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Jake La Furia, patrimonio e guadagni: quanto vale il rapper dei Club Dogo

29 October 2026 at 13:44

Jake La Furia, nome d’arte di Francesco Vigorelli, è uno dei protagonisti della scena rap italiana. Dai successi con i Club Dogo alla carriera da solista, passando per la radio e la televisione, ha costruito un percorso professionale che gli ha permesso di affiancare alla musica diverse fonti di reddito. Giudice di X Factor dal 2024, la sua partecipazione al talent gli permette di avere un ulteriore compenso da aggiungere all’attività principale che lo ha reso famoso in tutto il Paese.

Chi è Jake La Furia e come ha iniziato la carriera

Francesco Vigorelli, conosciuto dal pubblico come Jake La Furia, è nato a Milano il 25 febbraio 1979. Si è avvicinato alla cultura hip hop negli anni Novanta, iniziando con il writing, cioè la realizzazione di graffiti, prima di dedicarsi sempre più alla musica e alla scrittura dei testi rap.

Le prime esperienze musicali sono legate alle Sacre Scuole, gruppo formato insieme a Guè e Dargen D’Amico. Nel 2001, dopo la fine di quell’esperienza, Jake e Guè danno vita ai Club Dogo con il produttore Don Joe. La formazione diventa progressivamente uno dei riferimenti del rap italiano, grazie a un linguaggio diretto e a una produzione musicale capace di raggiungere un pubblico sempre più ampio. Il successo arriva attraverso album come Mi Fist, Vile denaro, Dogocrazia e Che bello essere noi. Il gruppo contribuisce a portare l’hip hop milanese oltre la dimensione underground, costruendo nel tempo un seguito importante anche dal punto di vista commerciale.

Dopo una lunga fase di attività e il successivo allontanamento dalle scene come gruppo, i Club Dogo tornano insieme nel 2024 con un nuovo album omonimo. La reunion comprende anche una serie di concerti sold out al Forum di Assago e un evento allo stadio San Siro di Milano, confermando la forza commerciale del marchio.

La carriera da solista e i guadagni dalla musica

Parallelamente all’attività con i Club Dogo, Jake La Furia ha sviluppato una carriera individuale. Il suo primo album da solista, Musica Commerciale, è uscito nel 2013 ed è stato seguito da Fuori da qui nel 2016. Nel 2020 ha pubblicato 17 insieme a Emis Killa, mentre nel 2022 è arrivato Ferro del mestiere. Nel 2025 ha proseguito il proprio percorso con Fame.

Questa attività rappresenta una componente importante delle sue entrate. Per un artista affermato, infatti, i ricavi non derivano soltanto dalla vendita degli album o dagli ascolti sulle piattaforme digitali, ma anche dai diritti d’autore, dalle royalties, dai concerti e dalle collaborazioni con altri musicisti.

Il ritorno dei Club Dogo ha inoltre riportato il repertorio del gruppo al centro dell’attenzione del pubblico, creando nuove opportunità attraverso la musica dal vivo e la valorizzazione del catalogo storico.

Jake La Furia, quanto vale il patrimonio: i numeri della società

Per comprendere meglio la situazione economica del rapper è utile osservare i risultati della sua attività imprenditoriale. Francesco Vigorelli è infatti proprietario al 100% di LaFuria Srl, società milanese costituita nel 2018 e attiva nel settore delle edizioni musicali.

Secondo i dati riportati da Affaritaliani il 10 settembre 2026, il bilancio della società relativo al 2025 si è chiuso con ricavi pari a 871mila euro, in diminuzione rispetto agli 1,07 milioni registrati nell’esercizio precedente. Anche l’utile ha evidenziato una flessione significativa, passando dai 434mila euro del 2024 a 130mila euro nel 2025. Il bilancio evidenzia inoltre un patrimonio netto di circa 1,3 milioni di euro e debiti per 190mila euro.

Radio e televisione: le altre fonti di reddito

La musica però non è l’unico ambito in cui Jake La Furia lavora. Nel corso degli anni il rapper ha ampliato la propria presenza nel mondo dello spettacolo, affiancando ai dischi esperienze radiofoniche e televisive. È legato a Radio 105, dove ha lavorato come conduttore, e ha partecipato a diversi programmi televisivi. Nel 2017 ha condotto Carpool Karaoke nella versione italiana e ha preso parte a StraFactor. Successivamente ha lavorato anche per Sky Sport con Goal Deejay.

Dal 2024 è inoltre entrato nella giuria di X Factor, ruolo che ha contribuito a renderlo riconoscibile anche a un pubblico meno vicino alla scena rap. La partecipazione al talent rappresenta un’ulteriore attività professionale e le cifre circolate parlano di un cachet di circa 5mila euro a puntata.

Quanto guadagna Il Volo, cachet dei concerti e ricavi del trio italiano

28 October 2026 at 14:16

Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble hanno costruito una carriera internazionale che li ha portati dai programmi televisivi italiani ai palcoscenici più prestigiosi del mondo. Ma quanto guadagna davvero Il Volo? La risposta non è semplice: i compensi individuali, il patrimonio personale e gli incassi complessivi del gruppo non sono pubblici in modo completo.

Chi è Il Volo, il trio italiano più famoso nel mondo

Il Volo è un trio musicale italiano composto da Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble, tre cantanti che uniscono la tradizione lirica e operistica alla musica pop. Il gruppo si è formato nel 2009, quando i tre artisti si sono incontrati durante la partecipazione al programma televisivo Ti lascio una canzone, condotto da Antonella Clerici su Rai 1. Da quel momento hanno iniziato un percorso che li ha portati a esibirsi sui palcoscenici internazionali e a conquistare un pubblico anche fuori dall’Italia. La svolta è arrivata con la vittoria al Festival di Sanremo 2015 grazie al brano Grande amore, con cui hanno poi partecipato all’Eurovision Song Contest, classificandosi al terzo posto. Nel corso degli anni Il Volo ha pubblicato album, intrapreso tournée internazionali e partecipato a concerti ed eventi televisivi, costruendo un progetto musicale riconoscibile e una carriera che rappresenta anche la base dei suoi ricavi.

Quanto incassa Il Volo per un concerto

Il dato più concreto per comprendere il valore economico del trio arriva da un progetto realizzato in Sicilia nel 2025, nell’ambito delle iniziative legate ad Agrigento Capitale italiana della Cultura. Secondo fonti di stampa, il contratto stipulato con Il Volo Srl prevedeva un compenso diretto di 200.000 euro per i tre cantanti, a cui si aggiungevano importi per attività collaterali, tra cui conferenze stampa e iniziative promozionali. La cifra, tuttavia, non rappresenta il guadagno netto dei tre artisti. Si tratta di un compenso complessivo riconosciuto al gruppo, da distinguere dagli eventuali costi sostenuti e dalle imposte.

Lo stesso progetto aveva dimensioni economiche più ampie: la componente artistica, comprendente orchestra, coro, arrangiamenti e direzione musicale, valeva circa 312.000 euro, mentre la produzione televisiva superava i 370.000 euro. Il costo totale dell’operazione arrivava a sfiorare 1,25 milioni di euro.

Questi numeri aiutano a capire quanto possa essere articolato il budget di un grande evento musicale. Il cachet dei protagonisti è soltanto una parte della spesa complessiva, che può includere scenografie, personale tecnico, musicisti, logistica e riprese televisive.

Per i normali concerti del tour, invece, non esiste una tariffa ufficiale pubblica valida per ogni data. Il compenso può variare in base al Paese, alla capienza della location, alla natura dell’evento e agli accordi con gli organizzatori.

Intorno ai compensi de Il Volo circolano da anni cifre molto elevate. Alcune pubblicazioni parlano di cachet che possono raggiungere il milione di euro per concerto, mentre per le esibizioni negli Stati Uniti vengono riportate stime comprese tra 150.000 e quasi 500.000 dollari.

Un’altra fonte di ricavi per Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble è rappresentata dalla televisione. Negli ultimi anni il trio ha partecipato a programmi musicali, concerti evento e produzioni speciali che hanno contribuito a consolidarne la popolarità anche presso il pubblico generalista. Tra questi progetti rientra la collaborazione con Mediaset, che ha previsto prime serate dedicate al gruppo e appuntamenti natalizi come il concerto Il Volo – Incanto di Natale, trasmesso su Canale 5 il 24 dicembre 2025, su cui però non risultano pubblicate cifre ufficiali sul compenso riconosciuto ai cantanti per la singola esibizione.

I ricavi da dischi, streaming e diritti musicali

Il patrimonio economico costruito dal trio non dipende soltanto dai concerti. La discografia rappresenta un altro tassello importante, soprattutto considerando la capacità del gruppo di raggiungere ascoltatori in Italia, negli Stati Uniti e in altri mercati internazionali.

Il successo di brani come Grande amore, con cui Il Volo ha vinto il Festival di Sanremo nel 2015, ha contribuito a rafforzare la notorietà del gruppo e a mantenere vivo l’interesse per il suo repertorio. La canzone ha accompagnato il trio anche all’Eurovision Song Contest, dove si è classificato al terzo posto.

A questi risultati si aggiungono le vendite degli album, gli ascolti sulle piattaforme digitali e gli eventuali proventi legati ai diritti musicali. Non esiste, tuttavia, una somma fissa che un artista incassa per ogni riproduzione in streaming: i ricavi dipendono dagli accordi contrattuali, dai titolari dei diritti e dai meccanismi di distribuzione delle piattaforme.

Naspi e Dis-Coll di novembre, date di pagamento e chi subisce il taglio del 3%

28 October 2026 at 09:12

A novembre 2026 una parte dei beneficiari di Naspi e Dis-Coll troverà sul conto un accredito più basso del mese precedente. Il motivo è la riduzione automatica del 3% al mese, che scatta dopo i primi mesi di indennità. A novembre riguarda chi ha iniziato a percepire l’assegno nella tarda primavera.

Per capire se il taglio riguarda il proprio assegno, basta conoscere la data di decorrenza della prestazione. Di seguito le regole per le due indennità, le simulazioni di calcolo su diversi importi, le date di accredito previste per novembre e una guida pratica per controllare il pagamento.

Naspi ridotta a novembre: chi riceve meno

La riduzione non dipende dal mese dell’anno, ma da quanti mesi di indennità sono già stati percepiti. Per la Naspi il taglio parte infatti dal primo giorno del sesto mese di fruizione. Per chi aveva già compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda, invece, scatta dal primo giorno dell’ottavo mese.

In pratica entra nel sesto mese a novembre chi ha la decorrenza della Naspi a giugno 2026, mentre tra gli over 55 tocca a chi ha iniziato ad aprile. Chi riceve l’indennità da prima continua a vedere l’importo scendere mese dopo mese, fino alla fine del periodo spettante. Detto ciò, l’accredito copre di norma le giornate già maturate, per cui la prima riduzione può comparire sul conto con un mese di ritardo rispetto all’inizio del sesto mese.

Come funziona il taglio del 3% per Naspi e Dis-Coll

Naspi

La Naspi spetta ai lavoratori dipendenti che perdono il lavoro in modo involontario e che hanno almeno 13 settimane di contributi negli ultimi quattro anni. Dura la metà delle settimane contributive dello stesso periodo, fino a un massimo di 24 mesi. L’importo è pari al 75% della retribuzione media mensile fino a una soglia aggiornata ogni anno dall’Inps, più il 25% della parte eccedente. Il tutto entro un tetto massimo che viene rivalutato annualmente.

La riduzione del 3% scatta ogni mese, a partire dal sesto o dall’ottavo per gli over 55. Un calo progressivo, con ogni taglio che si applica all’importo del mese precedente, per cui la perdita cresce con il passare del tempo.

Dis-Coll

La Dis-Coll è l’indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa. Serve almeno un mese di contribuzione tra il 1° gennaio dell’anno precedente e la cessazione del rapporto, e l’indennità dura tanti mesi quanti sono quelli contribuiti nello stesso periodo. Esiste però un massimale, fissato a 12 mesi.

Anche per la Dis-Coll, dal 2022, la riduzione del 3% scatta dal primo giorno del sesto mese (in precedenza partiva dal quarto). Per i mesi indennizzati l’Inps riconosce inoltre i contributi figurativi.

Naspi e Dis-Coll, le simulazioni di calcolo

Le simulazioni sono sempre utili in casi del genere e nella tabella proponiamo l’andamento di 4 assegni ipotetici, a partire dal primo mese di riduzione. Precisiamo che gli importi sono lordi e che sull’indennità garantita si applica l’Irpef, con le detrazioni previste per il lavoro dipendente. Ciò vuol dire che il netto accreditato sarà più basso.

