❌

Normal view

Fulvio Grimaldi - Israele, Brasile, Serbia: cosa cambia

 

Nell’intervista fattami da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” andrebbero messe in evidenza le prospettive, potenzialità, spesso solo speranze, di un cambiamento in meglio, drastico, radicale. Dove si possono individuare, dove non ce n’è proprio traccia.

ISRAELE

Quest’ultima ipotesi s’impone con drammatica perentorietà in Israele. Nello Stato proclamatosi per legge e statuto quello esclusivo dei seguaci della religione ebraica, nulla indica l’esistenza di forze politiche, partitiche, sociali, determinate a cambiare rotta. Un capovolgimento democratico, anzi umano, rispetto a quanto Netanyahu, le forze cosiddette di opposizione e la maggioranza della società civile stanno perseguendo nei comuni termini della rimozione della questione palestinese intesa come rimozione dei palestinesi.

N on sembrano diversificarsi le posizioni articolate dalle formazioni politiche nello Knesset, che si dicano moderate o estremiste di destra, sulla questione che in definitiva è esistenziale. Che riguarda sia i 10 milioni di immigrati e coloni ebrei, sia i quasi 6 milioni di palestinesi nei territori occupati nel 1967, i 2 milioni di palestinesi cittadini israeliani nei territori assegnati nel 1948 e gli 8 milioni e passa nella diaspora, a partire dai campi profughi.

A questa rilevante maggioranza palestinese si vorrebbe ora attribuire la voce dei 19 seggi conquistati dalle sue due formazioni che alle elezioni sono state votate in massa e hanno conquistato il record di 19 seggi su 120 (con i due blocchi ebrei entrambi sotto la maggioranza assoluta dei 61 seggi).

Da questo, benevoli osservatori delle nostre parti deducono che ora si aprirebbero spazi per un ruolo addirittura strategico nei rapporti di forza tra le due comunità. Ma quella che ha impostato ogni suo proposito sull’eliminazione biologica, oltrechè politica, dell’altra, si è sempre attenuta a un principio basilare, la colonna che regge tutto il costrutto dell’edificio programmato fin dalla fine dell’800 e mai rientrato, o modificato: con coloro che, palestinesi, ma per attenuare l’impatto sono definiti “arabi” non c’è né combinazione, né collaborazione, né dialogo. La pulizia etnica, fondamento ideologico dell’intero progetto sionista, lo impone.

La Lista Unita e il Raam, le due formazioni palestinesi, sono l’espressione non certo degli abitanti di Hebron le cui case, per l’ennesima volta, sono date alle fiamme dall’IDF, o di quelli dei campi profughi in Cisgiordania, in corso di sradicamento e dispersione nel quadro dell’annessione dichiarata di tutti i territori occupati. Rappresentano quella che, già negli anni ’30 del mandato britannico, era uno strato borghese, relativamente agiato, in qualche misura risparmiato e quindi parzialmente connivente col processo di colonizzazione e poi ricolonizzazione messo in atto fin dalla dichiarazione di Balfour del 1917 sul “focolare ebraico”.

Sono ancora lì, una nicchia sociale politicamente irrilevante, che però serve ad allungare la sbrindellata coperta democratica con la quale lo Stato dell’Apartheid e del genocidio, fortunatamente sempre meno credibile, si presenta al mondo.

SERBIA

A Belgrado e nel resto del paese non è successo niente che si distanzi decisamente da quanto ho visto succedervi tra il 1999 dell’aggressione NATO (D’Alema, Mattarella) e il 2001 della prima grande e vincente rivoluzione colorata messa in atto dall’imperialismo UE-USA. Allora c’era il movimento degli studenti chiamato Otpor, al quale i mandanti occidentali avevano dato il compito di completare, con la fine della Serbia sovrana, socialista e sorella della Russia, il lavoro dei bombardamenti NATO (anche qui finalizzati, con l’uranio impoverito, a effetti duraturi nei secoli).

Ebbi l’occasione di intervistare per “Liberazione”, in un appartamento sul centralissimo Corso Knez Mihailova, due dei suoimassimi dirigenti: Non si provarono nemmeno lontanamente a offuscare la loro matrice occidentale, raccontandomi come fossero stati addestrati alla sedizione sociale, a Budapest, da “grandi esperti CIA”. Sono gli stessi che si sono poi visti all’opera in occasione di vari regime change, dal Messico alla Georgia, dall’Ucraina alle primavere arabe.

L’attuale Movimento degli Studenti, ampio vincitore delle elezioni, ha la stessa matrice e la stessa parola d’ordine, “contro la corruzione del regime”, inesorabilmente ripetuta, a dimostrazione della carenza di motivazioni sociali e contenuti ideologici, di tutte le rivoluzioni colorate.

A dire le sue virtù basta il plauso rumorosamente offertogli da tutto il cocuzzaro occidentale, a partire da Ursula von der Leyen e dalle singole cancellerie europee.

Ci si potrebbe chiedere cosa richiedesse la rimozione con urgenza dell’alternativamente presidente e primo ministro, dal 1914, capo del Partito del Progresso (solita denominazione non impegnativa), Alexander Vucic. Corruzione? Immancabile. Autoritarismo? Non più di quelli dei vicini colleghi balcanici, a partire dal corrottissimo e autocraticissimo Rami albanese, dagli ultradestri croati, dai frammenti UE balcanici come Bulgaria, Romania, Slovenia e quelli candidati: Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e la stessa Serbia.

Ed è qui che, come suol dirsi, casca l’asino. Che sarebbe Alexander Vucic. Grande equilibrista tra istanze, lealtà e pressioni diverse e, sfortunatamente per lui, alla fin fine opposte. In parole povere: stare comunque con Mosca, per tradizione storica, comunanza etnica e religiosa, volontà popolare e sostegno per la riacquisizione del Kosovo e poi bussare continuamente alle porte dell’UE, non erano, per Bruxelles, posizioni conciliabili.

Ne risultava che la Serbia restava un elemento spurio e inaffidabile nel primo fronte europeo verso la Russia. Le riforme democratiche, giudiziarie, sociali, che Bruxelles pretendeva di avanzare e non vedeva realizzate, non erano la pietra dello scandalo. Lo era Mosca, per quanto Vucic, sorridendo a Israele e armando Zelensky, ne volesse attenuare la rilevanza. Da qui la nuova Otpor.

BRASILE

Qui c’è soprattutto da divertirsi per come la classe che si vuole dirigente in Brasile e che negli ultimi anni è stata impersonata dalla dinastia Bolsonaro, Jiair e Flavio, con vasta rete di parente cogerenti dello Stato, si sia vistosamente confermata corrotta, ladrona, moralmente e legalmente fetida. A Flavio, dopo l’incredibile rimonta del vecchio Lula – non proprio un Che Guevara o un Fidel, ricordiamolo – non era rimasta che la fuga nella classica Miami, inseguito da una caterva di imputazioni di ladrocinio, riciclaggio, appropriazioni indebite di regali di Stato, copia quasi precisa di quelle che, insieme al tentato golpe nel 2022, avevano chiuso in carcere il papà Jair.

Per il mistero del ricupero di 4 milioni di voti nel ballottaggio, dopo la sconfitta 45% a 47% nel primo turno, c’è anche la spiegazione che nella seconda campagna era venuto a mancare il contributo di Fernando Cerimedo e della fittissima rete latinoamericana, già bene collaudata in altre elezioni con vittorie del trumpismo. Cerimedo, mago argentino del digitale, era stato alla fine individuato come il grande manovratore cibernetico dello spostamento di scelte e di voti. In breve, si trattava della creazione di migliaia di account falsi, di manipolazione di algoritmi, che determinavano equilibri di opinioni e di forze divergenti dall’originale.

Nel secondo turno Cerimedo non c’era e non poteva dirigere le operazioni. Era rinchiuso in un carcere a La Paz, Bolivia, per aver tentato di uccidere la fidanzata, Nadia Bellier, che s’era messa a spiattellare a magistrati e media i segreti dei trucchi del mago. Metti poi il richiamo della foresta sociale (anche amazzonica che, con Lula se la vede meglio) ed ecco i 4 milioni di voti in più.

Con, però, l’opposizione dei terratenientes, deforestatori, delle sette evangeliche pentecostali, battiste, tutte di obbedienza trumpista, padrona del parlamento e con la maggioranza dei governatori degli Stati, specie nel Sud Est e nell’Ovest, in mano alla destra, per l’81enne Lula ci vorranno, per tenere botta, più che l’incerto sostegno dei BRICS, una costante mobilitazione popolare, come quella da sempre protagonista, dei Sem Terra.

Ora che il Brasile è risultato, dopo miniere e petrolio, anche il secondo possessore di terre rare, quelle del futuro e del potere tecnologici, gli appetiti tutt’intorno crescono. A noi non resta che appendere speranze e fiducia al gancio della Grande Svolta Brasiliana rispetto alla marcia, fin qui inarrestabile in Latinoamerica, di Donroe.

Iran agli USA: sette condizioni per la pace, nessun passo indietro

 

L’Iran non intende compiere nuovi passi verso un accordo con gli Stati Uniti finché Washington non avrà soddisfatto integralmente le sette condizioni poste da Teheran. A riferirlo è una fonte iraniana informata ad Al Mayadeen, che ha definito le richieste una «linea rossa» dalla quale la Repubblica Islamica non è disposta a retrocedere. Al centro della vicenda anche uno scambio di messaggi tra il vicepresidente statunitense JD Vance e Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano. La ricostruzione fornita dal presidente Donald Trump, secondo cui la comunicazione USA sarebbe stata una risposta a una richiesta iraniana di medicinali e attrezzature, viene respinta da Teheran come completamente falsa.

L'Iran nega inoltre che lo scambio rappresenti un segnale di cedimento o un progresso concreto nei negoziati. Secondo fonti iraniane, il ricorso alla corrispondenza diplomatica rifletterebbe piuttosto l'incapacità di Washington di raggiungere i propri obiettivi attraverso altri strumenti. L'ex ambasciatore iraniano in Libano, Mojtaba Amani, sostiene che Trump abbia bisogno di un'intesa per salvare la faccia in vista delle elezioni di metà mandato. La posizione iraniana è netta: le sette condizioni dovranno essere soddisfatte tutte contemporaneamente, senza applicazioni graduali. Fino ad allora, Teheran esclude sia la riapertura dello Stretto di Hormuz sia l'avvio di nuovi negoziati. Le richieste comprendono la cessazione delle operazioni militari e delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano; lo sblocco degli asset iraniani congelati; la fine del blocco navale e petrolifero; la revoca delle sanzioni economiche e politiche; il ritiro delle forze navali e aeree statunitensi dalle aree vicine all'Iran; il risarcimento dei danni di guerra e la cessazione delle minacce e degli insulti rivolti a Teheran.

Particolarmente delicato resta il dossier nucleare. L'Iran accusa Washington di voler utilizzare la questione per privarlo della propria capacità di deterrenza e presentare il conflitto come un successo statunitense. Teheran teme inoltre che un eventuale trasferimento all'estero del materiale nucleare arricchito possa aprire la strada a una nuova aggressione anziché garantire la fine della guerra. Un messaggio è rivolto anche ai mediatori: l'Iran non accetterà che il loro ruolo si riduca a trasmettere le richieste statunitensi e a esercitare pressioni sulla Repubblica Islamica. La mediazione, sostiene Teheran, deve rispettare principi di imparzialità e non trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di Washington.

Infine, sul fronte regionale, l'Iran avverte che qualsiasi utilizzo delle basi statunitensi nei Paesi del Golfo per lanciare attacchi contro interessi iraniani provocherà una risposta proporzionata alla natura dell'aggressione. Una linea dura che segnala come Teheran non sembri intenzionata a concedere aperture unilaterali. La partita diplomatica resta aperta, ma la Repubblica Islamica vuole negoziare da una posizione di forza, senza accettare che la pressione militare ed economica statunitense determini i termini di un eventuale accordo.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Il vuoto diplomatico dell’UE: la Russia tratta con i singoli Paesi europei

Mentre l’Unione Europea continua a presentarsi come protagonista della politica internazionale, la realtà diplomatica racconta una storia diversa. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno avuto un colloquio telefonico di un’ora e mezza con Vladimir Putin, senza il coinvolgimento di Kaja Kallas, l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. Una conversazione inizialmente prevista per appena venti minuti, che i due leader scandinavi hanno definito franca e approfondita. Il dato politicamente più significativo è che a dialogare con il Cremlino non sia stata la rappresentante della diplomazia europea, bensì i leader di due Paesi che hanno scelto di muoversi in autonomia, senza parlare a nome dell’intera Unione.

L’episodio mette in luce le profonde contraddizioni della politica estera comunitaria. Da quattro anni, sottolinea il premier norvegese, l’UE non è riuscita a elaborare un messaggio comune né una strategia condivisa nei confronti della Russia. Una frammentazione che indebolisce la capacità negoziale europea proprio mentre si discute di come porre fine al conflitto in Ucraina. La stessa Kallas aveva ammesso in precedenza che Bruxelles non può svolgere pienamente il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, dal momento che l’Occidente sostiene militarmente e politicamente l’Ucraina. Una constatazione che solleva interrogativi sulla sua capacità di rappresentare gli interessi diplomatici dell’Unione. Nel frattempo, la russofoba Kallas ha criticato le iniziative negoziali promosse dagli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, senza però riuscire a conquistare un ruolo centrale nei successivi incontri diplomatici.

E anche qualora Bruxelles dovesse ottenere un posto al tavolo delle trattative, secondo la ricostruzione proposta dal testo, la delegazione potrebbe essere guidata da figure vicine alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, lasciando ancora una volta Kallas ai margini. Il problema, tuttavia, va oltre la singola figura politica. Le ambizioni di Bruxelles di assumere la guida del cosiddetto Occidente si scontrano con le divisioni interne, l’assenza di una linea condivisa e una strategia sempre più identificata con il confronto e la pressione su Mosca. Il risultato è un’Europa che proclama la propria centralità geopolitica, ma fatica a incidere sui processi diplomatici più importanti.

Mentre alcuni leader cercano canali diretti con il Cremlino, la diplomazia comunitaria rischia di restare spettatrice di decisioni che determineranno il futuro della sicurezza europea.


LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI. 

SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA

CLICCA QUI

Cuba, il voto all'ONU e la nascita di "elbloqueo.it"


di Geraldina Colotti

 

Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.

La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.

Nelle piazze estere e italiane in corso in queste ore, i movimenti sociali, le forze della sinistra di classe e le organizzazioni studentesche stanno chiedendo a gran voce al governo di Giorgia Meloni di rompere ogni tentennamento e di non cedere ai ricatti dell'amministrazione statunitense. L'Italia ha verso Cuba un debito d'onore e di immensa gratitudine che risale ai momenti più bui della pandemia di COVID-19, quando i medici e gli infermieri della brigata internazionalista Henry Reeve giunsero a Crema e Torino per salvare centinaia di vite umane mentre l'Unione Europea voltava le spalle ai propri cittadini. Questo patrimonio di solidarietà concreta è proseguito negli ultimi anni in Calabria, dove oltre quattrocento medici cubani garantiscono la tenuta della sanità pubblica nei presidi ospedalieri territoriali provati da decenni di tagli e privatizzazioni.

Di fronte alle ingerenze e alle pesanti pressioni esercitate da Washington per esigere il rimpatrio immediato e la rescissione dei contratti dei camici bianchi caraibici, la risposta delle comunità e degli amministratori locali è stata un muro insormontabile di dignità, sintetizzata nell'inequivocabile replica indirizzata ai funzionari d'oltreoceano: se gli Stati Uniti sono in grado di inviare domani stesso quattrocento medici sul territorio potremmo farne a meno, altrimenti la presenza cubana è indispensabile per la vita del nostro popolo.

