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India, 21 editori contro la legge sulla privacy di Modi: “A rischio la libertà di stampa. Regime di pre-censura”

31 October 2026 at 14:02

La libertà di stampa in India è a rischio: a denunciarlo è stato un gruppo di 21 case editrici. Per la legge sulla privacy del governo indiano, anche i giornalisti dovrebbero chiedere il consenso alle persone di cui scrivono. “Le redazioni chiuderanno se dovremo chiedere il permesso… si tratterà di un vero e proprio regime di pre-censura”, ha dichiarato Madhavi Goradia Divan, avvocata della Digital News Publishers Association (DNPA), ai giudici della Corte Suprema.

Martedì alla Corte Suprema, come riportato da Internazionale, è iniziata la più importante contestazione contro la legislazione. Da quando il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, è entrato in carica nel 2014, la libertà di stampa è in declino. Secondo alcune fonti di Reuters, diversi organi di stampa tradizionali non avrebbero fatto abbastanza per controllare l’operato del governo di Modi, il quale ha negato tali accuse e ha dichiarato di rispettare la libertà di stampa. Finora, solo attivisti per la libertà di parola e un gruppo di testate giornalistiche minori avevano contestato la legge, che permetterebbe a Nuova Delhi di identificare le fonti dei giornalisti e ostacolare il lavoro investigativo.

In un incontro di agosto, il governo aveva rassicurato le agenzie mediatiche sul fatto che la legge sulla privacy avrebbe tutelato la libertà di stampa. Nelle versioni precedenti della legge, era prevista l’esenzione per funzioni giudiziarie, regolamentari e giornalistiche, mentre adesso il giornalismo d’inchiesta non rientra tra le eccezioni. La petizione, presentata da DNPA, afferma che la legge e i regolamenti “minacciano l’intero spettro dell’attività svolta da giornalisti, reporter sul campo, cittadini, informatori, attivisti per il diritto all’informazione e altri soggetti interessati, e colpiscono al cuore del nostro quadro democratico, essendo contrari ai principi fondamentali della Costituzione indiana“.

Secondo la petizione, i giornalisti che indagano su casi di corruzione, cattiva condotta o irregolarità negli affari pubblici potrebbero dover ottenere ed elaborare informazioni personali sugli stessi individui la cui condotta è oggetto di indagine. La Corte Suprema ha rinviato l’udienza al mese prossimo per la legge che dovrebbe entrare in vigore da maggio 2027. Tra le 21 case editrici che hanno sottoscritto la petizione ci sono alcune società di proprietà dei miliardari Mukesh Ambani e Gautam Adani – come Network18 e NDTV – ma anche importati gruppi mediatici come Indian Express e Times of India.

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Anche Trump sanziona Almasri, vietato l’ingresso negli Usa. Fratoianni: “Nel mondo rimangono al suo fianco solo Nordio, Piantedosi e Mantovano”

31 October 2026 at 14:00

Salvato dall’Italia, condannato dalla Libia e adesso sanzionato dagli Stati Uniti. La vicenda dell’ex comandante della polizia giudiziaria libica, Osama Najeem Almasri, si arricchisce di un nuovo capitolo. L’amministrazione di Donald Trump ha infatti inserito Almasri e la moglie, Aml Faraj Mohamed Makhluf, nella lista di restrizioni sui visti gestita dal Dipartimento di Stato “per il suo coinvolgimento in gravi violazioni dei diritti umani, ovvero la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti inflitti ai detenuti nelle prigioni di Mitiga e al Jadida”.

Pertanto lui e la moglie non potranno entrare negli Stati Uniti. La Sezione 7031 (c), infatti, è una disposizione che impone restrizioni obbligatorie sui visti d’ingresso a funzionari di governi stranieri (e ai loro familiari stretti) coinvolti in gravi casi di corruzione o in violazioni dei diritti umani. La nota del segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le azioni di Almasri “tra cui omicidio, lavoro forzato e persecuzione di cristiani e membri di altri gruppi minoritari, lo rendono un pericolo per il popolo libico e per gli Stati Uniti“. L’amministrazione Trump, sottolinea il Dipartimento di Stato, “non tollererà alcuna forma di violenza contro i cristiani o i membri di altre minoranze religiose. La misura adottata oggi dal Dipartimento di Stato dimostra ulteriormente l’impegno incrollabile dell’amministrazione nel garantire che i responsabili di abusi rispondano delle loro azioni e nel proteggere il popolo americano dalle loro azioni. A seguito di questa designazione, Najeem e i suoi familiari non sono più ammessi negli Stati Uniti”.

“Ora perfino l’amministrazione Trump sanziona il miliziano libico Almasri, con il Dipartimento di Stato e con Rubio che denunciano il suo ruolo in torture, in violazioni dei diritti umani, in trattamenti disumani”, commenta Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra sottolineando (citando una nota frase di Meloni) che “in tutto il globo terracqueo rimangono al fianco del torturatore e trafficante Nordio, Piantedosi e Mantovano…”.

Come noto, infatti, Almasri era stato fermato in Italia il 19 gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale, con le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità, ma nell’arco di pochi giorni era stato scarcerato e riportato in Libia su un volo dei servizi, a causa dell’inerzia del ministero della Giustizia che scelse di non chiedere la convalida dell’arresto e l’applicazione di una misura cautelare. Dalla vicenda è nato un caso politico-giudiziario che ha portato all’apertura di un’indagine per favoreggiamento a carico dei ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e dell’Autorità delegata all’intelligence Alfredo Mantovano: nonostante la richiesta di autorizzazione a procedere arrivata dal Tribunale dei ministri, la Camera ha salvato i tre membri del governo e il fascicolo- come previsto dalle norme – è stato per questo archiviato.

Lo scorso giugno il Tribunale penale di Tripoli ha inflitto ad Almasri una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”. Per l’ex comandante, al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale, è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. E oggi anche gli Usa si muovono per sanzionare quello che anche per la giustizia libica è un torturatore.

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Media Usa: “Possibili raid contro l’Iran dal 4 novembre”. Khamenei: “Reagiremo allargando il conflitto, senza limiti geografici”

31 October 2026 at 12:43

Gli Usa minacciano nuovi attacchi e l’Iran risponde paventando l’allargamento geografico del conflitto. Ai Paesi del Golfo alleati di Washington sarebbe giunto il monito statunitense: nuovi raid contro Teheran potrebbero a partire del 4 novembre, il giorno dopo le elezioni di midterm, decisive per gli Usa e Donald Trump. Lo riferisce MS Now, citando tre alti funzionari dei Paesi arabi a conoscenza delle discussioni, come riportato da Al Jazeera.

Come risposta, la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha ordinato di aggiornare l’elenco degli obiettivi militari occidentali, affinché “ogni tipo di risorsa materiale e immateriale del nemico americano-sionista sia alla portata delle forze armate”. Il raggio d’azione delle forze armate della Repubblica islamica sarà “senza limitazione geografiche“, perché “qualsiasi livello e tipo di minaccia deve ricevere una risposta immediata ed efficace”, ha proseguito il leader. Khamenei ha dettato la linea durante un incontro con gli alti comandanti militari, secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa Irna e Tasnim. “Se i nemici dovessero nuovamente lanciare attacchi militari o terroristici, saranno le forze armate della Repubblica islamica e la nazione iraniana a determinare il momento e le condizioni della loro conclusione”, ha avvisato Khamenei stando ai media di Teheran. Come “massima deterrenza“, l’ayatollah ha invocato il rafforzamento della capacità di intelligence militare, lo sviluppo della difesa nazionale sul piano della “dottrina” e delle “tattiche” e l’impiego di nuove tecnologie per potenziare le capacità di difesa e di sicurezza.

Il rischio di un allargamento geografico del conflitto è stato ribadito dal portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, sulla piattaforma X: “Se il presidente americano dovesse lanciarsi nuovamente in un’avventura regionale, sotto la pressione dei sionisti e con l’obiettivo di compiacerli, le fiamme della guerra si estenderebbero senza dubbio a un’area geografica molto più vasta”.

