raam, le due formazioni palestinesi, sono l’espressione non certo degli abitanti di Hebron le cui case, per l’ennesima volta, sono date alle fiamme dall’IDF, o di quelli dei campi profughi in Cisgiordania, in corso di sradicamento e dispersione nel quadro dell’annessione dichiarata di tutti i territori occupati. Rappresentano quella che, già negli anni ’30 del mandato britannico, era uno strato borghese, relativamente agiato, in qualche misura risparmiato e quindi parzialmente connivente col processo di colonizzazione e poi ricolonizzazione messo in atto fin dalla dichiarazione di Balfour del 1917 sul “focolare ebraico”.
Sono ancora lì, una nicchia sociale politicamente irrilevante, che però serve ad allungare la sbrindellata coperta democratica con la quale lo Stato dell’Apartheid e del genocidio, fortunatamente sempre meno credibile, si presenta al mondo.
SERBIA
A Belgrado e nel resto del paese non è successo niente che si distanzi decisamente da quanto ho visto succedervi tra il 1999 dell’aggressione NATO (D’Alema, Mattarella) e il 2001 della prima grande e vincente rivoluzione colorata messa in atto dall’imperialismo UE-USA. Allora c’era il movimento degli studenti chiamato Otpor, al quale i mandanti occidentali avevano dato il compito di completare, con la fine della Serbia sovrana, socialista e sorella della Russia, il lavoro dei bombardamenti NATO (anche qui finalizzati, con l’uranio impoverito, a effetti duraturi nei secoli).
Ebbi l’occasione di intervistare per “Liberazione”, in un appartamento sul centralissimo Corso Knez Mihailova, due dei suoimassimi dirigenti: Non si provarono nemmeno lontanamente a offuscare la loro matrice occidentale, raccontandomi come fossero stati addestrati alla sedizione sociale, a Budapest, da “grandi esperti CIA”. Sono gli stessi che si sono poi visti all’opera in occasione di vari regime change, dal Messico alla Georgia, dall’Ucraina alle primavere arabe.
L’attuale Movimento degli Studenti, ampio vincitore delle elezioni, ha la stessa matrice e la stessa parola d’ordine, “contro la corruzione del regime”, inesorabilmente ripetuta, a dimostrazione della carenza di motivazioni sociali e contenuti ideologici, di tutte le rivoluzioni colorate.
A dire le sue virtù basta il plauso rumorosamente offertogli da tutto il cocuzzaro occidentale, a partire da Ursula von der Leyen e dalle singole cancellerie europee.
Ci si potrebbe chiedere cosa richiedesse la rimozione con urgenza dell’alternativamente presidente e primo ministro, dal 1914, capo del Partito del Progresso (solita denominazione non impegnativa), Alexander Vucic. Corruzione? Immancabile. Autoritarismo? Non più di quelli dei vicini colleghi balcanici, a partire dal corrottissimo e autocraticissimo Rami albanese, dagli ultradestri croati, dai frammenti UE balcanici come Bulgaria, Romania, Slovenia e quelli candidati: Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e la stessa Serbia.
Ed è qui che, come suol dirsi, casca l’asino. Che sarebbe Alexander Vucic. Grande equilibrista tra istanze, lealtà e pressioni diverse e, sfortunatamente per lui, alla fin fine opposte. In parole povere: stare comunque con Mosca, per tradizione storica, comunanza etnica e religiosa, volontà popolare e sostegno per la riacquisizione del Kosovo e poi bussare continuamente alle porte dell’UE, non erano, per Bruxelles, posizioni conciliabili.
Ne risultava che la Serbia restava un elemento spurio e inaffidabile nel primo fronte europeo verso la Russia. Le riforme democratiche, giudiziarie, sociali, che Bruxelles pretendeva di avanzare e non vedeva realizzate, non erano la pietra dello scandalo. Lo era Mosca, per quanto Vucic, sorridendo a Israele e armando Zelensky, ne volesse attenuare la rilevanza. Da qui la nuova Otpor.
BRASILE
Qui c’è soprattutto da divertirsi per come la classe che si vuole dirigente in Brasile e che negli ultimi anni è stata impersonata dalla dinastia Bolsonaro, Jiair e Flavio, con vasta rete di parente cogerenti dello Stato, si sia vistosamente confermata corrotta, ladrona, moralmente e legalmente fetida. A Flavio, dopo l’incredibile rimonta del vecchio Lula – non proprio un Che Guevara o un Fidel, ricordiamolo – non era rimasta che la fuga nella classica Miami, inseguito da una caterva di imputazioni di ladrocinio, riciclaggio, appropriazioni indebite di regali di Stato, copia quasi precisa di quelle che, insieme al tentato golpe nel 2022, avevano chiuso in carcere il papà Jair.
Per il mistero del ricupero di 4 milioni di voti nel ballottaggio, dopo la sconfitta 45% a 47% nel primo turno, c’è anche la spiegazione che nella seconda campagna era venuto a mancare il contributo di Fernando Cerimedo e della fittissima rete latinoamericana, già bene collaudata in altre elezioni con vittorie del trumpismo. Cerimedo, mago argentino del digitale, era stato alla fine individuato come il grande manovratore cibernetico dello spostamento di scelte e di voti. In breve, si trattava della creazione di migliaia di account falsi, di manipolazione di algoritmi, che determinavano equilibri di opinioni e di forze divergenti dall’originale.
Nel secondo turno Cerimedo non c’era e non poteva dirigere le operazioni. Era rinchiuso in un carcere a La Paz, Bolivia, per aver tentato di uccidere la fidanzata, Nadia Bellier, che s’era messa a spiattellare a magistrati e media i segreti dei trucchi del mago. Metti poi il richiamo della foresta sociale (anche amazzonica che, con Lula se la vede meglio) ed ecco i 4 milioni di voti in più.
Con, però, l’opposizione dei terratenientes, deforestatori, delle sette evangeliche pentecostali, battiste, tutte di obbedienza trumpista, padrona del parlamento e con la maggioranza dei governatori degli Stati, specie nel Sud Est e nell’Ovest, in mano alla destra, per l’81enne Lula ci vorranno, per tenere botta, più che l’incerto sostegno dei BRICS, una costante mobilitazione popolare, come quella da sempre protagonista, dei Sem Terra.
