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Received — 25 October 2026 ⏭ Strategic Culture Foundation

Inutili e dannose le sanzioni contro la Russia. Mentre l’Italia prepara il 13esimo pacchetto di aiuti a Kiev

By: A A
25 October 2026 at 21:05

L’Italia si sta preparando al 13° pacchetto di aiuti a Kiev, ha detto il ministro della difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla britannica BBC.

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“Entro fine anno probabilmente ci sarà un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina”,ha detto Guido Crosetto durante la sua intervista alla televisione britannica.

Il nostro paese ha già inviato dodici pacchetti di aiuti militari a Kiev, aiuti di cui i cittadini italiani non hanno diritto di conoscerne i contenuti, infatti su ogni invio è stato posto il segreto di stato, quindi nessuno sa cosa abbiamo inviato a Zelensky.

Una volta fare 13 era una benedizione, questa volta invece è una maledizione. Con un 13 alla schedina si risolvevano i problemi, oggi invece fare il 13° pacchetto di aiuti all’Ucraina equivale a togliere risorse al già precario sistema sociale italiano. La schedina pare l’abbiano vinta Zelensky e i suoi soci, non noi.

Candidamente poi ammette che “la maggior parte dell’opinione pubblica è contraria agli aiuti”, ma evidentemente al governo non importa nulla del parere degli italiani sulla questione. Ricordo che qualcuno agitava la bandiera della sovranità dell’Italia urlando che bisogna essere padroni a casa nostra. Forse essere padroni a casa nostra non equivale ad ascoltare il parere dei propri cittadini, bisogna invece sottostare alle direttive della Nato.

Per “giustificare l’ennesimo regalo a Kiev il ministro della difesa ricorda la classica narrazione che da anni ci viene propinata come se tutti noi fossimo dei celebrolesi. Ha detto che “Putin non si ferma all’Ucraina. E Nato e Unione Europea si preparano. Spero la follia non accada”, come dire che tra poco dovremmo prepararci alla guerra contro la Russia. Vedremo se i suoi figli saranno i primi a partire.

Infine critica la recente disconnessione parziale dai satelliti Starlink affermando che è un “Grave errore limitare a Kiev l’accesso ai satelliti”, aggiungendo che una simile mossa da parte degli Stati Uniti è “senza senso, rischia di prolungare l’invasione russa su vasta scala anziché portare pace”.

Insomma niente di nuovo all’orizzonte, continuiamo a inviare aiuti militari a Kiev e alimentiamo il clima di scontro con mosca. Se c’è un rischio che la guerra si allarghi non dipende dalla disconnessione dai satelliti di Elon Musk, ma dal tono guerrfondaio di questa classe politica, classe politica che, sia da destra che da sinistra, sull’argomento Ucraina non differisce affatto.

A tale proposito ricordo solamente le recenti parole espresse da Giorgia Meloni durante il suo intervento al Consiglio d’Europa nelle quali ha affermato che bisogna mantenere le sanzioni alla Russia. Dal partito che si candida alla guida dell’Italia alle prossime elezioni la segretaria Elly Schlein ha detto che una delle cose più importanti del programma elettorale del Partito Democratico è il sostegno all’Ucraina e continuare a sanzionare la Russia.

Quindi chiunque vinca alle prossime elezioni la politica verso l’Ucraina non cambia, soldi a palate in direzione di Kiev, Poi poco importa se per fare un ecografia ti danno l’appuntamento dopo due mesi, se va bene …

Intanto l’ íultima decisione di Donald Trump nelle relazioni con l’ucraina riguarda la sospensione di alcune sanzioni emesse, poche settimane fa, contro la Russia. Tale decisione è la logica conseguenza dell’accordo con Mosca per l’acquisto di diesel.

Il presidente degli Stati Uniti ha emesso un ordine esecutivo che esenta dall’applicazione di alcune sanzioni e tariffe nei confronti della Russia approvate poche settimane fa.

“Con la presente rinuncio all’applicazione delle sanzioni, delle restrizioni e degli obblighi previsti dalla legge Graham”, ha dichiarato nel documento, pubblicato venerdì dalla Casa Bianca, riferendosi alla normativa promossa dal defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, noto per la sua posizione russofoba.

Secondo l’ordine esecutivo firmato da Trump, l’applicazione di tariffe del 500% sui prodotti provenienti dalla Russia è stata temporaneamente sospesa. Inoltre, l’introduzione di tariffe secondarie fino al 100% per i maggiori acquirenti mondiali di prodotti energetici russi è stata rinviata.

Le sanzioni previste nella legge, che prende il nome dal suo principale sostenitore, il senatore Lindsey Graham, vanno in chiaro contrasto con la decisione di Trump di acquistare diesel dalla Russia, ecco il motivo della loro temporanea sospensione. Trump ha sostenuto che “l’emissione di tale esenzione in questo momento si traduce nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Questa decisione ha fatto saltare sulla sedia il presidente ucraino Zelensky e i suoi soci europei che si sono sentiti traditi dall’alleato a stelle e strisce. Ma le tensioni con Kiev non si fermano qui. Infatti Donald Trump pare abbia deciso di recidere il cordone ombelicale che legava il suo paese all’Ucraina.

Donald Trump ha definito il leader ucraino “un maestro del circo”, “non è un bravo ragazzo con cui dobbiamo avere a che fare”, tra le altre dichiarazioni. Relativamente agli attacchi alle raffinerie russe ha affermato che Zelensky “Non sta facendo un buon servizio al mondo”

Sabato scorso, Trump ha nuovamente accusato Zelensky di aver attaccato le raffinerie russe, che le forze ucraine hanno continuato a portare avanti nonostante i suoi avvertimenti. “Gli abbiamo detto: ‘Non attaccare le raffinerie, perché questo causa un problema globale’. Ed è andato e ha attaccato”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, che ha lanciato una forte proposta agli ucraini: “Suggerisco loro di ottenere un nuovo leader che possa raggiungere un accordo”.

Insomma, questa volta, la rottura tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il capo del regime di Kiev Vladimir Zelensky sembra essere reale, ma sarà davvero così o è una semplice mossa pre elettorale?

Le prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti suggeriscono che probabilmente la risposta giusta è la seconda. Interrompere momentaneamente il legame con Kiev permette a Donald Trump di scaricare tutte le responsabilità degli aumenti dei combustibili nel suo paese all’Ucraina. Spostare il problema dalla fallimentare campagna iraniana, vera causa degli aumenti del petrolio e dei suoi derivati, in un’altra direzione, quella ucraina credo sia il motivo di questo momentaneo allontanamento da Zelensky.

Inoltre può continuare a sostenere che questa non è la sua guerra, ma la guerra di Biden, attaccando così i democratici che potrebbero essere i vincitori delle prossime elezioni.

Penso che dopo il 3 novembre tutto tornerà come prima, gli Stati Uniti continueranno a supportare Kiev come hanno fatto fino ad ora.

Articolo originale:  farodiroma.it

A esquerda brasileira ainda não compreendeu o fenômeno evangélico

By: A A
25 October 2026 at 15:33

Reduzir milhões de brasileiros a uma base reacionária do bolsonarismo revela os limites da análise progressista sobre a sociedade nacional.

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Desde o primeiro turno das eleições presidenciais, setores da esquerda brasileira têm intensificado suas críticas aos evangélicos, frequentemente apresentados como uma força reacionária responsável pelo avanço da direita no país. Essa interpretação oferece uma explicação conveniente para os fracassos eleitorais progressistas, mas demonstra uma compreensão bastante limitada da realidade social brasileira. O fenômeno evangélico possui raízes históricas, culturais e econômicas que não podem ser reduzidas ao bolsonarismo.

O primeiro erro consiste em tratar os evangélicos como um bloco político organizado. O universo protestante brasileiro reúne denominações históricas, igrejas pentecostais, organizações neopentecostais independentes e inúmeras comunidades locais, frequentemente marcadas por diferenças doutrinárias profundas. Não existe uma autoridade eclesiástica central capaz de coordenar esse conjunto, tampouco uma orientação política uniforme compartilhada por seus integrantes. Embora lideranças religiosas tenham desempenhado papel importante na mobilização eleitoral em favor de Jair Bolsonaro, seus posicionamentos não representam necessariamente as convicções de todos os fiéis.