Secondo le fonti della stampa Usa, gli attacchi contro l’Iran sarebbero di breve durata ma particolarmente intensi. I Paesi del Golfo starebbero facendo pressione su Washington affinché allenti le tensioni, per il timore di possibili ritorsioni iraniane. Un funzionario ha affermato che “non sarebbe sorpreso” se alcuni Stati del Golfo si opponessero all’utilizzo delle basi militari americane presenti sul loro territorio per lanciare gli attacchi. Gli Stati Uniti non colpiscono l’Iran dal primo settembre e il presidente Donald Trump si è impegnato a non condurre nuove operazioni militari prima delle elezioni di metà mandato. Interpellato sulle indiscrezioni, un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato a MS Now: “Non commentiamo piani militari sensibili che potrebbero esistere o meno”. Trump, ha aggiunto, “mantiene tutte le opzioni sul tavolo per garantire che l’Iran non possa mai avere un’arma nucleare”.

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Polonia, manifestanti davanti la sede della Corte costituzionale dopo la sospensione del presidente ordinata dal governo Tusk

31 October 2026 at 09:29

Crisi istituzionale in Polonia e tensioni in piazza a Varsavia. Al centro della contesa ci sono i vertici della Corte Costituzionale. Sullo sfondo, lo scontro tra il governo europeista di Donald Tusk e il presidente della Repubblica Karol Nawrocki, considerato alleato del partito d’opposizione Legge e Giustizia (PiS), al governo dal 2015 al 2023. Dopo la destituzione di Bogdan Swieczkowski – presidente del supremo organo di garanzia costituzionale – ordinata dall’esecutivo in carica, manifestanti si sono riuniti davanti la sede del Tribunale. Swieczkowski, sospeso dal suo incarico, ha incontrato Nawrocki, insieme al primo presidente della Corte, Zbigniew Kapiski. Il leader del PiS, Jaroslaw Kaczynski, ha definito le mosse del premier Tusk come un tentativo di colpo di Stato contro il potere giudiziario.

Durante le proteste di piazza, la polizia ha messo in sicurezza l’edificio della Corte, mentre decine di manifestanti si radunavano per protestare contro lo stop del mandato al presidente della Corte, deciso dall’esecutivo. La polizia ha dichiarato di aver fermato tre persone dopo che alcuni manifestanti hanno scavalcato la recinzione del Tribunale e altri hanno lanciato oggetti contro gli agenti. Nawrocki, in volo verso il Senegal, ha annunciato il ritorno in patria sulla piattaforma X:” In un momento come questo, il Presidente deve essere in Polonia. Interrompo il mio viaggio verso il Senegal. Sto tornando”. Il capo dello Stato ha annunciato consultazioni urgenti con i rappresentanti dei gruppi parlamentari, per porre rimedio al “colpo di mano” ai danni della Corte, ha riferito Interfax. Nawrocki ha evocato una “minaccia alla sicurezza interna”: “Questa notte si è verificata una violazione dell’ordine costituzionale della Repubblica di Polonia e un’occupazione forzata di un organo costituzionale dello Stato”, si legge nella dichiarazione del capo dello S, diffusa durante la manifestazione davanti alla Corte e letta dal capo della cancelleria presidenziale Pawel Szefernaker, come riporta Pap. Il presidente ha chiesto il ripristino della legalità e l’allontanamento delle forze di sicurezza dai locali della Corte costituzionale. La sospensione del presidente della Corte è stata annunciata da un’altra giudice, Anna Korwin-Piotrowska. Secondo quest’ultima, la destituzione era necessaria per “ripristinare lo stato di diritto“. La giudice – che ha assunto l’incarico di presidente della corte – si è detta pronta a incontrare Nawrocki presso il palazzo presidenziale per allentare la tensione e risolvere la crisi, secondo quanto riferito dall’agenzia polacca Pap.

Le massime istituzioni giudiziarie polacche, tra cui il Tribunale costituzionale, sono state uno dei principali motivi di contesa tra l’attuale governo filoeuropeo di Donald Tusk (ex presidente del Consiglio Ue) e il principale partito di opposizione, il partito nazional-conservatore Legge e Giustizia (PiS), considerato vicino al capo dello Stato Nawrocki. Il PiS è accusato dagli europeisti di aver imposto un controllo politico sulle principali istituzioni giudiziarie, inclusa la Corte costituzionale, duranti gli anni trascorsi al governo del Paese. Otto anni durante i quali la Polonia ha ricevuta sanzioni dalla Commissione europea. Nawrocki, ritenuto un alleato del precedente governo, all’inizio di quest’anno si è rifiutato di far prestare giuramento a tre dei sei giudici nominati dal Parlamento. Swieczkowski – già viceministro della Giustizia nel governo del PiS – si è rifiutato di consentire ai giudici eletti dalla maggioranza di Tusk di assumere le proprie funzioni.

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Gaza, la denuncia di Msf: “Non possiamo più produrre le maschere per i bambini ustionati a causa del blocco di Israele”

30 October 2026 at 17:51

I bambini di Gaza che hanno il volto ustionato rischiano di non poter più avere le protesi per curarsi a causa delle restrizioni di Israele. Si tratta di dispositivi essenziali, perché evitano malformazioni e disabilità permanenti. Lo denuncia Medici senza frontiere: il suo team impegnato nell’assistenza della popolazione palestinese non ha più il materiale per portare avanti la produzione delle maschere 3D. L’ultima è stata realizzata il 14 ottobre.

“A causa delle restrizioni e del blocco imposto dalle autorità israeliane su materiali essenziali, non siamo più in grado di continuare ad assistere i pazienti che hanno riportato gravi lesioni e ustioni al volto” racconta il dottor Feras Swairjo, responsabile delle attività di fisioterapia di Msf. “Abbiamo le competenze mediche e la capacità di aiutare questi pazienti, ma ci vengono negati i materiali di base necessari per svolgere il nostro lavoro. Ogni giorno assistiamo alle devastanti conseguenze delle ustioni gravi sui nostri pazienti a Gaza, molti dei quali sono bambini piccoli. Alcuni hanno riportato lesioni estese a causa degli attacchi aerei israeliani, mentre altri si sono ustionati cucinando in tende sovraffollate o su fuochi all’aperto”. Senza queste maschere specialistiche, i pazienti rischiano deformazioni permanenti del volto e disabilità che possono compromettere la capacità di muoversi, vedere o persino respirare normalmente. “Il blocco di queste forniture essenziali rischia di lasciare i bambini con disabilità per il resto della loro vita quando potrebbero essere evitate. Si tratta di un problema creato dall’uomo che potrebbe essere risolto oggi stesso. Le autorità israeliane devono consentire l’ingresso senza restrizioni dei materiali medici necessari per curare i pazienti ora”.

Nella clinica di Gaza City, Medici senza frontiere assiste un numero molto alto di pazienti con gravi ustioni al viso. A marzo, spiega l’organizzazione, l’85% dei pazienti in cura nella clinica erano bambini. “Per prevenire malformazioni permanenti e disabilità – scrive Msf in un comunicato – i pazienti hanno bisogno di maschere specifiche per la terapia a pressione. Dal 2020, Msf è l’unico fornitore di maschere fisioterapiche stampate in 3D a Gaza. Queste maschere esercitano una pressione costante sulle ustioni in via di guarigione, prevenendo cicatrici ipertrofiche e contratture che possono compromettere la respirazione, i movimenti e le funzioni facciali”.

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Balzano contro Dragoni: “Gli israeliani rivotano Netanyahu? Sono come i tedeschi se avessero riscelto Hitler nel ’45”

30 October 2026 at 16:51

Scontro furibondo a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi, e Fabio Dragoni, firma di Libero. A incendiare il confronto sono le elezioni in Israele, sulle quali Dragoni osserva: “Netanyahu ha perso la maggioranza, ma non nella maniera così trascendentale come tutto il mondo occidentale, salvo poche eccezioni, sperava o credeva. Noi continuiamo a non capire Israele, perché viviamo la vicenda Israele-Gaza con i nostri occhi. Le sirene le sentono in Israele, nei rifugi scendono gli israeliani. Gli israeliani ragionano con un’altra logica, sono uno Stato in guerra perenne e non si fanno le pippe mentali che ci facciamo noi accapigliandoci tra pro-Pal e pro-Israele”.
Dragoni cita un articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera e il risultato elettorale degli arabi israeliani: “Alla faccia di chi dice che in Israele c’è l’apartheid, abbiamo avuto una grande dimostrazione di democrazia. Vorrei capire quando ci saranno le elezioni in Libano e in tante altre parti”.

