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Scuole e università, le ragioni di chi sta occupando. Dal carovita ai tagli all’istruzione: “La guerra non la paghiamo”

30 October 2026 at 07:07

Non soltanto lavoratori e sindacati. Nelle piazze di venerdì 30 ottobre, per lo sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base, ci sarà anche una parte del movimento studentesco che da settimane occupa scuole e università in tutta Italia. Diritto allo studio, caro affitti, edifici fatiscenti e riarmo: sono queste alcune delle ragioni che hanno portato gli studenti a mobilitarsi e che domani proveranno a portare in piazza insieme ai lavoratori.

A Milano, alla Bicocca, gli studenti di Cambiare Rotta hanno occupato l’università con uno slogan che lega le rivendicazioni studentesche alla mobilitazione generale: “La guerra non la paghiamo”. “Ormai da settimane, gli studenti, i giovani e i lavoratori di tutta Europa stanno alzando la testa contro il crescente carovita e lo smantellamento dei servizi pubblici a favore della guerra e del riarmo”, scrivono. Nel mirino c’è un governo accusato di non intervenire sul costo della vita, sugli affitti e sulle bollette, mentre destina risorse al riarmo. “Il carrello della spesa delle nostre famiglie costa il 50% in più rispetto a cinque anni fa”, denunciano. La protesta parte anche da condizioni quotidiane sempre più difficili: “È il futuro di chi non trova lavoro, di chi è costretto a pagare 600 euro per una stanza, di chi paga per studiare ma vede la propria università crollare sotto i colpi del definanziamento, di chi non può nemmeno permettersi di accedere all’istruzione”. Sempre a Milano, alla Statale, l’occupazione è stata accompagnata da un elenco di problemi che racconta le difficoltà di chi frequenta l’ateneo. “1559 studenti idonei non beneficiari a un posto letto in residenze pubbliche abbandonati alla speculazione del mercato degli affitti o agli studentati di lusso; corsi di studio con un numero di docenti irrisorio che fanno partire le lezioni in ritardo di un mese; edifici chiusi da anni che non si sa quando riapriranno; aule sovraffollate o che ci crollano in testa”. È “un percorso a ostacoli dove studiare diventa sempre più difficile e, soprattutto, costoso”. Domani saranno in piazza contro “guerra e carovita”, con un messaggio esplicito: “Sappiamo di avere un nemico comune nel Governo Meloni e nei guerrafondai europei che vogliono trascinarci in guerra e scaricare su studenti e lavoratori il prezzo di queste scelte: non glielo permetteremo, siamo pronti a bloccare tutto di nuovo”.

A Roma, alla Sapienza, Cambiare Rotta ha occupato la facoltà di Lettere e Filosofia. “La nostra generazione è in rivolta, è stanca di subire, ha alzato la testa e vuole strappare un futuro a chi non ci garantisce neanche un presente dignitoso”, scrivono gli studenti, che chiedono più risorse per l’università, borse di studio e residenze pubbliche. Anche qui il definanziamento viene messo in relazione alle spese militari: “Ogni euro che nel bilancio si sposta sulla guerra però è un euro tolto al nostro futuro”. La richiesta non riguarda soltanto più fondi, ma anche un diverso modello di istruzione, sottratto alla logica del profitto e del riarmo. Le occupazioni riguardano anche altri grandi centri universitari. A Torino è occupato il campus Einaudi: tra le richieste c’è che i posti letto realizzati con i fondi del Pnrr escano dalla gestione privata per entrare nel sistema pubblico. “Più soldi all’università, non alla guerra” è uno degli slogan della protesta. A Napoli, invece, gli studenti dell’Orientale occupano da oltre una settimana Palazzo Giusso; mobilitazione anche a Porta di Massa, sede della Federico II. Le rivendicazioni riguardano “il carovita, lo smantellamento dell’università pubblica e l’emergenza abitativa studentesca”. La mobilitazione attraversa anche le scuole superiori. A Roma sono occupati, tra gli altri, il Mamiani, il Tasso, il liceo artistico di via Ripetta, l’Argan, il Piaget, il Plinio Seniore e il Morgagni. Al Plinio, il collettivo 20 novembre contesta una scuola sempre più simile a un’azienda, con “ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori”, e denuncia il rischio di una “scuola caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio”. Gli studenti rivendicano il diritto a organizzarsi e annunciano che la protesta non si fermerà con la fine delle lezioni: “Occupare, manifestare, scioperare, sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù”. Al liceo Francesco d’Assisi la protesta passa invece dalle condizioni materiali dell’edificio: “I bagni in cui non funzionano gli scarichi o non si chiudono le porte sono la maggior parte. I corridoi sono sporchi, la palestra ha un’infiltrazione d’acqua e le macerie rimaste da ormai un anno, che occupano il nostro cortile, non sono mai state smaltite”. Gli studenti contestano anche le politiche scolastiche del Governo.