L'Italia, però, questa volta ha fatto parte dei 25 astenuti, insieme alla Germania, al Cile, al Perù, alla Polonia, alla Romania, alla Moldavia, all'Estonia, alla Lettonia e ad altri paesi baltici dócili agli Stati Uniti. I voti contrari sono stati 17, a partire dagli USA e da «Israele», dal gruppo di paesi latinoamericani passati a destra, oltre ad altri voltagabbana della Caricom, all'Austria, alla Bosnia ed Erzegovina, alla Repubblica Ceca e ad altri governi alleati degli USA. I voti a favore di Cuba sono stati 130 tra i quali, ovviamente, il Venezuela, che si è espresso attraverso l'intervento della sua rappresentante, Coromoto Godoy, ma che non ha potuto votare perché, a causa delle sanzioni che le impediscono di versare la quota all'ONU, ha perso il diritto di voto in virtù dell'articolo 19 della Carta delle Nazioni Unite.

Le tensioni all'interno del Palazzo di Vetro di New York hanno intanto toccato il culmine durante il dibattito generale, quando il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha dovuto rispondere con fermezza alle provocazioni e alle menzogne pronunciate dal rappresentante permanente degli Stati Uniti, Mike Waltz. Dal podio dell'Assemblea Generale, Waltz ha tentato goffamente di negare l'esistenza del blocco e di addossare alle autorità cubane la responsabilità delle difficoltà economiche e della crisi energetica dell'isola, arrivando a mettere in discussione la straordinaria e universalmente riconosciuta cooperazione medica internazionale di Cuba e ad avanzare accuse surreali sulla gestione degli aiuti umanitari.

Di fronte a questo spettacolo di arroganza neocoloniale, il capo della diplomazia cubana ha sollevato una vigorosa mozione d'ordine, avanzando fino al seggio della presidenza per denunciare come gli Stati Uniti non si limitino a mentire in modo grottesco e prepotente, ma calpestino la dignità degli Stati membri e offendano il popolo e il governo di Cuba, ricordando peraltro al rappresentante statunitense di permettere ai propri cittadini di viaggiare liberamente nell'isola prima di dare lezioni di libertà. La reazione scomposta della delegazione statunitense, culminata nella minaccia diretta e nell'annuncio di ritorsioni e persino nell'espulsione di un diplomatico cubano accreditato alla missione ONU, ha mostrato plasticamente l'isterismo di un impero che non tollera il dissenso.

La voce di Cuba all'ONU e di fronte a qualsiasi aggressione imperialista si è levata forte grazie al sostegno compatto dei grandi organismi multilaterali del Sud globale, dal Gruppo dei 77 più Cina al Movimento dei Non Allineati e all'ALBA-TCP, i cui rappresentanti hanno ribadito con forza il rigetto assoluto delle misure coercitive unilaterali. È in questo scenario di feroce scontro politico che il valore di elbloqueo.it assume una portata strategica straordinaria. Durante la presentazione romana, l'Ambasciatore di Cuba in Italia, Jorge Luis Cepero Aguilar, affiancato dal Consigliere Politico e Secondo Capo Missione Damián Delgado Vázquez, ha rivolto un commosso e solenne omaggio alla memoria dei trentadue cubani caduti il 3 gennaio in Venezuela nel tentativo di impedire il sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ribadendo che il popolo cubano reagirà con la stessa determinazione di fronte a ogni attacco. L'Ambasciatore e i creatori del sito hanno evidenziato come il portale offra una risposta documentale basata sulle stesse fonti primarie prodotte da Washington, sfruttando l'enorme mole di archivi storici e di intelligence declassificati della CIA, del Dipartimento di Stato e degli uffici del Congresso che gli Stati Uniti pubblicano online. Sfogliare questi documenti significa mettere nero su bianco la natura genocida del bloqueo, a partire dal famigerato Memorandum Mallory dell'aprile 1960, in cui il sottosegretario di Stato Lester Mallory raccomandava esplicitamente di provocare la fame, la disperazione e il malcontento economico per spingere il popolo cubano al rovesciamento del governo.

Una linea di castigo collettivo che attraversa i decenni, dal decreto di Kennedy del 1962 fino alle misure coercitive imposte dall'amministrazione Trump e al recente blocco energetico formalizzato nel gennaio 2026, che ha impedito l'arrivo a Cuba di carburanti e di oltre settemila container, sequestrati nel Puerto España. Gli effetti di questa guerra economica non convenzionale si misurano drammaticamente sulla pelle della popolazione: un danno record valutato in oltre otto miliardi di dollari in un solo anno, la mortalità infantile salita a livelli allarmanti, la cronica mancanza di trecento farmaci essenziali su trecentonovantacinque del quadro di base, l'impossibilità di acquisire tecnologie salvavita per la cardiologia infantile e l'oncologia a causa delle minacce extraterritoriali e delle sanzioni alle aziende terze.

Come ha sottolineato Andrea Pesce durante la presentazione, la resistenza di Cuba non è soltanto la difesa di un baluardo antimperialista, ma il banco di prova della nostra stessa umanità di fronte alla barbarie di un capitalismo finanziario e ipertecnologico che vuole azzerare ogni patto sociale. Difendere Cuba, scendere nelle piazze e studiare la verità documentale raccolta nel sito web elbloqueo.it significa dunque lottare per la dignità e la giustizia sociale dell'umanità intera.

Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.

La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.

Le tensioni all'interno del Palazzo di Vetro di New York hanno toccato il culmine durante il dibattito generale, quando il ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha dovuto rispondere con fermezza alle provocazioni e alle menzogne pronunciate dal rappresentante permanente degli Stati Uniti, Mike Waltz. Dal podio dell'Assemblea Generale, Waltz ha tentato goffamente di negare l'esistenza del blocco e di addossare alle autorità cubane la responsabilità delle difficoltà economiche e della crisi energetica dell'isola, arrivando a mettere in discussione la straordinaria e universalmente riconosciuta cooperazione medica internazionale di Cuba e ad avanzare accuse surreali sulla gestione degli aiuti umanitari. Di fronte a questo spettacolo di arroganza neocoloniale, il capo della diplomazia cubana ha sollevato una vigorosa mozione d'ordine, avanzando fino al seggio della presidenza per denunciare come gli Stati Uniti non si limitino a mentire in modo grottesco e prepotente, ma calpestino la dignità degli Stati membri e offendano il popolo e il governo di Cuba, ricordando peraltro al rappresentante statunitense di permettere ai propri cittadini di viaggiare liberamente nell'isola prima di dare lezioni di libertà. La reazione scomposta della delegazione statunitense, culminata nella minaccia diretta e nell'annuncio di ritorsioni e persino nell'espulsione di un diplomatico cubano accreditato alla missione ONU, ha mostrato plasticamente l'isterismo di un impero che non tollera il dissenso.

La voce di Cuba all'ONU e di fronte a qualsiasi aggressione imperialista si è levata forte grazie al sostegno compatto dei grandi organismi multilaterali del Sud globale, dal Gruppo dei 77 più Cina al Movimento dei Non Allineati e all'ALBA-TCP, i cui rappresentanti hanno ribadito con forza il rigetto assoluto delle misure coercitive unilaterali. A fare da eco a questa battaglia istituzionale vi è stata la mobilitazione di piazza: in ogni parte del mondo, dalle Americhe all'Europa, fino all'Africa e all'Asia, si sono susseguite oceaniche manifestazioni, presidi e iniziative di solidarietà promosse da sindacati di classe e organizzazioni antimperialiste per gridare il proprio no all'assedio. È in questo scenario di feroce scontro politico che il valore di elbloqueo.it assume una portata strategica straordinaria. Durante la presentazione romana, l'Ambasciatore di Cuba in Italia, Jorge Luis Cepero Aguilar, ha aperto l'incontro con un commosso e solenne omaggio alla memoria dei trentadue cubani caduti in difesa della patria, ribadendo che la determinazione del popolo e della diplomazia cubana rimarrà incrollabile di fronte a ogni attacco.

L'Ambasciatore e i creatori del sito hanno evidenziato come il portale offra una risposta documentale basata sulle stesse fonti primarie prodotte da Washington, sfruttando l'enorme mole di archivi storici e di intelligence declassificati della CIA, del Dipartimento di Stato e degli uffici del Congresso che gli Stati Uniti pubblicano online. Sfogliare questi documenti significa mettere nero su bianco la natura genocida del bloqueo, a partire dal famigerato Memorandum Mallory dell'aprile 1960, in cui il sottosegretario di Stato Lester Mallory raccomandava esplicitamente di provocare la fame, la disperazione e il malcontento economico per spingere il popolo cubano alla disperazione e al rovesciamento del governo. Una linea di castigo collettivo che attraversa i decenni, dal decreto di Kennedy del 1962 fino alle sanzioni draconiane dell'amministrazione Trump e al recente cerco energetico formalizzato nel gennaio 2026, che ha bloccato carburanti e oltre settemila container a Puerto España. Gli effetti di questa guerra economica non convenzionale si misurano drammaticamente sulla pelle della popolazione: un danno record valutato in oltre otto miliardi di dollari in un solo anno, la mortalità infantile salita a livelli allarmanti, la cronica mancanza di trecento farmaci essenziali su trecentonovantacinque del quadro di base, l'impossibilità di acquisire tecnologie salvavita per la cardiologia infantile e l'oncologia a causa delle minacce extraterritoriali e delle sanzioni alle aziende terze. Come ha sottolineato Andrea Pesce durante la presentazione, la resistenza di Cuba non è soltanto la difesa di un baluardo antimperialista, ma il banco di prova della nostra stessa umanità di fronte alla barbarie di un capitalismo finanziario e ipertecnologico che vuole azzerare ogni patto sociale. Difendere Cuba, scendere nelle piazze e studiare la verità documentale raccolta in elbloqueo.it significa dunque lottare per la dignità e la giustizia sociale dell'umanità intera.

Pepe Escobar - I brasiliani sconfiggono la “Madre di tutte le guerre ibride”


di Pepe Escobar - Geopolitics Prime

 

Non conta nulla se non ha quel tipico swing brasiliano. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: una questione di vita o di morte. Così, i brasiliani sono scesi in strada – e si sono recati ai seggi – riuscendo nell'impresa.

Hanno compiuto nientemeno che l'addomesticamento della "madre di tutte le guerre ibride", sconfiggendo – seppur momentaneamente – una coalizione potente e tossica che includeva l'intero apparato dell'amministrazione legata alla "dottrina Monroe"; il tecnofeudalesimo della Silicon Valley, promosso in particolare da Meta; Wall Street e la "dea del Mercato"; i molteplici tentacoli del "sionismo S.p.A."; le vecchie élite reazionarie – insieme ai loro media; le nuove élite ostentatamente ricche; il delirio evangelico; e, non da ultimo, una mediocre dinastia neofascista determinata a trasformare il Brasile in una neocolonia estrattivista, al servizio del "padrone" di turno.

L’effetto – rasserenante – è simile a quello di un classico della bossa nova di Antônio Carlos Jobim cantato da Frank Sinatra. Sì, il Brasile è troppo grande – e troppo selvaggio – per essere il cortile di casa di qualcuno. E che svolta, per quanto riguarda Lula personalmente: la geopolitica non vedeva un ritorno in grande stile come questo dai tempi della battaglia di Stalingrado.

Abbiamo perso: quindi le elezioni sono state “truccate”

Il giorno delle elezioni è iniziato all’insegna della tensione, ma con Flávio Bolsonaro che, secondo Polymarket – beniamino della DARPA – aveva ancora l’82% di probabilità di vittoria. È come se lo “Stato profondo” conoscesse il risultato in anticipo – proprio come al primo turno.

Eppure, alla fine, Lula ha vinto con 4,4 milioni di voti di vantaggio. Non senza una buona dose di colpi di scena. Poco prima della chiusura dei seggi, un giudice della Corte Suprema – ex avvocato personale di Lula durante il caso di corruzione “Lava Jato” – ha prorogato di due ore le operazioni di voto in tutto il Paese. Spettava al tribunale elettorale pronunciarsi in merito. Non lo ha fatto perché un altro giudice della Corte Suprema – nominato da Bolsonaro – stava temporeggiando sulla questione.

La proroga è stata fondamentale – perché a quel punto era già stato dimostrato che i sindaci bolsonaristi stavano deliberatamente ostacolando il trasporto pubblico, in particolare gli autobus, nelle roccaforti di Lula come Salvador, a Bahia: una tattica tratta direttamente dal manuale del sabotaggio oligarchico, utilizzata per sopprimere il voto popolare.

Il fatto fondamentale è che entrambe le campagne avevano chiesto una proroga delle votazioni. E questo smentisce completamente le affermazioni di quegli idioti bolsonaristi e legati al movimento MAGA secondo cui le elezioni sarebbero state “truccate”.

Com’era prevedibile, Flávio Bolsonaro si rifiuta di riconoscere la sconfitta e vuole che le elezioni vengano annullate. Ciò non accadrà – secondo lo stesso giudice nominato da Bolsonaro che, in primo luogo, stava temporeggiando.

Al secondo turno, Lula ha aumentato il proprio totale di voti di oltre 10,1 milioni, mentre Bolsonaro ne ha ottenuti solo 3,6 milioni in più. A ciò si aggiunge un dato quasi improbabile: ci sono state oltre 1,8 milioni in meno di schede nulle o non valide rispetto al primo turno – e la stragrande maggioranza è andata a Lula.

Diverse ragioni spiegano la performance del «Comeback Kid» – o «Nonno». A cominciare dalla massiccia mobilitazione popolare: l’astensionismo è sceso dal 21,08% al 19,21%. Quasi 3 milioni di persone in più si sono recate alle urne.
Lula ha ampliato i propri margini di vantaggio dove era già forte – nel Nordest – e ha ridotto le perdite nel ricco Sud-Est.

La campagna di Lula ha messo in atto un’importante autocorrezione: invece di concentrarsi sul passato – i risultati concreti del suo governo – ha iniziato a parlare della realtà attuale e drammatica: l’economia familiare; gli enormi livelli di indebitamento; il costo della vita; gli stipendi; e ha persino avanzato proposte concrete per i prossimi quattro anni.

La campagna di mobilitazione digitale è stata qualcosa di straordinario – completa di un’arma letale scatenata su WhatsApp: il canale “Esercito di Lula”, che è passato da circa 50.000 follower a ben 10 milioni in meno di tre settimane: una vera e propria fanteria digitale. Il Brasile è una delle nazioni più connesse del pianeta.

Guidata dal neoeletto deputato André Janones, la campagna ha dimostrato come Lula abbia battuto l’egemone tecno-feudale Meta al suo stesso gioco: questa strategia sarà studiata negli annali delle scienze politiche per generazioni.

E poi c’è la sbalorditiva incompetenza di Flávio Bolsonaro – un mix letale di arroganza e ignoranza che semplicemente non poteva essere spacciato come un’alternativa moderata.

Appena due giorni prima del ballottaggio, durante l’ultimo, cruciale dibattito, Bolsonaro, in diretta, davanti all’intera nazione e a milioni di elettori indecisi, ha chiamato Lula “il nove dita” – deridendo la sua disabilità fisica.

Lula ha sferrato il contrattacco in tempo reale, veloce come un cobra. Ha ricordato come, a 19 anni, avesse perso il mignolo in una pressa per la lavorazione dei metalli, vittima della precarietà e della mancanza di sicurezza che milioni di lavoratori in Brasile devono sopportare: «Qualcosa di molto diverso da te, Bolsonaro, che non hai mai lavorato».

Questo ha segnato la svolta: il mignolo perso come simbolo definitivo di dignità di fronte al privilegio.