Balzano interviene immediatamente: “Le elezioni non sono l’elemento che consente necessariamente di distinguere il bene dal male. Partiamo da questo presupposto”.
Dragoni lo interrompe accusandolo di affrontare la questione come una tifoseria, ma lo scrittore respinge l’obiezione e porta il confronto sulla responsabilità politica degli elettori israeliani: “Con queste elezioni in Israele deve cadere l’ipocrisia di chi dice: ‘Non dovete parlare di Israele, ma del governo israeliano; non dovete parlare degli israeliani, ma di Netanyahu‘. No. Che sia bene o che sia male, in questo momento c’è un’unione delle responsabilità“.
E aggiunge: “Dopo aver visto tutto quello che è successo, e gli israeliani l’hanno visto perché ci sono i social, i video, la rete è piena di quello che è successo a Gaza e in Cisgiordania, se scelgono di rivotare Netanyahu significa che sono con Netanyahu, che sono d’accordo con lui, che sottoscrivono quello che decide. Dire che non bisogna coinvolgere il popolo israeliano era una boiata e si capiva già prima. Adesso non si può più dire. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che le responsabilità sono in solido”.

Poi arriva il paragone destinato a far esplodere definitivamente la discussione. Balzano richiama la Germania del 1945 e immagina cosa avrebbe significato un eventuale nuovo voto a favore di Adolf Hitler dopo gli orrori del nazismo: “Queste elezioni in Israele possono essere paragonate alla situazione nella quale i tedeschi avessero votato per Hitler nel ’45. Perché se lo voti negli anni Venti o nel ’33 puoi non sapere quello che farà, ma ora lo sai. Anche la Germania era in guerra, anche i tedeschi andavano nei rifugi, anche i tedeschi sopportavano i bombardamenti. Se nel ’45 avessero rivotato Hitler, avrebbero condiviso le responsabilità dei nazisti. Ed è quello che sta facendo il popolo israeliano, o perlomeno la maggioranza del popolo israeliano”.

Dragoni contesta il paragone e torna a insistere sulla condizione di pericolo vissuta dalla popolazione israeliana: “Sbagli, continui a perpetrare il tuo errore. Non ti immedesimi minimamente in ciò che vivono gli israeliani. Continui a non capire che quello è uno Stato in guerra e che non ragionano con le nostre categorie”.
Balzano ribalta l’accusa, chiamando in causa le sofferenze dei palestinesi e contestando con durezza la prospettiva adottata dal giornalista di Libero. “Sei tu che continui a non immedesimarti in ciò che patiscono le vittime di quello Stato terrorista. Sei tu che non ti immedesimi in ciò che patiscono le vittime di quello Stato neonazista che è Israele. Questo è l’errore, ed è tuo, non mio. C’è un genocidio e dinanzi a un genocidio c’è poco da dire“.
Dragoni insiste: “Gli israeliani capiscono meglio di te, perché le sirene suonano a loro, non a te. Capito?”.
“Con ‘ste sirene avete rotto il cazzo – replica lo scrittore – Hanno spianato Gaza, me ne sbatto i coglioni delle sirene di Tel Aviv, capito?”.

La firma di Libero contesta anche l’utilizzo della parola genocidio e chiama in causa Hamas, Hezbollah e l’Iran: “L’unico genocidio proclamato è quello di tante frange islamiche nei confronti di Israele, a partire da Hamas. Lo dico a voi, che provate una pulsione orgasmica per la parola ‘genocidio'”.
“Mi viene da ridere, ma ora il genocidio l’hanno fatto i palestinesi?”, ribatte Balzano.
“Ho detto proclamato”, precisa Dragoni.
“Ma mai realizzato”, replica il saggista.
“Allora Israele si deve sentire in colpa per non essersi fatto distruggere?”, rilancia Dragoni.
“No, Israele si deve sentire in colpa per aver perpetrato un genocidio a Gaza“, risponde Balzano.

La tensione raggiunge il culmine nell’ultimo scambio, quando Dragoni sostiene che gli unici a volere un genocidio siano “Hamas, Hezbollah e l’Iran”. Balzano torna ad attaccare duramente lo Stato israeliano e il suo esercito, ricorrendo a un ulteriore paragone con il nazismo: “Ma come fai a difendere Israele in questo contesto? Adesso la divisa delle SS di Hugo Boss se la sono messa loro addosso, e questo è il paradosso: l’Idf come le SS. Uguale”.
A chiudere il confronto, ormai incandescente, arriva la battuta sarcastica di Gianluca Fabi: “Caro Mossad, volevo solo dire che io mi dissocio “.

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Papa Leone XIV ha votato per posta alle elezioni di medio termine negli Usa

30 October 2026 at 16:26

Donald Trump ha provato a eliminarlo, il cittadino statunitense Francis Prevost lo ha usato per esercitare il proprio diritto di elettorato attivo. Papa Leone XIV ha utilizzato il voto per corrispondenza per dire la propria alle elezioni di medio termine del 3 novembre che potrebbero decidere il futuro politico del tycoon. Il pontefice, che segue da vicino la politica nel suo paese d’origine, “ha esercitato il proprio diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti, ogni volta che ne ha avuto la possibilità”, ha tenuto a chiarire la Sala Stampa della Santa Sede, e “in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica, il Papa ha inviato la propria scheda elettorale per posta a Chicago”. “Il Santo Padre ha inoltre confermato che, durante gli anni in cui ha risieduto in Perù, ha esercitato il proprio diritto di voto ogni volta che ne ha avuto la possibilità. Il Santo Padre esprime la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici”, ha spiegato ancora il Vaticano.

Il Chicago Sun-Times, che il 29 ottobre ha riportato per primo la notizia, ha riferito che Prevost “è ancora un elettore registrato in Illinois” e “ha presentato la richiesta il 3 ottobre” e prima di salire al soglio pontificio ha esercitato più volte il proprio diritto di voto. “I registri – si legge – mostrano che Prevost ha votato alle primarie repubblicane del 2012, 2014 e 2016, così come alle elezioni generali del 2012, 2014, 2018 e 2024. Ha votato anche alle primarie democratiche del 2008 e del 2010. Non ha votato alle primarie dell’Illinois di marzo”.

“Votando, il nostro Santo Padre dà l’esempio che incoraggia ogni cittadino a esercitare la propria responsabilità civica”, ha commentato Chieko Noguchi, portavoce e direttrice esecutiva degli affari pubblici della Conferenza episcopale Usa. “Come cattolici e come americani – sottolinea la portavoce dei Vescovi – abbiamo la benedizione di poter partecipare alla vita politica e pubblica della nostra nazione”. In vista del voto, ricorda, la Conferenza dei Vescovi incoraggia i cattolici a esercitare il diritto di voto “in un modo che metta la nostra fede prima della politica”.

I rapporti tra Leone XIV e Trump sono tesi da tempo. Tra i due si è consumato un duro scontro iniziato nell’ottobre 2025, quando il Pontefice ha definito “disumana” la stretta sui migranti decisa della Casa Bianca. La tensione è poi esplosa nell’aprile 2026 con il conflitto israelo-americano in Iran. Il 5 aprile, il Papa ha denunciato l’illusione di onnipotenza della guerra, e il 7 aprile ha condannato la minaccia di Trump di distruggere la civiltà persiana bollandola come “veramente inaccettabile“. Il presidente ha replicato su Truth definendo il Papa “DEBOLE sul crimine e terribile in politica estera“, arrivando ad accusarlo di sostenere il programma nucleare dell’Iran. La Casa Bianca ha poi liquidato i moniti vaticani parlando di “commenti slegati dalla realtà”.