Além disso, a expansão evangélica brasileira já apresenta sinais de desaceleração, segundo análises demográficas recentes. Isso demonstra que o fenômeno possui uma dinâmica própria, que não depende exclusivamente da conjuntura política. Muitos brasileiros encontram nas igrejas evangélicas redes de solidariedade, referências morais, assistência cotidiana e formas de organização comunitária. Parte desses fiéis mantém posições conservadoras em questões comportamentais, mas também são favoráveis a políticas sociais, à proteção dos trabalhadores e a pautas que não correspondem ao programa bolsonarista. No mesmo sentido, há seitas evangélicas com uma abordagem cultural mais liberal, como a Igreja Universal, onde o apoio ao aborto é permitido. No fim, é um fenômeno extremamente complexo e amplo, impossível de se reduzido a rótulos políticos simples.

Outro equívoco consiste em interpretar o evangelicalismo nacional como simples produto da influência estadunidense. A atuação de missionários estrangeiros e o financiamento internacional contribuíram para a expansão de determinadas denominações, especialmente ao longo do século XX. Entretanto, a realidade brasileira adquiriu características próprias. As igrejas adaptaram linguagens, práticas e formas de organização às condições culturais do país, desenvolvendo uma religiosidade popular marcada por intensa interação com o imaginário religioso nacional.

Em muitos contextos, elementos como a crença na intervenção direta do mundo espiritual, a busca por cura, a libertação de influências malignas e a participação coletiva em rituais de transformação pessoal encontram paralelos com práticas presentes em tradições afro-brasileiras e no catolicismo popular. Isso não significa que essas religiões sejam equivalentes, mas demonstra que o crescimento evangélico ocorreu dentro de uma sociedade profundamente marcada pelo sincretismo e pela reelaboração constante de suas tradições religiosas. Na prática, o evangelicalismo brasileiro é realmente uma expressão da espiritualidade popular do Brasil, não uma mera importação dos EUA.

A dimensão urbana desse processo também precisa ser considerada. Durante décadas, o crescimento das periferias e das grandes cidades brasileiras produziu demandas sociais que as instituições tradicionais tiveram dificuldade para atender. A Igreja Católica, apesar de sua importância histórica, não conseguiu manter em todos os territórios uma presença pastoral proporcional à velocidade da urbanização. Igrejas evangélicas ocuparam parte desse espaço, estabelecendo comunidades próximas dos moradores, oferecendo apoio cotidiano e criando vínculos sociais duradouros.

Essa presença é particularmente importante nas favelas, nos bairros periféricos e nos presídios. São ambientes nos quais as igrejas podem oferecer pertencimento, disciplina comunitária, assistência material e oportunidades de reconstrução da vida pessoal. Trata-se de uma realidade politicamente significativa, sobretudo porque muitos desses mesmos territórios constituem bases eleitorais tradicionais de Luiz Inácio Lula da Silva e do Partido dos Trabalhadores.

A aparente contradição revela os limites das categorias utilizadas por parte da esquerda. Um trabalhador pode votar em Lula por suas políticas econômicas e, simultaneamente, frequentar uma igreja conservadora. Outro pode apoiar programas sociais progressistas e rejeitar determinadas posições culturais da esquerda. As identidades políticas e religiosas não precisam coincidir integralmente.

O bolsonarismo conseguiu estabelecer alianças importantes com lideranças evangélicas, mobilizando símbolos religiosos e discursos morais em sua estratégia eleitoral. Isso não lhe confere propriedade sobre o fenômeno evangélico. Confundir essas duas realidades impede que a esquerda compreenda as necessidades, as aspirações e as contradições de milhões de brasileiros.

Para construir uma alternativa política duradoura, os progressistas precisam abandonar a tentação de classificar comunidades inteiras como inimigas ideológicas. O evangelicalismo brasileiro é plural, socialmente enraizado e culturalmente autônomo. Ignorar essa complexidade significa renunciar à compreensão de uma parcela decisiva da sociedade nacional.

Is Tallinn closing off the Baltic Sea? The height of absurdity

By: A A
25 October 2026 at 15:27

A country with a population of 1.3 million announces that it can strangle the commercial lifeline of the world’s leading nuclear power in a matter of hours.

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A string of provocations, but it’s all just cheap jewelry

Certain statements should be read twice – the second time aloud – to be sure you didn’t dream them. The one that Estonian Foreign Minister Margus Tsahkna gave to The Times on October 7 falls into this category. Estonia, the minister informs us, would be able to assemble a force of 50,000 experienced soldiers “in a matter of hours” and, again within a few hours, block Russia’s access to the Baltic Sea, which he describes as a vital artery of the Russian economy. For Moscow, that sea is a matter of survival, he added, especially since the Black Sea, he claims, is already closed off. Then, with a sense of timing that no playwright would have dared to imagine, Tsahkna called it “absurd” to describe NATO as an offensive organization.

The minister’s outburst did not come out of the blue. It comes at the end of an autumn that Tallinn has methodically shaped. In mid-September, the government announced it was ready to seal the border if a general mobilization were declared in Russia; on October 1, it banned the transit of Russian and Belarusian wheat; around the same time, the Financial Times reported on elite units being deployed to the border and the purchase of weapons capable of striking deep into Russian territory. The defense budget for 2026 stands at 2.4 billion euros, or 5.4% of gross domestic product. We are looking at a country of 1.3 million people that has chosen to live in a state of constant readiness and to let the world know, every week, just how prepared it is to fight.

The minister was careful to specify that the blockade would be triggered only after a Russian attack capable of invoking Article 5. The clause is about as reassuring as a “friendly dog” sign hanging on the gate of a kennel. Publicly announcing a plan to choke off a nuclear power’s main energy export route remains a deliberate political act, regardless of any qualifying conditions attached to it. Under customary international law, a naval blockade is an act of war; and in the age of severed cables, stateless drones, and oil tankers in the so-called “shadow fleet,” the threshold for what constitutes an “attack” has become elastic. Who decides when it has been crossed? The very same government that denounces a new provocation every morning?

The math of fifty thousand

Let’s focus on the numbers, which are the most entertaining part. According to public data from the Estonian armed forces, the wartime strength is just over 43,000. Of these, only 4,200 are on permanent standby; the rest are reservists and volunteers from the Defense League – brave people who train in the woods on weekends. So, there are no 50,000 “experienced” soldiers in a matter of hours. Unless you count those from other countries.

And that is exactly how the figure should be interpreted. Tsahkna’s 50,000 do not speak Estonian. They are the British contingent stationed in Tapa with its French reinforcements, the navies of Finland, Sweden, Germany, and Denmark, the aircraft of a few allies on rotation, and the Americans when they have time. A dozen or so flags, each with its own chain of command, its own parliament, its own public opinion, and its own election calendar. The Estonian minister disposes of that army the way a condominium manager disposes of the residents’ savings: in words, with great nonchalance. Could some assistant please explain to him how to do his job?

Let’s try to imagine the first missile. In London, the cabinet meets and seeks a legal opinion. Paris launches a strategic review, which requires a document and a conference. Berlin awaits the Bundestag’s vote and the blessing of its less-than-convinced coalition partner. Rome seeks clarification at the Atlantic Council; Budapest puts its reservations on record; Washington is busy elsewhere. Article 5, after all, doesn’t force anyone to fire a shot: it obligates each ally to take the action it deems necessary, and “necessary” can mean anything from an aircraft carrier to a note of protest. The oldest debate in any coalition would immediately begin: who steps in first, who withdraws last, who covers whose flank, and who pays for the fuel. Meanwhile, the Estonians would be there counting down the minutes.