Ora che il Brasile è risultato, dopo miniere e petrolio, anche il secondo possessore di terre rare, quelle del futuro e del potere tecnologici, gli appetiti tutt’intorno crescono. A noi non resta che appendere speranze e fiducia al gancio della Grande Svolta Brasiliana rispetto alla marcia, fin qui inarrestabile in Latinoamerica, di Donroe.
Le masse, anche in Europa, non stanno più a guardare,
la lotta esplode ovunque e non si può fermare:
ovunque barricate: da Burgos a Stettino,
ed anche qui da noi, da Avola a Torino,
da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio,
la lotta dura avanza, i padroni avran la peggio.
Guerra ai bambini
Francia, Spagna, Belgio, Italia, Albania, anche, in fieri, Germania (giovani contro la leva militare che, da volontaria, scivola verso l’obbligatoria) e Regno unito… ll più dell’Europa tumultua, si rivolta, si ammutina. Studenti, liceali, quelli delle Medie, agricoltori, trasportatori, pescatori, tutto il sistema dell’alimentazione, gilet gialli e ancora antiguerra, antifascisti, anti-NATO, e sempre di nuovo pro-Pal, l’innesco iniziale, il più tragico, rispettivamente il più nobile e il più abietto. L’Europa ultraliberista, del riarmo e delle guerre a spese del welfare, è alla resa dei conti.
Quanto al regime nostro, quello dalle radici inestirpabili, il dilettantismo e l’incompetenza più crassa li compensa con la protervia su chi di quel dilettantismo e di quella incompetenza soffre gli effetti, fino a risultare la società più disastrata della storia della Repubblica, con primati di povertà, precarietà, diseguaglianza e, naturalmente, negazione di diritti e libertà: 57 nuovi reati nei quattro anni, 8 decreti Sicurezza, a contenere un’insicurezza sociale senza precedenti. Sul futuro dei giovani è calata la saracinesca e quelli vanno a sbatterci. E allora, che fare? Con Crosetto e i coscritti dei media, in piena gara di imbecillità, si depista verso le “ombre russe”, ha stato Putin. Per Meloni e Piantedosi ai ragazzini che rompono, ma non hanno dietro nessuno a dargli un binario politico, è facile.
Ecco la soluzione della crisi: spiccioli ai camionisti, agricoltori e pescatori (quanto resta dei miliardi a Zelensky), minacce di precettazione (ma il gasolio resta fisso ai 2,25 euro e i banchi rimangono vuoti) e guerra ai bambini che, per difendersi, traggono dal contesto solo quel sasso sulla vetrina.
Capirne le ragioni? Ma chi? Lollobrigida? Piantedosi? Valditara? Crosetto? Pichetto Fratin? Nordio?
Così, prima un Rave, poi un decreto coltelli che permette di processare ragazzi per direttissima come la mafia, poi un maranza, poi la presunzione di imputabilità per gli under 18. E, per il gerontocrate Nordio, carceri minorili come funghi dopo la pioggia. Israele insegna. La ricrescita di una società così diseguale da dover essere fatta a pezzi (autonomie), è criminalizzata ed eliminata.
Altri tempi
Chi s’è fatto gli anni 70 e non s’è ancora visto rinsecchire la memoria di tempi, cui quelli in corso incominciano a somigliare, ricorderà come il gruppo musicale di Lotta Continua, Canzoniere Pisano, vestì di queste parole il celeberrimo Eves of destruction (Vigilia di distruzione) di Barry McGuire. Ieri erano le stragi, oggi la vigilia è quella allestitaci dai monopoli e oligopoli, Big Tech, Big Digitali, Fondi d’investimento, quelli che anno dopo anno, sempre a nostre spese, fatturano centinaia di miliardi e poi trilioni e a confronto con i quali i governi non contano una mazza.
Allora eravamo convinti che non se ne esce se non con la rivoluzione. Non ci riuscimmo, ma era giusto. Perché se il potere smette del tutto a rispondere alla società, succede che la società, oltre un certo limite, cessa di ascoltare il potere. Anche allora, nei cosiddetti anni di piombo, l’antidoto alla messa in discussione di tutto, espressa da un movimento transnazionale non dissimile da quello che vediamo esplodere oggi in Europa e anche negli USA con il movimento “No Kings” e le manifestazioni negli atenei di solidarietà con i palestinesi e gli immigrati, era quello storico di tutti i poteri: chi mette in crisi il monopolio della forza assume, nella valutazione politica e mediatica, una dimensione criminale. E’ per definizione violento. E se non lo è di suo, si fa in modo che lo diventi. O lo si infiltra, o se ne utilizza una frange incazzata ma depoliticizzata, per screditare un corteo di ventimila consapevoli e assicurarsi il pretesto per ulteriori ceppi da applicare agli insofferenti fattisi consapevoli: studenti, come sempre; poi autotrasportatori, pescatori, agricoltori, operai metalmeccanici dell’ILVA massacrata e dintorni. Categorie che in crisi ti mettono per davvero.
Ma chiariamo subito una cosa: tra il decennio che parte nel ’68 e il fenomeno cui assistiamo ci sono, sì, analogie a iosa, motivazioni, retroterra, responsabilità, confluenze, obiettivi. Ma c’è anche qualche netta differenza. In particolare quella che ci dice come il Sistema si sia fatto furbo. Come, per neutralizzare l’”onda anomala” che lo assale e minaccia di travolgerlo, si travesta e provi a mandare in confusione tutti coloro che, per le migliori ragioni del mondo, condividono ciò che si dice e si fa per abbatterlo. Basta esasperare le disuguaglianze al punto che chi non ne può più sfascia una vetrina di Prada, si prende il capo che costa quanto tutte le pizze mangiate in un anno e abbia la soddisfazione, non della redistribuzione della ricchezza, ma almeno della vendetta. Per i nuovi provvedimenti di “sicurezza” uno così vale oro.
Testimoni e storici si ricordano come in ogni manifestazione, presidio, sciopero, occupazione, blocco di quegli anni, ma anche successivamente, sui manifesti di convocazione, sui volantini, negli annunci delle radio libere non mancasse mai la firma di chi indice e organizza, magari una pluralità di firme (il famoso “intergruppi”). In sostanza, una rivendicazione di paternità, con quanto questo comportava in termine di assunzione di responsabilità per tutte le conseguenze, positive, o negative, che potessero discenderne. Firma, logo, slogan, immagine: Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Manifesto, Servire il Popolo, senza trascurare le sigle di gruppi locali, e poi e sempre PCI, CGIL, CISL, CUB, COBAS e quant’altro (e mi scusi il reduce se ho dimenticato la sua).