Il 13 aprile 2026, imbarcandosi per l’Algeria, Leone XIV ha risposto apertamente: “Non ho paura dell’amministrazione Trump“, aggiungendo “continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra“. Pochi giorni dopo, il 5 maggio da Castel Gandolfo, il Papa ha ribadito che la Chiesa è contro l’atomo da anni e ha chiesto che chi lo critica lo faccia “con verità”. La frattura, alimentata anche dal vice J.D. Vance – che il 10 aprile da convertito al cattolicesimo si era permesso il lusso di contraddire Papa sulla corretta interpretazione del pensiero di Sant’Agostino -, ha spaccato il voto cattolico americano, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha tentato una mediazione a Roma il 7 maggio.

Ora il Pontefice ha annunciato urbi et orbi di aver votato. Risiedendo a Roma, lo ha fatto per posta, modalità che Trump ha cercato di eliminare senza però riuscirci. Nell’agosto 2025, il tycoon aveva espresso l’intenzione di azzerare l’uso delle schede postali e il 31 marzo 2026 aveva firmato l’ordine esecutivo 14399 che introduceva pesanti restrizioni a livello nazionale proprio in vista delle elezioni di metà mandato. Il 14 settembre 2026 la Corte Suprema, con una decisione approvata da 7 giudici contro 2, ha respinto la richiesta dell’amministrazione di sospendere il blocco delle nuove regole disposto da un tribunale federale. La Corte ha ritenuto improbabile che il governo potesse prevalere nel contestare l’ingiunzione e ha lasciato quindi le restrizioni inapplicabili alle elezioni del 2026.

Il voto di Leone XIV segna una discontinuità rispetto ai tre predecessori. Il 16 settembre 2005, alla vigilia delle elezioni politiche tedesche del 18 settembre, il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls confermò che Benedetto XVI, pur conservando la cittadinanza tedesca, non avrebbe votato: “I papi non votano“. Aggiunse che neppure Giovanni Paolo II aveva mai partecipato alle elezioni polacche durante il pontificato, iniziato il 16 ottobre 1978 e conclusosi con la sua morte il 2 aprile 2005. Per Francesco, eletto il 13 marzo 2013 e rimasto cittadino argentino, non risultano invece prove di voti espressi dall’Italia nelle consultazioni del suo Paese.

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“Ho sempre dolore, dappertutto. Non so perché sono sopravvissuta”: Christa Pike parla per la prima volta dall’esecuzione fallita

30 October 2026 at 14:18

“Da quella notte non c’è stato un solo momento in cui non abbia provato dolore. Mi fa male tutto il corpo. Mi fanno male le braccia. Mi fanno male le mani. Mi fa male la gola. Faccio ancora fatica a parlare. E il dolore non è solo fisico. C’è dolore nella mia mente e nella mia anima”. Parla tramite i suoi avvocati Christa Pike, e lo fa per la prima volta da quando il 30 settembre è sopravvissuta a una doppia iniezione letale in Tennessee. Ha affermato di provare un dolore costante da allora, ma si è detta grata per l’amore e il sostegno ricevuti. E ha aggiunto di essere entrata nella camera delle esecuzioni preparata a morire in pace e di essersi risvegliata sola e confusa in un letto d’ospedale.

Pike, 50 anni, ha affermato di non aver mai pensato a una vita dopo la data dell’esecuzione. “Sono profondamente ferita dall’incompetenza che ha messo così tante persone in questa terribile situazione. Continuo a pensare alla famiglia della mia vittima e al terribile dolore e alla perdita che hanno subito”, ha detto Pike. La donna è sopravvissuta a due dosi di pentobarbital mentre lo Stato tentava di giustiziarla per l’omicidio a coltellate della compagna di classe Colleen Slemmer, avvenuto nel 1995. Aveva 18 anni quando, insieme al suo fidanzato, torturò e uccise Slemmer, diventando una delle donne più giovani a essere condannate a morte. Ha dichiarato di essere grata al personale medico che le ha salvato la vita e alle persone che le hanno dimostrato gentilezza. “Non so perché sono sopravvissuta quella notte. Non so cosa succederà dopo. Alcuni giorni, trovare la speranza è più difficile di altri. Per ora, sto cercando di guarire, un giorno alla volta. E mi aggrappo all’amore e alla gentilezza di tante persone che mi hanno ricordato che non sono sola”, ha detto.

Gli avvocati di Pike hanno esortato il governatore del Tennessee, Bill Lee, a commutare la condanna della donna in ergastolo. Lee ha detto ai giornalisti questa settimana: “Sospetto che la sua condanna sarà la stessa di prima, a meno che i tribunali non decidano diversamente”. Lee ha chiesto un’indagine su quanto accaduto durante l’esecuzione fallita e ha rinviato l’altra iniezione letale prevista per quest’anno. La dichiarazione di Pike è stata dettata al suo team legale dall’infermeria del carcere in cui è detenuta. Pike è stata ricoverata in ospedale subito dopo l’esecuzione fallita e poi trasferita nuovamente in carcere presso il Centro di riabilitazione Debra K. Johnson.

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Oleshky, iniziata l’evacuazione dei 2 mila abitanti della città martire: 25 autobus per sfollare 750 persone. “Chi resterà riceverà sostegno umanitario”

30 October 2026 at 13:25

E’ cominciata l’evacuazione umanitaria a Oleshky. Sotto una pioggia battente, centinaia di civili rimasti intrappolati da mesi nella città sulla linea del fronte nel sud dell’Ucraina, minacciati dalla fame e sottoposti a bombardamenti incessanti, si sono radunati nei pressi dell’ospedale cittadino in attesa di salire sui pullman. I coordinatori principali dell’operazione, la russa Yana Lantratova e l’ucraino Dmytro Lubinets, hanno annunciato che l’operazione ha avuto inizio dopo lo sminamento delle strade locali. Lantratova ha dichiarato in un video diffuso dall’agenzia di stampa statale russa Tass che le persone disposte a lasciare Oleshky stanno salendo sugli autobus, mentre coloro che rimangono riceveranno aiuti. Secondo le autorità, nella città vivono ancora circa 2mila persone. Una tregua localizzata nella regione meridionale ucraina di Kherson è in vigore da 4 giorni e dovrebbe protrarsi fino a domenica sera. “Chiunque desideri lasciare Oleshky avrà l’opportunità di farlo in sicurezza”, hanno affermato Mosca e Kiev in dichiarazioni identiche. “Chi sceglierà di restare potrà farlo e riceverà tutto il sostegno umanitario di cui ha bisogno”, hanno aggiunto.

Lo sminamento dei percorsi designati per l’accesso alla città è stato completato nella tarda serata di giovedì, hanno affermato i funzionari, aggiungendo che due persone sono rimaste uccise durante i lavori. Lubinets ha dichiarato che l’evacuazione sarebbe proseguita fino alle 14:00 ora locale e che la distribuzione degli aiuti sarebbe iniziata 30 minuti dopo. Non è chiaro se si riferisse all’ora ucraina o all’ora della Russia occidentale, che è un’ora avanti. Il percorso che gli sfollati avrebbero seguito non è stato reso noto. Una volontaria di Oleshky, Ksenia Arkhipova, ha dichiarato giovedì ad Associated Press che circa mille residenti le avevano comunicato di voler lasciare la città. Ha aggiunto che era importante che la delegazione ucraina fosse presente a Oleshky perché molti residenti temono che le autorità russe possano interrogarli o arrestarli.

La drammatica situazione di Oleshky ha attirato l’attenzione internazionale. La first lady americana, Melania Trump, ha annunciato venerdì scorso la tregua locale. Una settimana prima, papa Leone XIV, appena tre giorni dopo l’intervento chirurgico per un tumore ai polmoni, aveva parlato con Vladimir Putin, chiedendo un cessate il fuoco che consentisse di evacuare la città. La tregua locale è entrata in vigore martedì e funzionari russi e ucraini si sono recati insieme, per la prima missione del genere, in una città sulla linea del fronte per evacuare i civili. L’esercito russo ha impiegato due giorni per sminare le strade di accesso. Successivamente, giovedì sera, Lubinets e Lantratova sono partiti con una flotta di 25 autobus, in grado di trasportare 750 persone, ambulanze per i malati e le persone con difficoltà motorie e camion carichi di aiuti umanitari.