La situazione si farà davvero brutta

Governare il Brasile sarà un’impresa sisifea per il quarto mandato di Lula. Il Senato (81 seggi) è controllato dall’estrema destra (48 seggi): una maggioranza assoluta. Al Congresso, l’estrema destra conta 303 seggi (ben al di sopra della maggioranza, fissata a 257), il centro ne ha 86 e la sinistra solo 124. Qualsiasi riforma, bilancio o legge si scontrerà con un muro di ferro.

Probabilmente la migliore definizione di Lula è stata data una volta dal grande Comandante, Fidel Castro, ormai scomparso:

«Non è mai stato un estremista di sinistra, né è diventato un rivoluzionario partendo da posizioni filosofiche, ma da quelle di un lavoratore di origini molto umili e di fede cristiana, che ha lavorato duramente creando plusvalore per gli altri».

Lula, ormai ottantenne, sembra aver ritrovato quella scintilla. Non c’è dubbio che sappia benissimo come questa massiccia sconfitta per Trump, il movimento MAGA e la Dottrina Donroe lo costringerà a mobilitare tutte le sue forze – per organizzare il Brasile e al contempo contenere la furia fuori controllo dell’Impero.

Qualunque sia l’esito delle elezioni di medio termine statunitensi della prossima settimana, Trump intensificherà inevitabilmente le sanzioni e/o i dazi contro il Brasile e continuerà a ricorrere a ogni mezzo e a lanciare operazioni sporche per destabilizzare il Paese. La CIA e lo «Stato profondo» sono profondamente intrecciati alla realtà brasiliana e in grado di scatenare una serie illimitata di trucchi sporchi.

Lula lo sa: la situazione si farà davvero brutta.

In sintesi, Lula può essere descritto come la personificazione di un Brasile cattolico, tradizionale, lusofono-meticcio e progressista.

Ciò si scontra frontalmente con l’asse reazionario, evangelico, neo-pentecostale e sionista anglo-americano. Dopotutto, i neo-pentecostali sostengono la folle teologia della “Fine dei Tempi” che ha plasmato il sionismo cristiano anglo-americano.

Flávio Bolsonaro – come tutti i membri del clan – ha promesso di trasferire l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme; ha liquidato i BRICS definendoli «altamente ideologici»; e ha attaccato i rapporti di Lula con l’Iran (anch’esso membro dei BRICS). Flávio, un guscio vuoto, avrà anche perso le elezioni. Ma la macchina infernale che lo sostiene non si arrenderà mai.


(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Vertice Russia-Africa, Putin: "Siamo alleati naturali nella costruzione di un ordine mondiale multipolare e veramente democratico"

Il Cremlino ha chiuso oggi la seconda giornata del III Vertice Russia-Africa con un messaggio inequivocabile: l’alleanza con il continente africano non solo retorica diplomatica, ma un’architettura economica e politica concreta. Alla sessione plenaria, il presidente Vladimir Putin e il suo omologo del Burundi, Evariste Ndayishimiye, attuale presidente di turno dell’Unione Africana, hanno delineato un partenariato fondato sulla de-dollarizzazione e sulla cooperazione strategica.

I numeri presentati dal leader russo indicano una crescita del 50% del volume degli scambi rispetto al precedente vertice, raggiungendo la soglia dei 27 miliardi di dollari. Il dato più significativo, tuttavia, è di natura valutaria. "La quota del rublo nelle transazioni commerciali tra Russia e Africa ha già raggiunto l’85%", ha rivelato Putin. Un canale di pagamenti definito dal presidente come "affidabile” e capace di "proteggere i nostri scambi economici dalle influenze esterne e renderli più resilienti alle fluttuazioni del panorama economico e politico mondiale".

Le imprese di Mosca, ha sottolineato, operano "con onestà, rispetto e buona fede, conducendo gli affari su base di parità". Niente estrazione di risorse a senso unico. "Lontano dal drenare i profitti nello spirito delle pratiche coloniali delle ex potenze imperiali, reinvestono quanto guadagnato nello sviluppo delle vostre economie, condividono tecnologie avanzate e coinvolgono ampiamente subappaltatori locali", ha dichiarato Putin, tracciando un confine netto con i modelli storici occidentali.

La Russia si conferma fornitore stabile di derrate per il continente. Dopo gli 18 milioni di tonnellate di grano del 2025, nei primi nove mesi del 2026 ne sono state consegnate 13 milioni. A questo si aggiunge l’offerta, inaspettata ma logica nel contesto attuale, di delocalizzare parte della produzione industriale in Africa per aggirare il regime sanzionatorio occidentale. "Le nostre compagnie sono interessate a trasferire alcune strutture produttive nei paesi africani, il che è del tutto negli interessi della Russia nell’attuale contesto", ha spiegato il presidente, citando settori come l’energia nucleare civile, l’estrazione mineraria e la logistica. 

?? "Rusia y África están unidas por lazos sólidos de amistad y estrecha colaboración" El presidente ruso, Vladímir Putin, afirmó que Rusia y África son aliados naturales en la construcción de un orden mundial multipolar, democrático y libre de dobles raseros. https://t.co/fpZE4eqORZ

— Errete en Español (@erreteespanol) October 29, 2026

Anche il sistema dei dazi gioca a favore del continente: 47 paesi africani beneficiano delle preferenze tariffarie dell’Unione Economica Eurasiatica, e 32 di questi godono di dazi doganali completamente azzerati.

L’espansione dell’influenza russa passa anche dalle rappresentanze fisiche. Dall’ultimo vertice del 2023, otto nuove ambasciate hanno aperto i battenti in Africa, portando il totale a 48. A breve, Botswana, Seychelles e Togo apriranno le loro rappresentanze a Mosca, un flusso che il Cremlino sostiene con "tutta l’assistenza necessaria". Sul piano della sicurezza, Mosca vanta accordi di cooperazione militare e tecnico-militare con 45 paesi del continente, pur ribadendo il principio cardine delle "soluzioni africane ai problemi africani".

Nel suo intervento, Putin ha toccato anche i dossier più sensibili. Ha annunciato un’operazione umanitaria in corso ad Alyoshki, nella regione di Kherson, per assistere la popolazione civile, citando il sostegno della First Lady degli Stati Uniti, Melania Trump. Sulla crisi ucraina, ha ribadito che Mosca sta esplorando opzioni per una risoluzione pacifica. 

Sul Medio Oriente, il leader russo ha avvertito che "non bisogna perdere di vista i problemi della Palestina, che continua a soffrire", ribadendo il sostegno del Cremlino alla soluzione dei due Stati come unica via per una risoluzione definitiva.

I lavori del Vertice si chiuderanno con l’approvazione di una dichiarazione finale, un piano d’azione per il triennio 2027-2029 e un documento specifico sulla cooperazione nell’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è elevare la partnership a un livello qualitativamente nuovo, capace di sfidare le dinamiche di potere del XXI secolo.

La toppa peggio del buco. Il comunicato della Farnesina per "giustificare" l'astensione sul bloqueo a Cuba

 

Il governo Meloni ieri ha scelto l'infamia umiliando, con l'ignavia dinanzi un assedio medioevale che non permette a neonati, donne anziane e incinte di poter avere il sostentamento sanitario minimo, tutti i cittadini italiani. Lo ha fatto decidendo di astenersi per la prima volta alle Nazioni Unite nella risoluzione che ogni anno condanna il criminale bloqueo contro Cuba.

Con stucchevoli parole di circostanza, la Farnesina ha voluto oggi tentare di giustificare l'infamia tirando in ballo la Germania, l'Olanda e altri paesi (altrettanto vassalli) dell'UE con una toppa peggio del buco. Come se il fatto di non essere l'unico vassallo alleviasse l'infamia per i burocrati del nostro ministero degli esteri. 

Vi pubblichiamo il comunicato completo senza ulteriore commento per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

 

Dal sito della Farnesina (esteri.it)

Alle Nazioni Unite, come ogni anno, è stata votata oggi una risoluzione dell’Assemblea generale che chiede di revocare l’embargo economico, commerciale e finanziario statunitense contro Cuba. L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia.

In sintesi, l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale.

Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente.

L’Italia inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale ONU del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina.

Allo stesso tempo l’Italia e l’Unione europea non hanno interrotto la loro assistenza alla popolazione cubana. Nel 2026 la Ue ha aumentato a 16 milioni di euro i propri aiuti umanitari a Cuba, dando priorità all’assistenza sanitaria, agli aiuti alimentari d’emergenza e all’accesso all’acqua e all’energia. Attualmente sono in corso 12 iniziative della Cooperazione allo sviluppo italiana per un valore totale di circa 30 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 32 milioni di euro per la cooperazione delegata UE. Per il 2026 sono previsti ulteriori interventi: 250.000 euro al WFP per il sostegno nutrizionale ai gruppi vulnerabili, e 3,5 milioni di euro per il progetto di sviluppo rurale e sicurezza alimentare realizzato con la Fondazione Lavazza. A questi aiuti si sommano ulteriori aiuti di emergenza.

Il rischio del processo mediatico

 

di Paolo Arigotti

Questo articolo non ha lo scopo di riprendere la cronaca di un evento già abbondantemente trattato a livello mediatico, quanto di soffermarsi su alcuni aspetti che, apparentemente riservati agli addetti ai lavori, meritano a nostro avviso maggiore attenzione. Sia chiaro che non faremo lezioni di diritto e procedurale penale, men che mai di diritto costituzionale, tematiche molto complesse e che richiederebbero ben altro approfondimento, circa il quale il materiale non manca.

Vorremmo, piuttosto, porre l’accento su aspetti che troppo spesso vengono bypassati, specie sull’onda emotiva del momento, senza per questo voler ricercare responsabilità o colpe, che non sta a noi valutare.

In primo luogo, ci preme evidenziare una distinzione fondamentale, quella che ricorre tra un fermo di polizia, una misura cautelare e una condanna in sede definitiva, circa le quali esistono profonde differenze, sia per quanto concerne l’iter, che riguardo i presupposti e le finalità previste per la loro adozione. Differenze forse ovvie e scontate per gli operatori del diritto, ma che troppo spesso sfuggono nel dibattito pubblico.

Partendo da ciò, riprendiamo la notizia della scarcerazione di Youssef Siher, disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di Milano, che ci offre lo spunto per una riflessione che va ben oltre il caso specifico. Nella sua ordinanza, il magistrato ha ravvisato l’insussistenza dei presupposti di legge per disporre la convalida del fermo e per l’applicazione della misura cautelare, oltretutto escludendo la presenza dei gravi indizi di colpevolezza e per le più gravi imputazioni prospettate dalle autorità.

Nel pervenire a tale decisione il giudice, in effetti, si è limitato ad applicare il contenuto delle norme di rango costituzionale (art. 13 della Carta fondamentale) e soprattutto del codice di rito (art. 390 codice di procedura penale), che subordinano a una serie di parametri e requisiti la conferma da parte della magistratura giudicante delle misure cautelari disposte dall’autorità procedente (a seconda dei casi, l’autorità di pubblica sicurezza o il magistrato requirente).

Occorre innanzitutto comprendere che il diritto alla libertà personale, tutelato dall’art. 13 della Costituzione repubblicana, è inviolabile nel senso che solo la legge e l’intervento dell’autorità giudiziaria possono disporre limitazioni e/o restrizioni, il che costituisce una delle più importanti garanzie proprie dello stato di diritto.

Fu proprio per accantonare ogni forma di arbitrio o abuso, caratteristico dei cosiddetti stati assoluti o di polizia, che vennero introdotte tali presidi, onde impedire che misure afflittive potessero essere adottate in carenza di ogni forma di controllo o garanzia. Ecco perché in alcuni passaggi dei comunicati ufficiali diramati nelle scorse ore, leggiamo di istituti posti a presidio dello stato di diritto, oltre che richiamare un altro fondamentale principio, quello dell’autonomia e indipendenza della magistratura, che ne rappresenta uno dei capisaldi (art. 101 e 104 Cost.), proprio perché affida a un potere terzo e imparziale la verifica.

Il fatto stesso che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101, secondo comma), determina che il singolo magistrato nell’assumere le sue decisioni è tenuto all’applicazione di disposizioni già scritte, in particolare quelle del codice di rito, e in difetto dei presupposti non può che disporre il rilascio (per meglio dire, la non convalida) delle misure adottate in via d‘urgenza dall’autorità procedente. La garanzia per ogni cittadino è strettamente legata al fatto che esiste una norma, oltretutto approvata dall’organismo rappresentativo per eccellenza della volontà popolare: il Parlamento, al quale solo spetta determinare casi e modalità nei quali la libertà personale possa subire limitazioni di sorta.

Dire questo non significa che le decisioni giudiziarie non possano essere criticate, tenuto conto che è lo stesso ordinamento a prevedere strumenti di reazione contro i provvedimenti adottati (pensiamo solo all’appello o al ricorso per Cassazione).

Il problema è un altro. In questo caso nell’interpretazione operata dal GIP è stata esclusa la sussistenza dei fondamenti previsti dalla norma per l’adozione (convalida) delle misure restrittive, vale a dire i gravi indizi di colpevolezza, visto che, sempre stando all’ordinanza del GIP, i messaggi attribuiti (e contestati) a Siher non costituiscono incitamento alla violenza, richiamando piuttosto forme di protesta e disobbedienza civile, il che escluderebbe perfino la stessa configurabilità dell’illecito, quanto meno nella prospettazione fattane dagli inquirenti.

Per correttezza, occorre precisare che avverso tale decisione del GIP potrebbe essere proposto ricorso per Cassazione secondo le disposizioni di legge, e che l’ordinanza non equivale a proscioglimento definitivo, visto e considerato che la stessa non esclude affatto la prosecuzione delle indagini, e che potrebbe essere comunque richiesto il rinvio a giudizio (ovviamente ricorrendone i presupposti), che spetterà sempre alla magistratura giudicante valutare. Ma rimane il fatto che ad avviso del magistrato investito della decisione, non ci sono i requisiti per l’applicazione (convalida) delle misure cautelari, e questo è quanto.

E qui veniamo al nodo centrale della questione, specie sotto il profilo della comunicazione. Uno degli equivoci, o se vogliamo un’errata percezione, della nostra epoca è quella di identificare l’avvio di un’indagine penale, accompagnata o meno dall’applicazione di misure cautelari (come un fermo o un arresto) a una condanna. E la responsabilità di questa distorsione può essere imputabile a due fattori, che possono benissimo concorrere tra loro: l’ignoranza del dettato normativo e un linguaggio mediatico che tende a utilizzare narrazioni o espressioni, magari formalmente corrette, atte a generare nell'opinione pubblica una percezione opposta rispetto alla realtà giuridica.

Partiamo dal primo dato di fatto che, per quanto banale, occorre sempre avere ben presente: se o quando una persona viene fermata dalla polizia, arrestata o sottoposta a indagine, non significa affatto che sia stata giudicata colpevole.

Nel caso di Siher, al quale l’autorità contestava reati gravissimi, tra i quali l'istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, parliamo di una tesi investigativa sub specie di accusa, non di una verità processuale. Quest’ultima potrebbe essere sancita solo da un eventuale accertamento definitivo in sede processuale, e non prima. E se nel nostro ordinamento sono stati previsti istituti come la riparazione per ingiusta detenzione e la revisione del processo, è di tutta evidenza che persino una sentenza definitiva (tecnicamente passata in giudicato) possa essere rivista.