Cani sciolti, come si chiamavano, ce n’erano che stavano un po’ con gli uni, un po’ con gli altri, refrattari alle etichette, agli inquadramenti. Si aggregavano.
Oggi i cani sciolti sono altra cosa. E se quelli rifiutavano l’appartenenza, ma non il fine politico, questi dell’appartenenza come dello scopo politico se ne fottono. Non sapendo che tuttavia glie ne fanno perseguire uno, di scopi. Che non hanno scelto. Credono di fare finalmente una cosa loro. Che loro non è. Classica eterogenesi dei fini.
Quelli che hanno imperversato saccheggiando per Milano e Roma nei giorni scorsi, non sono cani sciolti, dal fiuto politico buono. Sono massa deprivata e ignorata di periferia e sottosviluppo, sono coloro a cui la parola della politica non è mai arrivata, che stavano troppo al buio per essere visti da chi quella parola la usa. Non si tratta di approvarli, ma di capirli sì, evitando i moralismi, sempre narcisistici. Massa di manovra per nuove “strette”, per ceppi e camicie di forza da applicare a tutti, a partire da quelli che la parola ce l’hanno. Non firmano manifesti, locandine, volantini. Non sono e non hanno niente con cui rappresentarsi.
Sono digitali, vivono dentro gli smartphone. Si annusano e riconoscono in tiktok. Basta fargli arrivare un giorno, un’ora, un luogo, una scadenza e si ritrovano, finalmente non soli, finalmente non inesistenti. A fare ciò che, per qualche po’, con un giaccone rubato, una macchina bruciata, ne prova l’esistenza, ne compensa la rabbia, frustrazione, impotenza. E, chi l’avrebbe detto, sono cittadini di questo paese, protetti da questa Costituzione, vorremmo che votassero, senza dargli il minimo motivo per farlo. Sono nostri figli.
Ed è facile indovinare chi quegli appuntamenti in rete li diffonda e cosa ne ricavi. E’ un nuovo strumento della guerra a pezzi. Non quella mondiale. Quella civile. Dall’alto in basso. Stavolta con i ceppi ai ragazzi, ai ragazzini, perfino ai bambini: fermi, botte, arresti, galera. Mi guardi storto, mi stai intimidendo, sei violento. Galera anche ai genitori che, essendo poveri, i danni arrecati dai loro figli anche loro li dovranno pagare con tempi dietro alle sbarre. E in Francia, con il coprifuoco nelle maggiori città, si sono portati avanti col lavoro.
Strade Sicure. Per chi?
E vai con sempre nuove categorie di reati. Con pene più pesanti. Con artefatti giuridici come “atteggiamento intimidatorio in manifestazioni programmate violente”, dove il processo alle intenzioni assegna agli strumenti della repressione un arbitrio senza limiti. Arbitrio funzionale alle retate, tipo ghetti ebraici, un tempo e, ora, tipo Cisgiordania.
E vai con i parà della Folgore per le strade. Il Colle non ha voluto, con sommo dispiacere del mercatista delle armi, Crosetto, che facessero i poliziotti. Per ora. Possono fermarti, chiederti i documenti, ovviamente intimidirti, ma non arrestarti. Giusto, basta che ci siano, ti guardino, ti facciano la profilazione, politica, sociale, razziale, e stupide domande per intimidirti. Salvini ne voleva altri 10.000. Per ora Milano si ritrova con più 500.
I soldati sono quelli che combattono un nemico, no? A cosa servirebbe, sennò, quel mitragliatore? E allora qui il nemico sei tu. E questo è un campo di battaglia. Irrefrenabile, vedendo imbracciato quell’arnese, il pensiero ti corre ai cecchini che sparano in testa ai bambini di Gaza.
Il nemico sei tu, che sei delle generazioni sempre più povere di quelle precedenti, che fai parte del 13% delle famiglie che vive in povertà assoluta (e prima del Covid, era al 9,7%), che, se hai meno di 24 anni, sei disoccupato al 20,3% e, se sei under 35, per il 49% guadagni meno di 15mila euro l’anno. Ma se poi fai disordini, o anche solo “li ispiri”, magari telematicamente, vai dentro dai 4 ai 12 anni (più di quanto previsto per la tortura). Ti conviene, ti tocca, farti espellere dalla città. Lì ci vivono i milionari. E se poi tu giovane scendi in strada, per tenertela la tua città, cioè il tuo futuro, sappi che gli attempati delle poltrone te ne faranno passare la voglia. Oggi come oggi non serve neanche il parlamento per sistemarti, basta un decreto.
Dallo Stato sociale allo Stato penale. Perlopiù militarizzato. Più Cile di così!
Con l’apparato di sicurezza che gli Stati sanno mettere in piedi per garantire immunità e incolumità alle proprie élites, tipo la grandinata di pacchetti sicurezza, a partire da quello contro i Rave, a continuare con Caivano, Cutro, lo scudo ai poliziotti, maranza, il reato di occupazione o blocco, a finire col fermo preventivo di bambini e ragazzi, e adesso con le immancabili precettazioni, nella definitiva “stretta” fascista giustificata con i fatti di Milano, non sono i cassonetti fatti rotolare contro la polizia, la vetrina infranta, o le bombe carta, a impensierire.
Il tornaconto del saccheggio
Si allestisce, con oculata scelta di immagini, una roboante campagna contro la violenza, a forza di vetrine spaccate e poliziotti feriti e si fanno sparire dalla scena tutti quelli che, limitandosi a marciare e gridare, bloccando i rifornimenti di viveri per il costo eccessivo del gasolio (determinato dalle guerre delle nostre oligarchie a Russia e Iran), rappresentano la minaccia vera, quella che ha ragioni inconfutabili: 1.500 euro in più per un mezzo che fa in media 10mila km, 18mila euro in più all’anno a camion. La minaccia temuta, quella che fa paura, sono 10, 20,100mila con dentro le famiglie, che marciando senza assaltare o rompere, paralizzando per disperazione quattro regioni del Sud e poi risaliti lungo tutto lo Stivale, hanno gridato al mondo le cose che non vanno. E lo hanno convinto, il loro mondo, anche a forza di frutta e verdura, pane e latte spariti. Come in guerra. Guerra civile, appunto, sempre dall’alto.