I preparativi per l’evacuazione erano in corso da maggio, ha scritto giovedì su Telegram Lantratova, mentre si metteva in viaggio verso Oleshky. “La partenza di oggi è il risultato di mesi di negoziati e di un duro lavoro, senza i quali questa missione non sarebbe stata possibile”. Lubinets è il primo funzionario ucraino a visitare la Russia e i territori ucraini occupati dai russi dall’inizio dell’invasione su vasta scala del 2022. «È importante capire che cosa sta succedendo sul terreno e fare tutto il possibile affinché l’accordo raggiunto venga attuato», ha scritto il parlamentare ucraino su X.

Oleshky si trova sulla riva sud-orientale del fiume Dnipro, nell’Ucraina meridionale, dove il corso d’acqua segna la linea del fronte tra i due eserciti in guerra. La città è sotto occupazione russa dall’invasione su vasta scala del 2022. Sulla riva opposta del fiume si trova Kherson, centro molto più grande, presa dalla Russia e successivamente riconquistata dalle forze ucraine. Al momento dell’invasione, Oleshky contava circa 24.000 abitanti, ma la maggior parte di loro era fuggita nelle prime fasi della guerra. Con il crescente predominio dei droni in questa guerra, Oleshky si trova proprio all’interno della cosiddetta «kill zone», la zona di morte che si sta progressivamente estendendo tra le due parti: un’area in gran parte abbandonata dai civili, nella quale qualsiasi cosa si muova sul terreno può essere individuata dall’alto e diventare un bersaglio.

Un cessate il fuoco è in vigore da martedì. Le forze russe, che controllano la città e la regione circostante, hanno iniziato a sminare le strade di accesso e a organizzare il trasporto su camion degli aiuti umanitari, compresi medicinali e generi alimentari. Agli abitanti è stato comunicato di prepararsi a partire in autobus venerdì. Il percorso concordato per l’evacuazione attraversa territori controllati dalla Russia, pertanto sono state coinvolte soltanto le forze russe. Gli ucraini hanno avvertito che i civili temono che l’evacuazione possa comportare il loro arresto o subire vessazioni da parte dei russi, oppure che la Russia possa rendere difficile il loro ritorno in Ucraina.

La Russia stava dando una sistemata a Oleshky in vista dell’arrivo, venerdì, di persone non russe e delle loro videocamere, ha scritto su X Mariam Lambert, ex diplomatica e direttrice della Emile Foundation, un’organizzazione benefica che lavora per aiutare i bambini separati dalle loro famiglie a causa della guerra. Lambert ha riferito che un abitante di Oleshky le aveva raccontato che i russi stavano pulendo le strade, ridipingendo gli edifici e “cercando di creare una bella immagine nel mezzo dell’inferno”.

Roman Kostenko, parlamentare e presidente della commissione per la Difesa e l’intelligence del Parlamento ucraino, ha dichiarato che esistono preoccupazioni sul fatto che il cessate il fuoco possa consentire all’esercito russo di rifornire e avvicendare le proprie truppe nella zona, comprese quelle schierate sulle isole del delta del Dnipro. “Sappiamo che il nemico sfrutterà questa situazione a proprio vantaggio”, ha dichiarato Kostenko. “Credo che cercheranno di effettuare un avvicendamento delle truppe, portare altre forze, riorganizzarsi e occupare posizioni migliori. Perciò dovremo tenerli d’occhio”.

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Maxi rissa nel Parlamento armeno: è la terza questo mese. Emorragia nasale per un deputato

30 October 2026 at 13:17

Maxi rissa tra esponenti del governo e dell’opposizione nel Parlamento armeno. In particolare, secondo i media locali, il deputato filogovernativo Taron Chakhoyan di “Patto Civico” ha preso in giro la famiglia del leader dell’opposizione Narek Karapetyan (Armenia Forte) e da questo episodio è nato lo scontro. Il presidente dell’Assemblea Nazionale Ruben Rubinyan ha tentato in un primo momento di non sospendere la seduta, ma quando la tensione è esplosa lo stop è stato inevitabile. I giornali armeni parlano di un’emorragia nasale per un deputato dell’opposizione e di abiti strappati per un altro. Questa è la terza rissa in Parlamento che avviene in questo mese.

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Trump annulla i comizi in Kansas e Iowa, roccaforti repubblicane oggi contendibili per i dem

30 October 2026 at 12:31

Niente comizio in Kansas. E neppure in Iowa. A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump dà forfait in due stati da decenni solidamente repubblicani, ma che per queste midterm sono ritenuti contendibili e non più sicuri per il Gop. Le ragioni dietro l’annullamento degli appuntamenti non sono state rese note, ma al loro posto il presidente ha in programma fino a 20 comizi telefonici (o virtuali), una mossa che segna un cambio di strategia a pochi giorni dal 3 novembre. Per il momento, l’unico evento in presenza previsto da Trump è un comizio in Florida, in programma oggi, riferisce Cnn.

Il presidente ha dichiarato che la decisione di cancellare l’evento in Kansas non ha nulla a che fare con le prospettive elettorali dei candidati repubblicani né con la sua stessa resistenza fisica, arrivando a rimproverare un giornalista della Reuters che gli aveva chiesto informazioni sul suo stato di salute. In Kansas e in Iowa il tycoon rischia di pagare gli effetti della sua guerra in Iran, che ha fatto aumentare il prezzo dei carburanti, un’impennata che pesa sugli agricoltori dei due stati. Il presidente rischia di pagare dazio anche in South Carolina, altro stato fortemente repubblicano, per aver imposto come successore ad interim del defunto senatore Lindsey Graham con la sorella Darline, che non ha alcuna esperienza politica.

Intanto, il Texas resta lo Stato su cui puntano maggiormente i democratici, nella speranza di conquistare un seggio al Senato che manca loro da 33 anni. È quanto emerge, secondo Axios, da un briefing riservato del Senate Majority Pac, il principale comitato di finanziamento elettorale democratico impegnato nella corsa per il Senato, con alcuni dei suoi maggiori finanziatori. Il presidente dell’organizzazione, Jb Poersch, avrebbe espresso fiducia nella possibilità di riconquistare la maggioranza alla Camera alta, indicando proprio il Texas come lo Stato in cui i democratici avrebbero le maggiori possibilità di strappare un seggio ai repubblicani, seguito dall’Ohio. Anche Iowa e Alaska vengono considerati alla portata, mentre persino il Kansas, tradizionale roccaforte repubblicana, sarebbe diventato contendibile.

Per riconquistare il controllo del Senato, i democratici dovrebbero conquistare almeno due dei quattro seggi in palio in Texas, Ohio, Iowa e Alaska, vincere anche in North Carolina e Maine e difendere il seggio del Michigan. Una sfida tutt’altro che semplice, considerando che Donald Trump aveva vinto tutti e quattro gli Stati nel 2024 con margini superiori ai dieci punti percentuali. In Texas, dove l’ultimo democratico eletto al Senato fu Lloyd Bentsen nel 1988, per i sondaggi il candidato James Talarico risulta in leggero vantaggio sul repubblicano Ken Paxton. “Ci sono segnali di ottimismo in Texas, ma la corsa resta incerta, così come in Iowa, Ohio e Alaska”, ha dichiarato Lauren French, portavoce del Senate Majority Pac.

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Maxi cyber-attacco a Binance: 6,3 miliardi di dollari spostati in 20 minuti. Analisti Usa: “Opera di hacker della Nord Corea”

30 October 2026 at 12:13

Un “attacco complesso” il cui “impatto totale stimato si attesta intorno ai 6,3 miliardi di dollari”. Binance, la più grande piattaforma di scambio di criptovalute al mondo per volume di transazioni giornaliere, ha reso noto un problema di sicurezza causato da un attacco hacker. “È il più grande attacco informatico della storia”, ha commentato Aravind Srinivasan del market maker GSR.