Confondere uno o più di questi livelli significa demolire le garanzie che proteggono ogni cittadino. Nel caso di Siher la misura disposta era il cosiddetto fermo di polizia (art. 384 codice di procedura penale), che non ha finalità punitiva, bensì di provvedimento contingente adottato a fronte di gravi indizi di reato o concreto pericolo di fuga. E in quanto misura straordinaria, la legge impone che lo stesso debba essere (o meno) convalidato dal giudice in un arco temporale brevissimo, in linea col disposto dell’art. 13, comma secondo, della Costituzione che prescrive che “In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto”.

Un discorso del tutto analogo, per quanto non riguardi il caso in esame, deve essere fatto la custodia cautelare in carcere (ancora chiamata impropriamente “carcerazione preventiva”), che può essere adottata dall’autorità giudiziaria quale extrema ratio, vale a dire in assenza di soluzioni alternative, e ricorrendo i presupposti di legge (pericolo di fuga; rischio di inquinamento delle prove; pericolo di reiterazione dei reati, art. 274 codice di procedura penale).

Come nel caso dell’arresto o fermo di polizia, parliamo pur sempre di provvedimenti cautelare a presidio varie esigenze, ma non certo di un’anticipazione della pena, tanto è vero che in caso di condanna il periodo di custodia cautelare in carcere deve essere computato ai fini della durata della pena. E la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione hanno ripetutamente affermato che la custodia cautelare non può mai trasformarsi in una sanzione anticipata, perché ciò violerebbe il principio fondamentale della presunzione di innocenza, previsto dall’art. 27, comma 2, della Costituzione che stabilisce che: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva."

Ogni volta che il dibattito pubblico trasforma un'indagine (o una misura restrittiva) in una condanna preventiva, dovrebbe tornare alla mente il caso di Enzo Tortora. Ricordiamo che nel lontano 1983 il celebre presentatore televisivo venne arrestato con accuse gravissime e infamanti. Non furono poche le testate e i commentatori a emettere una sentenza di condanna ben prima dei tribunali, che poi assolsero con formula piena un uomo per bene e totalmente estraneo ai fatti contestati. Il che non toglie che la gogna mediatica minò il suo benessere e la sua persona, contribuendo forse alla prematura scomparsa. Un caso che andrebbe sempre tenuto presente, specie da coloro che continuano ad avere la tendenza a confondere la giustizia col clamore mediatico, o forse, peggio ancora, coi propri pregiudizi.

Una tendenza inquietante, riscontrata negli ultimi decenni, dove molte indagini sono state presentate all’opinione pubblica come prova di colpevolezza, dove l’informazione di garanzia (per l’indagato) è stata trasformata in condanna, le restrizioni disposte in sede cautelare come sinonimo di colpevolezza e la loro revoca come una sorta di fallimento della giustizia. Sono tutti esempi di distorsione della realtà (giuridica e fattuale), e che si prestano a pericolose fughe in avanti.

Una lezione che potrebbe, e dovrebbe, valere per chiunque, e non solo per il caso di Youssef Siher, è che la preservazione (e lo studio) di certi principi fondamentali costituisce una garanzia per tutti noi, a maggior ragione quando la fattispecie investa personalità molto distanti da noi, per opinione, cultura, appartenenza etnica, politica o religiosa.

Forse è proprio nel momento nel quale ci paiono meno comprensibili, che quei principi stanno assolvendo alla loro funzione più vera e autentica.

Il Corriere parla di "isolamento russo". A Mosca 48 Paesi al vertice con Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

29 ottobre. Tra le varie reazioni al colloquio telefonico del 27 ottobre tra il presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre col presidente russo Vladimir Putin, una delle più “curiose” e, di fatto, tra le più indicative del clima che avvolge ben determinati circoli della congregazione europeista ormai in stato lotta a coltello tra soggetti che si presentano gesuiticamente solidali, è stata quella del Financial Times. Quello che è considerato il megafono mediatico dei globalisti ha riportato l'evento come se Putin abbia interrotto una discussione sostanziale sull’Ucraina, tenendo invece ai suoi interlocutori una lezione sulla storia medievale degli slavi. Immediata smentita di tale versione da parte del primo ministro norvegese Støre, che ha dichiarato falsa la versione secondo cui Putin avrebbe «monopolizzato» la conversazione impedendo agli europei di intervenire. Anche Helsinki, a nome di entrambi i paesi, ha chiesto ufficialmente alla redazione di correggere il falso e Støre ha affermato che il giornale avrebbe dovuto correggere l’articolo, dato che i partecipanti al colloquio telefonico sanno esattamente di cosa si sia discusso, a differenza degli anonimi informatori del giornale. Per tutta risposta, il Financial Times si è rifiutato di apportare correzioni. Dunque, osserva Nikolaj Anfalov su PolitNavigator, il succo della questione non consiste tanto nel fatto il Financial Times abbia scritto il falso, quanto nella costruzione politica che abbia generato la distorsione. Riassumendo: Stubb e Støre contattano Putin di propria iniziativa; il colloquio dura un’ora e mezza e loro cercano di coinvolgere l’Europa nel processo negoziale, sempre più determinato da Washington e Moskva. Dalla versione del FT risulta invece che mentre gli europei cercano di condurre negoziati seri, Putin non intende concordare alcunché e che i negoziatori hanno dunque sprecato il loro tempo: una trama molto comoda per coloro si oppongono a contatti autonomi di leader europei con il Cremlino e che coincidono con quegli ambienti europei cui non conviene il ripristino di un dialogo diretto con Moskva. L'esposizione fatta da Putin nel corso della telefonata, riguardo la situazione in Europa dal 2014, nella versione del FT si trasforma in una lezione di “storia medievale degli slavi”: quello che si chiama una sostituzione dell’argomentazione politica con una sua caricatura, che toglie in partenza ogni significato ai negoziati.

Per inciso, l'aperta falsificazione del quotidiano britannico a proposito del colloquio a tre, si trasforma, ad opera del Corriere della Sera, in una distorsione che, mentre tace sulle divisioni che, con ogni evidenza, acquistano sempre più forza tra gli sponsor europei della junta nazigolpista di Kiev, ribalta l'evidenza dei fatti, come si stanno evidenziando proprio in questi giorni nella capitale russa. Se da via Solferino si sostiene che «sul piano diplomatico, una novità rompe la linea di isolamento del Cremlino seguita da gran parte dei leader dell’Europa occidentale dal 2022. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato a Vladimir Putin», ecco che, in barba a quell'“isolamento”, sono giunti a Moskva, per il summit Russia-Africa del 28-29 ottobre, esponenti di primo piano di 48 paesi africani su 54, tra cui 22 tra presidenti e primi ministri. Di contro alla cieca e bieca visione eurocentrica dei media bellicisti, che tentano di esorcizzare l'autentico isolamento in cui sta rotolando sempre più l'Europa – per dire: il beniamino di Bruxelles, Vladimir Zelenskij è in preda al panico, perché, in Cina, USA, Cina e Russia potrebbero accordarsi senza di lui su una sospensione delle ostilità, o addirittura sulla completa conclusione del conflitto – a Moskva Putin definisce la Russia e i paesi africani quali alleati naturali nella costruzione di un mondo multipolare, sottolineando che la quota del rublo nelle operazioni commerciali raggiunge l'85% e il volume degli scambi commerciali Russia-Africa dovrà superare i 50 miliardi di dollari. Questo, considerato che già nei tre anni trascorsi dal precedente vertice di Piter, il volume degli scambi è aumentato di 1,5 volte, raggiungendo i 27 miliardi di dollari e ha riguardato principalmente prodotti agricoli e fertilizzanti, tanto che il grano russo occupa un terzo del mercato africano, mentre la quota dei fertilizzanti è di poco superiore al 20%.

Insomma, se ne dovrebbero fare una ragione al Corriere: il colloquio telefonico tra Stubb, Støre e Putin, dice l’ex consigliere del Pentagono e colonnello USA a riposo Douglas McGregor, non dimostra altro se non che l’Europa ha preso coscienza della propria sconfitta in Ucraina: la telefonata «dimostra che gli europei... sono costretti ad ammettere che il conflitto con la Russia, anche se in modo tacito, è stato provocato dall’Occidente. È stato proprio l’Occidente a creare le forze armate ucraine, a portare al potere quel governo, a finanziarlo, a rifornirlo e poi a lanciarlo in guerra... ora l’Ucraina è di fatto annientata... si diffonde la consapevolezza che lo Stato ucraino sia tenuto in vita artificialmente e che potrebbe non sopravvivere, qualunque cosa l’Occidente possa ora intraprendere». Il colloquio, dice ancora McGregor, testimonia del fatto che anche la NATO comincia a cambiare la propria politica nei confronti della Russia.

Su questa linea, l'opinionista internazionale di Le Figaro, Renaud Girard afferma che l'Europa, che aveva promesso all'Ucraina ogni possibile sostegno, si è dimostrata incapace di proteggere persino il porto di Odessa, che rappresenta un'arteria vitale per gli ucraini, da cui transitano tutte le loro esportazioni agricole. Il porto di Odessa non è più operativo: l'arteria economica dell'Ucraina ha cessato di funzionare. Ma non basta: a parere di Girard, paesi come Belgio e Paesi Bassi potrebbero diventare ostili a Kiev: «Se gli americani (questo non è ancora stato deciso) decidessero di cessare completamente il loro sostegno all'Ucraina, allora credo che questi paesi si schiereranno dalla parte degli americani» e anche la Polonia potrebbe benissimo essere tra i paesi che volgerebbero le spalle all'Ucraina, se ciò risultasse conveniente ai propri interessi nazionali.

D'altronde, da più parti si dice ormai apertamente che l'Europa non sia più in grado di sostenere il regime nazigolpista finanziariamente. Secondo il politologo ucraino Andrej Zolotarëv, per le élite europee, un ulteriore sostegno all'Ucraina equivarrebbe a un suicidio politico. Dunque, dice, è evidente come la telefonata a Putin sia solo un assaggio: «un segnale che la posizione dell'Europa cambierà. Non volontariamente, però. Perché i problemi economici e il puntare sul sostegno all'Ucraina che, si diceva, avrebbe radicalmente cambiato qualcosa in Russia, esaurendola, si sono evidentemente rivelati una strategia sbagliata. E, se la strategia è sbagliata, allora bisogna apportare delle modifiche, allora qualcosa deve cambiare. Sembra che questi cambiamenti siano in arrivo... dal punto di vista finanziario, ho detto e continuo a dire che l'UE non è finanziariamente in grado di sostenere l'Ucraina».

Sul canale The Peacemonger, l'analista britannico Matthew Blackburn dice che dopo cinque anni di guerra contro la Russia, la coalizione europea a sostegno di Kiev non ha ottenuto nulla. La “Coalizione dei Volenterosi” potrebbe essere ribattezzata “Coalizione dei Non Volenterosi”: «intendo dire che non sono giunti a nessuna conclusione e ora sono “restii e indecisi"». Dopo i negoziati di Istanbul, dice Blackburn, ci sono state molte opzioni per uscire dalla situazione, ma gli europei non ne hanno appoggiata nessuna: «Zelenskij è il denominatore comune per cui tutti questi tentativi falliscono; la leadership europea sta cambiando, ma Zelenskij è l’unica costante»; così che le élite europee che sostengono il regime di Kiev stanno perdendo consensi una dopa l'altra e saranno costrette a lasciare i loro incarichi. «I politici europei hanno perseguito una posizione massimalista e se ora cedono e dicono “ci siamo sbagliati, abbiamo fatto un errore di valutazione, non sapevamo cosa stavamo facendo”, sembreranno dei falliti assoluti». Hanno sempre proclamato di “sostenere l'Ucraina finché sarà necessario"; ma ora molti di qui leader comprendono che sostenere l'Ucraina costa loro caro finché la guerra continua. Circola una battuta, dice Blackburn, sulla "maledizione di Zelenskij", che ha afflitto e destabilizzato un leader dopo l'altro, specialmente in Gran Bretagna.

D'altronde, già così l'Ucraina è sull'orlo di una catastrofe umanitaria. La strategia russa di attaccare le infrastrutture critiche ucraine è estremamente efficace, ha affermato il generale polacco Jaroslaw Kraszewski, ex capo del Dipartimento di supervisione delle forze armate, intervistato dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Anche quest'anno, con «l'avvicinarsi dell'inverno, il fronte si stabilizza, entrando in una fase di stagnazione che ricorda i combattimenti della Prima Guerra Mondiale. L'unica differenza è che ora la parte russa sta attivamente cercando, a qualsiasi costo, di provocare una catastrofe umanitaria in punti strategici dell'Ucraina». Le forze russe, afferma Kraszewski, utilizzeranno massicci attacchi aerei contro infrastrutture chiave: sistemi di riscaldamento e fornitura di energia, impianti di carburante, reti stradali e ferroviarie e, alla fine ci sarà un enorme esodo di profughi verso ovest. Ma, una volta raggiunto il territorio della UE, si aprirà un «altro dibattito: dovranno essere accolti o no? L'Europa dovrebbe continuare a sostenere l'Ucraina nella sua lotta o dovrebbe cessare il suo sostegno?». All'osservazione secondo cui i paesi UE dovrebbero prepararsi a un afflusso di un milione di ucraini, Kraszewski afferma che la cifra potrebbe essere molto più alta.

E tra quei milioni, ci permettiamo di aggiungere, potrebbero esserci non solo profughi stremati da tredici anni di potere golpista al servizio di monopoli USA-UE e NATO, ma anche migliaia di nazisti addestrati alla guerra, che potranno servire da avamposto per l'ucrainizzazione dell'Europa.

 

La "ricostruzione" del FT della telefonata Putin-Stubb-Store diventa un caso

 

"Il presidente russo Vladimir Putin ha dedicato gran parte della conversazione telefonica avuta ieri con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre a una lunga ricostruzione della storia degli slavi nel Medioevo, anziché concentrarsi sulle prospettive di conclusione della guerra in Ucraina". Lo scriveva ieri il quotidiano britannico “Financial Times”, citando sue fonti dirette anonime. La telefonata, inizialmente prevista per una durata di 30 minuti, si è protratta per un’ora e mezza, e secondo il quotidiano inglese, Stubb e Støre avrebbero deciso di non interrompere il presidente russo per valutare quanto seriamente intendesse avviare un dialogo con l’Europa. Nel resoconto ufficiale, il Cremlino ha riferito che Putin ha richiamato l’attenzione sulle “politiche di confronto dei Paesi dell’Ue e della Nato, che stanno portando a un prolungamento delle ostilità”. 

Il governo finlandese ha però contestato la versione del FT e dichiarato al quotidiano norvegese Verdens Gang (VG) che la descrizione era inesatta e che la Finlandia aveva contattato il FT a nome di entrambi i paesi per contestarne la versione dei fatti, come riportato giovedì dal giornale. Anche altri media finlandesi hanno dato risalto alla contestazione congiunta, con il quotidiano Helsingin Sanomat che ha citato fonti proprie per contestare la descrizione della telefonata fornita dal quotidiano britannico. Il consigliere per la politica estera di Putin, Yury Ushakov, ha dichiarato più tardi nella giornata che l’articolo del FT è «informazioni inventate, o meglio disinformazione» e che i leader nordici hanno fatto bene a contestare la pubblicazione.