Assegno iniziale (lordo) Primo mese di taglio Secondo mese Terzo mese Perdita mensile al terzo mese
Naspi da 1.000 euro 970,00 euro 940,90 euro 912,67 euro 87,33 euro
Naspi da 1.300 euro 1.261,00 euro 1.223,17 euro 1.186,47 euro 113,53 euro
Naspi da 1.500 euro 1.455,00 euro 1.411,35 euro 1.369,01 euro 130,99 euro
Dis-Coll da 900 euro 873,00 euro 846,81 euro 821,41 euro 78,59 euro

Un assegno Naspi da 1.300 euro lordi, quindi, dopo tre mesi di riduzione scende a circa 1.186 euro, con una perdita di oltre 113 euro al mese. Per un over 55 con Naspi iniziata ad aprile 2026 e un importo di 1.200 euro. Il primo taglio porta invece l’assegno a 1.164 euro.

Quando arrivano Naspi e Dis-Coll a novembre 2026

Per Naspi e Dis-Coll non esiste una data unica di pagamento, come invece accade per le pensioni, in pagamento stavolta dal 2 novembre. L’Inps dispone gli accrediti in base alla lavorazione delle pratiche da parte delle sedi territoriali. Secondo il calendario diffuso dai patronati, a novembre lo schema dovrebbe essere questo:

  • chi riceve già l’indennità: accredito indicativamente tra il 7 e il 15 novembre;
  • nuove domande accolte: prima mensilità tra il 16 e il 24 novembre.

Precisiamo però che le date sono indicative e possono slittare di qualche giorno. Il 7 novembre cade di sabato, per cui i primi accrediti per chi è già in pagamento sono più probabili da lunedì 9 novembre.

Come controllare importo e accredito

Per sapere quanto si riceverà e quando, i passaggi da seguire sono pochi:

  1. accedere al sito dell’Inps o all’app Inps Mobile con Spid, Cie o Cns;
  2. aprire il Fascicolo previdenziale del cittadino e la sezione dedicata ai pagamenti, dove compaiono data di disposizione e importo;
  3. controllare la data di decorrenza indicata nel provvedimento di accoglimento, da cui si calcola il mese di fruizione;
  4. confrontare l’importo con quello del mese precedente: una differenza del 3% indica che la riduzione è partita;
  5. in caso di importo diverso dal previsto o di accredito mancante, contattare il contact center Inps all’803 164 da rete fissa o allo 06 164 164 da cellulare, oppure rivolgersi a un patronato.

Chi trova un nuovo impiego mentre percepisce l’indennità deve comunicarlo all’Inps entro 30 giorni, indicando il reddito annuo presunto. A seconda del contratto e del reddito, l’assegno può essere sospeso, ridotto o venire meno. Chi pensa di avviare un’attività autonoma, invece, può valutare la liquidazione anticipata della Naspi, mentre chi cerca un nuovo lavoro può guardare alle offerte della stagione invernale.

Manovra 2027, salta il taglio Irpef per il ceto medio: niente aliquota al 33% fino a 55.000 euro

28 October 2026 at 04:00

Un grande passo indietro che sorprende, perché nella Manovra 2027, salvo sorprese, pare che il taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 50.000 euro salterà. Si è parlato molto in queste settimane dell’ipotesi di estendere l’aliquota del 33% fino a 55.000 euro. Un’operazione che sarebbe costata circa 1,2 miliardi di euro.

Il tutto messo da parte nella nuova stesura del disegno di legge di Bilancio, stando a quanto emerso in seguito all’ultimo vertice a Palazzo Chigi. Il testo sarà poi esaminato dal Consiglio dei ministri di quest’oggi, mercoledì 28 ottobre 2026.

Considerando le risorse limitate, il governo concentra gli interventi su alcune priorità:

  • fondo per la flessibilità in uscita dal lavoro;
  • detassazione delle tredicesime per i redditi più bassi;
  • pacchetto fiscale per i giovani;
  • nuovi aiuti alle mamme lavoratrici e alle imprese;
  • stop strutturale al bollo auto.

Perché salta il taglio Irpef per il ceto medio

L’intervento allo studio avrebbe allargato lo scaglione dell’Irpef con aliquota al 33%, oggi applicato ai redditi fino a 50.000 euro, portandolo fino a 55.000 euro. In questo modo una parte del reddito oggi tassata al 43% sarebbe passata all’aliquota più bassa. Un chiaro vantaggio per quello che viene definito ceto medio.

È stato però stimato eccessivo il costo calcolato, pari a circa 1,2 miliardi di euro, come detto. L’ipotesi, dopo un accantonamento nelle scorse settimane, era tornata in discussione, ma ora pare non avere più basi sulle quali reggersi.

Pesa la scarsità di risorse. Non a caso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tornato a parlare di “coperta corta”. Ha infatti spiegato che con la legge di Bilancio si cercherà di fare “quello che è possibile in questa situazione”, perché le proposte che arrivano da partiti e categorie “sono molto al di sopra di quelle che sono le disponibilità di un bilancio”.

Il pacchetto giovani: mini Irpef, flat tax e no tax area

Come detto, le misure chiave saranno altre. Spazio a un pacchetto di misure fiscali dedicate ai più giovani. Tra le ipotesi c’è una cosiddetta mini Irpef per i lavoratori under 30 con redditi bassi. Il tutto con un’aliquota ancora da stabilire e una flat tax del 5% per i neoassunti under 35.

Anche in questo caso il tetto di reddito per accedere ai benefici è ancora in valutazione e dipenderà dalle risorse disponibili. Allo studio c’è inoltre un’estensione della no tax area per gli under 25.

Le misure guardano anche alle imprese che assumono. Il governo punterebbe a rafforzare le maxi deduzioni sul costo del lavoro per le nuove assunzioni: dal 130% attuale si salirebbe al 140% per i giovani e al 180% per le giovani madri, così da rendere più conveniente l’inserimento di queste categorie nel mondo del lavoro.

Richiamo uova biologiche per salmonella, ritirati vari lotti: quali sono e cosa fare

27 October 2026 at 14:48

Il Ministero della Salute e diverse catene distributive hanno diffuso una serie di avvisi di richiamo precauzionale relativi a uova biologiche commercializzate con i marchi Olivero Claudio e Fornasero.

I provvedimenti si sono resi necessari per un potenziale rischio microbiologico legato alla presenza del batterio Salmonella typhimurium nei lotti interessati.

Le avvertenze per i consumatori

Per tutte le partite indicate nelle allerte ufficiali, la raccomandazione è di non consumare assolutamente il prodotto.

Uova biologiche ritirate

I consumatori eventualmente in possesso delle uova coinvolte, sia in confezione originale sia acquistate sfuse, possono restituirle presso il punto vendita d’acquisto per ottenere la sostituzione o il rimborso.

Richiamo uova biologiche Olivero Claudio

Il richiamo riguarda diciassette lotti di uova biologiche prodotte nello stabilimento di Monasterolo di Savigliano (CN). Di seguito i dati per identificare la merce coinvolta:

  • Denominazione di vendita: Uova biologiche;
  • Marchio del prodotto: Olivero Claudio;
  • Commercializzato da: Olivero Organic Soc.Agr.Coop.;
  • Lotti di produzione: dal 1A280926 al 1A141026 (nello specifico: 1A280926, 1A290926, 1A300926, 1A011026, 1A021026, 1A031026, 1A041026, 1A051026, 1A061026, 1A071026, 1A081026, 1A091026, 1A101026, 1A111026, 1A121026, 1A131026, 1A141026);
  • Date di scadenza: comprese tra il 26 ottobre 2026 e l’11 novembre 2026;
  • Formato: sfuso o confezionato;
  • Produttore: Olivero Claudio;
  • Sede dello stabilimento: Monasterolo di Savigliano (CN);
  • Marchio di identificazione dello stabilimento: 128CN019.

La causa del ritiro è l’identificazione di Salmonella typhimurium all’interno delle partite indicate.

Richiamo uova biologiche Fornasero

Un ulteriore avviso di richiamo, diffuso per la medesima motivazione microbiologica, interessa alcuni lotti a marchio Fornasero. I dettagli relativi al prodotto:

  • Denominazione di vendita: Uova biologiche;
  • Marchio del prodotto: Fornasero;
  • Commercializzato da: Olivero Organic Soc.Agr.Coop.;
  • Lotti di produzione: 1A300926, 1A041026, 1A111026;
  • Date di scadenza: comprese tra il 28 ottobre 2026 e l’8 novembre 2026;
  • Formato: sfuso o in confezioni da 4 uova;
  • Produttore: Olivero Claudio;
  • Sede dello stabilimento: Monasterolo di Savigliano (CN);
  • Marchio di identificazione dello stabilimento: 128CN019.

I rischi legati al batterio Salmonella typhimurium

La salmonellosi è un’infezione dell’apparato digerente causata da batteri Gram-negativi del genere Salmonella. Il contagio avviene prevalentemente per via alimentare tramite l’ingestione di cibi contaminati, in particolare uova e derivati o carni avicole non sottoposti a un’adeguata cottura.

L’infezione si manifesta di norma dopo un periodo di incubazione compreso tra le 6 e le 72 ore con sintomi quali diarrea, crampi addominali, nausea, vomito e febbre.

Sebbene nella maggior parte degli individui adulti e sani l’affezione tenda a risolversi favorevolmente nell’arco di pochi giorni, il rischio di complicazioni e disidratazione è significativamente più elevato tra i bambini piccoli, gli anziani, le donne in gravidanza e i soggetti immunocompromessi.

Il rischio legato al batterio Salmonella typhimurium viene eliminato solo raggiungendo temperature superiori a 70 °C al cuore dell’alimento durante la cottura.

Gerry Scotti, quanto vale la sua ricchezza tra televisione, società e immobili

27 October 2026 at 14:29

Quarant’anni di televisione, programmi di successo e investimenti imprenditoriali: il patrimonio di Gerry Scotti è il risultato di una carriera costruita nel tempo, che ha permesso al conduttore di affiancare ai compensi dello spettacolo diverse attività societarie e immobiliari. Volto storico di Mediaset, Scotti ha saputo trasformare la popolarità televisiva in una realtà economica articolata, con partecipazioni aziendali e proprietà distribuite tra Milano, Alassio e Pavia. Ma quanto vale la sua ricchezza e quali sono le principali fonti delle sue entrate?

Dagli esordi in radio al successo con Mediaset

Nato il 7 agosto 1956 a Miradolo Terme, in provincia di Pavia, Gerry Scotti ha iniziato la propria carriera in radio, prima di approdare alla televisione e conquistare una posizione di primo piano nell’intrattenimento italiano.

Nel corso degli anni ha condotto trasmissioni diventate familiari a milioni di telespettatori, da Passaparola a Chi vuol essere milionario?, passando per Caduta libera. Più recentemente è tornato al centro dell’attenzione con La ruota della fortuna, storico quiz televisivo associato al nome di Mike Bongiorno e riproposto su Canale 5.

Quanto guadagna Gerry Scotti in televisione

Stabilire quanto guadagni oggi Gerry Scotti non è semplice, perché non sono disponibili dati pubblici aggiornati e verificati sui suoi attuali contratti televisivi. Nel maggio 2019 il Corriere della Sera aveva riportato una stima di circa 10 milioni di euro annui. Si tratta, però, di un’indicazione riferita a diversi anni fa, che non può essere considerata una misura certa dei compensi attuali.

Un episodio significativo riguarda la partecipazione al Festival di Sanremo del 2025, quando Scotti affiancò Carlo Conti nella conduzione di una serata della manifestazione. In quell’occasione il presentatore dichiarò di aver accettato l’invito senza percepire un cachet.

Il patrimonio societario e la holding GTI

Una parte significativa degli interessi economici riconducibili a Scotti passa attraverso GTI, holding che detiene partecipazioni in quattro società controllate. Secondo i dati relativi al 2023 riportati dalla stampa, la holding ha registrato un fatturato di 541.230 euro e utili per circa 2,1 milioni di euro. Il risultato è legato principalmente ai dividendi distribuiti dalle società partecipate, pari complessivamente a 2,5 milioni di euro.

GTI dispone inoltre di immobilizzazioni materiali e finanziarie per 19,7 milioni di euro. Di questa cifra, 11,01 milioni sono riconducibili a immobili di proprietà. Tra le società controllate figura Good Time Production, attiva nella produzione televisiva e collegata a una parte delle attività professionali del conduttore. Nell’esercizio preso in esame, la società ha realizzato ricavi per 4,5 milioni di euro e un utile di 2,3 milioni.

Le case tra Milano e Alassio

Il mattone rappresenta un’altra componente degli investimenti attribuiti a Gerry Scotti. Secondo le stime Cerved citate nelle ricostruzioni giornalistiche, il conduttore possiede tre appartamenti a Milano e un villino di otto vani ad Alassio. Il valore complessivo delle proprietà, comprese le pertinenze, è stimato in circa 5,7 milioni di euro.