In un primo momento, la piattaforma aveva comunicato che l’incidente era legato “al computer di un ingegnere DevOps, che sarebbe stato compromesso, consentendo a un attaccante di accedere a un container di servizio ed eseguire transazioni di prelievo non autorizzate”, aveva scritto l’azienda giovedì nel dare la notizia del breach. Oggi le indagini hanno “rivelato ulteriori punti di violazione“: “Si è trattato di un attacco complesso e stiamo facendo tutto il possibile, in coordinamento con le forze dell’ordine, per risolvere la situazione”. L’azienda non ha confermato esplicitamente che dei fondi siano stati sottratti: “Potete stare certi che i fondi degli utenti sono assolutamente al sicuro”, ha dichiarato un portavoce in un comunicato.

Secondo la società di analisi blockchain statunitense TRM Labs, dietro l’attacco ci sarebbero hacker nordcoreani: “Un hacker ha spostato circa 6,36 miliardi di dollari dai portafogli di Binance su dieci blockchain, la maggior parte dei quali in circa 20 minuti“, ha dichiarato l’azienda in un post sul suo blog. “TRM attribuisce l’attacco a TraderTraitor, l’unità di hacker d’élite nordcoreana, sulla base di solide informazioni on-chain e off-chain”, si legge ancora. Secondo le autorità statunitensi e sudcoreane, nonché gli esperti di sicurezza informatica, Pyongyang utilizza da anni unità informatiche statali per lo spionaggio, il furto di denaro e la generazione di entrate illecite.

“Binance ha già accantonato oltre 6,34 miliardi di dollari di fondi aziendali per coprire questo incidente – ha scritto Binance questa mattina su X -. 5 miliardi di questi fondi sono già detenuti negli asset token esatti che sono stati colpiti. Stiamo completando l’acquisto dell’importo rimanente acquistando asset token attraverso canali di mercato e canali OTC. Lo stiamo facendo per corrispondere al formato degli asset token rimanenti e affrontare eventuali carenze di asset. Questo passaggio può richiedere più tempo perché alcuni token potrebbero avere bassa liquidità e il regolamento OTC richiede anch’esso tempo”.

“Queste cifre – si legge ancora – non includono asset congelati o protetti, che rimangono soggetti a recupero e verifica in corso. Attualmente, 3 miliardi di dollari sono stati congelati, grazie ai nostri partner del settore. Stiamo lavorando con i partner e le forze dell’ordine per recuperare gli asset congelati. Continueremo a utilizzare risorse aziendali per coprire le carenze confermate e forniremo ulteriori aggiornamenti verificati man mano che i sforzi di recupero procedono. In definitiva, tutti i fondi degli utenti saranno verificati pubblicamente attraverso la nostra Proof of Reserves. Supereremo questa tempesta”.

Binance ha dichiarato di prevedere la ripresa dei prelievi entro 45 ore, dopo aver annunciato in precedenza la “sospensione temporanea” di tutti i depositi e prelievi. “I depositi non hanno subito ripercussioni”, ha precisato la società. Non abbiamo riscontrato alcuna prova di fuga di chiavi private dai wallet”, ha affermato la società, promettendo di diffondere un’analisi tecnica dettagliata una volta concluse le indagini.

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Cinque attivisti italiani fermati in Cisgiordania durante la raccolta delle olive: la Farnesina chiede il rilascio immediato

30 October 2026 at 10:13

Erano insieme ad alcuni cittadini palestinesi e li affiancavano mentre erano impegnati nella raccolta delle olive, uno dei più rilevanti fattori di sostentamento per chi abita in Cisgiordania. Ma cinque attivisti italiani sono stati fermati dalle autorità israeliane nei pressi del villaggio di Al Lubban al-Gharbiyye nell’ambito di un’operazione che ha coinvolto anche altri cittadini stranieri, e trasferiti in una stazione di polizia. La Farnesina, da Roma, ne ha chiesto il rilascio immediato, mentre sul posto si sono attivati l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme per ottenere chiarimenti sulle circostanze del fermo e garantire loro assistenza consolare.

La stagione della raccolta delle olive è un momento ad altissimo rischio di incidenti con i coloni, e sono tanti gli attivisti che arrivano nei Territori da tutto il mondo per portare sostegno e aiuto, ma anche a fare da scudo, agli agricoltori locali. La scorsa settimana due italiani – Alberto e Manuel Tartarotti, un padre e un figlio arrivati da Bolzano per consegnare fondi umanitari e sostenere la raccolta nei campi – erano stati trattenuti per oltre un giorno dalla polizia israeliana con l’accusa di terrorismo, e poi formalmente espulsi. Il giorno successivo, un’altra stretta contro i volontari impegnati a difesa dei raccoglitori di olive aveva portato al fermo di un gruppo di attivisti del quale facevano parte anche cinque cittadine italiane: anche loro, trattenute per ore in una stazione di polizia e interrogate, sono state espulse il giorno successivo.

Sempre la scorsa settimana in una maxiretata dell’Idf erano finiti una novantina di volontari, tra cui anche il candidato ebreo democratico al Congresso degli Stati Uniti Brad Lander. “Stavo solo raccogliendo olive in Cisgiordania – aveva scritto sui social in quell’occasione -. L’occupazione è un crimine secondo il diritto internazionale. Raccogliere olive non è un reato secondo nessuna legge che io conosca”. Lander, insieme a decine di altri, è stato successivamente rilasciato sotto severe restrizioni di movimento.

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Novaya Gazeta chiude in Russia: “Siamo stati uccisi da autorità di Mosca e servizi segreti”

30 October 2026 at 09:09

“Siamo stati uccisi. Il 9 novembre spegneremo le luci del nostro edificio, dove abbiamo vissuto per 30 anni, spegneremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi segreti russi hanno costretto la redazione a cessare le attività”. Il sito di Novaya Gazeta, quotidiano classificato come agente straniero da Mosca, ha annunciato la cessazione delle attività in Russia. La testata, nota in Occidente soprattutto per essere il quotidiano sul quale Anna Politkovskaja – uccisa nel 2006 – pubblicava le sue inchieste, era già sottoposta a limitazioni dal 2022. Parte della redazione aveva già lasciato il Paese, continuando a lavorare al progetto Novaya Gazeta – Europe.

“Una trentina d’anni di vita insieme al Paese e ai suoi cittadini finiranno per noi per strada, senza mezzi di sussistenza, sotto la costante minaccia della repressione“, aggiunge Novaya Gazeta. Il giorno prima era stato reso noto che la redazione sarebbe stata sfrattata dalla propria sede in Potapovsky Lane, nel centro di Mosca, dove i giornalisti avevano lavorato per 29 anni, sottolinea Meduza, evidenziando che a seguito di ciò chiuderà anche il Museo di Anna Politkovskaya, che aveva sede nell’ex ufficio della giornalista. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 le autorità russe hanno bloccato i siti web del giornale e ne hanno revocato la registrazione, poi a settembre del 2026 Novaya Gazeta era stato dichiarato “agente straniero”. Secondo l’Economist, il 26 ottobre si è tenuta una riunione del board del giornale in cui è stato deciso di chiudere e oggi è giunto l’annuncio della testata.

Nel lungo testo dell’annuncio pubblicato sul suo sito, Novaya Gazeta ripercorre la sua storia, che si intreccia con quella della Russia. “I nostri anni sono stati felici: pieni di creatività e speranze, lettori, amici, testi, film. A volte, questi anni sono stati disperatamente amari. Amari, perché è stato proprio durante il regno di questo regime, e non negli anni ’90 della criminalità organizzata, che i nostri colleghi sono stati uccisi per motivi politici, per aver adempiuto al loro dovere professionale e civico: Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stas Markelov, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova. Contemporaneamente alla lettera di sfratto, hanno disattivato il sistema di donazioni che ci permetteva di ricevere contributi dai nostri lettori. In altre parole, ci hanno privato di qualsiasi fonte di finanziamento. Completamente”, denuncia il giornale. E ancora: “Si tratta di un’operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione delle banche secondo cui agiscono in base a regole aziendali interne. Si tratta di regole esterne, stabilite dall’apparato statale repressivo, da funzionari dell’Fsb che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese come una loro proprietà“.