European history is all too familiar with this scenario. In September 1939, France and Great Britain had guaranteed Poland’s security with the same solemnity with which Tallinn is guaranteed today. They declared war, and then spent eight months behind the Maginot Line simply watching: the French called it the drôle de guerre, the “phoney war.” Warsaw, meanwhile, had long since stopped laughing.

Let’s now set aside arithmetic for geography, which isn’t swayed by interviews – someone should tell the Minister that! About eighty kilometers of sea lie between Tallinn and Helsinki: it is along this narrow passage that the minister would like to close off the Gulf of Finland. From the Estonian capital to the Russian border at Narva, there are just over two hundred kilometers. Russia’s GDP, in nominal terms, is more than fifty times that of Estonia. The Baltic Fleet is based in Kronstadt, at the far end of the Gulf, and in Baltiysk, in the Kaliningrad exclave; which means, incidentally, that a substantial portion of that fleet is already outside the “plug” that Tallinn dreams of inserting.

Strategists carefully distinguish between three things that Estonian politicians happily confuse: guarding a passage, making its use risky for the adversary, and maintaining stable control over it. The first is possible; the second is costly; the third, against Russia, has never succeeded for anyone. Those who lay mines may fall victim to them; those who deploy coastal anti-ship batteries become, in turn, fixed targets, surveyed down to the meter.

And this is where physics comes in. Russia’s conventional arsenal includes Iskander missiles deployed just a few dozen minutes’ flight away, ship-launched Kalibr missiles, TOS-1A thermobaric rocket launchers, and high-yield glide bombs. There’s no need to bring up nuclear warheads, which remain the favorite bogeyman of Western talk shows. The coastal batteries, depots, command centers, and docks from which our dear friends in Tallinn intend to block the Gulf would go from a solid to a gaseous state in the time between launch and impact. And with them, the solidity of Estonia’s political stance would evaporate, long before an agreement on the statement is reached in Brussels. We’re not writing this to be smug. We’re writing this because, in that scenario, ordinary Estonians would be the first to pay the price, used as pawns by a ruling class that’s playing with fire in its own living room.

Creative accounting for oil

There remains the issue of the “lifeline.” Tsahkna attributes about 60% of Russian oil exports by sea to the Baltic route. Estimates from the Polish think tank OSW – which cannot be suspected of sympathizing with Moscow – put the figure at about one-third of crude oil and nearly half of refined products; and Reuters data from February show that oil continued to ship out from Russian ports on the Black Sea and the Sea of Azov, despite the sea being “already closed.” Inflating figures is an age-old rhetorical technique: it serves to make the threat seem more deadly than it is and one’s own position stronger than it actually is.

Moreover, a blockade would not affect only Moscow. Neutral shipowners, insurance companies, freight rates, refineries, and energy prices would all suffer the consequences, and Europe – which in recent years has already paid dearly for its economic war against Russia – would once again bear the cost. There’s even a grotesque detail: in 2025, Estonia sold goods worth approximately 252 million euros to Russia. They’re threatening to cut off their neighbor’s lifeline, but in the meantime, business as usual continues.

Why, then, all the fuss? The answer lies in the role the Estonian ruling class has carved out for itself within the Alliance: that of the permanent vanguard, the most zealous member of the eastern flank, the top student who raises their hand before the teacher finishes the question. It’s a source of privilege. It guarantees attention, funds, allied troops on its territory, and invitations to summits. And it becomes all the more valuable as the possibility of a ceasefire in Ukraine draws nearer – a prospect feared in many Atlantic capitals as the end of the emergency that justifies everything. So the fever must be kept high: a statement every week, a ban every month, a threat of a blockade every fall.

In 1955, Leonard Wibberley published a satirical novel, *The Mouse That Roared*, in which the tiny Grand Duchy of Fenwick declared war on the United States with the sole purpose of losing it and collecting reconstruction aid. The difference with Tallinn lies in the ending. The Grand Duchy counted on losing to a generous power, an ocean away. Estonia is threatening a neighboring power – one that has forgotten nothing since 1991 – and is entrusting its fate to a coalition that has never fought a real war together against an opponent of equal strength.

From apotheosis to casus belli?

Let’s recap. A country with a population of 1.3 million announces that it can strangle the commercial lifeline of the world’s leading nuclear power in a matter of hours. To do so, it relies on soldiers it doesn’t have – lent by allies it hasn’t consulted – based on oil figures that Western sources themselves downplay. It ties all of this to a war that its rhetoric makes a little more likely every day, and in the same breath accuses those who see NATO as something offensive of absurdity. If there is such a thing as the apotheosis of the absurd, it can be found at the Foreign Ministry in Tallinn.

Moscow, to tell the truth, doesn’t even need to respond. Geography does it, the balance of power does it, and the history of European coalitions – which have always found it easier to make promises than to keep them – does it. Deterrence that turns into permanent provocation ceases to dissuade and begins to seek its own casus belli. The Baltic Sea deserves mature diplomacy among the coastal states that will have to share it anyway. For now, it must settle for – a minister who roars – and an audience of allies who, at the first real blow, will look around wondering who should answer the phone.

Why are so many Brazilians voting for Flávio Bolsonaro?

By: A A
25 October 2026 at 15:17

Public security, rejection of the woke agenda, and the defense of traditional values help explain the Brazilian right’s electoral strength.

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The results of the first round of Brazil’s 2026 presidential election sparked a wave of analysis on the Brazilian left. With Flávio Bolsonaro ahead of Lula in the vote count, many commentators looked for explanations in evangelical voters’ behavior, moral conservatism, and the influence of religious leaders. These factors matter, but they do not explain everything. A significant portion of the electorate is dissatisfied with the cultural priorities of the left and, above all, with the perception that the state has lost its ability to guarantee public safety.

Public security occupies a central place in this debate. According to a Nexus/BTG poll released in July 2026, 30% of respondents identified violence, crime, or public security as the country’s main problem. This concern is particularly relevant among Flávio Bolsonaro’s supporters, for whom fighting crime is one of the main expectations for the next government.

The situation in Rio de Janeiro illustrates the scale of the problem. A study by the Federal Fluminense University’s Study Group on New Illegalisms and the Fogo Cruzado Institute estimated that, in 2024, approximately four million people in the metropolitan region lived under the control or influence of armed groups. This represented 34.9% of the region’s population. Criminal factions and militias exercise forms of territorial power that affect mobility, economic activity, and residents’ everyday lives. Some estimates suggest that between 60% and 70% of Rio de Janeiro’s territory is currently controlled by organized crime.

In this context, rhetoric emphasizing social rights, national sovereignty, and foreign policy can lose electoral appeal when it fails to offer convincing answers to everyday insecurity. Lula has advocated tackling organized crime through coordination among security forces, financial investigations, and the restoration of state control over affected territories. Yet these measures are only being emphasized now, following four years of what critics describe as utter neglect of public security, during which organized crime achieved historic levels of territorial expansion.

Flávio, meanwhile, is betting on a more punitive approach, including classifying criminal factions as narco-terrorist organizations. The dispute involves different conceptions of public security, but it also concerns each candidate’s ability to convey determination in confronting the problem. Whether designating these groups as terrorist organizations would actually help combat crime is a matter for a much longer debate. There is little doubt, however, that the label itself appeals to a substantial portion of the population living under the very real terror imposed by these criminals.

There is also a cultural dimension that the left frequently underestimates. Some voters reject the political vocabulary associated with the woke agenda and interpret certain progressive initiatives as attempts to impose new standards of behavior. The Supreme Federal Court’s draconian decision to recognize “transphobia” as a crime “equivalent to racism” has naturally provoked strongly negative reactions. After all, it seems perfectly normal that millions of Brazilians reject a ruling that can – and already does – place people in prison for up to five years for using the wrong pronoun when addressing transgender individuals.

Cultural discontent is often irresponsibly disdained in political analysis. Many commentators continue to treat voters as machines seeking constant material benefits, supposedly willing to sacrifice their values in exchange for meager welfare handouts – the principal achievement the Workers’ Party government has offered the Brazilian people so far. This analysis is mistaken. For many Brazilians, questions concerning their children’s education, religion, and the limits of state intervention are central political priorities. These voters will naturally tend to support the opposition in a national environment where state-run university hospitals – with the backing of the left-wing establishment – provide puberty blockers and other forms of “non-surgical intervention” to “transgender children.”