A Firenze sono occupati diversi istituti, tra cui il Gramsci, l’Alberti-Dante, il Castelnuovo, il Da Vinci, il Galileo-Michelangiolo e il Machiavelli-Capponi. Le denunce riguardano aule che si allagano quando piove, infestazioni di insetti e ratti, muffa, carenze di personale e problemi di sicurezza. Ma le contestazioni investono anche le politiche del governo, dal tetto agli studenti stranieri al disegno di legge sull’educazione sessuo-affettiva, fino ai percorsi scuola-lavoro. “Abbiamo deciso di bloccare le nostre scuole in segno di protesta di fronte a un governo che prioritizza la guerra a discapito dell’istruzione”, scrivono gli studenti. Le occupazioni e le proteste coinvolgono anche altre città. A Torino sono mobilitati il Boselli, il Volta, il Beccari, il Giolitti e il Gobetti; a Bologna sono occupati il Minghetti e il Laura Bassi, mentre al Copernico, al Sabin e al Galvani gli studenti hanno bloccato gli ingressi. A Genova le mobilitazioni interessano diversi istituti, dal Gastaldi-Abba al Nautico San Giorgio, mentre a Palermo le scuole occupate sono più di dieci, tra cui il Galilei, il Pio La Torre, l’Umberto I, il Meli e l’Einstein. Anche a Milano, accanto ad alcune occupazioni, si sono moltiplicate assemblee, presidi e altre iniziative di protesta, che hanno coinvolto istituti come il Tenca, il Virgilio, l’Einstein, il Carducci, l’Agnesi, il Bottoni e il Boccioni. Per gli studenti delle superiori e delle università, lo sciopero generale è l’occasione per mettere in comune le rivendicazioni di chi studia e di chi lavora. “Vogliamo essere parte di una mobilitazione capace di unire le lotte di studenti e lavoratori, di chi nelle scuole e nelle università si organizza contro il definanziamento e di chi nei luoghi di lavoro si oppone allo sfruttamento e alla perdita dei propri diritti”, scrivono.

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Verso lo sciopero del 30 ottobre, le voci: “Siamo stanchi di scappare dall’Italia perché non ci danno risposte”. “Quando neanche con doppi turni e straordinari arrivi a fine mese non puoi stare a guardare”

29 October 2026 at 17:26

“Non arriviamo più alla fine del mese“. È da qui che parte la mobilitazione del 30 ottobre, quando le piazze di diverse città italiane saranno animate dallo sciopero generale promosso dall’Usb. A scendere in strada saranno persone con storie ed età diverse, unite dalla difficoltà ad affrontare il costo della vita, dalla precarietà del lavoro e dalla sensazione di non avere davanti prospettive migliori. C’è chi ha già manifestato nei weekend scorsi e tornerà a farlo, chi non era mai sceso in piazza e chi, dopo una vita in fabbrica, si è ritrovato senza lavoro.