Il FT, tuttavia, ha respinto la richiesta, comunicando al VG di confermare la propria versione dei fatti. L'articolo del FT è stato scritto da tre autori. Uno di loro, il cittadino statunitense Christopher Miller, ha lavorato in precedenza per Radio Free Europe/Radio Liberty, un’emittente internazionale finanziata dal governo statunitense, originariamente fondata con fondi segreti della CIA per condurre operazioni di propaganda anticomunista durante la Guerra Fredda. Miller si è recato in Ucraina nel 2010 come volontario del Corpo di Pace degli Stati Uniti. Sull'attendibilità di quello che scrive e delle sue fonti qualche dubbio emerge

Un altro dei giornalisti protagonisti dello scoop, Seddon, si è contraddistinto per un altro articolo pubblicato la scorsa settimana intitolato «I sussurratori di Putin», che raccontava una storia drammatica ma difficile da verificare su cittadini statunitensi e tedeschi che tentavano di scongiurare un «Armageddon nucleare» attraverso una diplomazia segreta con Mosca. Il terzo autore, Foy, nel 2025 è stato uno dei principali diffusori della fake news che sosteneva che un aereo a bordo del quale viaggiava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen avesse subito un sospetto disturbo del segnale GPS da parte della Russia. Lo stesso giornalista del FT si trovava a bordo dell’aereo quando è atterrato in Bulgaria, come ha successivamente rivelato nel podcast del quotidiano. Il suo articolo originale, citando funzionari anonimi, suggeriva che la Russia potesse aver deliberatamente preso di mira la massima responsabile dell’UE con interferenze elettroniche. Gli elementi chiave della notizia sono stati contestati quasi immediatamente dal servizio di monitoraggio dei voli Flightradar24. Le autorità bulgare hanno successivamente smentito le affermazioni principali riportate dal FT.

Commissario UE Jorgensen ammette: i giovani potranno non raggiungere mai il tenore dei genitori

Per decenni, l’Europa ha costruito il proprio modello sociale attorno a una promessa fondamentale: ogni generazione avrebbe vissuto meglio di quella precedente. Oggi, però, persino la Commissione europea ammette che questa prospettiva rischia di svanire. Dan Jorgensen, commissario europeo all’Energia e alla Casa, ha riconosciuto che i giovani potrebbero non raggiungere più il tenore di vita dei propri genitori. Le cause sono proprio le emergenze che l’Unione non riesce a risolvere: abitazioni inaccessibili, caro energia e precarietà lavorativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case nell’UE sono aumentati in media di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti di più del 20%. Per milioni di giovani, acquistare un’abitazione è diventato un traguardo sempre più irraggiungibile.

In Italia e Spagna, l’uscita dalla casa dei genitori avviene mediamente a 30,2 anni. Non si tratta di una scelta generazionale, ma della conseguenza di un sistema economico che concentra la ricchezza e restringe le opportunità. La frattura è evidente anche nel mercato immobiliare. In Spagna, la quota di famiglie con capofamiglia under 35 proprietarie di un’abitazione è precipitata dal 65% del 2008 al 40% del 2022. Chi ha acquistato casa prima dell’impennata dei prezzi ha beneficiato della rivalutazione degli immobili; chi è arrivato dopo si ritrova escluso. Anche sul lavoro il divario si allarga: nei Paesi ricchi, l’occupazione cresce maggiormente tra i lavoratori più anziani, mentre i giovani faticano a conquistare una posizione stabile.

A rendere il quadro ancora più drammatico è la crisi energetica. Secondo Jorgensen, quasi 50 milioni di europei incontrano difficoltà nel pagare il riscaldamento durante un inverno normale. Per queste persone, il rischio è dover scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Eppure, mentre riconosce la gravità della situazione, Bruxelles conferma la volontà di mantenere il divieto di importare energia russa anche dopo l’eventuale raggiungimento della pace, con l’entrata in vigore prevista nel 2027. La contraddizione è evidente: l’Unione denuncia l’emergenza sociale, ma difende scelte energetiche che hanno contribuito a rendere più oneroso l’approvvigionamento del continente. La rottura con gli idrocarburi russi a basso costo, insieme all’impossibilità di utilizzare direttamente il gasdotto Nord Stream dopo la sua distruzione nel 2022, ha aggravato le vulnerabilità energetiche europee. Il pessimismo dei cittadini riflette questa realtà. Quasi l’80% degli europei ritiene che la prossima generazione vivrà peggio dei propri genitori, mentre circa due terzi considera ormai tramontati gli anni migliori. E la frustrazione sta già scendendo in strada. Dalla Spagna al Belgio, dall’Italia al Portogallo, fino alla Francia, il costo della vita, i salari insufficienti e l'emergenza abitativa alimentano proteste sempre più dure. In Francia, le violenze del 17 ottobre hanno provocato circa 2.700 arresti, migliaia di esercizi commerciali colpiti e centinaia di agenti feriti.

Episodi che non possono essere liquidati soltanto come un problema di ordine pubblico: dietro la rabbia esplode una crisi sociale che le istituzioni faticano a contenere. La vera emergenza europea è il fallimento della promessa di progresso. Un continente che non garantisce ai giovani una casa accessibile, un lavoro dignitoso e la possibilità di riscaldarsi senza sacrificare altre necessità fondamentali sta erodendo le basi del proprio patto sociale. E mentre Bruxelles continua a parlare di competitività, transizione e sicurezza, una domanda si fa sempre più pressante: quale futuro può offrire un sistema nel quale ogni nuova generazione rischia di perdere ciò che quella precedente aveva conquistato?

"Emendamento Gasparri". Così il governo Meloni vuole aggirare il Parlamento per la vendite delle armi all'estero

 

Su Il Fatto Quotidiano di oggi in un documentato articolo firmato da Lorenzo Giarelli e Giacomo Salvini e intitolato «Vendite d’armi all’estero: la corsia rapida per aggirare il Parlamento», si analizza un emendamento al disegno di legge sulla Difesa che punta a semplificare le procedure per la cessione all’estero di armamenti considerati obsoleti. La proposta, riconducibile al relatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, prevede la possibilità di ricorrere a una procedura accelerata per la vendita o la cessione di questi materiali ai Paesi con cui l’Italia abbia già un’intesa tecnico-militare. In presenza di una convenienza economica, l’operazione potrebbe essere autorizzata attraverso un decreto ministeriale, senza la necessità di stipulare un più ampio accordo di cooperazione.

Intervistato dal Fatto, Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo, spiega come un’intesa tecnico-militare richiede tempi e procedure più limitati rispetto a un accordo di cooperazione, che può necessitare di anni per essere ratificato. Il cambiamento consentirebbe quindi di accelerare le cessioni, riducendo i passaggi politici e parlamentari che accompagnano attualmente questo tipo di operazioni. Secondo la ricostruzione de Il Fatto Quotidiano, il punto critico riguarda proprio il ruolo del Parlamento. La procedura vigente permette infatti alle commissioni competenti di discutere preventivamente le ragioni politiche degli accordi con i Paesi destinatari, prima che vengano definiti gli aspetti tecnici delle cessioni. Con la modifica proposta, questo confronto potrebbe essere evitato per le operazioni interessate dalla nuova disciplina.

Il caso dei rapporti militari con l’Egitto e le intese con Paesi del Medio Oriente, proseguono i due giornalisti, sono particolarmente scottanti, sottolineando come il dibattito parlamentare rappresenti un’occasione per rendere pubbliche le posizioni del Governo e dei partiti sulle relazioni internazionali dell’Italia. La norma potrebbe inoltre riguardare altri Paesi con cui esistono intese tecnico-militari, compresa, in linea teorica, l’Ucraina.

Accelerare le procedure di cessione degli armamenti potrebbe ridurre gli spazi di trasparenza e di confronto parlamentare su decisioni che incidono direttamente sulla politica estera e sulle relazioni militari dell’Italia. In risposta alla proposta, il Movimento 5 Stelle ha presentato un sub-emendamento per introdurre il parere vincolante delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sulle cessioni e sulle relative intese. 

Elezioni Israele, Fania Oz Salzberger al Fatto: "Anche nell'opposizione persiste il razzismo verso i palestinesi"

 

Nell'intervista rilasciata oggi a Il Fatto Quotidiano, la scrittrice Fania Oz Salzberger analizza i risultati elettorali in Israele partendo dalla sua esperienza diretta ai seggi, dove ha svolto attività di "presenza protettiva" contro brogli e violenze, specialmente nelle zone controllate dal Likud e dagli ultraortodossi. Nel rammaricarsi per il mancato raggiungimento di una maggioranza netta per l'opposizione, la nota scrittrice accoglie con grande favore l'ottimo risultato delle liste arabe. "Il risultato delle liste arabe li ha resi una presenza innegabile nella politica israeliana e questo avvicina il cambiamento storico di cui abbiamo bisogno", sottolinea.

La scrittrice ritiene poi improbabile un nuovo governo Netanyahu in assenza di tradimenti parlamentari, ma individua un limite strutturale nel "blocco del cambiamento". La resistenza di leader come Eisenkot, Lieberman e Bennett ad allearsi con i partiti arabi ha radici profonde, ben sintetizzate dalle sue parole: "Dobbiamo renderci conto che anche tra gli elettori di Eisenkot, Lieberman e Bennett persiste un razzismo nei confronti dei palestinesi. Dovrà essere sconfitto se vogliamo un cambiamento: dagli ebrei e dagli arabi".

Oz Salzberger esprime, infine, sollievo per il contenimento dell'estremista Ben-Gvir, lanciando però un monito sulle crescenti tensioni in Cisgiordania legate ai coloni: "Sono contenta che quel buffone di Ben-Gvir non abbia niente da festeggiare. Però la situazione ora è anche più pericolosa: questa gente può diventare incontrollabile".

 

Il terrorista (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio, Fatto Quotidiano - 27 ottobre 2026

 

Educati come siamo a “guardare ma non toccare” la roba d’altri, a non calpestare le aiuole, a non disturbare il conducente e altri bei comandamenti (inclusi i dieci canonici), nutriamo la più profonda antipatia per chi spacca vetrine. E anche per chi istiga a farlo. Ma, leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Non sulle accuse in sé (gli inquirenti tengono senz’altro nascoste le vere prove della sua attività eversiva – che non possono essere il nulla cosmico finora riportato dai media – per estrarle dal cilindro chissà quando). Ma sul concetto di “terrorismo” che quasi tutti i politici e i media prendono per oro colato. Ascanio Celestini fa notare che Tajani, alla condanna in primo grado di tre agenti dei Servizi egiziani per il sequestro di Regeni, poi torturato e ucciso, commentava: “I rapporti col governo egiziano non cambiano solo per una sentenza di primo grado”. Commento assurdo, visto che il regime è sicuramente responsabile del delitto Regeni (oltreché del golpe militare con cui salì al potere e di 13 anni di repressioni). Ma per Siher c’è molto meno di una condanna di primo grado: solo un fermo che non è neppure ancora un arresto. Quindi come può chi ignora le condanne provvisorie e pure definitive mostrificare un semplice fermato?

Se ci fossero dei video in cui spacca vetrine, picchia poliziotti, passa armi a qualcuno, se ne dovrebbe parlare: ma qui, al momento, c’è una chat creata dopo i saccheggi del 17 ottobre per organizzare e promuovere cortei di protesta e poco altro. Incluso l’“Allah akbar” sulla strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas su 1200 israeliani, quasi tutti civili: strage orrenda come Hamas (che però purtroppo vinse le uniche elezioni nei territori palestinesi) e commento assurdo, ma non vietato da alcuna legge. Sennò i politici e i giornalisti che inneggiano a Netanyahu, il più grande terrorista del pianeta che di civili ne ha sterminati almeno 60 volte tanti, sarebbero tutti in galera. In una democrazia liberale ognuno inneggia a chi gli pare: se io impazzisco e fondo un Kim Jong-un Fan Club, devo essere libero di farlo. Divertente anche l’accusa di voler “fare la rivoluzione” come le “primavere arabe”. Ma se siamo in democrazia lo dobbiamo alle rivoluzioni inglese e francese, non proprio due pranzi di gala. E, per sostenere le primavere arabe, abbiamo bombardato la Libia. Quanto al “terrorismo”, è un concetto piuttosto elastico, appioppato già a Mazzini e ai partigiani. Un terrorista di al Qaeda e dell’Isis era al Jolani, ora presidente della Siria riconosciuto da tutto l’Occidente e omaggiato pure da al Tajani. Da terrorista a statista è un attimo, sempreché uno non faccia il Pro Pal in chat.

La guerra può diventare Nucleare: ma dov’è la Ue?

 

 
di Francesco Sylos Labini - Fatto Quotidiano (ottobre 2026)
 

Esistono due interpretazioni della guerra in Ucraina. Secondo la prima, l’invasione russa del febbraio 2022 è il prodotto dell’espansionismo di Mosca: di fronte a un’aggressione non provocata, l’Occidente deve rafforzare la deterrenza e sostenere militarmente l’Ucraina. La ricerca di un compromesso rischia così di apparire come appeasement.

George Beebe, già direttore dell’analisi sulla Russia alla CIA, propone una lettura differente. La guerra, sostiene, non può essere separata dall’espansione della NATO verso est seguita alla fine della Guerra fredda. L’obiettivo russo sarebbe impedirne l’integrazione nella NATO. Comprenderne le implicazioni non significa giustificare l’invasione: se Mosca considera l’ingresso dell’Ucraina nella NATO una minaccia fondamentale, aumentare la pressione militare potrebbe non indurla a ritirarsi, ma a rilanciare.

È qui che emerge il rischio dell’escalation nucleare. Nel novembre 2024 la Russia ha ampliato le circostanze nelle quali contempla l’impiego dell’arma atomica, anche in risposta a un attacco convenzionale che minacci criticamente la propria sovranità. Lo scorso settembre Mosca ha inoltre dichiarato di essere pronta a ricorrere alle armi nucleari qualora la NATO tentasse di isolare Kaliningrad. Il pericolo è una concatenazione di azioni e reazioni nella quale una pressione concepita come limitata venga interpretata dall’altra parte come un atto di guerra.

È proprio l’idea che una simile escalation possa essere controllata a dover essere messa in discussione. Questo è il punto centrale di Guerra nucleare: uno scenario di Annie Jacobsen, basato sui protocolli militari e su interviste a ex responsabili della sicurezza ed esperti nucleari. Jacobsen segue minuto per minuto ciò che potrebbe accadere dopo un singolo lancio: allerta, identificazione e decisione sulla risposta. Nel suo scenario bastano 72 minuti per arrivare a una guerra termonucleare su vasta scala, perché le decisioni devono essere prese in pochi minuti sulla base di informazioni incomplete. Parlare di “controllo dell’escalation” rischia allora di essere un ossimoro. La deterrenza funziona finché impedisce di oltrepassare la soglia. Una volta superata, presumere di poter decidere fino a quale gradino salire significa scommettere sulla razionalità e sull’assenza di errori proprio quando tali condizioni sono meno plausibili.

In questo quadro va valutato il riarmo europeo. Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati si sono impegnati ad arrivare entro il 2035 al 5% del PIL per difesa e sicurezza: almeno il 3,5% per la difesa e fino all’1,5% per infrastrutture e industria militare. Per l’Italia significherebbe circa 80-85 miliardi di euro l’anno per la componente militare e 115-120 miliardi considerando l’intero obiettivo.

Chi beneficerà di questa enorme massa di investimenti? L’Europa parte da una forte dipendenza dagli USA. Secondo il SIPRI, nel 2020-2024 il 64% delle importazioni di grandi sistemi d’arma dei membri europei della NATO proveniva dagli USA, contro il 52% del quinquennio precedente. Lo stesso è avvenuto nell’energia: nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito quasi il 58% del GNL importato dall’Unione Europea e oltre un quarto di tutte le sue importazioni di gas. A queste dipendenze si aggiungono 264 miliardi per servizi cloud e acquisti di software. L’Europa ha rotto il rapporto energetico con la Russia e aumentato la spesa militare in nome dell’autonomia, ma trasferisce una parte crescente della propria dipendenza verso gli Stati Uniti: compra più gas e armamenti americani mentre Washington chiede agli europei di sostenere una quota maggiore dei costi della propria difesa. Il risultato rischia di essere una Ue più militarizzata, più dipendente dagli Usa e più esposta al confronto con una potenza nucleare.