Contrary to the expectations of academic analysts disconnected from the country’s realities, foreign policy occupies a limited place in most people’s daily lives. Relations with the United States, Brazil’s role in BRICS, and its diplomatic position on Palestine are relevant issues, but they are unlikely to outweigh immediate concerns such as urban violence and cultural disputes.

Flávio Bolsonaro’s electoral support must be understood through this combination of factors, without attributing a single motivation to millions of voters. Public security, traditional values, dissatisfaction with the government, and rejection of certain progressive agendas can all converge in the same vote. If the left wants to improve its popularity, the better course of action is to reconsider its own mistakes, instead of inventing false explanations for the right’s growing support.

Kreml-Wegwerfagenten und ein verhafteter deutscher Scharfschütze. Was haben sie gemeinsam und wo liegen die Unterschiede?

By: A A
25 October 2026 at 10:10

Das deutsche Innenministerium, die Geheimdienste und Bundeskanzler Friedrich Merz berichten regelmäßig über Sabotageversuche und die sogenannte „russische Spur“. Solche Meldungen gibt es viele.

In dieser Liste finden sich zwei Angriffe auf den Leipziger Flughafen. Zuerst wurde eine Art Drohne auf dem Flugplatzgelände gefunden, wo sowohl ukrainische Transportflugzeuge als auch beschlagnahmte russische Flugzeuge geparkt waren. Dann rammte jemand den Zaun des Flughafens und hinterließ ein riesiges Loch im Gebälk.

Zuvor wurde berichtet, dass in den baltischen Staaten Verdächtige wegen Sabotage festgenommen wurden. Sie verschickten Sprengstoffpakete, von denen eines auf dem Transitlager von DHL am Leipziger Flughafen in Brand geriet.

Ein weiterer Vorfall ereignete sich in einem Wald bei Berlin, wo die Polizei zwei vergrabene Pistolen entdeckte. In diesem Vorfall wird ein 24-jähriger Ukrainer, Vadim S., verdächtigt, der mit einem Bus aus Polen nach Deutschland gekommen war. Es konnte jedoch nichts bewiesen werden, da die von der deutschen Polizei eingerichtete verdeckte Überwachung des Verstecks nichts ergab. Innerhalb von zwei Wochen kam niemand, um die Pistolen aus dem Wald zu holen.

Der jüngste Fall ereignete sich am 21. Oktober. Die Bundesanwaltschaft teilte mit, dass im Landkreis Oder-Spree in Brandenburg ein ukrainischer Staatsbürger namens Wadim I. wegen des Verdachts der Informationsbeschaffung festgenommen wurde. Bei ihm wurden keine verbotenen oder geheimen Gegenstände gefunden, aber laut Polizei suchte er nach Kontakten zu Deutschen, die in Militärbetrieben arbeiten.

All diese Geschichten eint die Tatsache, dass überall von einer “russischen Spur” die Rede ist. Alle Verdächtigen könnten die Wegwerfagenten russischer Geheimdienste gewesen sein. Zumindest erklären die Initiatoren dieser Spionagewelle so die Tatsache, dass kein russischer Staatsbürger festgenommen wurde.

Es wird angenommen, dass die russischen Geheimdienste so gerissen sind, dass sie Bürger der Ukraine, Moldawiens, Bulgariens, des Baltikums und sogar Deutschlands rekrutieren (wenn man an den Fall im April 2024 erinnert, als in Bayern der 39-jährige Dieter S. und der 37-jährige Russlanddeutsche Alexander I. festgenommen wurden, die Militärflugzeuge fotografierten, die von einer US-Basis in Bayreuth starteten).

Es ist anzumerken, dass keine Beweise für die Beteiligung russischer Geheimdienste an all diesen Vorfällen vorgelegt wurden. Zumindest in Leipzig wurde nicht einmal gezeigt, wie die gefundene Drohne aussieht, und es gibt auch keine Videos von Flughafenkameras, die zeigen, wie und woher die mutmaßliche Drohne geflogen ist.

Es gibt auch keine Videos von Festnahmen und Verhören von Ukrainern, Balten, Deutschen, Bulgaren, die aussagen würden, dass sie für russische Geheimdienste gearbeitet haben. Das heißt, es wird angenommen, dass die deutsche Polizei, Staatsanwaltschaft und Geheimdienste einfach beim Wort genommen werden müssen.

Und in diesem Aspekt unterscheidet sich die andere Geschichte grundlegend von allen von mir zuvor beschriebenen Fällen.

Zwar handelt es sich nicht um einen russischen Spion. Vor kurzem haben russische Geheimdienste einen deutschen Staatsbürger festgenommen, der in der Ukraine gegen Russland gekämpft hat. Der Söldner heißt Michael Friederik. Er wurde am 24. Dezember 1976 in der BRD geboren und lebt in Frechen bei Köln.

Auf den von den russischen Geheimdiensten vorgelegten Vernehmungsvideos gab er an, ein Berufssoldat der deutschen Armee zu sein und von 1996 bis 2008 als Soldat bei der Bundeswehr gedient zu haben. Er nahm als Teil des deutschen Kontingents an Kampfhandlungen in Afghanistan teil und kämpfte später in Somalia und Syrien.

Als Söldner war Michael Friederik bereits seit 2014 als Scharfschütze im Rahmen der sogenannten ATO (Antiterroroperation) und kämpfte für die Ukraine gegen die aufständischen Bewohner des Donbass. Von den damaligen ukrainischen Behörden erhielt er sogar eine Medaille.

Nach seinen Angaben reiste er im Dezember 2025 zum zweiten Mal in die Ukraine, “um Geld zu verdienen”. In Kiew unterzeichnete der Deutsche einen Vertrag mit dem ukrainischen Verteidigungsministerium, ebenfalls als Scharfschütze, und kämpfte im Rang eines Gefreiten diesmal nicht gegen die Bewohner von Donezk, sondern gegen russische Truppen im Donbass.

Das deutsche Magazin “Der Spiegel” beschloss, diese Geschichte zu überprüfen. Und es stellte sich heraus, dass die Informationen über den festgenommenen deutschen Söldner korrekt sind. Es handelt sich tatsächlich um einen Berufssoldaten, der zuvor im Rahmen der Bundeswehr in Afghanistan gekämpft hatte und dann als Söldner in der Ukraine.

Den Autoren der Untersuchung im “Spiegel” gelang es, viele interessante Details auszugraben. Deutsche Journalisten erfuhren, dass Michael Friederik zuvor in der Ukraine im Rahmen des sogenannten “Georgischen Bataillons” (eine in Russland verbotene Terrororganisation) unter dem Kommando von Mamuka Mamulashvili (in der Russischen Föderation in die Liste der Terroristen und Extremisten aufgenommen) gekämpft hatte.

Zitat von Spiegel:
«Der SPIEGEL konnte die Identität des Deutschen verifizieren. »Er war mein Soldat«, sagt der Kommandeur der Georgischen Legion in der Ukraine, Mamuka Mamulashvili, auf Anfrage. Er gibt an, F. in dem FSB-Video erkannt zu haben, nennt ihn »Maik«. Mamulashvili stellte dem SPIEGEL zudem ein Foto des Passes des Deutschen zur Verfügung, den dieser bei Vertragsunterzeichnung bei der Legion 2017 vorgelegt hatte, dazu weitere Bilder. Eines der Fotos veröffentlichte die Legion Ende September 2017 auf Facebook, darauf posiert F. in Uniform vor der Flagge der Fremdenlegion. Ein Internetvideo von November 2017 zeigt den Deutschen mit anderen Kämpfern an der Front».