A Milano risulta inoltre usufruttuario di un’abitazione di 13,5 vani, valutata indicativamente 3,1 milioni di euro. Gli investimenti del mattatore di Canale 5 però non si limitano alle abitazioni. Scotti ha infatti partecipato anche a un’iniziativa immobiliare nella sua città d’origine, Pavia, attraverso NCP, acronimo di Nuovo Cinema Pavia. La società è proprietaria dell’immobile che ospita il cinema Movie Planet. L’investimento per il complesso è stato pari a 16,6 milioni di euro. Nel periodo considerato, NCP ha registrato ricavi per 544.000 euro e una perdita di 119.966 euro. Il valore dell’immobile resta iscritto nel patrimonio aziendale ed è soggetto ad ammortamento nel tempo.

Manager più pagati in Italia, chi sono i CEO che guadagnano di più a Piazza Affari

27 October 2026 at 08:41

Chi guida le grandi società quotate italiane e quanto guadagna? Lo rivela lo Studio sui compensi dei Board delle società italiane del Ftse Mib, realizzato da Cutillo & Partners per l’Osservatorio Executive Compensation e Corporate Governance della Luiss Business School. L’edizione 2026 analizza le remunerazioni relative al 2025 di 34 società e registra un dato significativo: per la prima volta tre amministratori delegati hanno superato contemporaneamente i 10 milioni di euro di compenso complessivo.

In cima alla classifica ci sono Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, Andrea Orcel di UniCredit e Philippe Donnet di Assicurazioni Generali. Seguono i vertici dei grandi gruppi energetici, bancari e assicurativi, a conferma del peso di questi settori nella graduatoria dei manager meglio pagati di Piazza Affari.

I manager più pagati di Piazza Affari

La classifica considera la remunerazione complessiva, che comprende stipendio fisso, bonus di breve periodo, incentivi di lungo termine e valore degli strumenti azionari assegnati:

  • Carlo Messina – Intesa Sanpaolo: 12.620.900 euro;
  • Andrea Orcel – UniCredit: 11.474.280 euro;
  • Philippe Donnet – Assicurazioni Generali: 10.119.714 euro;
  • Claudio Descalzi – Eni: circa 8,3 milioni di euro;
  • Flavio Cattaneo – Enel: circa 7,9 milioni di euro;
  • Giuseppe Castagna – Banco BPM: 3,66 milioni di euro tra componente fissa e variabile, a cui si aggiunge la componente azionaria di lungo periodo.

Carlo Messina è il manager più pagato

Al primo posto si trova Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo dal 2013, con una remunerazione complessiva di oltre 12,6 milioni di euro. Durante il suo mandato, il gruppo ha rafforzato la propria posizione nel mercato bancario, anche grazie all’acquisizione di UBI Banca, completata nel 2021. Il modello di business comprende attività di risparmio gestito, bancassicurazione e gestione patrimoniale.

Al secondo posto c’è Andrea Orcel, alla guida di UniCredit dall’aprile 2021. Il suo compenso supera gli 11,4 milioni di euro. La strategia del manager ha puntato sulla semplificazione organizzativa, sul contenimento dei costi e sul rafforzamento della redditività, accompagnati da una politica di distribuzione del capitale agli azionisti.

Completa il podio Philippe Donnet, amministratore delegato di Generali dal 2016, con oltre 10,1 milioni di euro. Il gruppo assicurativo ha proseguito il proprio percorso di sviluppo internazionale, tra assicurazioni e risparmio gestito, attraversando anche momenti di confronto tra gli azionisti sulla governance societaria.

Energia e banche nella parte alta della classifica

Il quarto posto spetta a Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni dal 2014, con circa 8,3 milioni di euro. Nel corso della sua gestione, il gruppo ha affiancato alle attività tradizionali nel settore degli idrocarburi iniziative legate alla transizione energetica, alle rinnovabili e al gas naturale liquefatto. Segue Flavio Cattaneo, alla guida di Enel dal maggio 2023, con circa 7,9 milioni di euro. Il manager ha promosso interventi di razionalizzazione degli asset internazionali e di riduzione dell’indebitamento, con l’obiettivo di rafforzare la redditività del gruppo.

Quanto guadagna un CEO rispetto agli altri consiglieri?

Il report evidenzia una distanza significativa tra i compensi degli amministratori delegati e quelli degli altri componenti dei consigli di amministrazione. La remunerazione complessiva mediana di un CEO del Ftse Mib supera i 3,5 milioni di euro, mentre la remunerazione mediana di un amministratore non esecutivo è di 116.250 euro all’anno. Il compenso mediano del vertice esecutivo equivale quindi a circa trenta volte quello di un consigliere non esecutivo.

Un altro elemento rilevante è il peso degli incentivi di lungo periodo, che rappresentano il 37% della remunerazione mediana, per un valore di circa 1,4 milioni di euro. Si tratta soprattutto di strumenti azionari collegati al raggiungimento di obiettivi specifici. I parametri ambientali, sociali e di governance, noti come ESG, sono presenti nei sistemi incentivanti di tutte le società analizzate e possono incidere fino al 20% della componente variabile.

La classifica mostra dunque come la remunerazione dei top manager italiani sia sempre più legata non soltanto allo stipendio fisso, ma anche ai risultati aziendali e agli obiettivi di lungo periodo. Resta aperto il dibattito sulla proporzionalità dei compensi e sul rapporto tra retribuzioni dei vertici, performance delle società e remunerazione degli altri componenti dei consigli di amministrazione.

Il Pallone d’Oro costa fino a 600.000 euro, ma quanto vale davvero? Il triplo di un Oscar

26 October 2026 at 15:54

Lunedì 26 ottobre, al London Palladium, viene assegnato il Pallone d’Oro 2026, il premio individuale più prestigioso del calcio, giunto alla sua 70ª edizione. Il trofeo ha un peso simbolico molto importante, ma il suo valore materiale è decisamente minore.

Il pallone dorato, realizzato a Parigi dalla Maison Mellerio fin dalla prima edizione del 1956, non è d’oro massiccio e non dà diritto ad alcun premio in denaro. Ciò non ha però impedito una valutazione stratosferica nel corso di un’asta divenuta ormai storica. In quel caso, infatti, il valore finale è salito di centinaia di volte rispetto al costo di realizzazione.

Di cosa è fatto il Pallone d’Oro

Il cuore del trofeo è in ottone pieno, modellato a mano dagli artigiani di Mellerio. Questa storica maison orafa di origine italiana, attiva in Francia dal 1515, firma anche altri trofei sportivi, tra cui quelli del Roland Garros dal 1981. Sopra l’ottone viene poi applicato un sottile strato d’oro. Ecco, quindi, come il pallone ottiene il suo colore caratteristico.

Quanto vale il trofeo

Secondo svariate stime, l’effettivo valore del trofeo, considerando materiali e lavorazione, si aggira intorno ai 3.000 euro. Spiccioli, se si pensa agli stipendi dei calciatori destinati a portare l’oggetto a casa. La cifra può variare con il prezzo dell’oro, ovviamente, ma resta contenuta proprio perché il metallo prezioso è presente solo in superficie.

France Football, che dal 2024 organizza la cerimonia insieme alla Uefa, non riconosce al vincitore alcuna somma in denaro. Il vero ritorno economico arriva dopo, tra bonus contrattuali, sponsorizzazioni e potere negoziale. Voci che pesano sugli ingaggi molto più del trofeo e che spiegano quanto guadagnano i calciatori di vertice.

Il Pallone d’Oro si può vendere?

A differenza di altri premi, il Pallone d’Oro resta di proprietà del vincitore, che può decidere di cederlo. I casi documentati sono però pochissimi e il più noto riguarda Cristiano Ronaldo.

Nel 2017 il portoghese ha ceduto il Pallone d’Oro vinto nel 2013 al miliardario israeliano Idan Ofer per circa 600.000 euro. Una somma in seguito interamente devoluti alla fondazione Make-A-Wish, che sostiene bambini con gravi malattie. La vicenda è però emersa solo nel 2023, grazie al Mirror. Le ricostruzioni in merito non coincidono, con alcune testate che ritengono sia stata venduta una replica del trofeo, mentre altre ribadiscono come la copia sia in realtà quella esposta nel museo di Madeira. Considerando la cifra record, il trofeo è stato pagato circa 200 volte il suo valore materiale.

Pallone d’Oro e Oscar a confronto

Il Pallone d’Oro è da molti considerando, a buona ragione, “l’Oscar del calcio”. È dunque interessante fare un confronto tra i due ambiti trofei. L’Oscar, prodotto dalla fonderia Polich Tallix nello Stato di New York, è in bronzo pieno placcato in oro a 24 carati. È alto 34,3 centimetri e pesa circa 3,85 chili. Il costo di produzione è stimato tra 400 e 1.000 dollari, a seconda del prezzo dell’oro.

Pallone d’Oro Oscar
Produttore Mellerio (Parigi) Polich Tallix (New York)
Materiale Ottone con sottile strato d’oro Bronzo placcato oro 24 carati
Costo stimato Circa 3.000 euro 400-1.000 dollari
Rivendita Libera Bloccata per i premi assegnati dal 1950

La differenza più grande riguarda proprio la rivendita. Dal 1950 chi vince un Oscar deve offrire la statuetta all’Academy per 1 dollaro prima di poterla cedere. Una regola che di fatto annulla il potenziale mercato. Possono circolare liberamente solo le statuette assegnate prima di quella data.

Ed è su quei pezzi che si concentrano le cifre più alte. Nel 1999 Michael Jackson acquistò l’Oscar per il miglior film assegnato a Via col vento per circa 1,5 milioni di dollari, mentre nel 2011 quello vinto da Orson Welles per la sceneggiatura di Quarto potere è stato venduto per circa 860.000 dollari. Valori ben superiori a quelli noti per il Pallone d’Oro.

Plastic tax e Sugar tax rinviate al 2027: cosa cambia per imprese e consumatori

26 October 2026 at 14:56

La Plastic tax e la Sugar tax potrebbero slittare ancora, con un rinvio di sei mesi che sposterebbe la loro entrata in vigore dal 1° gennaio al 1° luglio 2027. L’ipotesi è stata confermata dal vicepremier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’assemblea pubblica di Federchimica a Milano, nel quadro delle misure allo studio per la prossima Legge di Bilancio.

Le due imposte, introdotte nel 2020, non sono mai state applicate a causa dei ripetuti rinvii. La nuova proroga, se confermata nel testo definitivo della manovra, rappresenterebbe un ulteriore differimento di sei mesi, mentre resta aperta la possibilità di uno slittamento più lungo.

Che cosa sono la Plastic tax e la Sugar tax

Plastic tax e Sugar tax sono due imposte con finalità ambientali e sanitarie, pensate per orientare le scelte di produzione e consumo verso comportamenti considerati più sostenibili. La Plastic tax è un’imposta sui manufatti in plastica con singolo impiego, comunemente indicati con la sigla MACSI. Rientrano in questa categoria, secondo le caratteristiche previste dalla normativa, prodotti destinati a contenere, proteggere, manipolare o consegnare merci e alimenti, come determinati imballaggi, contenitori e pellicole. L’obiettivo della tassa è ridurre l’utilizzo della plastica monouso e incentivare il ricorso a materiali alternativi o a soluzioni riutilizzabili e riciclabili. La misura mira quindi a rendere meno conveniente, dal punto di vista economico, l’impiego di determinati prodotti in plastica, favorendo una riduzione dei rifiuti e dell’impatto ambientale.

La Sugar tax, invece, riguarda le bevande analcoliche edulcorate, cioè quelle che contengono sostanze utilizzate per conferire un sapore dolce, nei limiti e secondo le condizioni stabilite dalla legge. La misura è stata concepita per disincentivare il consumo di bevande con un elevato contenuto di zuccheri e contribuire alla prevenzione di problemi di salute legati a un’alimentazione eccessivamente ricca di zuccheri, tra cui l’obesità.

A quanto potrebbero ammontare

La normativa originaria prevede per la Plastic tax un’aliquota pari a 0,45 euro per chilogrammo di materia plastica contenuta nei manufatti monouso soggetti all’imposta. Per la Sugar tax, l’importo previsto dalla disciplina istitutiva è invece pari a 10 euro per ettolitro per i prodotti finiti e a 0,25 euro per chilogrammo per i prodotti predisposti a essere utilizzati previa diluizione.

Si tratta degli importi previsti in origine, la cui effettiva applicazione resta subordinata alle disposizioni e alle scadenze vigenti, comprese le eventuali modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio.