Christopher Clark definì “sonnambuli” i dirigenti europei che nel 1914 avanzarono verso laguerra senza comprendere la catastrofe verso cui stavano conducendo il continente. Oggi i rischi sono conosciuti e sappiamo quanto rapidamente una crisi possa sottrarsi al controllo. Eppure l’Europa continua lungo una traiettoria che può portarla a un confronto con la Russia. Non siamo di fronte a un pericolo invisibile: le classi dirigenti europee sembrano incapaci di cambiare strategia. Per interrompere questa corsa occorre mutare radicalmente la politica estera, come ha sostenuto Giuseppe Conte nel confronto con Jeffrey Sachs. Solo una mobilitazione popolare può imporre il cambio di rotta che i governi europei non sembrano disposti a compiere.

Tassa sulle banche: la strategia di Meloni e le divisioni del Campo Largo

 

di Alessandro Volpi

 

Nella definizione delle entrate previste dalla Legge di Bilancio, il governo Meloni sembra avere deciso di fare sul serio nei confronti delle banche.
 
L'intervento fiscale rivolto ai settori bancario e assicurativo si configura infatti come una manovra combinata tra significativi ritocchi delle aliquote e differimento temporaneo dei crediti d'imposta.
 
La misura centrale prevede un incremento lineare di 3 punti percentuali dell'aliquota IRES, che porta l'aliquota ordinaria dal 27,5% al 30,5% per gli istituti di credito e dal 24% al 27% per le compagnie di assicurazione.
 
A questo ritocco verso l'alto delle imposte dirette si affiancano modifiche strutturali alla base imponibile IRAP e il blocco temporaneo della deducibilità delle DTA (Deferred Tax Assets, ossia le attività per imposte anticipate) legate a svalutazioni dei crediti, avviamenti e marchi aziendali.
 
Dal punto di vista della quantificazione economica, l'operazione è stimata generare un gettito complessivo per le casse dello Stato compreso tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro nel primo anno di applicazione, potendo raggiungere una cifra fino a 10-12 miliardi nel triennio di programmazione finanziaria.
 
La quota principale di questo contributo fa capo alle banche (circa 2,5-3 miliardi di euro), mentre la componente rimanente è sostenuta dal comparto assicurativo mediante l'anticipo dell'imposta sui premi e il rinvio delle svalutazioni.
 
La natura della misura non è rigidamente "una tantum" a fondo perduto, ma si tratta di un intervento temporaneo distribuito su più esercizi fiscali.
In questo senso, la durezza di Meloni verso le banche ha pochi precedenti nella storia recente e bisogno risalire al peraltro molto contraddittorio Salva Italia.
 
Giorgia Meloni sembra avere capito dunque due cose: che senza la tassazione sulle banche non ci sono coperture vere per la Legge e che senza una misura “contro” le banche la campagna elettorale sarebbe stata molto dura.
 
Si tratta di una sfida aperta alle titubanze del campo largo sulle questioni fiscali che ora deve decidere cosa intende proporre in materia di patrimoniale, di aliquote Ires sui profitti, di allargamento della base imponibile Irpef e fine dei regimi sostitutivi.
 
In estrema sintesi, la Destra ha mosso in direzione sociale e il Campo largo deve smettere di parlare di primarie e di leadership.

Utilitarismo, pragmatismo e la deriva anti-umana del sistema capitalistico occidentale (di Laura Ruggeri)

 

di Laura Ruggeri*

 

Quando l’Occidente ammanta di un velo di moralità la propria espansione geopolitica, presentandola di volta in volta come missione civilizzatrice, democratizzazione, intervento umanitario, difesa della libertà o promozione dello Stato di diritto, lo scarto abissale tra retorica e realtà genera inevitabilmente accuse di ipocrisia e di “doppi standard”.

Queste accuse, però, partono da un presupposto errato, quello secondo cui il sistema capitalistico occidentale possiederebbe un codice morale stabile che di tanto in tanto viene tradito. In realtà questo sistema opera secondo una logica ben diversa da quella valoriale. I valori non sono intesi come principi assoluti da rispettare, ma come strumenti contingenti da attivare o disattivare a seconda della convenienza strategica. Il sistema opera secondo criteri di utilità, efficacia e potere ed è su questo piano che va spostata la critica. Bisogna cioè chiedersi: utile per chi? Efficace a quale scopo? Per il potere di chi?

Spostare l’attenzione su queste domande significa mettere in discussione la teleologia stessa del sistema, il fine ultimo a cui tende, perché la conservazione e l’espansione del capitale, la riproduzione del potere di chi lo controlla e la perpetuazione di un ordine che concentra ricchezza e influenza rappresentano un fine intrinsecamente anti-sociale che, portato alle sue logiche ed estreme conseguenze, rivela la sua natura profondamente anti-umana.

Una volta riconosciuto che il sistema non persegue un orizzonte morale condiviso, ma un interesse particolare mascherato da interesse generale, diventa possibile giudicare non soltanto i mezzi impiegati, ma la legittimità del fine stesso. È a questo livello, vale a dire quello della direzione verso cui il sistema ci sta portando, che la critica deve concentrarsi.

Voglio partire da lontano, dalle radici filosofiche di una visione del mondo che dopo aver escluso il Divino come fondamento dell’ordine morale, e quindi la dimensione trascendentale, ha finito per mettere da parte anche l’Uomo, con la sua dignità, i suoi legami, la sua finitezza. Quando l’essere umano cessa di essere il fine e diventa semplicemente uno strumento corre il rischio, oggi molto attuale, di essere sostituito da uno strumento più efficiente.

Se osserviamo il modo in cui opera questo sistema, constatiamo che la sua razionalità ha da tempo assunto una forma impersonale — un elemento che Marx aveva già colto — e che in esso si è affermata una ragione autonoma, immanente al sistema stesso, la quale pretende di fondare da sé i criteri del Giusto, del Vero, del Bene e del Male secondo il calcolo, l’utilità, l’efficienza, il risultato.

Le due tradizioni filosofiche a cui mi riferisco sono l’utilitarismo inglese e il pragmatismo americano che, pur con delle differenze, subordinano il “giusto” all’“utile”.

L’utilitarismo classico, per intenderci quello teorizzato da Jeremy Bentham e John Stuart Mill, sosteneva che la moralità di un’azione fosse determinata da un calcolo costi-benefici, quindi dai suoi risultati. Non esistono azioni intrinsecamente buone o cattive, giuste o sbagliate secondo principi assoluti (etici o religiosi) che trascendono il sistema poiché l’unica misura è il bilancio di utilità nel raggiungimento di un fine. Bentham, che era essenzialmente un riformatore legale e un ingegnere sociale, proponeva il “calcolo della felicità”, l’idea che piacere e dolore potessero essere quantificati e aggregati.

Nel pragmatismo, sviluppato da pensatori americani come William James, John Dewey e Charles Sanders Peirce, concetti, teorie e valori morali sono essenzialmente strumenti per risolvere problemi. La “verità” di un’idea è il suo “valore pratico”, la sua efficacia nell’orientarsi nel mondo e nel raggiungere gli esiti desiderati. Questo impianto filosofico, nelle intenzioni dei suoi teorici, doveva servire a democratizzare il sapere, opporsi al dogmatismo, mettere la filosofia al servizio del miglioramento della società e fondare una logica dell’indagine scientifica. Ma rifiutando ogni idea di trascendenza e quindi la possibilità stessa di un orizzonte di senso esterno al sistema dato, finisce inevitabilmente per diventare strumento di ottimizzazione, consolidamento e legittimizzazione del sistema vigente.

La questione del perché l’utilitarismo e il pragmatismo nacquero e trovarono terreno fertile nella sfera anglo-americana ha una risposta sia filosofica (Nominalismo ed Empirismo) che storica.

L’utilitarismo emerse in Gran Bretagna durante la Rivoluzione Industriale, un periodo di sconvolgimento sociale senza precedenti, povertà urbana e conflitto di classe. Dal momento che la nuova classe dirigente aveva bisogno di inculcare l’etica del lavoro nei ceti popolari divenne necessario l’abbandono di principi morali assoluti. Serviva un quadro morale abbastanza flessibile da permettere non solo la giustificazione dello sfruttamento, unito a sorveglianza e disciplina della forza lavoro in patria, ma anche la giustificazione dello sfruttamento coloniale. Tutto in nome di un bene maggiore che ovviamente venne definito dalla classe al potere, all’epoca la borghesia.

Si trattava di codificare, come denunciava Marx, il comportamento dell’homo economicus che riduce ogni rapporto umano a “nudo interesse” e a una “fredda transazione economica”.

Questo impianto teorico venne forgiato nel crogiolo dell’impero commerciale per risolvere problemi specifici che l’impero creava, quali ad esempio la necessità di giustificare il dominio su altri popoli.

Non a caso John Stuart Mill1 sosteneva che “il dispotismo è un modo legittimo di governo nel trattare con i barbari”, purché il fine sia il loro miglioramento, il che significava che il “massimo bene” per indiani o africani poteva essere determinato da amministratori britannici. Mill respingeva esplicitamente l’idea di una federazione di Stati liberi in favore dell’impero.

È interessante notare che fu Bentham a coniare il termine “international” alla fine del XVIII secolo, parlando del mercato internazionale come terreno di sperimentazione.2

Il pragmatismo, corrente filosofica nata negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo, si sviluppa in un contesto storico diverso da quello dell’utilitarismo britannico.

Per semplificare un po’ rozzamente si potrebbe dire che il pragmatismo è la filosofia di un potere che non ha più bisogno di giustificarsi, perché la sua logica è stata naturalizzata, è diventata senso comune.

Se l’utilitarismo era la morale giustificazionista del capitalismo industriale e coloniale nella sua fase di ascesa ed espansione iniziale, il pragmatismo è quella di un capitalismo la cui logica si è consolidata a livello sociale e quindi può abbandonare la stampella morale.

Non avendo principi da difendere e regole fisse, si adatta a qualsiasi contesto. Dopo aver permeato l’intera cultura americana, dalla teoria dell’educazione alla giurisprudenza, è diventato l’ideologia del capitalismo globale, del “business” e del “management”, un linguaggio egemonico che ha colonizzato ogni sfera dell’agire umano, inclusi i rapporti interpersonali. Si tratta di una sussunzione profonda e meno visibile, perché avviene attraverso un vocabolario che a prima vista non sembra economico come oggi quello della “crescita personale”, della “comunicazione efficace”, della “gestione delle emozioni”, del “capitale sociale”, dell’ottimizzazione di sé stessi per raggiungere “risultati”.

 

Il pragmatismo è stato criticato sia dai filosofi marxisti3 come espressione dell’imperialismo, sia da quelli conservatori come una filosofia dell’adattamento senza principi, che lascia la società in balia del relativismo e del potere costituito. La loro critica, pur diversa da quella marxista, converge su un punto: il pragmatismo è una filosofia che non offre resistenza all’ordine esistente perché rifiutando un’idea di trascendenza non ha principi da opporgli.

Il filosofo messicano José Vasconcelos4, che scriveva da una posizione decisamente non marxista, definiva il pragmatismo “la filosofia delle cannoniere” che lungi dall’essere una teoria neutrale della conoscenza era in realtà un’epistemologia progettata per una nazione espansionista, una sub-filosofia che trattava la “verità” come “qualunque cosa funzioni per assicurarsi il potere”. Vasconcelos sosteneva che le filosofie empiriche “soffrono di una dipendenza dall’appetito, dagli interessi della loro epoca”, e quindi scivolano “dall’usare l’esperienza per giustificare le norme al tagliare e tirare le norme per adattarle a un letto di Procuste di interessi egoistici”. Quando tali filosofie coincidono con un periodo di “fervore pratico”, scriveva, “vediamo nella storia quelle mostruosità che sono chiamate filosofie nazionali, filosofie razziali e filosofie imperiali”.

 

Valori e principi a geometria variabile

L’applicazione selettiva dei valori è il risultato inevitabile di questa visione del mondo: un valore viene difeso se serve. Quando l’obiettivo è la preservazione e l’espansione dell’egemonia occidentale, se l’utilità di quel valore viene meno, lo si ridefinisce o lo si abbandona senza troppi scrupoli.

Questa logica strumentale è evidente nel trattamento storico e contemporaneo del fascismo e del nazismo da parte dell’Occidente. Se durante la Seconda guerra mondiale, l’antifascismo fu codificato come base morale dell’ordine liberale occidentale, subito dopo e durante la Guerra Fredda l’utilità dell’anticomunismo soppiantò quella dell’antifascismo. Quest’ultimo continuava ad essere celebrato con panegirici durante le cerimonie ufficiali ma nella pratica era stato archiviato.

Nel Giappone del dopoguerra, gli Stati Uniti riabilitarono nazionalisti di destra e collaborazionisti fascisti, tra cui Nobusuke Kishi (un criminale di guerra che divenne poi Primo Ministro) e concessero l’immunità agli scienziati criminali dell’Unità 731 che avevano condotto esperimenti atroci e letali su migliaia di prigionieri cinesi, russi, coreani e mongoli. La condanna assoluta dell’imperialismo giapponese fu sacrificata sull’altare dell’utilità, trasformando il Giappone in un baluardo anticomunista in Asia. Gli Stati Uniti non epurarono gli ultra-nazionalisti giapponesi; li reclutarono. Documenti della CIA declassificati rivelano che presero parte a missioni sostenute dagli Stati Uniti per spiare i comunisti in Giappone, infiltrare agenti nel territorio sovietico e nordcoreano, e reclutare mercenari giapponesi per “proteggere” Taiwan.

Non bisogna neppure dimenticare l’esistenza di programmi per portare negli Stati Uniti scienziati e ingegneri tedeschi e austriaci che avevano ricoperto ruoli importanti nel regime nazista.

Pensiamo a Operation Overcast, nome in codice iniziale, autorizzata il 6 luglio 1945 dal Joint Chiefs of Staff. Inizialmente previsto per un massimo di 350 specialisti, il programma fu presto ampliato.

Nel 1946, il presidente Truman autorizzò un piano più ampio della Joint Intelligence Objectives Agency (JIOA), Operation Paperclip, per selezionare nazisti utili.

Tra il 1945 e il 1955, 765 scienziati, ingegneri e tecnici che avevano fedelmente servito Hitler continuarono la loro carriera negli Stati Uniti attraverso Overcast, Paperclip e programmi simili.

Questo reclutamento non si limitava agli scienziati: ex membri delle SS, della SD (Sicherheitsdienst) e della Gestapo vennero accolti senza troppi scrupoli nell’esercito, nell’intelligence statunitense e, successivamente, nella NATO grazie alle loro competenze in materia di spionaggio e controspionaggio, in particolare contro l’Unione Sovietica.

Il caso più emblematico è quello del generale Reinhard Gehlen, ex capo dell’intelligence militare nazista sul Fronte Orientale. Nel 1945 si arrese al controspionaggio dell’esercito americano e, invece di essere processato, fu reclutato dagli Stati Uniti per ricostituire la sua rete di spie. La sua organizzazione, nota come Organizzazione Gehlen, fu finanziata dalla CIA. Nel 1956 fu trasformata nel BND (il servizio segreto della Germania Ovest), mantenendo stretti legami con la CIA e contando al suo interno almeno 100 ufficiali provenienti dalle fila della SD o della Gestapo..