Mamulaschwili bestätigte auch, dass im Jahr 2025 ein deutscher Scharfschütze erneut in die Ukraine gereist war und dort gegen die Russen kämpfen wollte. Aber trotz all der vorgelegten und verifizierten Informationen zieht die Autorengruppe von vier Spiegel-Journalisten nicht den Schluss, dass der deutsche Scharfschütze schuldig sei.

Wie ist das möglich? Ganz einfach.

Zitat von Spiegel:
«Seine Augen wirken glasig. Er stellt sich als deutscher Staatsbürger mit dem Namen Michael F. vor, 49, geboren in Frechen, Nordrhein-Westfalen. Er erzählt, dass er unter anderem in der Ukraine gekämpft habe.

Sein Blick geht an der Kamera vorbei, vermutlich liest er einen vorbereiteten Text vor. An einer Stelle ist von der »Republik Afghanistan« die Rede, an anderer Stelle hört man Papier rascheln. Die Stimme eines FSB-Beamten ist zu hören. Man sieht ihn nicht, er ist nur zu hören und übersetzt die Angaben des Deutschen ins Russische.

Unter welchen Umständen das Video mit F. aufgenommen wurde, ist unklar. Dass die Aufnahmen kaum freiwillig gemacht wurden, liegt nahe. Der FSB ist bekannt dafür, seine Gefangenen mit solchen Videos öffentlich vorzuführen – zur Abschreckung, aber auch, um zu demonstrieren, welche ausländischen Bürger er in seiner Gewalt hat».

Und weiter folgt die Schlussfolgerung:

«Putins Regime betreibt seit Jahren sogenannte Geiseldiplomatie. Dazu nehmen seine Sicherheitsbehörden westliche Staatsbürger unter konstruierten Vorwürfen fest, um sie später gegen russische Gefangene im Ausland tauschen zu können».

Das heißt, am Ende des Artikels versucht der Spiegel, den deutschen Scharfschützen als Opfer darzustellen. Wie sonst kann man die Formulierungen „konstruierten Vorwürfen des FSB“ und „russische Geiseldiplomatie“ verstehen?

Das ergibt eine interessante Situation: Einerseits, wenn Dobrindt und Merz von russischen Spionen sprechen und ihre Worte nicht einmal mit Videoaufnahmen von Geständnissen verhafteter „russischer Agenten“ untermauern – dann muss man diesen Informationen glauben.

Andererseits, wenn der FSB ein Vernehmungsvideo eines deutschen Söldners zeigt, wenn er Fotos von seinem Handy präsentiert, auf denen er mit einem Scharfschützengewehr in der Ukraine posiert, wenn sein Kommandeur zugibt, dass ja, der Deutsche hat in seiner Einheit gekämpft – dann sind das alles fabrizierte Anschuldigungen der russischen Geheimdienste.

Wenn ich so etwas lese und höre, dann verstehe ich: Wäre Dr. Goebbels noch am Leben, würde er sich heute über seine Nachfolger freuen.

L’Italia festeggia lo 0,8% mentre si prepara alla tempesta

By: A A
25 October 2026 at 09:10

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

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C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.

Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.

L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.

La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano

Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.

Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.

Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.

La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.

La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino

La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.

Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.

La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.

Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.

La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.

Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini

Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.

Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.

A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.

Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.

Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.

Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze

Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.

Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.

Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.

L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.

Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.

Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.

Meno emergenze, più strategia

La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.

La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.

Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.

Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.

Conclusione: la resilienza non basta

Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.

La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.

L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.

La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.

Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.

La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.

Storia dell’Iraq – Parte II: l’Iraq tra gli Imperi

By: A A
24 October 2026 at 22:05

Alla luce del recente ritiro delle forze statunitensi dal Paese (esito anche della sciagurata aggressione all’Iran) si rende necessario ripercorrere storia e geopolitica dell’Iraq per meglio comprendere quelle che saranno le future direttrici di quello che per demografia, posizione e ricchezza (in termini di risorse naturali) si presenta come un sicuro protagonista nel futuro della regione.

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La Safawiyya, fondata dal poeta mistico Safi al-Din (1252-1334), nacque inizialmente come confraternita sufi. Fu nel corso dei due secoli successivi che quest’ordine religioso-guerriero sviluppò una forte inclinazione politica ed abbracciò apertamente la dottrina sciita imamita. Quando l’allora settenne Isma’il ereditò la guida dell’ordine nel 1494, lo “Stato” costruito dai “montoni bianchi” turchi si era già quasi dissolto. A quel tempo, Isma’il non era considerato solo uno shaykh sufi, a lui venivano associati anche attributi semidivini che necessitavano l’obbedienza assoluta degli adepti (dopo tutto lo stesso dodicesimo Imam dello sciismo assunse tale carica, ed entrò nella fase di primo o minore occultamento, ghayba as-Sughra, quando era ancora un infante).

Ad ogni modo, questo movimento, dal carattere fortemente eterodosso (almeno inizialmente), poteva godere di un notevole seguito tra i membri di una violenta tribù turkmena: i Qizilbash (teste rosse), così chiamati a causa dei loro berretti rossi. Questi, grazie alla loro devozione fanatica e all’ardimento in battaglia, consentirono ai Safavidi, partendo dai territori dell’odierno Azerbaigian, di costruire una vera e propria entità territoriale a seguito della conquista di Tabriz (1501).

Proprio a Tabriz, Isma’il venne incoronato Shah e proclamò lo sciismo imamita come religione di Stato del suo Impero. Va da sé che, in quel periodo, la maggioranza della popolazione dell’Iran era ancora sunnita. Dunque, lo sciismo venne imposto in modo più o meno forzato. Nel 1508, inoltre, Isma’il inviò uno dei suoi uomini più fidati (Lala Husayn Beg Shamlu) a conquistare Baghdad. Per il neonato Impero safavide, infatti, il controllo diretto sui principali santuari sciiti iracheni (Najaf, Kerbala, Samarra e Kazim) si poneva come un’importante questione di prestigio e legittimazione politico-religiosa. Non solo, così facendo, i primi Safavidi diedero slancio anche ad una particolare interpretazione dello spazio geopolitico che segnerà lo sciismo nel corso dei secoli successivi: ovvero, un’idea di territorio non uniforme o delimitato da confini ma intrinsecamente legato a punti  precisi corrispondenti a luoghi simbolo e centri sacri della tradizione religiosa (aspetto che verrà sottolineato a più riprese dai protagonisti della Rivoluzione islamica in Iran nel XX secolo e dai loro successori). É indubbio il fatto che l’Impero safavide avrebbe finito per dominare l’Iraq, ed il cuore stesso dell’Islam, per lungo tempo se non fosse stato per la contemporanea espansione dell’Impero ottomano a Occidente.

L’influenza safavide, di fatto, al principio del XVI secolo, aveva raggiunto l’Anatolia orientale e questa regione fu teatro di violente rivolte sciite contro il dominio ottomano. Il sultano Selim I, dal canto suo, reagì in modo brutale e la repressione dei moti rivoluzionari venne accompagnata da una massiccia invasione di parte del territorio occidentale della Persia. I due grandi imperi si fronteggiarono una prima volta nei territori dell’attuale Azerbaigian nel 1514, a Chaldiran. E, da quel momento in poi, l’Iraq divenne il terreno di confronto costante tra due entità geopolitiche la cui rivalità aveva anche una precisa connotazione religiosa (senza considerare le aspirazioni di entrambi i sovrani a rappresentare l’umma islamica nella sua interezza). Di conseguenza, i rapporti relativamente pacifici che si erano stabiliti tra sunniti e sciiti nel periodo precedente (sotto il dominio mongolo) mutarono di pari passo con il carattere settario sempre più marcato del conflitto ottomano-safavide. Un aspetto che segnerà l’intera storia dell’Iraq anche dopo il crollo dell’Impero ottomano e fino alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 del XX secolo.

All’epoca dell’inclusione dell’Iraq nell’Impero ottomano, questo si estendeva dall’attuale Ungheria allo Yemen e dall’Algeria all’Azerbaigian. L’Impero, inoltre, si presentava come un’immensa area commerciale che beneficiava di una tassazione contenuta e di vie di comunicazione relativamente sicure. Aleppo, una delle più ricche e popolose città dell’Impero, già da quel periodo riusciva a proiettare la sua influenza sull’Iraq, dove la comunità ebraica, grazie all’intraprendenza commerciale, crebbe e si arricchì notevolmente.