Plastic e sugar tax: cosa chiedono le imprese

Le associazioni di categoria non considerano sufficiente un ulteriore rinvio di sei mesi. Assobibe, che rappresenta le imprese produttrici e venditrici di bevande analcoliche, e Unionplast, che rappresenta l’industria italiana della trasformazione delle materie plastiche, hanno chiesto lo stralcio definitivo delle due imposte dalla prossima manovra.

Secondo le organizzazioni, una proroga limitata nel tempo non risolve il problema dell’incertezza normativa. Le aziende devono infatti programmare gli investimenti, organizzare la produzione, definire i prezzi e pianificare le strategie commerciali con un orizzonte temporale sufficientemente stabile. Il rischio, secondo le associazioni, è che l’assenza di certezze freni gli investimenti e renda più difficile la gestione delle attività industriali.

Dalla tv all’azienda di famiglia agli immobili: il patrimonio di Massimo Giletti

26 October 2026 at 14:28

Giornalista televisivo tra i più conosciuti, tornato in Rai nel 2024 dopo sei anni a La7, Massimo Giletti è alla guida del programma di approfondimento Lo Stato delle Cose, in onda su Rai 3. Il suo patrimonio è legato a due attività principali: la lunga carriera nel mondo della televisione e la partecipazione nell’azienda tessile di famiglia. Ma quanto guadagna e quali sono le sue fonti di reddito?

Quanto guadagna Massimo Giletti: lo stipendio in Rai

Una delle principali fonti di reddito di Massimo Giletti è rappresentata dalla conduzione televisiva. Nel corso della sua carriera ha lavorato per decenni in Rai, diventando uno dei volti più conosciuti dell’intrattenimento e dell’approfondimento giornalistico, prima di passare a La7 nel 2017. Il conduttore ha parlato pubblicamente dei propri compensi anche in passato.

In un’occasione aveva dichiarato di percepire 400.000 euro lordi all’anno durante la sua precedente esperienza in Rai. Dopo l’esperienza a La7, dove ha condotto Non è l’Arena, Giletti è tornato nella televisione pubblica nel marzo 2024. La Rai ha annunciato la firma di un contratto per diversi progetti editoriali, senza rendere pubblici tutti i dettagli economici dell’accordo.

Per la conduzione del programma Lo Stato delle Cose, alcune ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un compenso di circa 1,1 milioni di euro lordi per il periodo 2024-2025. La cifra non equivale a uno stipendio annuale ufficialmente certificato per il 2026 e non è possibile dare per scontato che le condizioni economiche siano rimaste invariate. Nel settembre 2026, intanto, la Rai ha confermato il ritorno del programma su Rai 3, con una nuova stagione dedicata alle inchieste e all’attualità.

Massimo Giletti: quale quota ha nell’azienda tessile di famiglia

Accanto alla televisione, un’altra componente degli interessi economici di Giletti è rappresentata dalla Giletti Spa, storica azienda tessile con sede a Valdilana, nel Biellese. La società, legata alla famiglia da generazioni, opera nel settore della preparazione e filatura delle fibre tessili.

Dopo la morte del padre Emilio, avvenuta nel 2020, Massimo Giletti ha ereditato una partecipazione nell’impresa insieme ai fratelli Emanuele e Maurizio. Secondo le informazioni pubblicate dalla stampa, ciascuno dei tre possiede una quota pari a circa un terzo del capitale. La gestione operativa è affidata ai fratelli: Emanuele ricopre il ruolo di amministratore delegato, mentre Maurizio è presidente.

I risultati economici dell’azienda tessile hanno attraversato una fase complessa negli ultimi esercizi. Nel 2023 la società aveva registrato un utile di circa 515.000 euro. Nel 2024, invece, il profitto era sceso a 229.000 euro, mentre i ricavi erano diminuiti da 7,2 a 5,8 milioni di euro. Le informazioni disponibili sul bilancio 2025 indicano un ulteriore ridimensionamento dell’attività. Secondo i dati riportati da Spacepack, elaborati sulla base di informazioni societarie, il fatturato della Giletti Spa è sceso a circa 4,39 milioni di euro, con una contrazione del 23,9% rispetto all’esercizio precedente.

Quanti immobili possiede Massimo Giletti?

Per quanto riguarda il patrimonio immobiliare, il giornalista divide la sua vita tra Roma e il Piemonte, dove si trovano due dimore legate a esigenze e ricordi differenti. Nella Capitale, il conduttore possiede un appartamento nel quartiere Parioli, una delle zone residenziali più esclusive della città. In Piemonte, invece, Giletti è particolarmente legato alla villa di Ponzone, frazione di Valdilana (ex Trivero), in provincia di Biella, vicino ai luoghi d’origine della sua famiglia e alla storica attività tessile. Lo stesso Giletti l’ha definita in passato il suo «buen retiro», la casa a cui è legato fin dall’infanzia. Non sono però disponibili valutazioni aggiornate e verificate che consentano di stabilire il valore di mercato delle due proprietà o il loro peso effettivo nel patrimonio complessivo del conduttore.

Dove vive Matteo Berrettini, quanto costa comprare casa vicino al tennista italiano

26 October 2026 at 12:00

Matteo Berrettini è chiaramente uno dei protagonisti del tennis italiano, per quanto gli infortuni abbiano offuscato un po’ la luce della sua carriera negli ultimi anni. Ciò che però non è mai mancata è la curiosità da parte dei fan.

Basti pensare all’interesse registrato per la sua vita amorosa, che in passato ha fatto molto discutere. Ma ecco una domanda che interessa molti: dove vive Berrettini? La risposta ci spinge molto lontano da Roma, per quanto lui resti legatissimo alla sua città. Oggi è infatti residente nel Principato di Monaco. Provare a diventare suo vicino di casa, dunque, non richiede una spesa da poco. Ecco quanto.

Chi è Matteo Berrettini

Matteo Berrettini è un ben noto tennista italiano, nato a Roma nel 1996. Sappiamo di lui che è cresciuto nel quartiere di Nuovo Salario, che è nella periferia nord della Capitale. In seguito si è trasferito ai Parioli, iniziando a giocare a tennis a soli 8 anni presso il Circolo Magistrati della Corte di Cassazione.

Dopo il liceo scientifico, ha scelto di dedicarsi totalmente alla racchetta, rinunciando all’università. I risultati gli hanno dato ragione ed è stato infatti il primo italiano a raggiungere la finale di Wimbledon, nel 2021. Una delle colonne della nazionale italiana, ha saputo conquistare il pubblico con potenza in campo e simpatia nelle interviste.

Dove vive

Come detto, il legame con Roma non è spezzato ma, al pari di altri colleghi (come Sinner), ha scelto di stabilire la propria residenza a Montecarlo, nel Principato di Monaco. Vantaggi fiscali e numerose strutture, oltre a una comunità di tennisti internazionale che rende questo uno dei luoghi preferiti per questi sportivi.

Il Principato offre inoltre una posizione strategica rispetto ai grandi tornei europei. Ma perché abbiamo citato i vantaggi fiscali? Il motivo sta tutto nell’assenza dell’imposta sul reddito per i residenti. Non a caso proprio a Monaco il tennista ha anche una società, dedicata alla gestione dei suoi interessi commerciali e d’immagine.

Quanto costa comprare casa a Montecarlo

Pronti a diventare vicini di casa di Berrettini? La prima cosa da fare è assicurarsi d’avere un bel po’ di riserve economiche sul conto. Monaco è infatti il mercato immobiliare più caro al mondo. Stando ai dati ufficiali dell’IMSEE, nel 2025 il prezzo medio ha superato i 57.500 euro al metro quadro.

Berrettini non fornisce di certo il suo indirizzo di casa a chiunque, facciamo dunque un’analisi generale. Ci si attesta in media intorno ai 53.900 euro al metro quadro (+1,8% in un anno) nel quartiere Monte-Carlo, con punte di 50-65 mila euro nel celebre Carré d’Or, mentre il Larvotto, il più esclusivo, arriva a oltre 71.000 euro al metro quadro.

Discorso diverso per le ville, che sono merce rara lì. Partono da 25 milioni di euro. Volendo tentare un approccio più concreto, ipotizziamo d’aver messo gli occhi su un appartamento di 80 mq a Monte-Carlo (quartiere). Può costare intorno ai 4,3 milioni di euro.

Il tutto in un territorio di appena 2,02 chilometri quadrati, dove la scarsità di spazio (ma non solo quella) spinge i valori sempre più in alto. Basti pensare che il prezzo medio è cresciuto di oltre il 40% in 10 anni.

Le radici a Roma

Discorso decisamente diverso a Roma, dove magari si potrebbe sperare di incrociarlo in visita ai suoi cari nei quartieri della giovinezza. Parliamo dell’area Nord, tra Nuovo Salario, Parioli e Monte Sacro. Qui i prezzi degli immobili in vendita si aggirano intorno ai 3.433 euro al metro quadro, con affitti attorno ai 13,9 euro al metro quadro e una domanda in crescita.

Facciamo lo stesso esempio, dunque un appartamento di 80 mq. In questo caso costerebbe circa 275.000 euro. Tutt’altro discorso, decisamente, dal momento che a Montecarlo costa oltre 15 volte tanto. I veri fan, dunque, dovranno accontentarsi.

Esenzione bollo auto, chi ha il bollo che termina a dicembre 2026 può non pagare il rinnovo

26 October 2026 at 09:58

Sappiamo tutti che il governo ha in programma l’esenzione del bollo auto per il 2027. Non tutti sono al corrente del fatto, però, che questo sconto sulle tasse può valere anche per alcuni mesi del 2026. L’agevolazione è legata alla data entro cui il pagamento va effettuato secondo le regole ordinarie e non al periodo di validità del bollo.

È stabilito dall’articolo 2 del decreto legge 17 settembre 2026, n. 162, e in merito si è espresso anche l’Automobile Club d’Italia (Aci). Il passaggio decisivo è quello tra dicembre 2026 e gennaio 2027. Un rinnovo da versare entro il 31 dicembre di quest’anno resta dovuto per intero. Uno che va pagato a gennaio 2027, invece, può rientrare nell’esenzione.

Cosa conta per l’esenzione del bollo auto

Il decreto legge n. 162/2026 stabilisce che l’esenzione riguarda i versamenti il cui termine ordinario di pagamento cade tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2027. Non conta quali mesi copre il bollo, ma entro quando andrebbe pagato.

Gli errori sono dietro l’angolo e per evitarli bisogna distinguere due date che spesso si confondono. Dire che «il bollo scade a novembre» può infatti significare che a novembre termina il periodo già pagato oppure che novembre è l’ultimo mese utile per il versamento.

In via generale, per i veicoli già in circolazione, il rinnovo va pagato entro il mese successivo a quello in cui termina il periodo precedente. È questa seconda data, quella del pagamento, a decidere se si ha diritto all’esenzione sul bollo auto.

Quando si paga e quando no: gli esempi mese per mese

Applicando la regola generale del rinnovo entro il mese successivo, la situazione cambia così a seconda di quando termina il periodo già pagato.

Fine del periodo già pagato Mese ordinario del rinnovo Esenzione 2027
Settembre 2026 Ottobre 2026 No, si paga
Ottobre 2026 Novembre 2026 No, si paga
Novembre 2026 Dicembre 2026 No, si paga per intero
Dicembre 2026 Gennaio 2027 Sì, con i requisiti
Gennaio 2027 Febbraio 2027 Sì, con i requisiti
Marzo 2027 Aprile 2027 Sì, con i requisiti
Giugno 2027 Luglio 2027 Sì, con i requisiti
Settembre 2027 Ottobre 2027 Sì, con i requisiti
Novembre 2027 Dicembre 2027 Sì, con i requisiti

Il caso più delicato è quello di novembre e dicembre. Un automobilista il cui bollo termina a novembre 2026 deve rinnovarlo entro dicembre 2026 e pagarlo per intero, anche se il nuovo periodo coperto comprende diversi mesi del 2027. Chi invece ha un bollo che termina a dicembre 2026 deve rinnovarlo a gennaio 2027 e può quindi beneficiare dell’esenzione, anche se una parte del periodo di riferimento si collega all’anno precedente, a patto che siano rispettati tutti i requisiti.

Come verificare la scadenza del bollo auto

Prima di procedere al pagamento, è consigliabile recuperare la ricevuta dell’ultimo rinnovo e controllare fino a quando è valido il bollo. Da quel dato si ricava il mese ordinario del versamento successivo. Per essere sicuri, però, occorre verificare la scadenza effettiva tramite i servizi online dell’Aci o quelli messi a disposizione dalla propria Regione.

Va ricordato, poi, che il decreto legge n. 162/2026 è in vigore ma deve ancora essere convertito in legge dal Parlamento. Le disposizioni, quindi, potrebbero cambiare nel corso dell’iter.

