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Una rete di sindaci per contare in Parlamento. La scommessa di De Luca per il centrodestra

27 October 2026 at 16:13

La ‘Catena’ di De Luca per portare i sindaci in Parlamento (e il centrodestra di nuovo al governo). Questa l’intenzione del movimento promosso dal sindaco di Taormina assieme alla lista Sindaci d’Italia, la cui convention è stata aperta a Roma dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, alla presenza dello stesso De Luca e di Laura Castelli, già viceministra dell’Economia e delle Finanze, e attuale presidente del partito Sud chiama Nord (oltre che vicesindaco di Messina).

Non un nuovo tentativo sudista o frammentario, ha spiegato la seconda carica dello Stato, ma la volontà di dialogare con i territori al fine di comporre un quadro nazionale. La Russa sgombra il campo dagli equivoci: “Conosco Cateno da anni, è una persona libera ed è con estrema libertà che ha deciso di approcciarsi a questa sfida: ovvero sostenere le nostre battaglie e farlo dal pulpito dei sindaci, i veri eroi di questi tempi”. Non è questa una risposta a Vannacci, aggiunge La Russa, dal momento che quando Cateno De Luca faceva il suo movimento, il generale era sconosciuto. Piuttosto, il tentativo di dare voce ai territori all’interno di una visione nazionale. E non mancano le prese di posizione da parte di De Luca nel merito dei dossier. Come quando il leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina spiega che Meloni “si è trovata nella prima fase a gestire buffi e disastri del governo precedente”, o quando ricorda che grazie al nucleare il Meridione potrà diventare un hub energetico, o quando ammette di sentirsi spesso con la premier, a cui ha detto di essere pronto anche al voto anticipato.

C’è spazio anche per la polemica per così dire civica, quando De Luca definisce quello di Onorato “un partito di civici fatto in provetta”, mentre di contro la sua strategia non è finalizzata a creare una “correntina per qualche posto in Parlamento, ma a consentire ai sindaci di arrivare direttamente”. Ed è quella traccia seguita nei dibattiti tematici a cui hanno preso parte molteplici esponenti centristi, come Luigi Marattin segretario del partito Liberaldemocratico, Ettore Rosato vicesegretario di Azione, Domenico Carbone coordinatore nazionale Anci giovani e Marco Di Stefano responsabile enti locali di Noi Moderati.

Ad aprire la tre-giorni di congresso era stato in mattinata il ministro dell’energia Gilberto Pichetto Fratin, favorevole al contributo di Sud Chiama Nord al centrodestra perché “porta realismo alla coalizione”. In sala molti sindaci e anche molti volti territoriali, ovvero ex amministratori e soggetti che conoscono le dinamiche delle preferenze, come il sindaco di Scalea Mario Russo, il sindaco di Messina Federico Basile, il pugliese Ninni Borzillo.

La Cia al servizio della competitività americana? Il caso dello spionaggio economico

27 October 2026 at 16:02

Per decenni Washington ha tracciato una linea piuttosto netta. Le agenzie di intelligence possono raccogliere informazioni sulle imprese straniere quando vi è un interesse per la sicurezza nazionale, ma non possono farlo con l’obiettivo di assicurare un vantaggio commerciale alle aziende americane. David S. Cohen, due volte vicedirettore della Cia, sostiene su Foreign Affairs che quella distinzione abbia perso buona parte della propria ragion d’essere.

L’analisi

Il punto di Cohen non consiste semplicemente nel sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi come i propri avversari. Riguarda, piuttosto, il cambiamento intervenuto nel rapporto tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. Intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, bioingegneria, energia avanzata e spazio si sviluppano oggi in larga misura nel settore privato. Tecnologie concepite per il mercato civile possono determinare contemporaneamente capacità militari, autonomia industriale e posizione di uno Stato nella competizione internazionale.

Il presupposto su cui si fondava la tradizionale cautela americana, secondo Cohen, si è quindi progressivamente indebolito. Quando gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio tecnologico difficilmente contendibile, legittimare lo spionaggio commerciale avrebbe significato soprattutto esporre le proprie aziende a un rischio maggiore. Oggi lo scenario è diverso. La competizione con la Cina ha ridotto il margine americano in diversi comparti tecnologici e, contemporaneamente, Washington ha riportato la politica industriale all’interno del perimetro della sicurezza nazionale.

Non era solo percezione: un censimento del Center for Strategic & International Studies ha raccolto 224 episodi pubblicamente noti di spionaggio cinese diretti contro gli Stati Uniti dal 2000, precisando che il 54% riguardava l’acquisizione di tecnologie commerciali. Lo stesso Csis avverte che la natura clandestina di queste attività rende inevitabilmente incompleto il dato.