Questo merita l’apertura di una breve parentesi. Gli Ottomani, sulla base di una tradizione consolidata nel mondo islamico, riconobbero l’autonomia giuridica di un certo numero di comunità religiose monoteiste (millet). Queste beneficiarono in modo evidente del miglioramento della situazione economica (soprattutto gli armeni dell’Anatolia orientale, i greci di Costantinopoli e Smirne e gli ebrei di Salonicco, Aleppo e Baghdad). Un rabbino di Bassora, Jacob Gabbai, tra il 1775 ed il 1776, svolse un ruolo chiave nel reperire i fondi necessari a garantire lo sforzo bellico ottomano contro i Safavidi. Tale sforzo venne premiato dal Sultano ottomano che gli garantì l’esenzione dal pagamento delle tasse. Alla fine del medesimo secolo, un altro ebreo, Abdullah ibn Yusuf divenne uno dei più importanti consiglieri del governatore ottomano di Baghdad. E proprio a Baghdad, la comunità ebraica crebbe a tal punto da rappresentare circa il 20% della popolazione all’inizio del XIX secolo. Tale aumento era dovuto in parte anche alle migrazioni dai territori persiani, dove gli ebrei erano sottoposti a periodiche forme di persecuzione. Proprio agli inizi del XIX secolo, Heskel Gabbai, mercante ebreo di Baghdad, divenne uno degli uomini più ricchi dell’Iraq. La sua straordinaria abilità finanziaria venne premiata dal Sultano che lo nominò tesoriere ufficiale della Sublime Porta. Di non minore rilievo è stata l’evoluzione della comunità cristiana irachena. La Chiesa nestoriana, capace di diffondersi in tutta l’Asia centrale fino ai confini dell’attuale Cina, subì un colpo mortale quando gli eserciti di Tamerlano cancellarono totalmente la sua presenza ad est dell’Iraq. Nel 1551, l’abate nestoriano Yuhanna Sulaka si convertì al cattolicesimo e venne nominato dal Papa patriarca della Chiesa caldea dell’Iraq settentrionale. Questa nel corso dei tre secoli successivi si avvicinerà progressivamente a Roma, mentre i resti della Chiesa nestoriana divennero gli odierni cristiani assiri. Minore fortuna ebbero gli yazidi. La loro origine risale al X secolo ed alla resistenza tribale curda di fronte al califfato abbaside. Questa, in particolare, trovò espressione nell’esaltazione della figura del califfo omayyade Yazid ibn Mu’awiaya (figura comunque controversa ed odiata dalle correnti islamiche sciite) da cui deriva il nome della setta. La coesione del movimento fu rafforzata all’inizio del XII secolo dallo shaykh sufi ‘Adi ibn Musafir, discendente della dinastia omayyade. Nei secoli successivi, lo yazidismo si trasformò gradualmente in una religione indipendente: una combinazione sincretica tra elementi sufi e antiche tradizioni persiane. Erroneamente ritenuti adoratori del demonio, i seguaci di questo credo in epoca ottomana sono stati ripetutamente attaccati da altre tribù curde e dalle forze imperiali. Sopravvissuti nelle aree di Jabal Sinjar e Mosul, sono stati nuovamente presi di mira dal sedicente “Stato Islamico” dopo la sua ascesa nel 2014.

Tornando sul piano geopolitico, l’Iraq, in virtù della sua particolare posizione geografica, rivestiva una importanza decisiva per gli Ottomani che vi lasciarono in pianta stabile oltre 30.000 soldati. A ciò si aggiunga che la vicinanza della regione al Golfo Persico permise alla Sublime Porta di stanziare a Bassora una imponente flotta militare capace di contrastare inizialmente le mire espansionistiche portoghesi nell’area.

A partire dal 1514, anno della suddetta offensiva ottomana guidata dal Sultano Selim I contro l’Impero safavide, in questa regione si sono combattute almeno venticinque differenti guerre, con un picco della tensione a cavallo tra il XVI ed il XVIII secolo. Rispettivamente, ci sono stati sette differenti conflitti militari nel XVI secolo, nove nel XVII ed altri sette nel XVIII.

Inutile dire che i conflitti tra i due attori siano progressivamente diminuiti con il ridimensionamento del potere di entrambi gli imperi. Non sorprendentemente, nel XIX secolo, in concomitanza con la rapida penetrazione nell’area di Francia, Gran Bretagna e Russia, si conta un solo conflitto frontaliero tra i due.

Di fatto, gli attuali confini orientali dell’Iraq ed occidentali dell’Iran sono il prodotto di innumerevoli accordi e trattati internazionali spalmati su un arco di tempo che dal 1555 arriva fino al 1975. Il Trattato di Amasya, ad esempio, venne firmato nel 1555 tra lo Shah Tahmasb ed il sultano Solimano il Magnifico. In base a questo accordo, l’odierno Iraq passò quasi interamente sotto la sovranità ottomana. Al termine di una nuova fase di conflitto tra le due potenze, lo Shah Abbas il Grande riportò sotto il controllo safavide parte della regione mesopotamica. Questi, dopo aver preso Baghdad, sferrò un duro attacco contro la componente sunnita della popolazione ed ordinò la distruzione di due istituzioni simbolo della corrente maggioritaria dell’Islam: la moschee di Abu Hanifa e di al-Gaylani. Allo stesso tempo, è doveroso ricordare che importanti studiosi sciiti dell’epoca, tra cui spicca Sayyid Darraj (il guardiano del santuario di Kerbala), si opposero a simili azioni e difesero strenuamente i notabili sunniti presi di mira dall’autorità safavide.

Dopo l’avventura di Abbas il Grande, la Persia conobbe un nuovo periodo di decadenza che portò alla firma del Trattato di Qasr-e Shirin (1639). Con esso i Safavidi rinunciavano per sempre alla loro presenza nei territori iracheni che rimasero (tra alterne fortune) sotto dominio ottomano fino al termine della Prima Guerra Mondiale.

Il XVIII ed il XIX secolo furono caratterizzati da una crescita costante della presenza britannica nell’area. Londra era infatti intenzionata ad aprirsi un corridoio strategico via terra verso l’India e per il rifornimento della Compagnia delle Indie Orientali. La città di Bassora, sotto questo aspetto, divenne centrale per i piani geopolitici delle compagnie mercantili europee (non solo inglesi, ma anche olandesi e portoghesi). Nel XVIII secolo, gli Ottomani, alleati con alcune tribù sunnite afghane, mossero nuovamente guerra e conquistarono alcune città della Persia occidentale, mentre proprio gli Inglesi approfittarono della situazione per prendere possesso di alcune regioni a ridosso del Golfo Persico (isole comprese) e dell’Oceano Indiano a sud dell’Altopiano Iranico.

Con l’ascesa al potere di Nadir Shah e della dinastia afsharide (1736-1796), gli Ottomani, costretti sulla difensiva, cercarono di allearsi con i Britannici in chiave antipersiana. I ripetuti scontri tra Afsharidi e Ottomani portarono alla firma del Trattato di Gardan con il quale le parti riconoscevano, di fatto, i confini previsti dal precedente Trattato di Qasr-e Shirin.

Nel 1821, probabilmente su istigazione russa (Mosca era interessata ad uno scontro che indebolisse entrambe le parti per facilitare la sua penetrazione nel Caucaso), i due imperi entrarono nuovamente in conflitto. I Persiani, questa volta governati dalla nuova dinastia dei Qajar, riuscirono ad occupare alcune città dell’Anatolia orientale ma, successivamente, con il primo Trattato di Erzurum (mediato da Russia e Gran Bretagna) riconobbero nuovamente la linea di frontiera stabilita ai tempi di Nadir Shah.