Marco, 24 anni, di Bologna, è tra quelli che torneranno a manifestare dopo aver partecipato alle mobilitazioni dei fine settimana scorsi. La sua è la rabbia di una generazione che studia, affronta tirocini pagati poche centinaia di euro e poi fatica a trovare un impiego stabile. “Siamo stanchi di studiare e arrivare a fare stage con un rimborso di 500 euro e, finiti questi, non essere assunti. Poi ci dicono che non vogliamo lavorare”. A pesare sono anche i sacrifici delle famiglie, che spesso non bastano a garantire ai figli una vita autonoma. “Sono stanco di vedere i miei genitori privarsi di ogni cosa per mantenerci e farci studiare, per poi scoprire che neanche grazie a quei sacrifici riusciamo ad avere una vita sostenibile”. Per questo domani sarà di nuovo in piazza: “Siamo stanchi di dover scappare dal nostro Paese, perché ha deciso di non darci nessuna risposta. Noi vogliamo un presente e un futuro, mentre qua ci dicono solo di non protestare”.

Anche Karim, 22 anni, di Milano, ha partecipato alle piazze dei weekend scorsi e domani tornerà a manifestare. Racconta che la presenza delle forze dell’ordine era tale da far sembrare che i manifestanti volessero conquistare le strade. “Sembrava che dovessimo conquistare la città, sembrava di essere in qualche Paese sotto dittatura. Invece abbiamo protestato in modo spontaneo, con un corteo di gente che chiedeva il minimo: una vita migliore“. Ma il punto, per lui, è che il racconto delle proteste finisce spesso per mettere in secondo piano le ragioni di chi scende in strada. “Non ne possiamo più che ogni cosa venga usata per distrarre dai problemi reali: dalle vetrine rotte ai maranza, tutto è buono per parlare. Per settimane si è parlato soltanto delle violenze, mentre il Paese si fermava, il costo di tutto aumentava e intere categorie si mobilitavano. Il governo pensava a reprimere la protesta, spendendo soldi per militarizzare le strade, e continua a lanciare allarmi sulle piazze del 30 ottobre”. Eppure, insiste, ci sarebbe altro di cui discutere: “Perché non si parla delle famiglie che sono il motore di questo Paese, che muovono la logistica, raccolgono frutta e verdura, guidano gli autobus? E nonostante questo non ci interessa che non arrivano a fine mese, che decidono se devono curarsi o mangiare. Continuare a manifestare è obbligatorio davanti a questa situazione”.

Per Francesca, 27 anni, commessa in un negozio a Roma, la manifestazione di domani sarà invece la prima. “Prima di oggi non avevo mai manifestato, né credevo che l’avrei fatto. Ma quando neanche con i doppi turni e gli straordinari riesci ad arrivare a fine mese, capisci che non puoi stare a guardare e che bisogna fare qualcosa”. Francesca non sa se protestare basterà a cambiare le cose, ma vuole che almeno si torni a parlare di come si vive nel Paese. “Se scendere in piazza potrà alzare l’attenzione su come ormai si vive in questo Paese, vorrà dire che sarò felice di essermi sbagliata, che manifestare non funziona”. C’è anche un’altra ragione per esserci: “Sarò nella piazza pure per non sentire che sono l’unica con l’acqua alla gola e che un’uscita comune può esserci”.

A Torino ci sarà Alessia, 26 anni, che ha studiato, preso master e un dottorato, ma oggi deve fare due lavori. “In questo Paese puoi avere tutti i titoli che vuoi, ma un futuro non c’è”. A pesare, dice, sono anche le misure economiche annunciate dal governo. “Sentiamo una presidente che dice che aiuterà i giovani, ma 2.500 euro, se vorrà il proprio capo, in un anno come ci dovrebbero aiutare? Manca proprio la realtà. Scendere in piazza è il nostro chiedere un disperato aiuto verso una politica che non ci considera”.

A Brescia manifesterà anche Michele, 55 anni, che ha lavorato per tutta la vita in fabbrica. Due mesi fa l’azienda per cui lavorava ha annunciato la chiusura. “Ci dicevano che ormai la gente non spendeva e quindi non aveva senso produrre”. Da un giorno all’altro si è ritrovato senza stipendio, con la cassa integrazione e una famiglia da mantenere. “Già prima facevamo difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Ma ora tra benzina, costo del cibo e dell’elettricità non so come arrivare a fine mese”. Michele contesta le scelte di un governo che, a suo giudizio, continua a premiare i più ricchi. “Ma come possiamo farcela? Come fanno a dirci che non dobbiamo scendere in piazza e protestare?”. La sua preoccupazione va oltre la situazione personale: “Questa non può essere la nostra vita né può essere quello che stiamo lasciando ai figli. Non ci meritiamo questo”.