Qui Cohen individua quella che considera un’asimmetria strategica. Stati rivali, e in alcuni momenti anche Paesi alleati, hanno utilizzato gli strumenti dell’intelligence per acquisire conoscenze industriali e tecnologiche americane, mentre Washington ha continuato a vietare alle proprie agenzie di raccogliere informazioni commerciali straniere con lo specifico scopo di migliorare la posizione competitiva delle aziende nazionali.

La scelta americana non nasceva soltanto da considerazioni etiche. Rispondeva anche a una precisa concezione del rapporto tra Stato e mercato. Se il governo decidesse quali aziende debbano beneficiare di informazioni clandestine ottenute all’estero, finirebbe inevitabilmente per intervenire nella competizione tra soggetti privati.

Nel 2014 l’amministrazione Obama rese esplicito questo principio nella Presidential Policy Directive sulle attività di signals intelligence. La raccolta di informazioni commerciali private straniere e di segreti industriali poteva essere autorizzata per ragioni di sicurezza nazionale, ma non per conferire un vantaggio competitivo alle aziende o ai settori economici statunitensi.

La superiorità tecnologica

La ragione sta nella crescente difficoltà di stabilire dove termina l’interesse commerciale e dove comincia quello strategico. Un algoritmo, una nuova architettura per semiconduttori o una tecnologia quantistica può rappresentare contemporaneamente una proprietà intellettuale privata, un vantaggio industriale e una capacità decisiva per la sicurezza dello Stato. Se la superiorità tecnologica diventa una componente della deterrenza e della potenza nazionale, sostiene in sostanza Cohen, anche il confine tradizionale entro cui opera l’intelligence deve essere riesaminato.

Intervistato da Npr dopo la pubblicazione dell’articolo, Cohen ha insistito sulla necessità di criteri “rigorosi, oggettivi e neutrali” per individuare sia i settori strategici sia le imprese destinatarie dell’intelligence. Presidente e Congresso dovrebbero definire preventivamente il perimetro, mentre le commissioni parlamentari competenti e gli ispettori generali della comunità di intelligence dovrebbero controllarne l’applicazione. L’obiettivo sarebbe impedire che uno strumento concepito in nome della sicurezza nazionale si trasformi in un meccanismo di favore verso aziende politicamente vicine all’amministrazione.

Una cosa è acquisire informazioni su una tecnologia sviluppata da un concorrente strategico; altra cosa è decidere quale impresa nazionale debba poterne beneficiare. La prima decisione appartiene alla tradizionale definizione delle priorità informative. La seconda introduce direttamente lo Stato all’interno della competizione tra aziende.

Cohen ne riconosce certamente il rischio, valutando però ancor più pericoloso lasciare che la vecchia norma venga progressivamente erosa senza una decisione formale e senza un sistema di controllo. Il suo timore, spiegato alla Npr, è che il cambiamento possa già procedere in maniera informale, producendo una zona grigia nella quale le vecchie restrizioni vengono indebolite senza che siano state costruite nuove garanzie.

Negli ultimi anni concetti come economic security, de-risking, controllo degli investimenti, protezione delle supply chain, export control e tutela delle tecnologie critiche hanno progressivamente avvicinato politica economica e sicurezza nazionale. L’interrogativo sollevato da Cohen rappresenta, sotto questo profilo, il passo successivo: se lo Stato identifica alcune tecnologie private come essenziali alla propria sicurezza, fino a che punto può utilizzare gli strumenti normalmente riservati alla sicurezza nazionale per garantirne la competitività?

Per gli Stati Uniti la risposta proposta dall’ex vicedirettore della Cia è chiara: il vecchio divieto assoluto non riflette più la struttura della competizione internazionale. Ma rimuoverlo significherebbe anche accettare una trasformazione non marginale della funzione dell’intelligence, chiamata non soltanto a conoscere le capacità dell’avversario o a proteggere quelle nazionali, ma potenzialmente anche a contribuire alla costruzione del vantaggio economico e tecnologico del Paese.

La cultura di destra non esiste. E allora come si governa?

27 October 2026 at 15:40

Il titolo è un’esca. La sentenza è di Marcello Veneziani, che a metà anni Novanta replicò così a Bobbio. Giampiero Cannella la rovescia in una questione di metodo: se l’etichetta è stata “la lettera scarlatta” per escludere, che cosa resta quando la si disinnesca? Il sintomo è un riflesso condizionato: “Sei di destra, ma sei un uomo di cultura”, si è sentito dire l’autore, e quel “ma” è tutto il problema. Il volume (Serradifalco, 2026), costruito come conversazione con Danilo Maniscalco e aperto da una prefazione di Alessandro Giuli, procede in quattro tempi: genealogia del conservatorismo, critica del pensiero dominante, storia dell’elaborazione culturale della destra italiana, modello di governo del settore. L’ultimo è quello che interessa a chi si occupa di politiche pubbliche.