Quanto guadagnano i piloti di Formula 1 nel 2026: gli stipendi di tutti i campioni

25 October 2026 at 17:00

Chi sono i piloti di Formula 1 più ricchi? Nel 2026, secondo le stime pubblicate da RacingNews365, Max Verstappen e Lewis Hamilton occupano le prime posizioni della classifica degli ingaggi in Formula 1, Charles Leclerc, George Russell e Lando Norris si collocano nella fascia alta del mercato. In fondo alla classifica Colapinto e Lidlblad.

Ecco quali sono i guadagni dei piloti di Formula 1 nel 2026, elaborati sulla base di informazioni raccolte nel paddock, indiscrezioni sui contratti e altre fonti del settore.

Chi sono i piloti di Formula 1 più ricchi

Secondo le stime pubblicate da RacingNews365, gli ingaggi annuali dei 22 piloti del mondiale 2026 vanno da circa 500.000 dollari a 70 milioni di dollari. Nella classifica viene considerato lo stipendio base stimato, senza aggiungere i bonus e gli introiti derivanti dagli sponsor personali.

Ecco la classifica:

  • Max Verstappen (Red Bull): 62,5 milioni di euro all’anno
  • Lewis Hamilton (Ferrari): 53,6 milioni di euro all’anno
  • Charles Leclerc (Ferrari): 30,4 milioni di euro all’anno
  • George Russell (Mercedes): 30,4 milioni di euro all’anno
  • Lando Norris (McLaren): 26,8 milioni di euro all’anno
  • Fernando Alonso (Aston Martin): 17,9 milioni di euro all’anno
  • Carlos Sainz (Williams): 11,6 milioni di euro all’anno
  • Oscar Piastri (McLaren): 11,6 milioni di euro all’anno
  • Pierre Gasly (Alpine): 10,7 milioni di euro all’anno
  • Alexander Albon (Williams): 10,7 milioni di euro all’anno
  • Lance Stroll (Aston Martin): 10,7 milioni di euro all’anno
  • Sergio Pérez (Cadillac): 7,1 milioni di euro all’anno
  • Nico Hülkenberg (Audi): 6,2 milioni di euro all’anno
  • Esteban Ocon (Haas): 6,2 milioni di euro all’anno
  • Isack Hadjar (Red Bull): 4,5 milioni di euro all’anno
  • Valtteri Bottas (Cadillac): 4,5 milioni di euro all’anno
  • Gabriel Bortoleto (Audi): 1,8 milioni di euro all’anno
  • Kimi Antonelli (Mercedes): 1,8 milioni di euro all’anno
  • Oliver Bearman (Haas): 893.000 euro all’anno
  • Franco Colapinto (Alpine): tra 446.000 e 893.000 euro all’anno
  • Arvid Lindblad (Racing Bulls): tra 446.000 e 893.000 euro all’anno

Bonus, sponsor e risultati sportivi: come si compone lo stipendio

Per comprendere le differenze tra i compensi dei piloti è necessario considerare che lo stipendio base rappresenta soltanto una parte della remunerazione. Nei contratti possono essere previsti premi per le vittorie nei Gran Premi, piazzamenti, punti conquistati ed eventuali successi nella classifica costruttori. Inoltre a queste somme possono aggiungersi i contratti pubblicitari personali, le collaborazioni commerciali e le attività legate all’immagine del pilota. Non tutti gli accordi sono però liberamente negoziabili: le scuderie hanno sponsor ufficiali e possono prevedere vincoli per evitare conflitti tra marchi concorrenti.

Il reddito complessivo può quindi essere molto diverso da quello che emerge osservando soltanto l’ingaggio garantito. Anche per questo le classifiche degli stipendi e quelle degli atleti più pagati non coincidono necessariamente.

Formula 1: perché i piloti guadagnano così tanto?

Gli stipendi elevati sono legati al valore economico del campionato, alla competizione tra le scuderie e alla capacità dei piloti più affermati di generare risultati sportivi, visibilità e ricavi commerciali. Per un team, assicurarsi un campione può rappresentare un investimento strategico: le prestazioni in pista contribuiscono ai risultati della squadra, mentre la notorietà del pilota può rafforzare le relazioni con gli sponsor.

Un elemento importante riguarda il budget cap, il tetto alle spese introdotto per contenere i costi della competizione. Gli stipendi dei piloti sono esclusi dal calcolo del limite di spesa applicabile alle scuderie. Questo consente ai team di negoziare ingaggi anche molto elevati senza imputarli alla stessa voce di costo soggetta al tetto regolamentare.  La differenza tra i compensi dei campioni e quelli dei debuttanti riflette infine il valore dell’esperienza, i risultati ottenuti e il potere contrattuale. Arrivare in Formula 1 non significa automaticamente guadagnare decine di milioni: gli stipendi più alti sono riservati a una cerchia ristretta di piloti, mentre per i giovani la crescita dei compensi dipende anche dalla capacità di dimostrare il proprio valore in pista.

Patrimonio di Barbara D’Urso: quanto ha guadagnato in tv e quanto vale oggi la sua ricchezza

24 October 2026 at 17:00

Il patrimonio di Barbara D’Urso è una delle curiosità che accompagnano la lunga carriera della conduttrice, per anni tra i volti più riconoscibili di Canale 5. Tra programmi quotidiani, reality show, fiction e nuovi incarichi in Rai, la presentatrice ha costruito una carriera che le ha permesso di ottenere compensi importanti. Una cifra ufficiale relativa al patrimonio di Barbara D’Urso non è disponibile. Esistono, però, alcune informazioni sui suoi compensi televisivi e sulle entrate maturate durante la lunga collaborazione con Mediaset, oltre a indiscrezioni sui cachet degli ultimi anni. È importante distinguere i dati riportati dalle fonti giornalistiche dalle stime non confermate, perché il patrimonio personale non coincide necessariamente con la somma degli stipendi incassati nel corso del tempo.

I guadagni di Barbara D’Urso durante gli anni a Mediaset

Il capitolo più importante per ricostruire le entrate della conduttrice è quello legato alla collaborazione con Mediaset, durata molti anni e caratterizzata da programmi di grande visibilità. Barbara D’Urso ha condotto trasmissioni come Grande Fratello, Pomeriggio Cinque, Domenica Live e Live – Non è la D’Urso, diventando uno dei volti centrali dell’intrattenimento e dell’informazione televisiva di Canale 5.

Un’indicazione significativa sui suoi guadagni è arrivata nell’aprile 2026, quando, in occasione della controversia legale tra la conduttrice e Mediaset, fonti vicine all’azienda hanno sostenuto che i compensi riconosciuti a D’Urso attraverso i contratti nel corso degli anni fossero arrivati a una cifra vicina ai 35 milioni di euro. A questo importo, secondo la stessa ricostruzione, si sarebbero aggiunti introiti pubblicitari non quantificati.

Si tratta di un dato rilevante, ma va interpretato correttamente: 35 milioni di euro rappresentano i compensi contrattuali complessivi indicati da fonti vicine a Mediaset, non il patrimonio attuale della conduttrice. Per conoscere la sua ricchezza effettiva bisognerebbe considerare anche le imposte pagate, le spese sostenute, gli eventuali investimenti, gli immobili posseduti e gli altri redditi maturati nel corso della carriera.

Quanto guadagnava all’anno e a puntata

Le cifre relative ai compensi di Barbara D’Urso sono state spesso oggetto di indiscrezioni. Nel 2015 la presentatrice avrebbe dichiarato durante un’intervista radiofonica a La Zanzara di guadagnare circa 500.000 euro all’anno, al netto delle tasse. Altre ricostruzioni giornalistiche hanno invece ipotizzato compensi di circa 8.000 euro per ogni puntata di Pomeriggio Cinque e 15.000 euro per le dirette di Domenica Live.

Il ritorno in Rai e il compenso a Ballando con le Stelle

Dopo la conclusione del rapporto con Mediaset nel 2023, Barbara D’Urso è tornata progressivamente in televisione attraverso nuove esperienze professionali. Nel 2025 ha partecipato come concorrente a Ballando con le Stelle, il programma di Rai 1 condotto da Milly Carlucci, mentre nel 2026 è entrata nella giuria della trasmissione.

Anche il nuovo incarico ha riacceso l’interesse sui suoi guadagni. Nell’ottobre 2026, Dagospia, attraverso la rubrica di Giuseppe Candela, ha riportato un’indiscrezione secondo cui la conduttrice percepirebbe circa 15.000 euro a puntata, per un compenso complessivo vicino ai 200.000 euro. Altre ricostruzioni giornalistiche hanno indicato una cifra inferiore, pari a 10.000 euro per appuntamento. La Rai e la conduttrice non hanno confermato ufficialmente questi importi.

La causa con Mediaset può aumentare il patrimonio?

Un altro elemento da seguire è la controversia legale avviata da Barbara D’Urso contro Mediaset. Come riferito dall’ANSA il 23 aprile 2026, la conduttrice ha deciso di procedere per vie legali dopo il fallimento della mediazione.

Tra le questioni sollevate dai suoi avvocati ci sono il mancato riconoscimento dei compensi per i diritti d’autore sui programmi di cui ha curato la scrittura e quelli connessi al format televisivo Live – Non è la D’Urso. Sulla possibile entità di un risarcimento sono circolate stime giornalistiche che arrivano a diversi milioni di euro.

Comprare casa vicino alla stazione, dove costa di più e dove si risparmia

24 October 2026 at 06:00

Comprare casa vicino a una stazione ferroviaria può costare fino all’80% in più rispetto alla media della città. È quanto accade a Torino, dove per comprare una casa nei pressi della stazione Porta Nuova occorrono 3.994 euro al metro quadro contro i 2.220 euro/mq medi della città. A Roma Termini occorrono 6.100 euro al metro quadro contro i 3.810 euro/mq della media comunale. Ma non è una regola valida ovunque: a Napoli, per esempio, gli immobili vicini alla Stazione Centrale costano quasi un quarto in meno rispetto alla media cittadina.

A fotografare queste differenze è un’analisi di Immobiliare.it Insights, che ha confrontato i prezzi delle abitazioni in vendita entro dieci minuti a piedi dalle principali stazioni ferroviarie italiane con quelli medi dei rispettivi Comuni.

Torino è la città con il divario più alto

Tra le città analizzate, Torino registra la differenza più marcata tra i prezzi delle case vicino alla stazione e quelli medi comunali. Per acquistare un immobile entro dieci minuti a piedi da Porta Nuova occorrono in media 3.994 euro al metro quadrato, contro i 2.220 euro richiesti mediamente nel resto della città. Il sovrapprezzo raggiunge così il 79,9%.

Al secondo posto si colloca Roma. Nelle vicinanze della stazione Termini, il prezzo medio delle abitazioni in vendita arriva a circa 6.100 euro al metro quadrato, mentre la media comunale si attesta a 3.810 euro. La differenza è pari a circa il 60%, un divario che rende particolarmente costoso acquistare casa in prossimità del principale snodo ferroviario della Capitale. Completa il podio Venezia, dove comprare un’abitazione nei dintorni della stazione di Santa Lucia costa mediamente 5.049 euro al metro quadrato. Il valore supera del 54,8% la media cittadina, pari a 3.262 euro al metro quadrato.

Firenze, Bari e Milano: quanto costa la vicinanza alla stazione

Il divario tra i prezzi degli immobili nelle aree vicine alle stazioni e quelli medi comunali supera il 20% anche a Firenze e Bari. Nel capoluogo toscano, chi cerca casa a dieci minuti a piedi dalla stazione di Santa Maria Novella deve mettere in conto una spesa media di 5.719 euro al metro quadrato. Il dato è superiore del 21,9% rispetto ai 4.692 euro al metro quadrato registrati a livello comunale.

A Bari, invece, acquistare nei dintorni della stazione Centrale richiede mediamente 2.767 euro al metro quadrato, contro i 2.288 euro della media cittadina. In questo caso, la differenza raggiunge il 20,9%. Anche a Milano la prossimità alla stazione si accompagna a prezzi più elevati, sebbene lo scarto sia più contenuto. Nell’area della Stazione Centrale, il costo medio delle abitazioni in vendita è di 6.566 euro al metro quadrato, contro i 5.649 euro della media comunale. Il divario è quindi del 16,2%.

A Bologna e Trento il sovrapprezzo è più contenuto

In altre città, la differenza tra i valori immobiliari vicino alla stazione e quelli medi comunali è decisamente più ridotta. A Bologna, comprare casa nei pressi della stazione Centrale costa in media 4.116 euro al metro quadrato, l’8,6% in più rispetto ai 3.791 euro registrati nel Comune.