Sono coloro in cui si riconoscono anche tutti gli altri di una repubblica disastrata, prostrata. Milioni, che magari prima non s’erano chiariti molto bene lo stato delle cose, loro e dei padroni, di chi esercita la vera violenza, quella che non fa il botto, ma che sta nel DNA del potere. E ora capiscono, sanno e, magari domani, agiscono anche loro.
Anni di piombo e stragi di Stato
Sapevamo che la violenza è quella cosa che scassa e fa rumore, da una parte e dall’altra. Quella dei sassi e delle molotov, ma anche quella di polizie addestrate a rompere teste, a correre il rischio di uccidere con il taser, a mutilare con le granate, ad accecare con i proiettili di gomma, a rompere costole inginocchiandosi sul torace schiacciato sull’asfalto. L’abbiamo vista sperimentare su di noi, ogni volta che alzavamo la mano per parlare. Una specie di generale Bava Beccaris diluito nel tempo (Milano1898, protesta contro l’aumento del prezzo del pane, 83 morti, 500 feriti, su ordine di Umberto Primo).
Non per nulla, tremando ancora di paura, quelli che ricordano il ’68-’77 come la deprecabile interruzione della continuità istituzionale, culturale e sociale, col fascismo, alla faccia di una costituzione conclamata, hanno imposto a quella stagione la denominazione “Anni di piombo”, vera damnatio memoriae. Laddove il piombo era tutto loro, o delle false flag eterodirette.
Per quanto riguarda le vittime della violenza politica in Italia durante gli "anni di piombo", nati sulla scia delle fratture sociali del 1968, il bilancio, mai ufficiale, mai osato, registrerebbe circa 350-360 morti e oltre 1.000 feriti. Di questi, tolti i circa 200 colpiti dalle BR, Prima Linea e dalle formazioni neofasciste, resterebbero 160 tra manifestanti e vittime dello Stato.
A recidere il carcinoma della mistificazione di un terrorismo di Stato fatto passare per eversione di sinistra (Valpreda docet), ci pensarono negli anni ’70, con le loro inchieste e un libro che è un monumento storico, compagni del movimento come Ligini, Di Giovanni e Pellegrini. Un merito incommensurabile. Oggi ci risiamo, ma subìta la dimostrazione che le stragi in Italia le faceva un aggregato di poteri occulti dentro e fuori dalle istituzioni, (Gladio e simili, P2, 3, 4), servizi segreti nazionali e internazionali, mafie e manovalanza neofascista, la metodologia è cambiata.
Gli anni di piombo, con la strategia della tensione e degli “opposti estremismi”, dovevano essere quelli del potere e della sua continuità fascista. Forse è stato perché allora non eravamo poi storicamente e anagraficamente tanto lontani dagli anni della liberazione, protagonisti e ricordo erano vivi, che il paese riuscì, con le sue nuove generazioni, a darsi un contropotere sociale, politico e ideologico. E il piombo, allora, pur generosamente impiegato, non riuscì a neutralizzarlo.
Il “piombo” c’era, ma era di altra fattura, non faceva saltare cose e vite. Costruiva alternativa. Era sociale, politico, sommamente culturale e coloro che così chiamano quegli anni hanno subito una disfatta strategica. L’ultima, almeno del mio tempo di vita. Era l’ordigno dello Statuto dei Lavoratori, era la pallottola della Servizio Sanitario Nazionale, era la bomba del divorzio, la mina dell’aborto, la mitraglia della Legge Basaglia, il cannoneggiamento ecologico e femminista, la rivoluzione nei rapporti umani, professionali, accademici, da gerarchici a democratici, il fuoco di fila di una Costituzione finalmente attuata.
Poi, a forza di CIA, di Gladio, di P2, di finte sinistre e vere destre, hanno recuperato. Sono stati bravi nell’utilizzare maschere e travisamenti, quelli dell’Italia “liberata dagli americani”. I Moretti, Morucci, Faranda, Bertoli, da un lato, i Ciavardini, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Bellini, dall’altro. La False Flag dello Stato. Le abbiamo messe in campo decenni prima dell’11 settembre attribuito ad Al Qaida. E se agli americani, per riprendere il dominio globale, è servita una guerra dopo l’altra, colpi di Stato, regime change, per complessivamente 20 milioni di morti, noi la normalizzazione l’abbiamo costruita con le stragi. Una Gaza a tappe: Piazza Fontana, Italicus, Rapido 904, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, Gladio, Moro, Ustica, Bologna (Franceschi e Stazione), Falcone e Borsellino, 1992-93-94, Piano Solo, Gladio, Stay Behind, Rosa dei Venti, P2…La conta non finisce mai.
La violenza di chi protesta sta a quella ontologicamente praticata dal potere, come le 1.200 vittime del 7 ottobre (in massima parte colpite dai loro stessi elicotteri e carri armati) stanno a un secolo di ininterrotta pulizia etnica, coronata dal genocidio di Gaza.
Terza Repubblica: in camicia nera
La nostra lunga marcia attraverso le Repubbliche (pare che oggi siamo alla terza) ci vede di fronte a cambiamenti per i quali non pare che ci si sia adeguatamente attrezzati. Per farci dare una mossa ci sono voluti i palestinesi.
Oggi il potere fa meno rumore, agisce a fior d’acqua: l’assalto allo Stato è condotto in prima persona, ma nell’aura della legalità istituzionale, da Palazzo Chigi e dependances. Certo, ancora e sempre P2, mafia e grembiulini, presidenzialismo, premierato, autonomia differenziata, sottomissione delle magistrature all’esecutivo, parlamento muto, pacchetti Sicurezza, riduzione dei parlamentari, stati d’eccezione, militarizzazione dell’esistente fin dentro le scuole elementari (visto che a rompere le palle al governo ora ci si mettono pure i bambini), leggi elettorali per instaurare il regime alla cilena. Ma anche le mazzate sui cortei tornano di moda.
