Decreto Dignità, Salario Minimo e Fisco: l'illusione delle riforme del lavoro in Italia
Ogni volta che si è trattato di limitare la flessibilità del lavoro e il ricorso ai contratti precari, si è formata nel Paese un'opposizione trasversale capace di unire parte del movimento sindacale con il mondo datoriale. A tutela del tempo determinato si sono levate persino voci insolite, che hanno addotto motivazioni bizzarre: secondo alcune di esse, la precarietà salverebbe i soggetti più vulnerabili dall'inerzia e dalla disoccupazione strutturale. Questa "allegra brigata" della precarietà è stata determinante nel depotenziare il Decreto Dignità, bloccando ogni intervento legislativo che potesse favorire la stabilizzazione della forza lavoro.
Parliamo di un provvedimento che in origine aveva ridotto la durata massima del contratto da 3 a 2 anni, introdotto l'obbligo di causale per i rinnovi superiori ai 12 mesi e aumentato gli oneri previdenziali a ogni proroga. Sono bastati pochi mesi, tuttavia, perché il Decreto venisse modificato rendendo le causali di fatto più flessibili.
In diversi settori dell’economia, il contratto a termine supera di gran lunga la dimensione stagionale, diventando la modalità di assunzione più utilizzata in assoluto.
In gioco ci sono le tutele individuali e collettive, ma anche ragioni di finanza pubblica: se da un lato la precarietà avvantaggia le aziende, dall'altro costringe lo Stato ad aumentare la spesa per gli ammortizzatori sociali nei periodi di inoccupazione tra un lavoro e l'altro.
La combinazione tra precarietà e riduzione delle ore lavorate — unita alla necessità di legare la produttività agli investimenti in ricerca e non ai tagli sul costo del lavoro — dovrebbe imporre una profonda riflessione sulle scelte degli ultimi anni. Il contratto a termine è legato solo in minima parte alle attività stagionali: le piccole imprese tendono a sfruttare intensamente i dipendenti evitando il tempo indeterminato a favore di formule precarie. L’obiettivo del Decreto Dignità era promuovere le assunzioni stabili, ma è stato raggiunto solo in parte, lasciando il tempo determinato come l'opzione preferita in numerosi settori. Negli ultimi anni la disoccupazione non è affatto crollata come vorrebbero far credere le dichiarazioni del Governo Meloni: i lavoratori con minore scolarizzazione continuano a essere penalizzati, costretti a contratti part-time nel sottobosco degli appalti e destinati a pensioni future al limite della sussistenza.
Rispetto al passato si è registrato un incremento delle conversioni a tempo indeterminato, anche per via dei costi di rinnovo e dei tetti temporali. Molti di questi contratti rimangono tuttavia a tempo parziale.
Resta il fatto che nessuno, né a destra né a sinistra, ha mai pensato di smantellare davvero il Jobs Act o ripristinare le tutele precedenti, dimostrando come certe involuzioni normative abbiano trovato sponda nell'intero arco parlamentare.
Dal depotenziamento del Decreto Dignità all'affossamento del salario minimo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il Jobs Act resta intatto e gli stipendi non crescono al passo con l'inflazione.
Lo stesso discorso vale per l'indice IPCA: nonostante sia palese la contraddittorietà di un calcolo che svaluta il potere d'acquisto dei salari, sindacati rappresentativi e governo hanno concordato nel mantenere inalterato questo meccanismo iniquo.
La flessione dei contratti a termine dura ormai da anni e non è attribuibile unicamente all'esecutivo attuale; risponde a dinamiche strutturali. Tuttavia, si evita accuratamente di intervenire sui tre nodi centrali: la ripresa del potere d'acquisto e di contrattazione, il rafforzamento delle tutele in caso di licenziamento e l'introduzione di meccanismi di adegueria salariale legati al costo reale della vita.
Infine, una nota sul sistema fiscale: come si può sostenere la convenienza del modello a tre aliquote se negli anni '70 ne esistevano circa quaranta? Chi oggi guadagna tra i 20 e i 40 mila euro all'anno, con il sistema degli anni '70 avrebbe pagato proporzionalmente meno tasse. Appiattire le aliquote favorisce i redditi alti, non il ceto medio o i lavoratori.