 

Operazione Gladio fu invece il nome in codice della rete “stay-behind” creata dalla NATO e dalla CIA in Italia durante la Guerra Fredda. Ma di reti clandestine simili ne esistevano in praticamente tutti i paesi dell’orbita atlantista, dalla Svezia alla Turchia. Ufficialmente concepite per organizzare la resistenza contro una improbabile invasione sovietica, la loro storia rivela un lato molto più oscuro. Il reclutamento di nazi-fascisti (ex e non solo), massoni e organizzazioni terroristiche per attuare la strategia della tensione a colpi di stragi e condurre operazioni sotto falsa bandiera, rappresenta una palese interferenza in quel processo democratico che veniva sbandierato con lo stesso vigore dell’antifascismo ma che nella sostanza non veniva mai rispettato.

Si consideri anche il rapporto dell’Occidente con il nazionalismo ucraino. L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e la sua ala militare, l’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), collaborarono con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. I loro leader Stepan Bandera, Andriy Melnyk, Roman Shukhevych sono oggi celebrati come eroi nazionali in Ucraina, con strade e piazze ribattezzate in loro onore. Il battaglione Azov, fondato dal gruppo neonazista Patriota dell’Ucraina, fu bandita dal Congresso degli Stati Uniti nel 2018 dal ricevere armi, finanziamenti o addestramento americani a causa della sua ideologia estremista e del simbolismo nazista. Quello stigma svanì quasi da un giorno all’altro. Gli Stati Uniti revocarono il divieto sulle armi, e i media occidentali riposizionarono Azov come una legittima formazione militare. Come altri terroristi prima di loro, anche battaglioni come l’Azov erano utili per combattere una guerra per procura contro la Russia.

Lo stesso calcolo utilitaristico porta ad applicare selettivamente principi normativi e diritti come l’autodeterminazione dei popoli: difesi con le armi o calpestati a secondo della convenienza. L’esempio contemporaneo più lampante è il sostegno dell’Occidente a Israele nonostante prove schiaccianti che le politiche e le campagne militari israeliane nei territori occupati siano intrinsecamente genocide.

Se i diritti umani fossero davvero trattati come imperativi categorici kantiani, essi varrebbero in modo incondizionato, indipendentemente dalle conseguenze e dagli interessi in gioco. In quel caso l’Occidente sarebbe moralmente e politicamente obbligato a sanzionare, isolare o quantomeno condannare qualsiasi Stato — alleato o avversario — che violasse sistematicamente quei principi. La nazionalità della vittima o l’utilità strategica del perpetratore non potrebbero entrare nel calcolo.

Nel quadro della tradizione utilitarista e pragmatista anglo-americana, invece, i principi non sono mai assoluti. Il loro valore dipende dalle conseguenze che producono rispetto agli interessi considerati prioritari. In questa logica, l’utilità di Israele come avamposto militare, tecnologico e di intelligence occidentale in Medio Oriente supera di gran lunga il “costo” rappresentato dalla violazione dei diritti dei palestinesi o dall’erosione selettiva del diritto internazionale.

Persino il “libero mercato”, la presunta vacca sacra del capitalismo occidentale, viene abitualmente abbandonato ogni volta che l’intervento statale è necessario per salvare il capitale occidentale dalle sue stesse crisi, come si è visto nei massicci salvataggi degli istituti finanziari nel 2008, nel ricorso alle sanzioni come strumento di pressione, o nel protezionismo dilagante, abbracciato soprattutto per contenere la Cina.

 

Post-etica e post-democrazia

Nonostante la storia abbondi di casi in cui leader e governi hanno stretto alleanze con ex-nemici e violato patti, considero comunque importante riflettere sulla facilità con cui l’Occidente è riuscito, e riesce a farlo, ad imporre narrazioni contraddittorie e continui cambi di rotta alla cosiddetta “comunità internazionale” e alla propria popolazione.

Nelle società tradizionali (siano esse basate sull’onore, sulla religione, sui legami di sangue o su ideologie “forti”), la legittimità del leader non deriva solo dai risultati pratici, ma dalla sua coerenza con i valori condivisi della comunità. Questo è il motivo per cui se un leader abbraccia e collabora con un ex-nemico giurato, questa mossa viene percepita e stigmatizzata come tradimento, ipocrisia o debolezza. Il prezzo da pagare è la rottura del contratto sociale, che mina la fiducia e crea un risentimento che prima o poi esplode con l’uccisione o l’espulsione di chi agli occhi della comunità ha tradito.

Nell’Occidente contemporaneo, i leader politici, fantocci intercambiabili prodotti da operazioni di marketing, non hanno di questi problemi poiché il paradigma antropologico, politico e culturale in cui agiscono è già stato modificato profondamente. Essi semplicemente escono di scena e vengono sostituiti da altri fantocci più utili agli interessi di quell’élite ristretta che li aveva selezionati per attuare i suoi programmi, esattamente come avviene per dei manager.

L’Occidente, con il postmodernismo, ha smantellato le “grandi narrazioni”. Non ha più un “credo” da difendere (legato a religione, rivoluzione o patria), non esiste una linea rossa valoriale che non si possa oltrepassare impunemente.

Mentre le società tradizionali tendono a essere governate da un’etica deontologica a cui spesso si mescolano elementi di etica della virtù, l’Occidente contemporaneo opera prevalentemente all’interno di un orizzonte utilitaristico-pragmatista in cui la politica segue la logica del management, in cui interessi particolari determinano gli obiettivi da raggiungere, che a loro volta determinano il calcolo costi-benefici. Giustificare e vendere questi obiettivi come se fossero l’incarnazione del Bene Comune è qualcosa di cui si occupano gli esperti di marketing, vale a dire l’Industria del Consenso in tutte le sue articolazioni (media e algoritmi, cultura, istruzione, ricerca...).

Walter Benjamin giustamente osservava che la vera religione dell’Occidente è il capitalismo. Esso non ha “disincantato” il mondo (come voleva Weber), ma ha trasferito il sacro nella sfera del mercato, del profitto e del consumo. E poiché il capitalismo contiene in sé una contraddizione fondamentale, quella tra capitale e lavoro, inevitabilmente produce contraddizioni a ritmo continuo, ma esse vengono viste come un problema tecnico da risolvere non come aporie. Per il capitale anche le crisi rappresentano un’opportunità per il sistema, che si adatta, modifica le proprie forme di regolazione, incorpora nuove tecnologie e crea nuovi cicli di accumulazione. Le contraddizioni che non possono essere risolte vengono spostate nel tempo e nello spazio. Finché questo spostamento resta possibile, il sistema si riproduce ed espande.

In questo contesto aspettarsi da un leader politico che sia coerente agli ideali propugnati e alle promesse fatte è ingenuo. In sua difesa citerà “vincoli esterni”, spiegherà che ad imporre decisioni impopolari in netto contrasto con il suo programma sono i “tecnici”, gli “esperti”, i mercati finanziari e la situazione geopolitica. Da anni le scelte veramente importanti non sono più oggetto di dibattito politico. Vengono imposte come “inevitabili” (There is no Alternative).

La cultura tecnologica e manageriale contemporanea rafforza ulteriormente questa inclinazione.

Vi è poi un’altra differenza fondamentale. Le società tradizionali hanno una “memoria lunga”, tramandata attraverso generazioni. L’Occidente contemporaneo soffre di una “memoria corta”, accelerata da cicli elettorali brevi (2-4 anni) e dal ciclo mediatico di 24 ore. Prima che l’elettorato possa elaborare il senso di un tradimento e organizzarsi per punirlo, l’attenzione collettiva è già stata dirottata sullo scandalo o sull’emergenza successiva.

Accusare l’Occidente di doppi standard è qualcosa che può fare solo chi crede che esista un codice etico-politico condiviso e vincolante per tutti. Molti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano sperato, o forse si erano illusi, che esistesse, ma così non è. Basti guardare all’impotenza di organizzazioni internazionali come l’ONU.

L’Occidente da tempo opera in un regime di post-democrazia, secondo un codice post-etico definito dal potere capitalista. E questo potere è sempre più concentrato (capitalismo finanziario e tecnocapitalismo).

Quando i governi occidentali invocano libertà, democrazia e diritti umani (anche se li violano sistematicamente) è proprio perché, avendoli ridotti a involucri vuoti, li ritengono strumenti efficaci per legittimare interventi militari, destabilizzare rivali e fabbricare consenso. L’Occidente non fallisce nel rispettare i suoi valori; piuttosto, i suoi valori non sono mai stati il punto. L’egemonia sì.

 

I valori di chi?

I "valori occidentali" più comunemente invocati – libertà individuale, democrazia rappresentativa, diritti umani, libertà di espressione, stato di diritto, proprietà privata, libero mercato, uguaglianza e antitotalitarismo – sono come un insieme fluido di norme e ideali emersi in diverse fasi della storia europea e successivamente assemblati e universalizzati per legittimare un blocco geopolitico.

Sebbene i pensatori dell'Illuminismo avessero già parlato di diritti universali, va notato che per "universali" intendevano i diritti di un "soggetto razionale e civilizzato", da loro identificato nell'uomo bianco, europeo, cristiano e preferibilmente dotato di proprietà. Le donne e i non europei non erano considerati abbastanza "razionali" per godere degli stessi diritti.

Il termine "valori occidentali" ha acquisito particolare rilevanza durante la Guerra Fredda come mezzo per distinguere il cosiddetto "mondo libero" dal blocco sovietico. Dopo il 1989, è stato rispolverato per giustificare l'espansione della NATO, interventi militari camuffati da protezione umanitaria e la globalizzazione del neoliberismo.

Quando poi le nazioni del Sud Globale hanno adottato i "vecchi" valori occidentali, l'Occidente aveva bisogno di nuovi criteri per mantenere la sua “distinzione” e posizione al vertice della gerarchia. Quindi alza l’asticella, aggiungendo all'elenco altri valori culturalmente connotati o altamente specifici, per continuare a rivendicare una superiorità morale ed etichettare i rivali come inadempienti rispetto ai nuovi "standard universali". I diritti LGBTQ+, il "buon governo" (trasparenza e lotta alla corruzione),  standard ambientali e la libertà informatica tracciano una nuova linea di demarcazione tra "civili” e “incivili".

Dal momento che l'Occidente tratta i suoi valori principalmente come strumenti, le contraddizioni sono inevitabili, non solo tra gli ideali dichiarati e la realtà materiale, ma anche tra i valori stessi. Finché le contraddizioni rimangono confinate nella sovrastruttura, ovvero a livello ideologico, il sistema capitalista ha la capacità di assorbirle e persino di trarne profitto.

Prendiamo ad esempio la libertà e l'uguaglianza. Esse tirano chiaramente in direzioni opposte. La concezione occidentale della libertà è principalmente incentrata sulla "libertà negativa" (assenza di interferenze esterne) piuttosto che sulla "libertà positiva" (la reale capacità di autodeterminazione all'interno di una comunità). La libertà non è più intesa come un diritto politico o civile, ma viene ridotta alla libera concorrenza e alla scelta del consumatore. Eppure, anche queste libertà rimangono subordinate agli imperativi del grande capitale, che può limitarle a suo piacimento.

L'unica libertà veramente sostanziale rimasta è quella concessa al capitale stesso: la libertà di dettare le proprie regole, di espandersi oltre ogni confine e in ogni sfera dell'esistenza umana senza vincoli. Questo era già stato ben compreso da Marx, che nei Grundrisse scriveva: "Non sono gli individui a essere liberati dalla libera concorrenza; è, piuttosto, il capitale a essere liberato".

Sei "libero" di scegliere tra cinquanta marche di cereali, di votare per partiti che non possono cambiare le regole del gioco e di usare pronomi neutri sul tuo curriculum invece del maschile e femminile. Ma questa illusione di libertà maschera una profonda impotenza strutturale: l'individuo atomizzato non detiene alcun potere sulle condizioni macroeconomiche o sulle politiche che governano la sua vita. La libertà diventa un prodotto da acquistare e l'identità stessa si trasforma in un esercizio di personal branding.

La libertà del capitale è fondamentalmente in contrasto con la democrazia sostanziale. Poiché il capitalismo, per sua stessa natura, concentra la ricchezza e di conseguenza il potere, come potrebbe essere compatibile con la democrazia, un sistema che, se venisse applicato nella sostanza, distribuirebbe proprio quel potere?

Quando la richiesta di uguaglianza democratica minaccia la valorizzazione del capitale o la proprietà privata, il sistema non esita ad abbandonare del tutto la democrazia, abbracciando l'autoritarismo per preservare la "libertà" del capitale. Celebrare la democrazia liberale ignorando questa concentrazione di potere è un atto di profonda ingenuità o di complicità ideologica.

Anche i diritti umani tornano utili se vengono invocati selettivamente per giustificare interventi armati e l’interferenza politica negli affari interni di altri paesi, mentre lo stato di diritto, pur garantendo un'uguaglianza formale davanti alla legge, riproduce una disuguaglianza sostanziale, diventando così uno strumento per disciplinare le classi subalterne.

La cosiddetta democrazia liberale viene esportata solo dove serve a facilitare i cambi di regime, rendendo la sua applicazione strettamente utilitaristica.

Per quanto riguarda il mantra del libero mercato, esso viene recitato quando serve ad aprire mercati da colonizzare, serve per il dumping e ad imporre brevetti occidentali che impediscano uno sviluppo tecnologico autonomo. Quando rappresenta un rischio per il proprio mercato, l'Occidente impone senza esitazione dazi protezionistici, sanzioni e regole arbitrarie per limitare le esportazioni.

Tuttavia, è importante ribadire che valori come la libertà e l'uguaglianza non sono un monopolio esclusivo dell'Occidente. Questi ideali sono stati articolati nel pensiero filosofico, spirituale e politico islamico, indiano, cinese, nel comunalismo africano e nelle cosmologie indigene. La differenza fondamentale è che, mentre l’Occidente ha tendenzialmente declinato questi valori in chiave individualista e proprietaria, altre tradizioni li hanno articolati in chiave relazionale e comunitaria.

Sottoporre i valori occidentali a un'analisi critica non significa respingerli a priori, ma piuttosto vederli per ciò che sono: costrutti storicamente contingenti che vengono applicati in modo selettivo.

 

Guerra come esito logico della razionalità strumentale

Se consideriamo la degenerazione del liberalismo nel nazi-fascismo non come un tradimento dei suoi principi, ma come il compimento della sua logica economica di fronte alla “minaccia” della democrazia di massa nei primi decenni del secolo scorso, esso non ci appare più come un’eccezione o una rottura, ma bensì una soluzione autoritaria a una crisi interna del liberalismo stesso5 . In questa ottica, il nazi-fascismo può essere definito quindi un meccanismo di autoregolazione del sistema capitalistico per garantire la propria sopravvivenza.

È il pensiero strumentale stesso, codice operativo dominante del moderno Occidente, a generare scelte politiche ed economiche anti-democratiche e spesso anti-umane.

Avendo abbracciato relativismo culturale e fine delle grandi narrazioni, l’Occidente non riesce più a mettersi d’accordo su cosa sia il Bene, la Verità e la Giustizia. Si rifugia quindi nel come. La razionalità strumentale (saper calcolare i mezzi più efficienti per raggiungere un fine) ha finito per soppiantare la razionalità valoriale (saper riflettere sul valore del fine stesso).

L’etica è stata sostituita dalla procedura. Si continua a usare il vocabolario della morale (diritti, giustizia, dovere), ma si è perso il quadro teleologico (il fine ultimo dell’uomo) che dà senso a quelle parole.

Il pragmatismo, sganciato da un’etica umanista, diventa l’alleato perfetto del totalitarismo e della tecnocrazia. Chi governa può attuare politiche autoritarie, neocoloniali o di sorveglianza di massa giustificandole semplicemente come soluzioni “necessarie” ed “efficaci” per mantenere l’ordine o la sicurezza.