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Referendum educazione affettiva nelle scuole, c’è il sì della Cassazione: “Ora mobilitazione nazionale per abrogare il ddl Valditara”

27 October 2026 at 15:16

La Cassazione ha dato il via libera al referendum contro la legge sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, promossa prima dal deputato Rossano Sasso, ex Lega e oggi esponente di Futuro nazionale e poi dal ministro Giuseppe Valditara. A comunicarlo è il comitato “Sì Educazione Affettiva nelle scuole”, che sui propri canali social ha annunciato l’esito positivo del primo passaggio istituzionale. Per arrivare alle urne, tuttavia, manca ancora il pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità del quesito. “Ci avevano detto che non si poteva fare, che c’erano ostacoli burocratici impossibili da superare. Non vi annoiamo con i dettagli tecnici. Vi diciamo solo che avevamo ragione noi”, scrive il comitato, ringraziando chi ha firmato, raccolto adesioni e sostenuto la campagna. “Adesso manca l’ok della Corte costituzionale, e siamo fiduciosi”. Per i promotori, il prossimo passaggio sarà trasformare il risultato in una mobilitazione nazionale: organizzare incontri, far conoscere il quesito e coinvolgere associazioni, insegnanti, studenti, professionisti della salute e realtà del terzo settore.

La legge contestata è quella n. 104 del 2026, che introduce il consenso informato preventivo delle famiglie per la partecipazione degli studenti alle attività scolastiche che affrontano temi legati alla sessualità. Per le scuole dell’infanzia e primarie, la norma vieta le attività didattiche di questo tipo. Negli altri gradi di istruzione, gli istituti devono richiedere un’autorizzazione scritta almeno sette giorni prima, indicando finalità, contenuti e materiali didattici. In assenza del consenso, gli studenti non possono partecipare alle attività interessate. Per quelle extracurricolari è prevista l’astensione dalla frequenza; per le iniziative di ampliamento dell’offerta formativa, la scuola deve garantire un’attività alternativa. Il referendum punta ad abrogare la legge, ma il suo eventuale successo non introdurrebbe automaticamente nuove norme sull’educazione affettiva e sessuale. L’abrogazione eliminerebbe le disposizioni contestate, senza sostituirle con una disciplina che garantisca percorsi di educazione affettiva nelle scuole.

Il comitato chiede al governo di predisporre le condizioni per accorpare la consultazione al primo turno delle elezioni amministrative della primavera 2027, così da condividere, dove possibile, le operazioni organizzative ed evitare spese duplicate. La data del voto, però, dipende anche dall’eventuale calendario elettorale nazionale. In caso di scioglimento anticipato delle Camere, l’articolo 34 della legge n. 352 del 1970 prevede la sospensione dei referendum già indetti e il loro rinvio a dopo l’insediamento delle nuove Camere, con la ripresa dei termini previsti dalla legge. Se si verificassero elezioni politiche anticipate, come è probabile che sia, la consultazione potrebbe slittare, rendendo impossibile il voto nella primavera del 2027. L’ipotesi di un rinvio al 2028 dipenderebbe dalla tempistica concreta degli eventuali eventi elettorali e dall’iter referendario.

Resta da chiarire il sostegno delle forze politiche alla campagna referendaria. Il Partito democratico e il Movimento 5 stelle si sono espressi contro la legge, ma la loro adesione alla mobilitazione non è ancora definita. Superato il primo passaggio, ora la parola spetta alla Corte costituzionale, che dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito. Se il referendum arriverà alle urne, la sfida per i promotori sarà far conoscere la consultazione e mobilitare gli elettori per raggiungere il quorum necessario alla sua validità e aprire così la strada all’abrogazione della legge.