A Trento, invece, gli immobili situati nelle vicinanze della stazione ferroviaria hanno un prezzo medio di 3.614 euro al metro quadrato. Si tratta di un valore superiore del 6,1% rispetto ai 3.405 euro al metro quadrato della media cittadina. Questi dati mostrano come il vantaggio di vivere vicino al treno non si traduca ovunque nello stesso incremento dei prezzi. L’entità del divario varia infatti da una città all’altra e può essere molto diversa anche in funzione delle caratteristiche del mercato immobiliare locale.

Genova, Palermo e Napoli: vicino alla stazione si risparmia

L’analisi di Immobiliare.it Insights evidenzia anche tre eccezioni alla tendenza generale. A Genova, Palermo e Napoli, infatti, acquistare casa vicino alla stazione ferroviaria costa mediamente meno rispetto alla media comunale. A Genova, un’abitazione situata entro dieci minuti a piedi da Piazza Principe costa in media 1.781 euro al metro quadrato, contro i 1.833 euro della media cittadina. La differenza è contenuta, pari al 2,8%.

A Palermo lo scarto è più ampio: nei dintorni della stazione Centrale i prezzi si attestano a 1.466 euro al metro quadrato, circa il 5,8% in meno rispetto ai 1.557 euro medi del Comune. Il caso più significativo è però quello di Napoli. Qui, acquistare casa vicino alla Stazione Centrale significa spendere mediamente 2.279 euro al metro quadrato, contro i 2.990 euro della media comunale. Il prezzo risulta quindi inferiore del 23,8%.

La stazione può influenzare il valore di una casa, ma non è l’unico fattore

Nel complesso, i dati mostrano che la vicinanza ai collegamenti ferroviari rappresenta spesso un elemento capace di incidere sui prezzi delle abitazioni, ma non determina automaticamente un aumento del valore immobiliare.

A Torino, Roma e Venezia la differenza rispetto alla media cittadina è particolarmente elevata, mentre a Bologna e Trento il sovrapprezzo è più limitato. A Genova, Palermo e soprattutto Napoli, invece, le case vicine alle stazioni risultano mediamente più economiche. Per chi intende acquistare un immobile, quindi, la distanza dalla stazione è un elemento da valutare insieme agli altri fattori che influenzano il prezzo: posizione, caratteristiche dell’abitazione, servizi disponibili e qualità del contesto urbano. Il confronto con la media comunale offre un primo riferimento utile, ma non sostituisce un’analisi dei prezzi delle singole zone e delle caratteristiche specifiche dell’immobile.

Ilary Blasi: dal Grande Fratello Vip a Netflix, a quanto ammonta il suo patrimonio

23 October 2026 at 14:44

Ilary Blasi è una delle conduttrici più conosciute della televisione italiana e, dopo anni di carriera tra programmi di intrattenimento, reality show e produzioni per le piattaforme digitali, può contare su diverse fonti di reddito. Dai compensi televisivi alle collaborazioni commerciali, passando per il patrimonio immobiliare e i progetti realizzati con Netflix, il suo profilo economico si è evoluto insieme alla sua popolarità.

Stabilire con precisione a quanto ammonti oggi la ricchezza della conduttrice, tuttavia, non è semplice. Non sono disponibili dati pubblici completi sul suo patrimonio personale, né un bilancio ufficiale che permetta di sommare immobili, liquidità, investimenti e guadagni professionali. Le cifre che circolano sui media devono quindi essere considerate stime o indiscrezioni, non valori certificati.

I guadagni televisivi: il peso del rapporto con Mediaset

Una parte importante delle entrate di Ilary Blasi deriva dalla sua lunga carriera televisiva. Il rapporto con Mediaset le ha permesso di consolidare la propria presenza sul piccolo schermo, conducendo programmi di grande visibilità come L’Isola dei Famosi, Grande Fratello Vip e altri format di intrattenimento. Numeri alla mano, secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, il cachet di Blasi per il ritorno al Grande Fratello Vip nel 2026 si aggirerebbe intorno ai 25.000 euro a puntata. Se si considera una stagione composta da circa 26 appuntamenti, il compenso lordo potrebbe avvicinarsi a 650.000 euro. Si tratta, però, di una stima legata alla durata ipotizzata del programma, non di una cifra ufficialmente confermata dalla conduttrice o dall’emittente.

In passato sono circolate anche valutazioni più elevate per altri programmi, tra cui compensi che sarebbero arrivati a circa 50.000 euro per puntata per L’Isola dei Famosi. Anche in questo caso, in assenza di conferme contrattuali, è opportuno però distinguere le indiscrezioni dalle informazioni verificate. In ogni caso, i programmi televisivi rappresentano una componente centrale del suo potenziale patrimonio economico.

Netflix e i ricavi dei progetti personali

Negli ultimi anni, la conduttrice ha affiancato alla televisione tradizionale nuove esperienze professionali sulle piattaforme digitali. Tra queste rientrano Unica e Ilary, produzioni Netflix che hanno raccontato aspetti della sua vita privata e del percorso successivo alla separazione dall’ex calciatore Francesco Totti. Non sono però disponibili dati pubblici sufficienti per stabilire quanto Blasi abbia effettivamente incassato da ciascun progetto. Le cifre circolate sulla stampa, comprese quelle che attribuiscono a Unica un compenso di circa 700.000 euro, non possono essere considerate guadagni certificati senza una conferma attendibile.

A questi introiti potenziali si aggiungono le opportunità commerciali collegate alla notorietà acquisita: sponsorizzazioni, campagne pubblicitarie, collaborazioni con marchi e contenuti pubblicati sui social network.

La villa all’Eur e il patrimonio immobiliare

Il capitolo immobiliare è uno degli elementi più rilevanti nelle ricostruzioni sulla ricchezza della conduttrice. Al centro dell’attenzione c’è la villa situata nel quartiere Eur di Roma, associata per anni alla vita familiare di Ilary Blasi e Francesco Totti. Il valore dell’abitazione è stato stimato da diverse testate in circa 18 milioni di euro. La residenza, descritta come una proprietà di dimensioni eccezionali, disporrebbe di oltre 1.500 metri quadrati, numerose stanze, piscina, spa, sala cinema privata e un ampio giardino.

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la conduttrice disporrebbe anche di altre proprietà immobiliari, tra Roma e Milano. Si è parlato di almeno cinque ulteriori abitazioni nella capitale e di un immobile nel capoluogo lombardo.

Il divorzio da Francesco Totti e l’assegno per i figli

La vicenda con Francesco Totti ha avuto anche conseguenze economiche, soprattutto per quanto riguarda il mantenimento dei figli e la gestione delle spese familiari. Il Tribunale civile di Roma avrebbe ridotto nel luglio 2026 l’assegno mensile a carico dell’ex calciatore da 12.500 a 10.900 euro per il mantenimento dei figli. A questa somma si aggiungerebbero le spese straordinarie e quelle scolastiche, secondo le modalità stabilite in sede giudiziaria. Le questioni economiche tra gli ex coniugi comprendono inoltre la gestione delle spese relative alla villa e altri aspetti della separazione.

Il patrimonio di Bastian Müller

Oggi Ilary Blasi è sposata con Bastian Müller-Pettenpohl, imprenditore tedesco legato a una famiglia attiva da generazioni nel settore delle perforazioni e della costruzione di pozzi.

Prima di entrare nell’attività di famiglia, avrebbe lavorato nel settore dell’ospitalità di lusso a St. Moritz, in Svizzera, dove tra il 2007 e il 2015 si sarebbe occupato di servizi esclusivi per clienti facoltosi. In seguito avrebbe proseguito il proprio percorso professionale nell’azienda di famiglia. Alcune ricostruzioni giornalistiche attribuiscono al gruppo Müller-Pettenpohl un valore di circa 2 milioni di euro, segnalando anche la presenza di debiti. Non sono però disponibili valutazioni ufficiali e aggiornate che consentano di determinare con precisione il patrimonio personale dell’imprenditore nel 2026.

Concordato preventivo biennale 2026-2027: proposta da accettare entro il 2 novembre

22 October 2026 at 13:29

Il 2 novembre 2026 è una data da segnare sul calendario per le partite IVA che intendono aderire al concordato preventivo biennale. Entro questa scadenza, infatti, i contribuenti interessati possono accettare la proposta dell’Agenzia delle Entrate per definire in anticipo il reddito fiscale relativo agli anni 2026 e 2027. Si tratta di un accordo che può offrire maggiore prevedibilità nella pianificazione delle imposte, ma che richiede un’attenta valutazione della propria situazione economica.

Con la circolare n. 8/E del 6 ottobre 2026, l’Agenzia delle Entrate ha avuto modo di raccogliere e aggiornare le indicazioni sull’istituto, chiarendo le regole di accesso, le modalità di adesione, i motivi di esclusione e i benefici riconosciuti ai contribuenti. Ecco come funziona il concordato preventivo biennale, chi può utilizzarlo e quali aspetti considerare prima di accettare la proposta del Fisco.

Che cos’è il concordato preventivo biennale e come funziona

Il concordato preventivo biennale, conosciuto anche con la sigla CPB, è stato introdotto dal decreto legislativo 12 febbraio 2024, n. 13. Il suo obiettivo è favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali, permettendo a determinate categorie di contribuenti di concordare preventivamente con l’Agenzia delle Entrate il reddito da dichiarare ai fini delle imposte sui redditi per due anni.

In pratica, l’Amministrazione finanziaria elabora una proposta sulla base delle informazioni disponibili, tra cui i dati delle dichiarazioni fiscali, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA) e gli elementi presenti nelle proprie banche dati. Il contribuente può esaminare gli importi proposti e decidere se accettarli.

Per il biennio 2026-2027, il concordato riguarda il reddito derivante dall’attività d’impresa o di lavoro autonomo e il valore della produzione netta rilevante ai fini dell’IRAP, nei casi in cui l’imposta sia dovuta. L’elemento centrale è che le imposte interessate vengono calcolate sulla base concordata, anziché sul reddito effettivamente prodotto nel corso del biennio, secondo le regole previste dalla normativa. Se l’attività genera guadagni superiori a quelli preventivati, il maggior reddito ordinario non comporta automaticamente un aumento della base imponibile concordata. Se, invece, il reddito effettivo è inferiore, il contribuente potrebbe comunque dover pagare le imposte sulla base stabilita nell’accordo, salvo le specifiche ipotesi previste dalla legge.

Il concordato non elimina, tuttavia, tutti gli obblighi fiscali: restano gli adempimenti dichiarativi e contabili previsti per la propria attività e l’IVA continua a essere determinata secondo le regole ordinarie.

Chi può aderire al concordato preventivo biennale

Il CPB 2026-2027 è destinato principalmente ai contribuenti che esercitano attività d’impresa, arti o professioni e applicano gli ISA, gli Indici sintetici di affidabilità fiscale. Si tratta degli indicatori utilizzati dal Fisco per valutare il grado di affidabilità fiscale delle attività economiche.

Non è quindi sufficiente avere una partita IVA aperta: occorre verificare che la propria attività rientri tra quelle interessate dagli ISA e che siano rispettate tutte le condizioni previste dalla disciplina.

In linea generale, non possono aderire:

  • i contribuenti in regime forfetario;
  • i soggetti per i quali non sono previsti gli ISA applicabili al concordato;
  • i contribuenti che hanno già un concordato in corso per il biennio 2025-2026 e non possono quindi aderire contemporaneamente a un nuovo biennio sovrapposto;
  • i soggetti con ricavi o compensi superiori a 5.164.569 euro, secondo i limiti previsti dalla disciplina.

Sono inoltre previste condizioni specifiche relative alla posizione fiscale del contribuente. Per questo motivo, prima di accettare la proposta è opportuno controllare non soltanto il reddito indicato dall’Agenzia, ma anche l’effettiva sussistenza dei requisiti di accesso.

Debiti fiscali, dichiarazioni e altre cause di esclusione

Tra gli aspetti da verificare rientrano i debiti tributari e contributivi. Per il biennio 2026-2027, la disciplina prevede una soglia di 5.000 euro per i debiti definitivi relativi a tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate e per i contributi previdenziali, da valutare complessivamente secondo le regole vigenti. La verifica riguarda la situazione al 31 dicembre 2025. Dal conteggio sono esclusi, alle condizioni stabilite dalla legge, i debiti sospesi o regolarmente rateizzati. Se l’importo residuo supera la soglia, il contribuente può rimuovere la causa ostativa pagando la parte eccedente prima di accettare la proposta.

La normativa contempla anche ulteriori impedimenti, tra cui determinate omissioni dichiarative nei periodi d’imposta precedenti e specifiche condanne per reati tributari o economici. Per il 2026-2027 è inoltre rilevante la presenza, nel 2025, di redditi esenti o non imponibili superiori al 40% del reddito derivante dall’attività d’impresa o professionale.