Tutti questi Trattati avevano comunque il difetto di non delineare dei confini chiari tra le due entità geopolitiche. Essi, più generalmente, ne indicavano solo alcuni punti. Sulla base di questa incertezza, mentre i Persiani erano impegnati ad Herat in una sanguinosa battaglia contro le tribù afghane, gli Ottomani, sostenuti dagli inglesi, occuparono il fondamentale centro urbano di Khorramshahr, nell’area sud-occidentale dell’Altopiano. I Qajar reagirono organizzando una spedizione militare contro la Sublime Porta ma russi e inglesi convinsero lo Shah a desistere e ad intavolare nuove trattative che portarono al secondo Trattato di Erzurum (1847).  Questo Trattato, per la prima volta nella storia, indicava in modo preciso quello che sarebbe dovuto essere il confine tra lo Stato dei Qajar e l’Impero Ottomano. In particolare, stabiliva che: “il governo persiano accetta che i territori a ovest di Zahab appartengono al governo ottomano, così come quest’ultimo riconosce la sovranità persiana sui territori a est di Zahab e della valle di Karand. Il governo persiano rinuncia a qualsiasi pretesa per quello che riguarda la città e la provincia di Suleimanyah, non interferendo negli affari della medesima, così come il governo ottomano riconosce la sovranità persiana sulle città a ovest del fiume Arvand (Shatt al-Arab) e riconosce la sovranità persiana su Khorramshahr e Abadan. Inoltre, le navi persiane sono libere di navigare nel fiume Arvand, dal punto in cui il corso d’acqua sfocia nel mare sino al punto in cui è stabilito il confine tra le parti”.

Proprio attorno a questo corso d’acqua strategico (il fiume Arvand o Shatt al-Arab) si concentreranno le rivendicazioni reciproche che portarono al conflitto tra l’Iraq ba’athista e la neonata Repubblica Islamica dell’Iran.

Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante alcuni iniziali slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.

La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba”. Non a caso, Saddam Hussein, successivamente, definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”. Ma questi aspetti verranno analizzati nel dettaglio in seguito.

Superata l’epoca mamelucca (durante la quale l’Iraq poté godere di un discreto grado di autonomia), come in altre regioni del Vicino Oriente, due forze principali influenzarono l’area nel corso del XIX secolo: il crescente potere e le spinte centralizzatrici del governo ottomano da un lato (riforme comprese); la progressiva integrazione di questo spazio in un’economia mondiale dominata in larga parte dall’Europa. Ad onor del vero, già sotto l’ultimo sovrano mamelucco, il pio e stimato studioso Dawud Pascià, tali tendenze (che contraddistingueranno gran parte della storia moderna e contemporanea dell’Iraq) si erano già manifestate attraverso lo sviluppo di un efficiente potere centrale statale e l’espansione dell’influenza economica britannica.

Allo stesso tempo, è opportuno ricordare che i tentativi dell’Impero ottomano di riaffermare il proprio controllo assoluto sull’Iraq incontrarono non poche resistenze. Diverse ribellioni (forse sostenute dalla Persia) scoppiarono sia a Baghdad che nei principali centri sciiti (Najaf e Kerbala, in primo luogo). Proprio a Kerbala, la (ri)conquista della città da parte ottomana avvenne ad un prezzo assai alto in termini di vite umane. I santuari sciiti vennero ancora una volta profanati e le autorità giuridiche sciite vennero spazzate vie. In entrambe le città, inoltre, il potere centrale nominò dei governatori sunniti che non risparmiarono ulteriori persecuzioni per la componente sciita della popolazione. Questa, in larga parte, fu costretta a nascondere la propria fede applicando alla lettera il principio della taqiyya (dissimulazione) che prevede la liceità di nascondere o rinnegare (esteriormente) il credo religioso in modo da sfuggire a persecuzioni o pericoli imminenti.

Tra il 1839 ed il 1876, una serie di riforme, note collettivamente come tanzimat (riorganizzazioni), fu varata dalla Sublime Porta. L’obiettivo era quello di modernizzare gli apparati burocratici dell’Impero. Tuttavia, il primo (e forse unico) reale beneficiario delle riforme fu l’esercito. Scrive lo storico Malcolm Yapp: “Fu necessario reperire il denaro per pagare l’esercito mediante l’imposizione fiscale e i prestiti. Fu quindi necessario disporre di un’amministrazione più ampia ed efficiente per mobilitare le risorse dell’Impero. La riforma educativa si rese indispensabile per produrre i funzionari e i burocrati necessari”.

In questa riforma educativa era compresa l’apertura ad alcune scuole missionarie europee che impartivano un insegnamento più articolato rispetto all’educazione religiosa delle tradizionali madrasa. Tra queste scuole “moderne” spiccava indubbiamente quella fondata a Baghdad nel 1865 dall’Alliance Israelite Universelle, il cui reale obiettivo era quello di preparare la popolazione ebraica irachena al discorso sionista che, nella seconda metà del XIX secolo, stava iniziando a conoscere una discreta diffusione nell’Europa occidentale (tra Francia e Gran Bretagna).

Ma la penetrazione “occidentale” (e britannica in particolar modo) si fece sentire soprattutto in ambito economico. Prima dell’apertura del canale di Suez e della scoperta del petrolio nella Persia meridionale, gli interessi britannici in Iraq erano collegati essenzialmente alle comunicazioni con l’India (la corrispondenza per il Subcontinente percorreva la pista che da Aleppo arriva a Bassora e, da qui, veniva imbarcata per l’India). Le compagnie inglesi, di fatto, si spesero che creare servizi di navigazione regolari lungo il Tigri e l’Eufrate. Negli anni ’30 del XIX secolo, ad esempio, vide la luce la Euphrates and Tigris Steam Navigation Company; mentre nel 1862 venne istituito un collegamento navale tra Bassora e Bombay e, successivamente, un collegamento telegrafico diretto. Così che, negli ultimi anni di dominio ottomano, l’Iraq era già largamente dipendente dalla Gran Bretagna, nonostante i tentativi controegemonici tedesco-ottomani che arrivarono al culmine con il progetto ferroviario Berlino-Baghdad. Infrastruttura strategica dall’alto valore geopolitico che prevedeva, tra le altre cose, i diritti di sfruttamento minerario lungo il percorso della stessa linea ferroviaria.

Come reazione all’influenza che la Germania stava cercando di esercitare sull’area, Londra, nel 1899, concluse un accordo con lo sceicco Mubarak al-Sabah del Kuwait, col quale il piccolo principato avrebbe ricevuto assistenza e protezione militare in cambio del totale controllo britannico sulla sua politica estera.

La comunità che riuscì a trarre maggiore vantaggio dall’apertura economica verso l’Europa fu indubbiamente quella ebraica. Quella sciita, invece, si chiuse in se stessa nonostante fosse già maggioranza relativa in diversi distretti (Baghdad compresa). Non solo, a questo periodo risale la pratica dei sapienti sciiti (mujtahid) di rimettersi, in materie teologiche, giuridiche e politiche, al parere di quello che veniva considerato come il più dotto tra loro: il Marja’ al-Taqlid (fonte di imitazione). Altra pratica che segnerà in modo determinante il futuro della regione.

Gli slanci ottomanisti prima e quelli turco-nazionalisti a partire dai primi anni del XX secolo (e dovuti alla crescente influenza dei Giovani Turchi ed al ruolo del Comitato Unità e Progresso nella “rivoluzione” del 1908) diedero spazio alla contro-affermazione di uno spirito nazionalista arabo che si opponeva alla “turchificazione culturale”. Diverse associazioni segrete vennero create in questi anni. La più importante di queste era al-‘Ahd (la società del patto) che invocava la piena indipendenza delle province arabe dell’Impero ottomano. Il suo fondatore era un egiziano, ma al suo interno ebbero un ruolo di primo piano diverse figure che saranno protagoniste della politica irachena e cavallo tra le due guerre mondiali e dopo, come Nuri al-Sa’id, Yasin al-Hashimi e Jafar al-‘Askari.