Si parte da Burke, ed è una scelta di campo: il conservatorismo di Cannella non è nostalgia ma prudenza istituzionale (“muterei per preservare”). Più interessante la diagnosi italiana: fascismo e Democrazia cristiana, pur opposti, hanno prodotto lo stesso risultato, “assorbire, digerire, inaridire” una sorgente di pensiero. Con provocazione: senza un veicolo politico, le idee non diventano classe dirigente. Qui il libro dà il meglio. La ricostruzione del 1992-1995 è un piccolo trattato sul rapporto tra elaborazione e azione. Un editoriale di Fisichella immagina l’Alleanza nazionale prima che esista; le Tesi di Fiuggi, scritte da Gennaro Malgieri, fissano il vocabolario (La Destra politica non è figlia del fascismo) prima del programma; le testate di Tatarella dichiarano l’obiettivo nel titolo, perché la testata è il progetto politico.

Prima si nomina, poi si governa. Cannella ne ha esperienza diretta: curò nel 1999 Rivoluzione Blu e racconta di averlo consegnato a Margaret Thatcher. Il bilancio è però severo: ciò che poteva rafforzare il tessuto culturale del centrodestra “resta una incompiuta”, e Giordano Bruno Guerri, citato a testimone, rimprovera a Berlusconi di essersi “tenuto le televisioni e la cultura di massa”. Tradotto: un blocco di governo senza infrastruttura culturale è un affitto, non una proprietà.

La tensione più feconda è un’altra. Per Cannella a destra non esiste l’intellettuale organico: il pensatore è di destra ma non “della destra”, e il modello è l’anarca jüngeriano. Eppure la sua stessa storia mostra una destra che produce idee in laboratori di partito. Chi svolge oggi quel lavoro in una forza di governo, e con quali strumenti? Il libro cita la fondazione Nazione Futura di Francesco Giubilei e il bimestrale Pagine libere. Non scioglie il nodo, ma fissa due vincoli: l’obiettivo non è un’egemonia uguale e contraria, e chi amministra mette da parte il gusto personale “nel momento in cui rappresento una istituzione”, perché la cultura dev’essere “libera e plurale”.

Il “modello Palermo” è dove tutto questo diventa policy, su tre assi. La tradizione come asset: la religiosità popolare (Festino, Acchianata, Settimana Santa) è un “pilastro dell’offerta culturale”, e il 400° anniversario di Santa Rosalia genera un concorso fotografico e una mostra itinerante con Farnesina e Istituti italiani di cultura, fino a Pechino: soft power su base identitaria. La memoria: l’intitolazione dei Cantieri culturali della Zisa a Vittorio Ducrot, che costò l’ostilità di una parte dell’intellettualismo locale (fu fascista, come ricorda l’autore la quasi totalità degli italiani prima delle leggi razziali: episodio “paradigmatico di un habitus mentale”), e la riscoperta del Liberty, a lungo rimosso da un pregiudizio ideologico. Le periferie: Zen 2, Corviale e Vele diventano la prova che “l’egemonia culturale, in Italia, è passata anche dai Piani Regolatori Generali”, e da lì la proposta di “politiche culturali diffuse e partecipative”, cioè cultura “non come intervento episodico, ma strutturale”. Il filo che lega i tre assi è l’identità usata come metodo, non come recinto.
Giuli ricorda che Cannella è stato nominato sottosegretario alla Cultura mentre il libro era in bozze: la lettura restituisce dunque la cornice di indirizzo entro cui verranno trattati i dossier.

Le idee, senza un veicolo politico capace di strutturarle, rimangono puro esercizio di stile e la politica, a sua volta, senza un’infrastruttura culturale di riferimento, si riduce a una gestione precaria e temporanea. La vera sfida del governare risiede proprio in questa capacità di traduzione: trasformare l’elaborazione teorica, la memoria e l’identità in architettura istituzionale, in policy e in interventi strutturali sul territorio.

Stubb e Støre chiamano Putin. Così il Nord rompe il silenzio europeo

27 October 2026 at 15:36

Due leader europei hanno chiamato pubblicamente Vladimir Putin, rompendo una consuetudine pluriennale di “silenzio radio” con il Cremlino. Martedì il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno parlato con il presidente russo per sollecitarlo a porre fine alla guerra in Ucraina. Così hanno rotto una consuetudine che dal febbraio 2022 vede le capitali dell’Europa occidentale evitare ogni contatto diretto con il Cremlino. Subito dopo, secondo un collaboratore di Volodymyr Zelensky, i due hanno sentito anche il presidente ucraino.