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“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma

23 October 2026 at 19:43

“Sabato scorso è stato un antipasto“. Federico, 19 anni, si prepara a tornare in piazza a Milano dopo le tensioni e gli scontri dello scorso fine settimana. Tra i ragazzi che si mobilitano di nuovo c’è chi invita a evitare nuovi scontri e chi, invece, è convinto sia arrivato il momento di alzare la voce. A Roma come a Milano il carovita, la corsa al riarmo, le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse. “Il fatto che questa settimana si sia parlato solo male della nostra piazza ci ha fatto capire che non possiamo fermarci. Non so se finirà di nuovo nei casini, ma se la Polizia non ci farà manifestare noi non staremo lì a guardare. Siamo stanchi che alle nostre rivendicazioni contro una vita non più sostenibile l’unica risposta che troviamo sia quella della repressione“, dice Federico al Fattoquotidiano.it.

Malik, 20 anni, era in piazza anche sabato scorso, fino all’inizio degli scontri: condivide la necessità di tornare a manifestare, ma invita a evitare che la protesta degeneri nuovamente. “Scendere in piazza è un dovere morale. Ma al contempo credo che dobbiamo tutti stare più calmi e non cercare lo scontro. Noi dobbiamo solo far sentire le nostre motivazioni, ma non dobbiamo farla finire in scontri. E credo che dobbiamo essere i primi a fare in modo che non si ripetano le immagini che abbiamo visto la settimana scorsa. Siamo qua per combattere per il nostro futuro e per quello delle nostre famiglie”. Giovanni, 24 anni, è scettico sulla possibilità che sabato si ripetano le scene della settimana scorsa: “La nostra impressione è che non succederà niente. Nessuno di noi vuole cadere nella trappola che ci stanno facendo le istituzioni. Ho l’impressione che tutto verrà rimandato allo sciopero generale del 30 ottobre, sul quale sono già iniziate le prime discussioni”, sostiene.

Se a Milano il confronto è soprattutto su come evitare che la protesta finisca di nuovo in scontro, a Roma c’è anche chi guarda a quanto accaduto nel capoluogo lombardo come a un segnale da raccogliere. Le ragioni della mobilitazione si intrecciano con quelle contro il riarmo e con la richiesta di condizioni di vita più dignitose. Alessandro, 27 anni, parteciperà alla manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra”. Per lui, le proteste di queste settimane mostrano che qualcosa si sta muovendo tra i più giovani. “Guardati intorno: vedere tantissimi giovani protestare in queste settimane è la dimostrazione che una generazione si è svegliata e non ci sta più a subire in silenzio. Scendiamo in piazza per portare avanti un messaggio pacifista chiaro, per dire un no deciso a questa corsa folle al riarmo. Ma il punto è che il riarmo non è staccato dalla vita di tutti i giorni: mentre si sborsano miliardi per le armi, noi a fine mese non ci arriviamo più. Il costo della vita è schizzato alle stelle, le bollette e la spesa ci stanno strozzando, e le priorità di chi governa sembrano essere tutt’altre. Non si può parlare di pace se prima non si garantisce una vita dignitosa alle persone. Bisogna che tutte queste piazze si parlino e combattano insieme, trovando nel pacifismo il loro messaggio più forte”.

Angela, 24 anni, guarda invece proprio a Milano come a un modello da seguire. “A Roma dobbiamo fare esattamente quello che hanno fatto a Milano: dobbiamo alzare la testa. Lì la piazza ha fatto sentire la propria voce forte e chiara, e adesso tocca a noi dimostrare che anche qui non dormiamo. Ci ritroviamo con un governo che sta a guardare, non muove un dito per aiutare chi è in difficoltà e ci sta letteralmente facendo fare la fame. Le chiacchiere stanno a zero: serve farci sentire, perché la gente è stanca di sacrifici a vuoto e pretende risposte concrete subito. E se servirà ci scontreremo, perché non ci si può sempre dire di stare tranquilli”.

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