Presentare decisioni politiche come scelte puramente “tecniche” e “pragmatiche” permette di mascherare le reali asimmetrie di potere e spinge gli individui ad adattarsi passivamente  al programma: il pensiero critico viene sostituito dal “problem-solving”. Come notava Mark Fisher6, il sistema riesce a far sembrare più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

Quando le contraddizioni diventano esplosive (disuguaglianze crescenti,erosione della coesione sociale, fallimenti delle politiche considerate “efficaci”) la razionalità del sistema attiva meccanismi di regolazione. Questi possono essere di tipo autoritario e protezionistico, che possiamo definire meccanismi di chiusura, oppure meccanismi di apertura, in cui si lascia addirittura spazio al caos se presenta delle opportunità per la valorizzazione del capitale.

Storicamente la sopravvivenza e la prosperità del sistema capitalistico occidentale si basava su due meccanismi: Spostamento nello SPAZIO dei suoi problemi attraverso l’esportazione dell’inflazione e del degrado ecologico, del lavoro a basso costo e dell’instabilità politica verso la “periferia” del mondo (il Sud Globale) per garantirsi risorse.

Spostamento nel TEMPO attraverso la finanziarizzazione, consumare oggi e pagare domani attraverso il debito, la creazione di moneta dal nulla e la promessa di una crescita futura infinita, rimandando il conto alle generazioni successive.

Oggi, queste due “valvole di sfogo” si stanno chiudendo. Il Sud Globale e, in particolare, l’ascesa della Cina come potenza sistemica, pongono limiti materiali e strutturali a questa capacità di spostare i problemi fuori o domani. Il sistema occidentale si trova quindi costretto a risolverli dentro e oggi. E poiché la soluzione democratica a questo collasso richiederebbe una ridistribuzione radicale della ricchezza e del potere (cosa che le élite non accetteranno mai volontariamente), la soluzione a cui assistiamo è una deriva autoritaria mascherata da “sicurezza” e “gestione tecnica dell’emergenza”, militarizzazione e riarmo nel tentativo disperato di puntellare un’egemonia geopolitica che si sta rapidamente sgretolando. Il Sud Globale, con la sua semplice pretesa di sovranità, ha inavvertitamente accelerato questa resa dei conti interna all’Occidente.

Ma non solo. La Cina, mettendo l’uomo al centro dello sviluppo, rappresenta una sfida intollerabile per un sistema che si fonda sulla presunzione che non vi sia alternativa al neoliberismo capitalista. Questa premessa fallace (There is No Alternative, TINA) è ciò che impone i sacrifici, la precarietà, l’austerità, il debito, la finanziarizzazione. Ma se un paese sovrano e non occidentale dimostra che si può crescere, industrializzarsi e ridurre la povertà senza seguire le prescrizioni del Washington Consensus, senza privatizzazioni selvagge, senza subordinare la politica e l’economia alla finanza, allora la premessa su cui si fonda il sistema crolla. Il TINA si rivela per ciò che è: un’ideologia anti-umana, non una legge naturale.

La barbarie non è esterna al sistema, si trova nel cuore stesso del sistema, incorporata nella sua logica di autoconservazione, espansione e riproduzione.

 

Il capitalismo cibernetico e la termodinamica

Il capitalismo non conserva un ordine immobile, si adatta continuamente per continuare a funzionare secondo il proprio codice (accumulazione, profitto, ordine, controllo), e per farlo è disposto a trasformare se stesso, vale a dire cambiare forma per preservare la sostanza.

L’intensità della guerra del capitale contro i ceti popolari e contro quelle nazioni che costituiscono un attrito esterno e rifiutano di piegarsi al suo dominio viene modulata secondo una logica cibernetica.

La cibernetica ha trasformato il concetto di entropia in informazione e ha fatto della capacità di produrre ordine contro la tendenza entropica il proprio oggetto centrale. Ciò richiede però un continuo apporto di energia, rendendo il sistema strutturalmente dipendente da un ambiente (altri sistemi) che possa fornire energia a bassa entropia e assorbire i rifiuti ad alta entropia che esso produce. Quando l’ambiente non è più in grado di fornire la prima o di assorbire i secondi, la macchina entra in crisi.

Lungi dal superare questi limiti, il nuovo modello di capitalismo che scommette sull’intelligenza artificiale rende ancora piu’ evidenti certi limiti viste le enormi richieste energetiche dei data center e la dipendenza da minerali critici. Poiché il sistema non riesce più a estrarre facilmente risorse a bassa entropia dall’ambiente esterno (Sud Globale, energia e lavoro a basso costo, nuove frontiere), inizia a consumare le proprie fondamenta e riserve di ordine: i sistemi di welfare, la coesione sociale, i servizi pubblici e le infrastrutture, le capacità riproduttive a lungo termine, la legittimità politica e il tenore di vita delle proprie classi subalterne.

Un esempio chiaro di autofagia è ciò che sta avvenendo nei paesi dell’Unione Europea. La loro condizione di doppio legame schizofrenico, unita al vassallaggio e alla cooptazione delle élite europee, ha reso impossibile resistere alla spinta del sistema atlantista a esternalizzare la crisi laddove l’attrito è minore. Questo dove è diventato l’Europa stessa. Ciò che appare irrazionale (l’autofagia) è in realtà la fenomenologia della razionalità sistemica portata alle sue estreme conseguenze. L’autofagia può sostenere il sistema, ma solo per un tempo limitato se il flusso esterno non viene ripristinato: è una modalità di sopravvivenza che aumenta la degradazione strutturale. Quando il sistema consuma i propri margini, finisce per convertire l’ordine precedente in caos, la cui gestione richiede però ulteriori risorse. Poiché anche il capitalismo cibernetico, che cerca di convertire l’entropia in informazione (dati, algoritmi, derivati finanziari…) per mantenere in moto il proprio processo di valorizzazione, non può sottrarsi alle leggi della termodinamica, ci troviamo di fronte alla possibilità reale che si passi dall’attuale zona grigia e dal conflitto militare geograficamente limitato a una guerra su vasta scala.

Il modello bellicista-tecnocratico che si sta consolidando — in cui potere militare, capitale finanziario e infrastrutture digitali vengono fusi in un unico apparato — rappresenta il tentativo di risolvere le contraddizioni di un sistema che ancora una volta trova seri limiti alla propria pretesa di spostarle nel tempo e nello spazio. Questo apparato, di fatto un’oligarchia capitalistica tecno-militare, non si limita a fornire strumenti; grazie alla sua concentrazione di potere e di capitali, definisce che cosa costituisca una minaccia e come rispondervi, e plasma le priorità di governo, la dottrina militare e la politica estera.

Le riserve di ordine sono già state degradate per alimentare le operazioni correnti (piani di riarmo, sicurezza e sorveglianza, con investimenti massicci nell’intelligenza artificiale). Ciò apre al rischio molto concreto che la razionalità strumentale diventi ancora più efficiente nel perseguire fini anti-umani.

Non va dimenticato che quella stessa razionalità, separata da ogni vincolo morale, ha prodotto i lager, un enorme esperimento di ingegneria sociale e un’estensione perversa del sistema-fabbrica. Anziché produrre beni, la materia prima erano esseri umani e il prodotto finale era la morte, tante unità al giorno segnate con cura sui grafici di produzione del manager come sottolineava Zygmunt Bauman7.

L’ideologia stessa del nazismo, spogliata delle sue narrazioni folcloristiche, appare come un progetto essenzialmente moderno: igiene razziale, eugenetica, pianificazione dello spazio vitale (Lebensraum), mobilitazione totale erano programmi che presupponevano una razionalità tecnico-scientifica.

Il sistema capitalistico, di fronte alla minaccia di non potersi più riprodurre secondo il proprio codice, generò un dispositivo — il regime nazifascista — che avrebbe dovuto salvarlo.

C’è però un secondo aspetto, altrettanto importante, da considerare. Il progetto è fallito per motivi che con la morale non c’entrano nulla: la logica dell’espansione illimitata, della purificazione totale, della mobilitazione permanente, della radicalizzazione progressiva che rendeva ogni obiettivo raggiunto un nuovo punto di partenza, aveva portato il regime nazista a un sovraccarico insostenibile.

Ma il vero ostacolo alla capacità del sistema di risolvere le sue contraddizioni interne fu un attrito esterno: fuori da quel sistema ne esisteva uno, l’Unione Sovietica, la cui capacità di resistenza, frutto di un’organizzazione sociale, politica ed economica radicalmente diversa, era stata sottovalutata. La vittoria dell’Unione Sovietica non era concepibile all’interno di una logica capitalistica il cui assioma è che non ci sia alternativa al sistema e all’ordine vigente.

La difesa dell’umanità dalla barbarie di un progetto anti-umano forniva un orizzonte di senso a milioni di sovietici, al fronte e nelle retrovie, quell’orizzonte che mancava invece a chi di quel progetto era solo uno strumento.

Oggi come ieri l’accumularsi di contraddizioni e l’aumento dell’entropia spinge il sistema a cercare valvole di sfogo. A offrire resistenza, accelerando l’autofagia del sistema, sono attualmente quelle entità, principalmente civiltà-stato non occidentali come Cina, Russia e Iran che, per scala, sovranità e codici culturali comunitari, sono in grado di opporsi all’idea che non vi sia alternativa ad un progetto egemonico che mette la valorizzazione e l’accumulazione del capitale al di sopra di ogni altro valore, inclusa la vita umana.

 

NOTE

1 John Stuart Mill, On Liberty (1859)

2Jeremy Bentham, An Introduction to the Principles of Morals and Legislation (1789)

3Harry K. Wells, Pragmatism: Philosophy of Imperialism (1954), La sua critica è stata tradotta in russo e ripresa anche dall’Enciclopedia Sovietica “Pragmatism”, Great Soviet Encyclopedia, 3ª ed., vol. 20 (1975)

4José Vasconcelos, Ética (1932), citato da Terrance MacMullan, “Pragmatism as Gunship Philosophy: José Vasconcelos’ Critique of John Dewey”, Inter-American Journal of Philosophy, vol. 6, n. 1 (maggio 2015).

5Vedasi a proposito Ishay Landa, The Apprentice’s Sorcerer (2009)

6Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative? (2009)

7Zygmunt Bauman, Modernity and the Holocaust (1989)


*Ricercatrice e scrittrice. Ha pubblicato "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata" con LAD Edizioni nel 2026

Hormuz: l'Iran intercetta e abbatte il 14° drone USA

 

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver abbattuto un drone statunitense MQ-1 Advanced nello Stretto di Hormuz, precisando che si tratta del quattordicesimo velivolo di questo tipo a essere stato distrutto.

"Recentemente, un drone MQ-1 di ultima generazione è stato intercettato e distrutto nei cieli a est dello Stretto di Hormuz, al largo della costa meridionale di Sirik", ha dichiarato giovedì il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) in un comunicato.

Nella nota viene chiarito che l'operazione è stata condotta dal moderno sistema di difesa aerea della Forza aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie, il quale opera sotto il controllo della rete integrata di difesa aerea del Paese.

Fino a questo momento, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha abbattuto 14 droni statunitensi MQ-1 e altri 54 droni MQ-9. Le pesanti perdite di droni MQ-9 registrate durante il conflitto con l'Iran hanno infatti costretto gli Stati Uniti a rimettere in servizio il modello MQ-1, precedentemente ritirato.

Nel corso della guerra d'aggressione avviata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran il 28 febbraio 2026, le forze armate iraniane sono riuscite a intercettare e abbattere numerosi aerei da combattimento, missili e velivoli non pilotati nemici, portando a 370 il totale dei velivoli avversari abbattuti.

Gli esperti sottolineano che i missili, i droni e i sistemi di intercettazione di fabbricazione nazionale sono stati determinanti nel permettere all'Iran di sviluppare una solida capacità di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e del regime israeliano. Da parte sua, Teheran ha confermato la propria prontezza a rispondere a qualsiasi ulteriore aggressione impiegando armamenti ancora più avanzati rispetto a quelli utilizzati durante i quaranta giorni di conflitto

Crisi ai vertici USA: licenziato il generale Sylvia, responsabile della strategia militare

 

Il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha licenziato il principale stratega militare del Pentagono, come ha confermato mercoledì un funzionario della difesa.

Si tratta dell'ultimo di una lunga serie di licenziamenti di alto livello, che si verificano nel quadro di una profonda crisi interna al Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti durante il conflitto contro l'Iran, mentre il presidente Donald Trump lancia nuove minacce di riprendere gli attacchi in una guerra giunta ormai al suo ottavo mese.

Il tenente generale dell'esercito Brett Sylvia è stato rimosso dal suo incarico di direttore della strategia, della pianificazione e delle politiche presso lo Stato Maggiore congiunto. Sylvia è il secondo generale ad essere sollevato da questo ruolo, noto negli ambienti militari come "J5", sotto la gestione Hegseth. Il suo predecessore, il tenente generale Joseph McGee, era stato costretto al pensionamento nell'ottobre del 2025 in seguito a forti pressioni del segretario, con il quale si era più volte scontrato sulle decisioni strategiche.

La decisione giunge in un momento di estrema tensione nei vertici militari americani. Soltanto lunedì, il segretario dell'esercito statunitense Dan Driscoll ha rassegnato le proprie dimissioni, decisione maturata proprio a causa delle divergenze insorte ai vertici in relazione alla gestione della guerra con l'Iran.

Il funzionario della difesa, che ha rilasciato le dichiarazioni a condizione di anonimato per trattare questioni riservate relative al personale, ha precisato che non è ancora stato individuato un sostituto immediato per Sylvia e che non è stata fornita alcuna motivazione ufficiale per il licenziamento, notizia anticipata dalla testata "The Atlantic".

Di norma, il direttore del J5 e il suo team sono responsabili dell'elaborazione e del coordinamento dei piani militari con il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Caine, e con la Presidenza. Secondo le definizioni dello Stato Maggiore, si tratta di un ruolo squisitamente strategico incentrato sulla consulenza ai vertici relativi ai piani di impegno internazionale degli Stati Uniti.

L'uscita di Sylvia allunga la lista degli alti funzionari ed ufficiali del Pentagono estromessi durante il mandato di Hegseth. Tra le uscite eccellenti figura quella del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, il generale Randy George, costretto al pensionamento ad aprile, all'indomani dell'annuncio di Trump di voler intensificare il conflitto con Teheran. Nel corso della sua gestione, Hegseth ha rimosso oltre venti alti ufficiali, ha spinto alle dimissioni un segretario della Marina e ha condotto dirette ingerenze nei processi di promozione in tutti i rami delle forze armate.

Axios: Stati Uniti e Israele si preparano a una settimana di intensi bombardamenti contro l'Iran

 

Secondo quanto riportato dalla testata Axios, gli Stati Uniti e Israele potrebbero riprendere i bombardamenti contro l'Iran poco dopo le elezioni di metà mandato statunitensi, qualora non si dovesse raggiungere un accordo dell'ultimo minuto. Funzionari statunitensi e israeliani hanno dichiarato alla testata che l'operazione comporterebbe una settimana di attacchi massicci rivolti contro la leadership iraniana, oltre che contro siti energetici, nucleari e infrastrutturali.

Lunedì, il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, ha avuto un colloquio con il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Brad Cooper, per coordinare in anticipo le possibili incursioni. Nel frattempo, tre fonti hanno riferito al media che i mediatori regionali, guidati dal Qatar, stanno tentando di favorire una soluzione diplomatica per riavviare i negoziati tra Washington e Teheran ed evitare una ripresa delle ostilità dopo le consultazioni elettorali americane.

A questo scopo, la diplomazia del Qatar si sta adoperando per convincere l'Iran a consentire agli ispettori delle Nazioni Unite l'accesso ai propri impianti nucleari coliti dai raid, proponendo in cambio un allentamento di alcune delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

 

❌