Scadenza 2 novembre 2026: come accettare la proposta

Per il biennio 2026-2027, il termine ordinario è stato differito al 31 ottobre 2026. Poiché la data cade di sabato, la scadenza effettiva per i contribuenti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare è lunedì 2 novembre 2026. La stessa scadenza riguarda sia chi aderisce per la prima volta sia chi rinnova il concordato già applicato nel biennio 2024-2025. Per i contribuenti con un periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare si applica, invece, il termine specifico previsto in relazione alla chiusura dell’esercizio.

Per valutare la proposta, il contribuente deve utilizzare il software “Il tuo ISA 2026 CPB”, disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate. La procedura consente di inserire le informazioni necessarie, elaborare la proposta e visualizzare gli importi relativi al biennio.

L’accettazione può essere comunicata attraverso due modalità:

  • insieme alla dichiarazione dei redditi: la comunicazione viene trasmessa con il modello ISA collegato al modello Redditi 2026;
  • con invio autonomo: il modello CPB viene trasmesso telematicamente insieme al solo frontespizio di Redditi 2026, compilando l’apposita sezione relativa alla comunicazione.

Diritto alla riparazione, dal 22 ottobre 2026 nuove regole per elettrodomestici e smartphone

22 October 2026 at 10:15

Da oggi, 22 ottobre 2026, riparare un elettrodomestico diventa più semplice grazie a nuove regole che rafforzano i diritti dei consumatori. I produttori di determinate categorie di beni, tra cui lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e aspirapolvere, dovranno garantire la possibilità di riparazione anche dopo la scadenza della garanzia legale, a titolo gratuito oppure a un prezzo ragionevole, rendendo disponibili inoltre i ricambi e le informazioni tecniche necessarie agli interventi.

La novità arriva dal decreto legislativo 25 settembre 2026, n. 176, che introduce nell’ordinamento italiano il diritto alla riparazione.

Diritto alla riparazione: cosa significa

Il diritto alla riparazione fa riferimento a un insieme di norme europee che punta a rendere più semplice, conveniente e accessibile la riparazione dei prodotti guasti, favorendo questa soluzione rispetto all’acquisto di un bene nuovo. L’obiettivo è prolungare la vita degli apparecchi, ridurre gli sprechi e limitare la produzione di rifiuti e il consumo di materie prime.

Oggi, infatti, riparare una lavatrice o uno smartphone può risultare più costoso e complicato che sostituirlo. In alcuni casi, inoltre, la riparazione non è possibile per la mancanza di pezzi di ricambio o di informazioni tecniche. Le nuove regole europee mirano a superare questi ostacoli, incentivando i produttori a realizzare beni più durevoli e riparabili e sostenendo lo sviluppo del settore dell’assistenza.

La normativa introduce obblighi specifici per i fabbricanti di determinate categorie di prodotti, che dovranno garantire la possibilità di riparazione in tempi ragionevoli e gratuitamente oppure a prezzi ragionevoli. Sarà inoltre necessario rendere accessibili le informazioni sui servizi offerti e assicurare la disponibilità dei ricambi alle condizioni previste.

Un’altra novità riguarda la garanzia legale: quando il consumatore sceglie di riparare un prodotto difettoso coperto dalla garanzia, il periodo di responsabilità del venditore viene prolungato di almeno 12 mesi, secondo le condizioni stabilite dalla normativa.

Il diritto alla riparazione punta così a favorire un modello di consumo più sostenibile, nel quale i prodotti vengano utilizzati più a lungo prima di essere sostituiti. Oltre a offrire maggiori possibilità di scelta ai consumatori, le misure mirano a ridurre i rifiuti, contenere il consumo di risorse e promuovere nuove opportunità economiche e occupazionali nel settore delle riparazioni.

Quali prodotti sono interessati

Il diritto alla riparazione non riguarda indistintamente tutti i beni in commercio. Gli obblighi specifici si applicano inizialmente a determinate categorie di prodotti elettrici ed elettronici, individuate dalla normativa europea.

Tra questi rientrano:

  • lavatrici, lavasciuga e asciugatrici domestiche;
  • frigoriferi e lavastoviglie;
  • aspirapolvere;
  • telefoni cellulari, telefoni cordless e tablet;
  • display elettronici;
  • apparecchi per il riscaldamento d’ambiente locale a uso domestico;
  • server e dispositivi per l’archiviazione dei dati;
  • apparecchiature di saldatura;
  • prodotti con batterie destinati ai mezzi di trasporto leggeri.

Riparazioni anche fuori garanzia: quali obblighi hanno i produttori

La novità centrale è la possibilità di chiedere la riparazione anche quando la garanzia legale è scaduta. Per i prodotti interessati, il fabbricante dovrà occuparsi dell’intervento direttamente oppure attraverso un altro professionista.

La riparazione dovrà essere effettuata entro un tempo ragionevole e gratuitamente oppure a un prezzo ragionevole. Non è previsto, però, un tariffario unico: il costo dipenderà dal tipo di guasto e dall’intervento necessario, nel rispetto delle nuove disposizioni. I produttori dovranno inoltre fornire informazioni chiare sui servizi di assistenza e sui prezzi indicativi degli interventi più comuni. Le informazioni tecniche, gli strumenti e i pezzi di ricambio dovranno essere accessibili anche ai riparatori indipendenti, secondo le condizioni previste dalla normativa.

Un’altra novità riguarda gli ostacoli alla riparazione. I produttori non potranno rifiutare un intervento soltanto perché l’apparecchio è già stato riparato da un tecnico indipendente o dal consumatore. Non potranno nemmeno introdurre limitazioni tecniche ingiustificate che impediscano di intervenire sul prodotto.

Pezzi di ricambio: per quanto tempo saranno disponibili

Le nuove regole puntano a contrastare uno dei problemi più frequenti per chi vuole riparare un elettrodomestico: l’impossibilità di trovare i componenti necessari. Per le categorie interessate, i produttori dovranno garantire la disponibilità dei ricambi per periodi stabiliti dalle norme europee, generalmente compresi tra sette e dieci anni dalla commercializzazione dell’ultima unità del modello. La durata varia in base al prodotto e al componente.

I ricambi dovranno poter essere sostituiti senza provocare danni permanenti all’apparecchio e, nei casi previsti, utilizzando strumenti comuni. I riparatori indipendenti potranno impiegare componenti originali, usati, compatibili o realizzati con stampa 3D, nel rispetto delle norme sulla sicurezza e della proprietà intellettuale.

Garanzia legale: un anno in più se si sceglie la riparazione

Il nuovo regime introduce una modifica anche alla garanzia legale di conformità. Se un prodotto presenta un difetto coperto dalla garanzia e il consumatore sceglie la riparazione come rimedio, il periodo di responsabilità del venditore viene esteso di 12 mesi. L’estensione si applica agli acquisti effettuati dal 31 luglio 2026 e non significa che ogni riparazione effettuata dopo la scadenza della garanzia faccia ripartire il periodo di copertura.

Occorre infatti distinguere le due situazioni:

  • prodotto in garanzia: se l’elettrodomestico è ancora in garanzia e presenta un difetto di conformità, il consumatore può rivolgersi al venditore per ottenere, alle condizioni previste dalla legge, la riparazione o la sostituzione senza spese;
  • prodotto fuori garanzia: se la garanzia è scaduta, la riparazione può essere a pagamento, pur dovendo rispettare gli obblighi specifici previsti per le categorie interessate.

Preventivi trasparenti e piattaforma europea: le altre novità

Per aiutare i consumatori a valutare le offerte, la normativa introduce anche un modulo europeo di informazioni sulla riparazione. Può essere richiesto per gli interventi su prodotti fuori garanzia e contiene, se fornito dal professionista, indicazioni sul prezzo, sui tempi, sul tipo di lavoro e sugli eventuali costi aggiuntivi. Il professionista non è obbligato a rilasciarlo, ma se lo utilizza l’offerta ha una validità vincolante di 30 giorni.

Entro il 31 luglio 2027 dovrà inoltre essere attivata una piattaforma europea gratuita per individuare riparatori, venditori di prodotti ricondizionati e operatori specializzati nel recupero dei beni difettosi.

Ciclone Harry, dall’Ue 74,9 milioni all’Italia: a cosa serviranno gli aiuti

22 October 2026 at 06:00

Arrivano gli aiuti dell’Unione europea per le aree colpite dal ciclone Harry nello scorso gennaio. L’Italia in particolare riceverà 74,9 milioni di euro da parte del Parlamento europeo che ha approvato lo stanziamento nell’ambito del Fondo di solidarietà dell’Ue, lo strumento comunitario che aiuta gli Stati membri a fronteggiare le conseguenze delle grandi calamità naturali. Le risorse serviranno a contribuire agli interventi necessari per superare i danni provocati dalla tempesta e favorire il ritorno alla normalità nei territori interessati.

Il via libera è arrivato il 21 ottobre 2026 a Strasburgo, con 651 voti favorevoli, 17 contrari e 3 astensioni. L’erogazione dei fondi deve ora passare attraverso l’approvazione formale del Consiglio dell’Unione europea, prima del trasferimento delle risorse da parte della Commissione europea.

Ciclone Harry, quanto riceverà l’Italia dall’Unione europea

La somma prevista per l’Italia ammonta a 74,9 milioni di euro. Si tratta di un sostegno finanziario destinato agli interventi di ripristino nelle zone colpite dal ciclone Harry, che ha interessato il Paese nel gennaio 2026. Il finanziamento rientra in un pacchetto complessivo da 489 milioni di euro approvato dal Parlamento europeo per aiutare quattro Paesi a far fronte ai danni provocati da eventi meteorologici estremi.

Oltre all’Italia, sono coinvolti Malta, che riceverà 3,7 milioni di euro per le conseguenze della stessa tempesta Harry, il Portogallo e la Spagna, colpiti da gravi inondazioni nel febbraio 2026. Nel dettaglio, sono previsti 261,5 milioni di euro per il Portogallo e 149,1 milioni per la Spagna. La ripartizione delle risorse riflette le richieste di assistenza presentate dai singoli Paesi in relazione ai danni subiti.

A cosa serviranno i fondi per il ciclone Harry

Le risorse europee sono destinate a sostenere il ripristino delle aree danneggiate dalla tempesta. Il Fondo di solidarietà dell’Ue interviene infatti per aiutare gli Stati a gestire le conseguenze di calamità naturali particolarmente gravi e a finanziare le operazioni necessarie per il recupero dei territori colpiti.

Il sostegno non va quindi interpretato come un contributo erogato direttamente a tutte le famiglie o alle imprese danneggiate. Si tratta, piuttosto, di fondi pubblici destinati agli interventi ammissibili previsti dal meccanismo europeo, secondo le procedure e le condizioni stabilite per il loro utilizzo. L’obiettivo è contribuire alle spese legate alla gestione dell’emergenza e al ripristino delle condizioni essenziali nelle aree interessate. L’effettiva destinazione delle somme dipenderà dagli interventi riconosciuti ammissibili e dalle modalità di attuazione previste dalle autorità competenti.

Fondo di solidarietà Ue, come funziona

Il Fondo di solidarietà dell’Unione europea è stato istituito per consentire all’Ue di fornire un sostegno finanziario agli Stati membri colpiti da gravi calamità naturali. Può essere attivato, in presenza dei requisiti previsti, per contribuire a coprire alcune spese pubbliche sostenute per affrontare l’emergenza e ripristinare servizi e infrastrutture essenziali.

Il fondo rappresenta uno strumento di solidarietà tra Paesi europei: permette di affiancare le risorse nazionali quando un evento eccezionale provoca danni rilevanti e richiede interventi straordinari. L’approvazione del Parlamento europeo è un passaggio importante, ma non coincide ancora con il trasferimento effettivo del denaro. Nel caso degli aiuti per il ciclone Harry, resta necessaria l’approvazione formale del Consiglio Ue, dopodiché la Commissione europea potrà procedere con il finanziamento.

Sciopero tir, stop ai blocchi in Sicilia e Calabria: decreto in Cdm e linea dura del Viminale

22 October 2026 at 04:00

La protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio (e non solo) è giunta a una triste svolta. Dopo giorni di blocchi, che hanno messo in difficoltà buona parte del Sud (in buona parte unito a sostegno dei manifestanti, ndr), nella serata di mercoledì 21 ottobre 2026 sono stati sospesi i presidi in Sicilia e in Calabria. Diverso il discorso in Campania, dove sono stati liberati alcuni snodi autostradali.

Il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Sul fronte dell’ordine pubblico, il Viminale ha però avviato un’azione a tappeto contro i presidi illegali, con 1.339 persone identificate. Non proprio l’intervento a supporto dei lavoratori esausti che ci si sarebbe aspettato.