Succede adesso. Approccio soft, guanti di velluto, finchè le cinghie di trasmissione non s’inceppano, rischiano di strapparsi e mandare la macchina in panne. Come in questi giorni, quando anche la valvola di sicurezza dell’intorpidimento mediatico, secondo cui in natura, come ci sono predatori e predati, non ci possono non essere ricchi e poveri, salta. Ed è quando devi assolutamente costruirti il pretesto per dimostrare che le buone maniere costituzionali non bastano più a farla camminare, la macchina. Devi inventarti il nemico, come fa Ursula con Putin. E se non c’è, o comunque non spara, devi fare in modo che spunti e faccia un casino che preoccupi un po’ tutti e quindi riporti dalla tua parte chi era tentato di porsi qualche domanda. Nel caso in questione, che sfasci, che rubi.
Espropri proletari? Redistribuzione della ricchezza?
Serve far leva su un altro tipo di violenza, particolarmente spietata e contro cui non c’è difesa perché è una sentenza a vita: quella sbattuta in faccia alla tua miseria da un paio di ciabatte, nella via “bene”, offerta al prezzo di due mensilità d’affitto di una stanza nello studentato privato. O di quella borsetta di Bulgari, Clutch Ginkgo, da € 5.700, che, da una figura in cima a quell’ascensore sociale che non ti fanno più prendere, viene messa ed esibita un paio di volte, poi stucca, ti fa sembrare una barbona che ha solo quella.
Impoverendo il paese, sfiancandolo a forza di regaloni ai nazi-ucraini e ai nazi-sionisti, mantenendo e potenziando prebende e redditi di speculatori, armaioli, banchieri, energetici e accumulatori vari a scapito degli stipendi tra i più bassi d’Europa, riuscendo a spedire 5,8 milioni di persone in povertà assoluta e mantenendo altri 18 sull’orlo di quella, svuotando di medici, fondi e pazienti la sanità pubblica a favore di quella privata, chiudendo in un limbo virtuale le giovani generazioni a forza di fargli la guerra penale e lasciargli l’unico scampo della fuga all’estero, terrorizzando chi arriva qui in cerca di scampo dalla morte civile e dall’inedia e rappresentandolo come il bau bau venuto da fuori, ha destabilizzato coesione sociale e ricchezza culturale…
Dice il manuale di Palazzo Chigi: ricorriamo a collaboratori come Hermes, Rolex, Gucci, facciamo delle provocazioni di questo tipo, così s’incazzano per davvero, fanno casino e noi incominciamo a mettere l’esercito a fare da quarta polizia del paese, solo per ora senza manette (insieme a PS, Carabinieri, Finanza, che già ci fanno lo Stato con più polizie d’Europa)
Borsetta Euro 5.700, ciabatte Euro 790.00
Quando la guerra civile si chiama ordine Pubblico
Come pretesto per bastonarli, occorre qualcosa di più pericoloso e più redditizio di una molotov, o di un sasso. E’ il fatto che i “vandali” esprimono dissenso nel nome di torti e ingiustizie che su loro si accaniscono, ma che covano anche nei milioni che stanno a casa. E rischiano di esplodere anche lì. E sarebbe il 48, o l’89, o anche solo il 1945.
Ne ho vissuto alcune espressioni. Domate e che hanno fatto guadagnare tempo ai poteri, ma che via via si ripresentano, con esperienza e forza accumulata. Roma, Palazzo della Corte di Cassazione, 27 aprile 1968, proteste degli studenti per lo sgombero violento del liceo Lucrezio Caro. Come oggi, ci sono anche genitori e professori. C’è stata poco prima Valle Giulia, la prima battaglia campale del ’68 in difesa dall’occupazione della facoltà di architettura, quella dove si scontravano due visioni su come costruire la città. Quella democristiana, palazzinara e l’altra.
A Piazza Cavour siamo alcune centinaia che premono per salire la scalinata del palazzo e consegnare a chi di competenza un appello al rilascio dei compagni fermati. Non c’è ombra di violenza. Ma le cariche partono lo stesso. Senza preavviso, durissime, dall’alto della scalinata. I manifestanti, colpiti, cadono, precipitano, finiscono in strada che, sull’altro lato, presenta una serie di alti cartelli elettorali, un muro, e ci si finisce schiacciati contro, sotto manganelli che si abbattono e la via di fuga bloccata dalle strutture di metallo. E’ la mattanza. Io sono lì per Paese Sera. Un commissario che conosce me e la linea del mio giornale, intima: “Sparisca, se vuole salvare la capoccia!”
Derry, Irlanda del Nord, 30 gennaio 1972, Domenica di Sangue.
Da decenni la minoranza cattolica che si vorrebbe riunire alla Repubblica spaccata dai colonialisti inglesi nel 1919, protesta contro la negazione dei più elementari diritti civili e sociali, esclusiva della maggioranza protestante importata dalla Scozia presbiteriana, legata a Londra e contraria alla riunificazione dell’isola.
Un corteo di 20.000, famiglie, anziani, bambini, inerme e pacifico, cantando We shall overcome, raggiunge la piazza del comizio. Alle sue spalle irrompono i blindati del 1. Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. I militari scendono dai mezzi, hanno lunghi fucili Sterling, prendono la mira, sparano. La strage dura 30’. Uccidono 14 manifestanti inermi in fuga, ne feriscono e mutilano un centinaio. Sono l’unico giornalista sul posto, sfuggito ai posti di blocco. Riesco a ricavarne immagini e suono. Il mondo conosce “Bloody Sunday”.
Tutto il mondo è paese e tutta la Storia è lotta di classe. Per il 90% dall’alto verso il basso, per il resto dal basso, ma è quella che cambia tutto. Almeno per un po’.
Guerra a chi?
Oggi a quelli della lotta di classe dall’alto le cose non funzionano più tanto bene. Dal basso arrivano sordi rumori, il pavimento balla. In questi giorni particolarmente forte. Ma c’è un rimedio. Quello di sempre: la guerra. E per farla e guadagnarne un’altra dimensione di comfort zone – risorse naturali, fonti di accumulazione, monopoli, mercati, rotte – non devi avere chi ti rompe le scatole a casa. Per agevolare la guerra esterna, a volte è indispensabile la guerra interna a chi vi si oppone. Quella per la “pace sociale”.