Poi, dopo avere ripercorso le restrizioni a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina e l’aggressione al caporedattore Dmitry Muratov, Nobel per la Pace nel 2021, Novaya Gazeta sottolinea che “questa non è solo la nostra storia personale. È la storia di un Paese e di una società che vengono annientati esattamente allo stesso modo”. “A compiere tutto questo sono l’Fsb, il ministero della Giustizia, la Procura e altri che hanno privatizzato lo Stato e usurpato il potere. Non si tratta di risentimento sovietico; sotto questa copertura è stata praticamente instaurata una dittatura militare“, denuncia il giornale. “I diritti umani e le libertà sono stati eliminati nel Paese, e la loro tutela è stata equiparata a un reato. Le elezioni e gli organi eletti sono stati di fatto eliminati. Le istituzioni pubbliche sono state smantellate. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La vita privata è stata stravolta da mani sporche. L’articolo 29 della Costituzione, secondo cui ‘la censura è vietata’, non suona forse oggi come una beffa? I tribunali sono stati distrutti, insieme alla legge e allo Stato di diritto. Avere le proprie convinzioni è ora considerato tradimento”, si legge ancora. Poi la conclusione: “Ma il tradimento è quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta svolgendo proprio ora sotto gli occhi del mondo intero. L’assassinio di Novaya Gazeta ne è un’ulteriore prova. In tutti questi anni abbiamo scritto proprio di questo. Finché abbiamo potuto. Ecco perché l’abbiamo chiusa. Grazie a tutti coloro che ci hanno ascoltato”.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina gran parte dello staff del giornale si era spostata in Lettonia e aveva lanciato Novaya Gazeta Europe. La testata originaria è stata privata della licenza per operare in Russia già nel 2022, all’indomani dell’avvio delle ostilità contro Kiev. Da allora era rimasta operativa nel Paese solo per la raccolta di informazioni relative alle inchieste giornalistiche. Sul sito del giornale si legge: “Novaya Gazeta Europe è stata fondata nell’aprile 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina avvenuta sei settimane prima e alla conseguente introduzione della censura di guerra che ha costretto la maggior parte dei redattori e dei giornalisti di Novaya Gazeta a lasciare il Paese. Con sede a Riga, capitale della Lettonia, Novaya Gazeta Europe intende portare avanti l’eredità di Novaya Gazeta, che da oltre 30 anni è uno dei nomi più autorevoli del giornalismo indipendente russo”. Da giugno 2023 anche questa nuova entità – che ha sede a Riga e collaboratori nell’est Europa – è stata dichiarata “organizzazione indesiderata” e messa al bando in Russia.

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Un elicottero militare è precipitato in Bosnia, morti quattro italiani: due dell’Esercito e due operatori della Croce Rossa. 11 feriti

29 October 2026 at 17:19

Un elicottero militare italiano è precipitato nel pomeriggio di oggi, per cause ancora in corso di accertamento, in Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un CH-47 Chinook, impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea. Il bilancio è di quattro morti e undici feriti, tutti italiani. A confermarlo, in serata, è stato il ministro ministro della Difesa, Guido Crosetto. Le vittime sono due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana.

Le vittime sono tre uomini e una donna: “Abbiamo atteso che la drammatica notizia della morte dei loro cari fosse portata alle famiglie e volevamo evitare che altre centinaia di famiglie vivessero ore di angoscia in attesa di conoscere i nomi delle persone coinvolte”, ha detto Crosetto rendendo note le identità delle vittime. Sono: il sergente Simone Ruggia, il sergente Claudio Marchesi (entrambi del comando aviazione dell’Esercito), il tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e la sergente della Croce Rossa Laura Procacci.

“Gli undici feriti stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile”, ha sottolineato il ministro esprimendo il cordoglio suo e di tutta la Difesa “alle famiglie dei nostri caduti”: “Non esistono parole capaci di colmare una perdita così grande”, ha aggiunto. L’incidente è avvenuto nella zona di Brčko, al confine con la Serbia, durante un’operazione di routine, ha fatto sapere Eufor.

I militari morti nell’incidente erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo, al primo reggimento ‘Antares’. Secondo quanto si apprende, l’elicottero sarebbe partito ieri mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, avrebbe raggiunto la Bosnia. “Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente, che sarebbe avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brcko”, ha dichiarato in diretta al Tg4 l’ambasciatrice d’Italia in Bosnia-Erzegovina, Sarah Castellani. “A bordo c’erano in totale 15 persone italiane“, ha spiegato. Le cause della tragedia, informa la Difesa, sono attualmente in corso di accertamento. Sono già state avviate le attività di indagine necessarie a ricostruire la dinamica dell’incidente e a chiarire le circostanze dell’accaduto.

“Ho appreso con profonda commozione la notizia del decesso dei militari occorso nel tragico incidente elicotteristico in teatro operativo bosniaco nell’ambito dell’operazione ‘Althea’. In questa triste circostanza, voglia rendersi interprete presso l’Esercito Italiano e il Corpo Militare della Croce Rossa dei miei sentimenti di cordoglio e di commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento, chiedendo loro di esprimere ai familiari delle vittime la mia vicinanza e solidarietà”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio al capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano. Anche dal governo e dai partiti di opposizione arrivano i messaggi di cordoglio. “La notizia del tragico incidente che ha coinvolto un elicottero italiano di Eufor in Bosnia-Erzegovina è motivo di profondo dolore“, scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Il mio pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia. A loro va la mia più sincera vicinanza e quella del governo italiano”. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, esprime la sua vicinanza “alle nostre forze armate per la tragedia”: “Un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani”, scrive il vicepremier sottolineando che l’Ambasciatore d’Italia a Sarajevo “si sta già recando a Brčko, luogo dell’incidente” e che il Ministero degli Esteri “fornirà tutto il supporto necessario. Una preghiera per i nostri caduti e i nostri feriti nell’adempimento del dovere”, conclude.

A rendere noto l’incidente era stata la stessa Forza militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina: ha parlato di un velivolo della missione precipitato nella zona di Brčko, al confine con la Serbia. In serata l’Eufor conferma in un comunicato che l’elicottero è precipitato durante un’esercitazione di routine. La missione europea aggiunge che non si sono registrati danni a infrastrutture, proprietà o veicoli civili e nessun civile è rimasto ferito nell’incidente. I servizi di emergenza della Bosnia-Erzegovina e il team di collegamento e osservazione dell’Eufor sono giunti sul posto, hanno recuperato il personale coinvolto e lo hanno immediatamente trasportato presso le strutture mediche di Brcko. L’Eufor, aggiunge la nota, sta conducendo un’indagine approfondita e completa per accertare le cause di questo tragico incidente, e pubblicherà le informazioni pertinenti non appena disponibili e verificate. La missione europea si dice inoltre “profondamente addolorata per questa tragica perdita di vite umane ed esprime le sue più sentite condoglianze agli amici e ai familiari di coloro che hanno perso la vita al servizio della pace”.

Eufor ha invitato i cittadini a non diffondere informazioni non verificate e disinformazione e a informarsi sull’incidente esclusivamente attraverso i canali ufficiali. La missione europea è presente in Bosnia-Erzegovina dal 2004, quando subentrò alla forza di peacekeeping della Nato dispiegata dopo la guerra del 1992-1995. Attualmente conta diverse centinaia di militari provenienti da 24 Paesi europei.