Sicilia e Calabria sospendono la protesta

La Sicilia è la regione che ha fatto il primo passo e, di fatto, quella che si è beccata dure critiche sui social. La svolta è giunta in serata, dopo un incontro in Prefettura a Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), che manteneva i blocchi lungo l’autostrada Messina-Catania, davanti al porto di Palermo e in altre strade dell’isola, ha deciso di sospendere la protesta.

Ecco le parole del presidente dell’Aias Giuseppe Richichi:

Abbiamo deciso di revocare il blocco dei tir poiché abbiamo ricevuto delle rassicurazioni da parte del prefetto che anche noi siederemo ai tavoli nazionali per i confronti sul tema dell’autotrasporto.

Una decisione che ha ribaltato quanto deciso soltanto poche ore prima. L’assemblea all’interporto di Catania aveva infatti votato all’unanimità il “fermo a oltranza”.

Un fronte, quello siciliano, nettamente spaccato. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) di Salvatore Bella aveva infatti già revocato il fermo dopo l’incontro con il ministro Matteo Salvini del 20 ottobre. L’Aias contestava invece l’accordo, chiedendo:

  • contributi straordinari sul gasolio;
  • sospensione dei versamenti contributivi;
  • finanziamenti agevolati per rinnovare i mezzi;
  • maggiori tutele per i piccoli trasportatori.

Sciopero tir

In Calabria invece lo stop è stato annunciato da Fedralog, la federazione regionale della logistica che aveva proclamato il fermo. Ecco un sunto di quanto riportato nella nota ufficiale:

Abbiamo deciso di sospendere l’astensione dai servizi per dare fiducia al Governo e al ministero.

L’attenzione resta però massima e se l’incontro del 27 con Salvini non darà risposte reali, si spiega, “organizzeremo un grande corteo verso Roma con tutti i nostri mezzi. La misura è colma e il tempo delle attese è finito”.

Come detto, differente la situazione in Campania. Secondo Vincenzo Parisi, rappresentante degli autotrasportatori, sono stati liberati i presidi di Caserta e di Mercato San Severino, nel Salernitano, ma camion e trattori si sono spostati allo svincolo di Pontecagnano. Nel Casertano, dopo le identificazioni della Polizia, sono stati rimossi i presidi vicino alle autostrade, mentre restavano quelli nelle aree industriali e interportuali. In Basilicata, infine, è stato sciolto dopo quattro giorni il presidio sulla statale 106 Jonica.

Decreto in Cdm e fondi per l’autotrasporto

Dopo il vertice a Palazzo Chigi con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e i Ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, il Governo ha convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, un Consiglio dei ministri.

Si punta all’approvazione di un decreto legge che riunisca gli interventi a sostegno dell’autotrasporto, così come ulteriori risorse per il comparto agricolo. Secondo il Ministero delle Infrastrutture, il provvedimento dedicherà particolare attenzione ai piccoli operatori, i cosiddetti padroncini, e a chi è rimasto escluso dalle misure previste dalla normativa europea.

Tra gli interventi già individuati figurano:

  • ristori per il caro gasolio;
  • sospensione dei canoni di leasing;
  • digitalizzazione della lettera di vettura.

In termini concreti, parlando di risorse, Salvini ha svelato una cifra, diciamo. Oltre un miliardo di euro sbloccato per il settore. Il Ministro ha confermato che “i 430 milioni sono in pagamento da oggi agli autotrasportatori per il caro gasolio, con 32mila imprese che verranno aiutate”.

A ciò si aggiungono 50 milioni per i mesi di settembre e ottobre, per un totale di 480 milioni destinati al caro carburante tra marzo e ottobre. Un totale che non basta ma che, stando al Ministero, copre il 70% dei maggiori costi.

Altri 590 milioni saranno poi erogati per sostituire i camion più vecchi con mezzi nuovi. Salvini ha anche smentito un messaggio audio circolato online, secondo cui l’accordo sarebbe stato rifiutato: “Non fidatevi delle balle che girano in rete”.

Non tutti, però, sono convinti. Dai presidi del Casertano circola malcontento, con alcuni manifestanti che hanno contestato le somme. Quanto sbloccato, dicono, sarebbe parte di “soldi già destinati alla categoria”. I sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, hanno intanto chiesto di anticipare il confronto del 27 ottobre: “Rischiamo città paralizzate e sommerse dai rifiuti”. Per l’agricoltura, infine, Lollobrigida ha annunciato “ulteriori interventi” contro il caro carburanti. Al tempo stesso, però, le sue parole sono tra le più problematiche pronunciate da esponenti di questo esecutivo.

Linea dura sui blocchi

Se da un lato c’è stato spazio per il dialogo, dall’altro il Ministero dell’Interno ha avviato un’azione a tappeto per identificare chi attua “in forma illegale presidi stradali che intralciano la circolazione, soprattutto in Campania”.

Il bilancio è stato diffuso proprio dal Viminale e si parla di 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzionate sul piano amministrativo. Le forze dell’ordine hanno scortato circa 500 tir soltanto in Campania, un servizio che, secondo Palazzo Chigi, “sarà garantito a chiunque ne faccia richiesta per poter continuare a lavorare in sicurezza”.

Il Ministero si è impegnato inoltre a garantire la continuità dei rifornimenti di prima necessità, dai generi alimentari ai farmaci. Il Ministro Piantedosi ha poi riunito prefetti e questori per sollecitare la massima attenzione su possibili infiltrazioni criminali.

Parole durissime sono state pronunciate nel pomeriggio di mercoledì 21 ottobre. Il tutto a corredo di un generale atteggiamento governativo che avrà un netto peso, in un verso e nell’altro, alle prossime elezioni. Alla Camera, il Ministro delle Imprese Adolfo Urso ha precisato che “impedire il passaggio dei soli camion, lasciando transitare le automobili, configura comunque un blocco stradale, con conseguenze penali anche detentive”.

Ed ecco che da un lato si chiede di poter vivere dignitosamente e dall’altro si sfrutta lo spauracchio di multe, denunce e detenzione. Sulla stessa linea il viceministro Edoardo Rixi, che teme “infiltrazioni di bande organizzate”. In merito non è mancato il pensiero espresso ad alta voce di Lollobrigida, che ha parlato di “casi evidenti di infiltrazioni criminali”.

Chi protesta, anche pacificamente, è da condannare alla gogna (o peggio). E così ecco spuntare anche il Codacons, che ha annunciato denunce alle Procure se i blocchi non saranno rimossi. Il tutto mentre le 11 associazioni nazionali dell’autotrasporto, da Anita a Unatras, hanno chiesto a Piantedosi di intervenire: “Continuare a bloccare il Paese non è più giustificabile”.

Supermercati, carburante e prezzi: che succede

Le conseguenze dei blocchi sono sotto gli occhi di tutti al Sud ma, come detto, ciò non ha fatto vacillare il generale sostegno da parte del popolo, in strada e sui social. Federdistribuzione ha segnalato scaffali sempre più vuoti in Puglia, Calabria e Campania, con merci ferme nei centri distributivi. A Bari, invece, gli operatori stimano scorte sufficienti solo per pochi giorni, mentre a Gela l’acqua minerale è diventata introvabile. Ancd-Conad ha parlato invece di sprechi per decine di milioni di euro.

Un po’ di conseguenze iniziano però a lambire anche i confini del Centro-Nord. In Veneto l’ortofrutta arriva “a singhiozzo”, secondo Confcommercio, e in Toscana si registrano i primi problemi di approvvigionamento, mentre in Umbria la situazione resta al momento sotto controllo.

Supermercato vuoto

Sul fronte dei carburanti, a Napoli si sono formate code di ore davanti ai pochi distributori ancora riforniti, con difficoltà anche per il Gpl. Diversi automobilisti hanno inoltre denunciato prezzi fuori mercato (in alcuni casi gli aumenti sono stati svelati anche in piccoli alimentari, ndr), con il diesel venduto fin oltre i 3 euro al litro e la benzina fino a 2,499 euro. Ciò a fronte di medie intorno a 2,25 e 1,99 euro.

Per contrastare eventuali speculazioni, la Guardia di Finanza ha avviato controlli sugli impianti, mentre a Crotone è stata istituita una task force. Qui le compagnie che hanno aderito al tetto promosso da Eni, fissato a 1,99 euro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, stanno rispettando gli impegni, ma alcune pompe indipendenti avrebbero toccato i 2,8 euro al litro per il gasolio.

Aeroporti, scuole e servizi pubblici: com’è la situazione

La protesta ha inevitabilmente colpito anche il trasporto aereo. Secondo i Notam diffusi da Enav, ovvero gli avvisi ufficiali per i piloti, il carburante per gli aerei è risultato indisponibile o limitato negli aeroporti di:

  • Crotone;
  • Reggio Calabria;
  • Napoli;
  • Catania.

Le compagnie sono state così invitate a rifornirsi negli scali di partenza. In questo contesto, WizzAir ha avvertito di possibili limitazioni sui voli. Per quanto riguarda gli aeroporti calabresi, la Sacal, ovvero la società di gestione, ha assicurato che non sono previsti impatti sui voli programmati. Resta regolare intanto il traghettamento tra Calabria e Sicilia.

Disagi anche per i servizi essenziali. Poste Italiane ha comunicato ritardi nelle consegne di pacchi e corrispondenza da e per:

  • Calabria;
  • Sicilia;
  • Campania;
  • Puglia.

A Napoli l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate ha segnalato rischi per i trasporti sanitari, dai pazienti in dialisi ai trasferimenti tra ospedali. In Campania l’Eav ha annunciato possibili riduzioni dei servizi di autobus e, in assenza di carburante, di alcune corse ferroviarie dal 24 ottobre.

A Praia a Mare e Tortora è stata invece sospesa la raccolta dei rifiuti porta a porta, mentre a Isola di Capo Rizzuto, nel Crotonese, una scuola ha sospeso la mensa dal 22 ottobre perché i pasti non arrivano più. Tornando a Napoli, infine, la Federico II ha annunciato il ritorno alla didattica a distanza, considerando la crisi dei carburanti.

I danni ad agricoltura e industria

Tra i settori più colpiti c’è l’agroalimentare:

  • si è fermata la produzione di mozzarella di bufala campana Dop, perché il latte non arriva ai caseifici entro le 60 ore previste dal disciplinare;
  • nel Casertano i produttori di mela annurca Igp hanno interrotto la raccolta;
  • in Calabria Coldiretti segnala kiwi, agrumi e olive bloccati e operatori del Nord, che si riforniscono già in Spagna;
  • in Sicilia il mercato ortofrutticolo di Vittoria non ha ripreso l’attività.

Secondo Legacoop Agroalimentare, se i blocchi proseguissero fino al 27 ottobre, i danni potrebbero arrivare a decine di milioni di euro. A Termoli, ad esempio, la pesca si è fermata perché i camion non riescono a trasportare il pescato e al porto manca persino il gasolio per i pescherecci.

Le difficoltà riguardano anche l’industria e i servizi. Gli industriali di Campania e Puglia parlano di “attività produttiva alla paralisi”, mentre a Cosenza il gruppo di surgelati Gias ha annunciato lo stop delle linee, con 200-300 lavoratori su 400 che rischiano di restare a casa. Ance Calabria segnala invece che acciaio e bitume non arrivano più nei cantieri, e Aigrim-Fipe stima già 50 ristoranti di catena chiusi al Sud.

Sullo sfondo infine restano i costi strutturali del settore. Confcommercio offre un dato interessante. Tra il 2019 e il 2026 il gasolio è aumentato di circa il 30% e oggi pesa per il 40% sui costi operativi delle imprese di autotrasporto. Sul piano locale, la Regione Campania ha annunciato un fondo per il caro gasolio in agricoltura. In merito però c’è un po’ di confusione sulle cifre, con circa 13 milioni secondo il presidente Roberto Fico, che diventano 20 milioni, come “prima base di partenza”, secondo Coldiretti Campania.

Cosa succede ora

Gli appuntamenti cardine ora sono due. Il primo è il citato Consiglio dei ministri di giovedì 22 ottobre. In quest’occasione si dovrà tradurre in un decreto legge l’insieme degli impegni presi con la categoria. Il secondo è l’incontro del 27 ottobre con il Ministro Salvini. Una data che diverse sigle considerano decisiva.

Molte realtà hanno soltanto sospeso il blocco, minacciando di riprendere la mobilitazione in caso di mancata concretezza governativa, fino a un corteo verso Roma, se le richieste non saranno accolte. Per i cittadini del Sud, intanto, il ritorno alla normalità di rifornimenti e servizi dovrebbe essere graduale, mentre resta da capire se tutti i presidi ancora attivi nelle aree industriali verranno rimossi nelle prossime ore.

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