E se Merz, Macron, Burnham, Meloni, Ursula, Kallas e i demenziali nanetti baltici lo sanno e la sognano, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio la dichiara al mondo. Ed è qui dove il locale e il globale s’incontrano, dove il primo ottiene la legittimazione dal secondo. Solo che quella dichiarata da Rubio è sicuramente guerra, ma non è proprio quella che ci propinano i chierichietti politici e mediatici di dei come Marte, Brunhilde, o Thor.
Quando le BR tornano a essere utili.
Comunica l’emittente Euronews: “Il segretario di Stato americano Marco Rubio alza il livello dello scontro contro quello che l'amministrazione Trump definisce il ritorno del terrorismo politico di estrema sinistra. Washington vuole rafforzare la cooperazione internazionale contro i gruppi radicali e annuncia nuove designazioni e misure contro le organizzazioni considerate una minaccia.
La nuova linea è stata illustrata da Rubio durante il vertice ministeriale "Resurgence of Political Terrorism", organizzato a Washington il 16 luglio con la partecipazione di delegazioni di circa 67 Paesi. Secondo il segretario di Stato, la violenza dell'estrema sinistra non rappresenterebbe più un fenomeno confinato ai singoli Paesi, ma una minaccia transnazionale, con collegamenti e modalità operative che attraversano i confini.
Nel suo intervento Rubio ha richiamato anche alcune delle organizzazioni terroristiche della sinistra radicale che hanno segnato la storia europea. Tra gli esempi ha citato le Brigate Rosse in Italia, la Frazione Armata Rossa (Raf) in Germania e il gruppo greco 17 Novembre.
Il riferimento al passato è servito a sostenere la tesi di Washington secondo cui il terrorismo politico di estrema sinistra non sarebbe scomparso, ma starebbe tornando sotto forme diverse”.
Sabato scorso c’è stata la manifestazione nazionale contro la guerra. Indetta in solitaria da un gruppo che prima si chiamava Fronte del Dissenso e poi Fronte Antimperialista. Qualcuno ha aderito, qualcuno, anche di molto importante, no. Capisco entrambi. Avrei preferito che si fosse creato un coordinamento di tutti gli impegnati sul tema e presa una decisione collettiva. Valutando le priorità. Tutte.
E, a costo di subire sberleffi e fin anatemi, propongo un’ideuzza: ma è propria la guerra contro la Russia, o la Cina, che ci sta precipitando addosso, come tutti - salotti, stamberghe, redazioni e caserme – ci vogliono far credere? O non è questa guerra - blasfemia! – una grande arma di distrazione di massa? All’ombra della quale avanzano conflitti che ci vorrebbero far fuori anche meglio di una caterva di droni? Sarebbe ovviamente stolto pensare che, con tutto quello che stanno preparando e armando, una guerra non ci scappi, anche solo per accidente. Ma sono davvero decisi, quelli che hanno fatto i soldi col riarmo, a rimetterceli poi grazie a un armageddon dove non sai se resterà mattone su mattone? O gli basterà piuttosto smaltire un po’ di Patriot e F35 con guerricciole di logoramento e di regime change qua e là?
Guerra! Guerra!! Guerra!!! E intanto da noi passa una legge elettorale grazie alla quale non ce ne sarà più per nessuno che non pensi, voglia, accetti e faccia fascista. E intanto da Washington, Rubio intima a politici, mediatici, finanzieri e finanziatori, carabinieri e servizi segreti del mondo di fare la guerra “all’estremismo di sinistra”, detto “terrorismo”. Cioè di fare il fascismo. E’ la vera testa a capo dell’Occidente che, individuando il nemico principale nella sinistra, pone QUESTA guerra in cima all’agenda.
E Meloni, proclamandosi cultrice dei “valori” di uno Stato che dalla sua nascita aggredisce il mondo e persegue genocidi, non sta eseguendo? E non ci vorrebbe, soprattutto e subito, un’ondata di manifestazioni contro questa, di guerre? Quella contro tutti noi?
Il Premio internazionale della Pace di Vestfalia (Westfälischer Friedenspreis) viene assegnato a cadenza biennale a Münster, in Germania, a personalità o istituzioni che si distinguono per il loro impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa
E chi si è talmente distinto nell’impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa da meritare quest’anno quel prestigioso e rassicurante premio, se non la NATO? Evento talmente assurdo, talmente provocatorio, talmente farsesco, da lasciare senza parole.
E infatti non ne sprechiamo per commentare questo parossismo di eterogenesi dei fini - quei fini perseguiti da chi il premio l’ha concepito - se non per metterlo al confronto con quanto succede in questi giorni in Sardegna, regione per sua malasorte italiana.
A Münster in Vestfalia un umorismo politico, tanto surreale quanto inconsapevole, si è fatto satira di se stesso. Il 1. Ottobre, nello storico municipio della città, all’oltranzista della pace, segretario dell’Alleanza più guerrafondaia del mondo, Mark Rutte, viene conferito, corredato di 100.000 euro, il prestigioso riconoscimento che ricorda la pace nel nome di quella conclusa nel 1648, al termine della Guerra dei Trentanni.
Fu quella una guerra a cui venne posta fine dalla diplomazia, dalla mediazione tra interessi, da incontri e negoziati. Sarà in nome di quella diplomazia, di quelle mediazioni che si sarà voluta onorare un’alleanza talmente meritevole di riconoscimenti da aver condotto guerre, spesso chiamate missioni di “peace enforcement”, per complessivamente 13 aggressioni a Stati, senza autorizzazione dell’ente a ciò preposto, l’ONU. Vogliamo ricordarne almeno qualcuna?
Guerra illegale contro il Nicaragua (1981); guerra illegale contro la Jugoslavia e poi contro la Serbia (1990-1999), prima guerra del Golfo (1980) e seconda (1991), fino all’aggressione di Bush e Blair del 2003 (di nuovo senza mandato dell’Onu), giustificata con la lotta alle armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche), che si rivelerà una menzogna; guerra illegale di vent’anni all’Afghanistan accusato dell’attentato dell’11 settembre, guerra illegale contro la Libia e la Siria (2011); guerra illegale contro l’Ucraina (2014), a seguito dell’ampliamento a est della Nato, eccetera.
Complessivamente, ma senza calcolare colpi di Stato e rivoluzioni colorate dove la NATO figurava quanto meno da burattinaio, 13 sono i conflitti attribuibili a questa alleanza “difensiva”: Iran, Guatemala, Egitto, Cuba, Vietnam, Nicaragua, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen e Siria. Premio della pace di Vestfalia chiaramente meritato.