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Turchia, crolla un “camino delle Fate” in Cappadocia: due morti. La frana provocata da forti piogge

29 October 2026 at 14:20

È uno dei simboli della Turchia e, nello specifico, la principale attrazione turistica della Cappadocia. Ed è possibile che siano state le forti piogge che hanno colpito la regione a fare crollare un ‘camino delle fate’ all’ingresso del Museo all’aperto di Göreme. Il governatore di Nevşehir, Hüseyin Kök, ha annunciato che due persone hanno perso la vita e una è stata tratta in salvo ma è ferita. “A seguito di un crollo roccioso innescato da una frana a Göreme, abbiamo recuperato i corpi di due persone. Una persona ferita è stata trasportata in ospedale, dove sta ricevendo le cure d’emergenza. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso”, ha dichiarato Kök, aggiungendo che la frana è stata causata dalle “abbondanti precipitazioni”, riferisce l’emittente Ntv. “Nell’area interessata dal crollo erano presenti delle persone. Sebbene non si tratti di una zona destinata al passaggio dei pedoni – e quindi non particolarmente affollata – vi erano comunque delle persone. Sul posto sono giunte la gendarmeria e le forze di polizia. Sono in corso intensi interventi di soccorso. Le persone vengono allontanate dalla zona per precauzione, dato il rischio di ulteriori crolli”, ha affermato il corrispondente di Ntv sul posto, aggiungendo che la frana si è verificata alle 15 ora locale, le 13 in Italia. In Cappadocia, una delle zone turistiche più note della Turchia, già nel 2024 e nel 2025 erano stati registrate delle frane che avevano portato al crollo di alcuni ‘cammini delle fate’, formazioni rocciose a forma piramidale, ma il cedimento delle strutture non aveva provocato né feriti né vittime.

(immagine tratta da Wikipedia)

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Wall Street Journal: “Via libera di Trump all’arrivo di Bolsonaro negli Usa. È entrato con un permesso umanitario”

29 October 2026 at 13:58

È scappato dal Brasile dopo avere perso le elezioni ed è arrivato in Florida, prima entrando a piedi in Argentina, poi imbarcandosi su un volo per gli Usa dall’Ecuador. Nei giorni scorsi il presidente Usa Donald Trump aveva dichiarato, prima di partire per un comizio in Ohio in vista delle elezioni di midterm, che non si sarebbe intromesso nella vicenda che riguardava la fuga di Flavio Bolsonaro e, pur sottolineando di non volere essere coinvolto, aveva aggiunto che “è stata un’elezione molto strana, questo è certo”. Ma secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, il capo della Casa Bianca sarebbe tutt’altro che estraneo alla fuga del candidato sconfitto da Lula, scappato dopo che il giudice Alexandre de Moraes aveva disposto la consegna dei suoi passaporti nell’ambito di un’indagine per sospetto riciclaggio di denaro, nella quale il senatore nega ogni irregolarità. Il giornale finanziario Usa scrive che il tycoon ha approvato personalmente l’ingresso suo e della sua famiglia negli Stati Uniti e il segretario di Stato Marco Rubio si è attivato per il rilascio dei visti. La famiglia Bolsonaro è comunque entrata negli Stati Uniti con un “permesso umanitario” che consente la permanenza di un anno. Il Wsj, che cita alcune fonti, aggiunge inoltre che dall’esilio Bolsonaro intende continuare la sua attività politica. “Sono io il presidente eletto – ha dichiarato Bolsonaro dopo la fuga negli Usa – e i criminali che hanno rubato le elezioni in Brasile fanno parte di un’organizzazione criminale che ha instaurato una tirannia”, ha scritto il senatore in una dichiarazione pubblicata sul suo profilo X, denunciando una “frode elettorale”. “Da qui guiderò l’opposizione”, ha aggiunto.

Il senatore brasiliano ha ringraziato il presidente argentino Javier Milei, oltre a Trump, per l’accoglienza negli Usa, dove è arrivato con la famiglia il 28 ottobre. In una lettera diffusa dopo l’arrivo a Miami, il figlio dell’ex presidente del Brasile ha denunciato presunti brogli elettorali senza presentare prove e ha chiesto l’annullamento della candidatura di Lula e del suo vice Geraldo Alckmin, accusando le istituzioni brasiliane di persecuzione politica. Bolsonaro Jr ha criticato in particolare il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, contestando la proroga dell’orario di voto fino alle 19, decisa domenica. Secondo il senatore, la misura avrebbe consentito a Lula di ottenere oltre 10 milioni di voti in più rispetto al primo turno.

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il presidente argentino Javier Milei pare siano state le principali menti dietro alla sofisticata e polemica operazione di intelligence che ha consentito a Flavio Bolsonaro di fuggire dal Brasile. Tra i vari dettagli emersi sulla fuga anche quello riguardante il jet privato utilizzato da Bolsonaro. Il Gulfstream G400 matricola LV-JQW, appartiene infatti alla compagnia privata Baires Fly, legata a sua volta ad uno dei principali scandali di corruzione che coinvolgono attualmente il governo argentino di Javier Milei. La società figura infatti nell’inchiesta sul riciclaggio di denaro proveniente da presunte tangenti negli acquisti di medicinali e forniture dell’Agenzia Nazionale Argentina per i Disabili (Andis). Si tratta dell’indagine condotta dal pm argentino Franco Picardi, che ha individuato nel titolare reale di Baires Fly l’imprenditore Sergio Mastropietro, la mente dietro il “lavaggio di fondi derivanti dai sovrapprezzi applicati agli acquisti effettuati dall’Agenzia”, guidata dall’allora avvocato di Milei, Diego Spagnuolo. Lo stesso Milei utilizzò uno dei velivoli della compagnia per il suo primo viaggio internazionale del 2023 negli Stati Uniti, suscitando polemiche anche perché il volo privato venne finanziato dall’imprenditore Gerardo Werthein, poi nominato ambasciatore dell’Argentina a Washington.

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Ucraina, droni russi contro una banchina del treno a Dnipro: “Almeno 13 morti”

29 October 2026 at 11:11

Le forze armate russe hanno attaccato con droni la banchina della stazione ferroviaria di Dnipro, sulla quale si trovava il treno Dnipro-Zaporizhzhya. Almeno “13 persone sono state uccise nell’attacco russo a Dnipro. Almeno cinque i feriti”, ha reso noto il capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk, Oleksandr Ganzha. L’attacco è l’ultima di una serie di raid russi nella regione, dove, nelle ultime settimane, attacchi condotti con droni e aerei da guerra hanno danneggiato edifici residenziali e infrastrutture critiche. La città di Dnipro è stata più volte presa di mira nel corso del conflitto: l’ultima il 25 ottobre, quando le autorità avevano riferito della morte di quattro persone.

“Un orribile attacco russo ha colpito la stazione ferroviaria di Dnipro – ha scritto su X Volodymyr Zelensky -. I russi hanno lanciato un’incursione con droni contro un binario dove si trovavano un treno per pendolari e un treno passeggeri. Purtroppo, al momento, si contano 13 vittime accertate”. “Quanti attacchi terroristici ha sferrato la Russia contro il nostro popolo da quando le sanzioni contro alcuni oligarchi russi e il settore energetico russo sono state revocate, anziché portare a una de-escalation?”, domanda il presidente ucraino riferendosi a Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, rimossi dall’Unione europea dalla lista dei miliardari il 22 settembre. Secondo Zelensky “è giunto il momento di adottare nuove e più severe misure sanzionatorie da parte dell’Ue, degli Stati Uniti e del G7”.

(Foto di DSNS Ukrayiny, l’autorità governativa responsabile per la protezione civile)

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Studente di Foggia esce illeso dal disastro ferroviario in Spagna e rimane per prestare soccorso

29 October 2026 at 09:53

Uscito illeso dal disastro ferroviario in Spagna, è rimasto a prestare aiuto ai feriti. È la storia di Antonio Narciso, studente originario di Foggia, che dopo essere sopravvissuto all’incidente ha deciso di rimanere e aiutare i soccorritori. La notizia è riportata dal Corriere della Sera. Il giovane è infatti un volontario della Protezione civile in Puglia, in particolare dell’associazione Prima Vela di Foggia. “Le ore sono frenetiche e c’è davvero tanto da fare“, ha scritto sui social dopo aver rassicurato amici e familiari sulle sue condizioni.

Narciso ha così deciso di mettere la sua esperienza e la sua formazione al servizio dei soccorsi spagnoli. Sui social ha anche descritto il lavoro intenso che le squadre di recupero stanno svolgendo, restituendo il clima di emergenza e frenesia che una tragedia del genere porta con sé; in particolare, per ciò che concerne gli italiani coinvolti nel disastro ferroviario, attualmente ci sono tre donne disperse, mentre gli altri sei passeggeri che si trovavano a bordo dei convogli sono stati recuperati e sono in condizioni stabili. La situazione è perfettamente riassunta dalle parole di Narciso: “Stiamo dando il massimo unendo le forze“.

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