Già prima dell’ingresso nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano, i Britannici stavano preparando un’invasione dell’Iraq meridionale partendo dall’India e dalla Persia. Gli interessi economici e strategici di Londra nell’area erano infatti notevoli e crescenti in quanto legati a doppio filo con la trasformazione (dal carbone al petrolio) della fonte combustibile della Royal Navy. Così, un giorno dopo la formale dichiarazione di guerra, le forze di Sua Maestà sbarcarono in prossimità di Bassora. Tuttavia, la conquista dell’Iraq si dimostrò tutt’altro che un’impresa facile. Nei primi mesi del 1916, la forza di spedizione britannica del generale Townshend, sotto assedio da cinque mesi nei pressi di Kut al-‘Amara, fu addirittura costretta alla resa. Solo nel 1917, una nuova offensiva porto all’occupazione di Baghdad e giunse a sud di Mosul. Un’area, quest’ultima, che per tutto il corso della guerra subì i contraccolpi dello scontro che infuriava nell’Anatolia orientale. Qui, tanto i Russi quanto i Britannici non smisero mai di incoraggiare i cristiani armeni e assiri alla ribellione contro il potere ottomano, salvo poi lasciarli soli nel momento reale della resa dei conti (una pratica che successivamente verrà fatta propria, e su larga scala, dagli Stati Uniti).

Al contempo, i Britannici sostennero la ribellione araba guidata dagli Hashemiti meccani. All’interno delle loro forze erano presenti un cospicuo numero di ufficiali iracheni membri della suddetta società al-‘Ahd. La ribellione riuscì a distrarre le forze ottomane da altri fronti e nel 1918 portò Faysal, figlio dello sceriffo della Mecca Husayn, a Damasco. Qui, le sue speranze di dare vita ad un grande regno arabo indipendente si scontrarono con la realtà degli accordi segreti Sykes-Picot con i quali Francia e Gran Bretagna avevano deciso di spartirsi il Vicino Oriente assai prima della fine della guerra.

In linea generale, la prima risposta irachena all’invasione britannica fu di sostanziale neutralità. Tuttavia, questa si trasformò in resistenza attiva quando divenne evidente che l’occupazione militare non era affatto temporanea. Le reazioni variarono a seconda della regione. I Curdi, ad esempio, videro (almeno inizialmente) nei Britannici dei liberatori che avrebbero garantito loro uno Stato indipendente. Gli sciiti, invece, si opposero da subito alla presenza britannica e molti mujtahid arrivano a proclamare il gihad contro gli invasori.

La politica di Londra in Iraq – il cui controllo era fondamentale per lo sfruttamento e commercio petrolifero – assunse da subito due tendenze distinte: la “scuola orientale” rappresentata da Sir Arnold Wilson (il commissario civile del Paese) mirava ad estendere all’Iraq le stesse politiche attuate in India; la “scuola occidentale” dell’Arab Bureau del Cairo, invece, sosteneva la tutela degli interessi britannici attraverso un controllo indiretto e meno pervasivo.

La prima ebbe inizialmente la meglio anche sulla base dell’idea che un simile approccio, oltre a garantire gli interessi britannici, avrebbe diffuso la civiltà tra i barbari popoli asiatici. Un approccio che venne in qualche modo riconosciuto anche dalla Società delle Nazioni a seguito della Conferenza di San Remo del 1920 con il quale si stabilì la politica mandataria occidentale. Questa  veniva giustificata così: “Alcune comunità che appartenevano prima all’Impero turco hanno raggiunto un grado di sviluppo tale che la loro esistenza come nazioni indipendenti può essere provvisoriamente riconosciuta, salvo il consiglio e l’assistenza amministrativa di una Potenza mandataria, finché non saranno in grado di reggersi da sé. I desideri di queste comunità dovranno essere principalmente tenuti in conto dalla Potenza mandataria”.

Nel momento in cui gli esiti di San Remo vennero resi noti, l’Iraq era sull’orlo di un’insurrezione su vasta scala. Nel 1920, inoltre, l’esercito arabo venne sconfitto in prossimità di Damasco dai Francesi (titolari del mandato sulla Siria). Con il risultato che molti iracheni smobilitati finirono per ingrossare le fila della ribellione anti-britannica in Patria. Il centro della “Grande Rivolta” del 1920 fu ancora volta Kerbala. Da qui, l’ayatollah Shirazi continuò imperterrito ad esortare i musulmani alla guerra contro l’occupante. Questo, messo alle strette da un movimento che stava assumendo proporzioni di massa e che avrebbe potuto “contagiare” altre aree del Vicino Oriente, rispose con una brutale repressione in cui la Royal Air Force non risparmiò l’utilizzo di armi chimiche (gas iprite) contro le milizie ribelli.

Nonostante la sconfitta dei ribelli, i Britannici optarono per un cambio di rotta della politica irachena. Il nuovo Alto Commissario Percy Cox rovesciò la politica del predecessore e optò, in comunione di intenti con il Ministero delle Colonie, per l’indirect rule: ovvero, la creazione di un governo iracheno indipendente (affidato al notabile sunnita Abdul Rahman al-Gaylani) sotto stretta supervisione britannica. Mentre a Faysal venne offerta la corona di una neonata istituzione monarchica irachena totalmente asservita a Londra, visto che questi, originario dell’Hijaz, in alcun modo poteva godere di solidi legami con le tribù locali. Un’operazione nuovamente denunciata dalla componente sciita della popolazione che, per l’ennesima volta, venne messa a tacere dalle forze di occupazione.

Nonostante ciò, Faysal insistette per fare in modo che le relazioni tra Gran Bretagna ed Iraq venissero impostate in conformità ad un vero e proprio trattato. Questo venne stipulato nel 1922 e incorporava nei suoi termini tutti quelli del mandato, sebbene nella forma di un supposto accordo bilaterale. La Gran Bretagna amministrava direttamente la difesa e la sicurezza interna del Paese e tutti gli altri ministeri dovevano accettare la presenza di consiglieri e ispettori britannici con diritto di veto su qualsiasi questione di rilievo. Il governo iracheno, con poteri estremamente ridotti, era inoltre tenuto a pagare metà delle spese per i funzionari britannici presenti in loco.

Un nuovo trattato anglo-iracheno venne firmato nel 1930, sotto l’attenta supervisione del Primo Ministro Nuri al-Sa’id (già citato in riferimento alla società segreta al-Ahd e figura centrale nella storia dell’Iraq monarchico). Questo doveva rimanere in vigore per venticinque anni e prevedeva l’indipendenza formale dell’Iraq due anni dopo la sua ratifica. Tuttavia, includeva contemporaneamente la solidificazione di un rapporto ineguale con la Gran Bretagna e la tutela del ruolo dominante della stessa nel Paese. Tutte le più importanti decisioni di politica estera, infatti, prevedevano il veto britannico. E sempre Londra manteneva il monopolio sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito iracheno, così come il diritto di utilizzare il territorio del Paese in caso di guerra (con la RAF che manteneva il controllo diretto sulle basi di Habaniyya, vicino a Baghdad, e di Shu’ayba, nei pressi di Bassora).

Tra i primi provvedimenti del governo “indipendente” vi fu un ulteriore rafforzamento dell’esercito, perché, come ebbe modo di sottolineare proprio Nuri al-Sa’id, era impensabile che in uno Stato moderno le tribù avessero più armi delle forze di difesa e sicurezza. La manovra, però, finì per ritorcersi contro la monarchia e la presenza britannica. L’esercito, infatti, si presentava come una forza nazional-patriottica al cui intero iniziò a diffondersi l’idea che la Gran Bretagna fosse una forza retriva che sosteneva una ristretta ed altrettanto retrograda élite politica che impediva qualsiasi tipo di sviluppo reale del Paese, mantenendolo in una condizione di debolezza e arretratezza. Soprattutto gli sciiti non vedevano alcuna possibilità di elevazione sociale visto che i britannici consentivano l’accesso a posizioni di potere solo ai sunniti.

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