Tornando a noi, chi, se non la NATO, fa marciare i suoi anfibi nei poligoni e nelle servitù militari che butterano la Sardegna e che, nominalmente italiane, ospitano però forze, mezzi, industrie chimiche, esercitazioni, esperimenti di esplosivi, di chiunque nell’Alleanza e anche fuori (Israele) voglia disporre dell’isola per potenziare le proprie capacità belliche?
Nel perseguire l’obiettivo di mettere uno dei nostri territori ecologicamente più preziosi e fragili a disposizione di chi se ne serve abusandolo, ovviamente si passa con assoluta disinvoltura al di sopra delle teste dei suoi abitanti e legittimi titolari, nell’interesse di chiunque la utilizza per allenarsi alla guerra. Vale come non mai per l’attuale governo, con le sue nostalgie e i suoi riferimenti, ma è stato pratica irrinunciabile di tutti quelli che si sono succeduti dai primi vagiti della repubblica.
Lobby del ministero, o ministero della lobby?
Oggi il punto fermo è l’orgogliosa dimostrazione di eccelsi conflitti d’interesse quali quello di un capo della lobby degli armaioli (Aiad) che passa a fare il ministro. Ministro cui, per caso, è dato il potere di arricchire gli ex soci comprandone i prodotti. C’è poi la gioiosa e fattiva partecipazione a quanto di bellico va accadendo in giro per il mondo, grazie alla quale l'Italia è impegnata complessivamente nel numero record di 43 operazioni e missioni militari (22 operazioni nazionali/alleate e 21 missioni internazionali all'estero), oltre a tre operazioni fisse sul territorio nazionale (Strade Sicure, Difesa Aerea Nazionale e Vigilanza Pesca).
Questo governo ha aderito all’ukase trumpiana di tagliare dal bilancio costituzionalmente destinato a farci vivere decentemente 3,5 punti, subito, e fino a 5 punti fra un po’, per destinarli, anti-costituzionalmente, a cannoni, droni ed aerei da combattimento. Ne consegue che esso subisca come una doccia fredda qualsiasi allentamento della corda dell’arco che dovrebbe proiettarci nei vari armageddon in atto, o che si vanno prefigurando.
Allentamenti tipo i ricorrenti abboccamenti tra Trump e Putin che vanno in direzione ostinata e contraria a quella degli amici “volenterosi”. Costoro, con l’esercito più potente d’Europa, ovviamente tedesco, annunciano ai propri cittadini, serenamente morituri, che entro il 2030 ci sarà la guerra (d)alla Russia. E li preparano all’evento ordinando agli ospedali di aumentare i letti per i feriti e ai cassamortari di incrementare i posti tomba nei cimiteri. Ed è su questo sfondo che la distensione, implicita nell’accantonamento di Zelensky e nell’accordo sul gasolio tra Trump e Putin, possa essere dalla nostra premier commentata acidamente con un accigliato: “Troppi favori a Putin”
Sardegna, zitti zitti, piano piano, ce n’è per tutti
E allora eccoci di ritorno in Sardegna, dove i favori si fanno a tutti coloro che almeno condividono l’uggia in cui Meloni, con Merz, Macron e Burnham, tiene pace e Putin. E anche il diritto internazionale che, taianamente, “conta fino a un certo punto”.
Se passate dalle parti del porto di Cagliari di questi tempi avrete la fortunata occasione di irrompere in quanto il nostro governo ritiene di doverci risparmiare vestendolo di segreto. Serie di mammozzoni blindati e di carri armati che sferragliano dalle navi giù sulle banchine, destinati a inturpidire le strade dell’isola fino a qualcuno della quindicina di poligoni che la impestano di veleni e clamori.
Perchè, percome, per cosa? Porre domande non è educato. Cosa scrive l’Avvocatura dello Stato in un documento ufficiale? Il governo ha il diritto di tenere segreti i traffici d’armi nei porti italiani. La guerra è tra noi, e da nessuna parte come in Sardegna, ma i cittadini non devono sapere quante armi passano sotto casa e perché e di chi e per cosa sono. La trasparenza è considerata un pericolo, semmai a qualcuno venisse in mente la legge 185 del 1990 che disciplina e limita il commercio internazionale di armamenti.
In certi casi la cosiddetta protezione, col segreto, della sicurezza nazionale e delle relazioni internazionali viene fatta saltare in aria da qualche portuale, come a Ravenna. La democrazia glie ne è grata. Forse sono stati loro a fornire l’innesco per un importante appuntamento internazionale: il 30 ottobre i sindacati portuali di diversi paesi europei e mediterranei hanno convocato una giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi e la militarizzazione degli scali. Cagliari ci sarà.
In Sardegna, intanto, è saltata un’altra maglia del sistema “zitti zitti, piano piano”. Un po’ la loro tracotanza, coltivata nell’ambiente naturale di Gaza, Libano, Siria e Cisgiordania, un po’ la curiosità suscitata da questi gruppi di atletici giovanotti dal linguaggio incomprensibile, ed ecco che i sardi si sono scoperti vicini di spiaggia, o di bar, dei baldi guerrieri dell’IDF israeliano. Sono qui per avvicendare ai morti ammazzati veri, quelli da manovra, o ai colpi in testa ai bambini, quelli sulle sagome. Qualcuno potrebbe rompere l’incanto tirando fuori una bandiera palestinese. Occasione offerta anche da un altro tipo di presenza: gli stessi reduci dal genocidio, ma in vacanza di decontaminazione, che danno di gomito a miliardari transnazionali nel godersi la Costa Smeralda.
Che je sta a fa’ colla mano destra?
E’ la parte ospitale, amichevole, solidale, fraterna, affettuosa, che il melonismo intrattiene con il netanyahuismo
Un’isola laboratorio di guerra
Da 80 anni la Sardegna è presa figuratamente a schiaffi, anche a calci nelle parti morbide fino a disabilitarla, essendo stato deciso che, trovandosi essa un po’ fuori dai coglioni, e con poco potenziale demografico per opporsi (illusione), era il terreno ideale su cui l’Alleanza Atlantica e suoi affini e succedanei, dagli australiani agli israeliani, si possono addestrare.a forza di cannoni, bombe, missili. E’ qui l’industria bellica del mondo sperimenta e collauda.
Con a disposizione il 65% delle servitù militari italiane, la Sardegna ha cessato di essere padrona di sé ed è diventata un immenso campo da golf dove i bastoni sono i cannoni, le palline sono proiettili e le buche sono ciò che si lasciano dietro cannoni e proiettili. Il paio di mesi di sosta e di respiro, dovuti al turismo, finiscono il 30 settembre, quando dai moli di Cagliari partono i mammozzoni e arriva la Marina per la seconda fase di Mare Aperto 2026, la principale esercitazione della Marina Militare. Fino al 25 ottobre c’è un traffico da ora di punta in cui si incrociano navi di USA, Grecia, Francia, Spagna, Bulgaria, Italia, Israele, con cannoneggiamenti e sbarchi anfibi che manderanno in tilt pesca e fauna in oltre mezzo milione di chilometri quadrati.
Anni fa mi feci ricordare da un pescatore di Teulada, sulla sua barca, come fossero riusciti a bandire esercitazioni e bombardamenti allestendo una flotta che, sfidando i capoccia militari appostati in collina con cannocchiali per seguire le manovre, occupò il tratto di mare e non si spostò fino a che l’operazione non venne bloccata e rimandata a tempi migliori. Un bellissimo contrattacco, purtroppo una tantum.
Veleni e morìe in mare, per aria e in terra
Tutto questo senza pregiudizio per quanto si viene operando nella quindicina di poligoni che formano come una ghirlanda di mimesi guerresca tutt’intorno all’isola, lunga 370 km2 e che penetra fin nel suo cuore. La stagione dei giochi di guerra, come quella della caccia, ora ridefinita dal governo all’insegna del “purchè si spari”, non risparmia le stagioni meteorologiche, salvo parti dell’estate per concedere un minimo di respiro economico. E soprattutto non risparmia la salute di ciò che in quest’isola sempre più stentatamente vive. Nel mio docufilm si esprimono anche le relative, raccapriccianti, testimonianze
Guerra alla vita
Con l’avvio delle esercitazioni, parte anche, irriducibile, la mobilitazione dei sardi. Da Capo Frasca a Teulada (7.200 ettari), a Salto di Quirra (12.700 ettari), a Cagliari, è un ininterrotto succedersi di manifestazioni di protesta. Il cuore della contestazione, oltre a questo governo nazionale che ha alle spalle – e la perpetua – una storica esperienza di violazione violenta dei diritti e delle volontà popolari, è contro le imprese private dell’industria bellica, qui sugli altari come non mai (si pensi all’esempio della contestatissima Rheinmetall tedesca, rappresentata dalla RWM Italia S.P.A., che produce esplosivi, bombe d'aereo, mine marine e droni (armamenti scoperti essere utilizzati perfino nel genocidio di Gaza e in altre imprese dello Stato sionista). Ditte che affittano ai poligoni pezzi di territorio sardo per effettuare ricerca, testare armi, o mostrarle a potenziali acquirenti. E può essere demanio, e può essere esproprio.
Il Comitato misto paritetico sulle servitù militari, organismo dello Stato e dei territori, che dovrebbe vegliare sulle esercitazioni, ha denunciato che tutto questo avviene senza alcuna garanzia e senza informazioni dettagliate su ciò che accade davvero: quali sistemi vengono provati, cosa viene fatto esplodere, cosa rimane a contaminare terreno e falde.
Il Comitato denuncia anche che gli indennizzi promessi non arrivano mai, come mai si sono effettuate le bonifiche dei siti inquinati. Il ministero, coprendosi con l’immancabile scudo dell’imperativo della sicurezza, chiude il discorso affermando che il parere del Comitato non è vincolante (diversamente dalle esigenze della “sicurezza”) e il Codice dell’ordinamento militare lascia l’ultima parola al ministro. Che decide in nome dei “preminenti interessi nazionali”.
La Sardegna, viene affermato da sempre, è un territorio chiave per la Difesa. Di fatti è assediata da fregate russe e MIG. Mentre all’orizzonte si intravvedono le navi e le spingarde dei saraceni.
Le armi di Crosetto per ridurre alle di lui ragioni i sardi riluttanti, sono le 272 imprese della difesa, con peso preponderante di Leonardo e Fincantieri e dentro i colossi internazionali del settore, dai francesi di Thales, ai tedeschi di Rheinmetall, dalla Mbda (consorzio europeo leader nella progettazione e produzione di missili e sistemi di difesa) ai turchi di Baykar e, ca va sans dire, agli israeliani di Elbit Systems.
Lotta per la vita
Sarà per sostenere le nuove esercitazioni autunnali (tra cui la maxi-esercitazione Joint Stars 2026 e l'operazione Mare Aperto 2026) e per sollecitare poligoni e armaioli in visita a darsi da fare per neutralizzare l’incombente minaccia di Putin che, alla ripresa autunnale della militarizzazione isolana, sono decine di migliaia i sardi, studenti in testa, che manifestano ai piedi degli apparati che si pretendono padroni dell’isola
Le sequenze video che accompagnano questo testo sono il capitolo sardo del docufilm “L’Italia al tempo della Peste”. Le ho girate qualche anno fa, ma sono attuali oggi come ieri, come mezzo secolo fa. Valgono ogni anno e ogni giorno, da quando regimi e governi saccheggiatori hanno deciso che la bellezza, la nobiltà, la ricchezza umana e ambientale di questa regione dovessero essere sacrificati ai giochi e interessi di guerra di un minuto, gruppo di persone prive di scrupoli, una conventicola che soffriamo sparsa in tutto l’Occidente.
Nel video percorriamo, guidati da straordinari compagni sardi, un’isola dalle bellezze naturali e dai valori identitari ineguagliati, dove a ogni passo ci si scontra con i crimini di un colonialismo interno che non ha nulla da invidiare alle predazioni e devastazioni inflitti alle parti di mondo assoggettate dalle grandi potenze. Nel video l’illustrazione delle ferite al territorio è integrata dai dati di chi ha studiato gli effetti, spaventosi e duratori nel tempo, della militarizzazione sulla salute dei viventi.
SARDEGNA, dove la morte vuole vendicarsi della vita (video)