“La discussione è stata franca e sostanziale”, hanno scritto Stubb e Støre in una dichiarazione congiunta. “Siamo Paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea. Porre fine alla guerra richiede discussioni dirette”. Il premier norvegese ha aggiunto che i costi umani e materiali del conflitto peseranno per generazioni e che nella telefonata è stata sottolineata l’importanza della de-escalation. Entrambi hanno ribadito che il sostegno a Kyiv proseguirà. Hanno anche precisato di aver parlato a nome dei rispettivi Paesi e non dell’Europa intera.

La mossa nasce da un calcolo preciso. L’isolamento di Mosca, accompagnato da sanzioni sempre più pesanti, ha lasciato gli europei ai margini di un negoziato guidato da Donald Trump. In molte capitali dell’Ue il presidente americano è considerato imprevedibile e incline ad assecondare il Cremlino a spese di Kyiv. Gli sviluppi di ottobre hanno rafforzato questa percezione: Putin ha accettato di fornire gasolio russo agli Usa, mentre Trump ha allentato le sanzioni e ha detto che per gli ucraini è tempo di sostituire Zelensky. Kyiv lamenta inoltre interruzioni nella condivisione di intelligence americana e nei servizi di internet satellitare da cui dipendono le sue forze armate. I rapporti tra Washington e l’Ucraina sono ai minimi da diciotto mesi.

Dal Cremlino, però, nessuna apertura. Il resoconto russo ripete le posizioni note. Una pace giusta e duratura sarebbe possibile solo considerando “pienamente e incondizionatamente” gli interessi legittimi della Russia. Le politiche “conflittuali” di Ue e Nato, sempre secondo Mosca, prolungherebbero le ostilità. Una fonte vicina al Cremlino ha riferito a Reuters che Putin avrebbe ribadito di non voler cedere sull’obiettivo di conquistare l’intero Donbas. I due interlocutori avrebbero risposto richiamando la necessità di una pace “giusta”. La stessa fonte indica in Emmanuel Macron l’ultimo leader dell’Ue ad aver parlato con Putin, in una telefonata di luglio mai resa pubblica e rimasta senza esiti. L’iniziativa ha però aperto una crepa nel fronte europeo. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di Helsinki e Oslo. Ha detto di non vedere alcun segnale di una reale volontà russa di pace, dichiarando che “l’Europa debba restare unita anziché andare da sola”.

Pezeshkian vola a Mosca. Dialoghi a tutto gas anche con il Qatar

27 October 2026 at 15:24

La visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Mosca, in occasione del vertice del Forum dei Paesi esportatori di gas (acronimo internazionale: Gefc), rappresenta un’opportunità per rilanciare un’agenda diplomatica che va ben oltre la cooperazione energetica. Con addosso il peso degli scontri in Medio Oriente, Teheran cerca di consolidare il partenariato strategico con la Russia, contrastare la pressione americana e preservare canali di dialogo con gli attori regionali.

Arrivato nella capitale russa lunedì, Pezeshkian ha collocato la visita in una cornice esplicitamente geopolitica, accusando Washington di perseguire politiche unilaterali attraverso strumenti coercitivi e indicando nella cooperazione con Mosca e altri partner una strada per rafforzare il multilateralismo. Un messaggio coerente con l’ambizione iraniana di ridurre la dipendenza dalle strutture politiche e finanziarie dominate dall’Occidente.

Il vertice del Gefc offre una piattaforma particolarmente significativa. Riunendo grandi produttori di gas come Russia, Iran, Qatar e Algeria, consente a Teheran di valorizzare il proprio peso energetico e coltivare relazioni economiche in una fase in cui sanzioni e confronto militare hanno fortemente limitato le sue opzioni internazionali. Ma il significato politico della visita supera la dimensione del mercato energetico.

Un partenariato strategico sotto pressione

L’incontro tra Pezeshkian e il leader russo Vladimir Putin segue la visita a Teheran del ministro degli Esteri di Mosca Sergey Lavrov, il 19 ottobre, e riflette la volontà di tradurre il Trattato di partenariato strategico globale tra i due Paesi in forme concrete di cooperazione.

Il presidente iraniano ha sottolineato come le relazioni bilaterali stiano passando dalla sottoscrizione di memorandum alla realizzazione di progetti nei settori economico, scientifico, politico e della sicurezza. Ha inoltre ribadito l’importanza di ampliare l’utilizzo delle valute nazionali negli scambi internazionali, per ridurre l’esposizione alle sanzioni statunitensi.

Per Teheran, approfondire il rapporto con Mosca significa ottenere sostegno diplomatico, opportunità economiche e accesso a reti alternative di cooperazione internazionale. Per il Cremlino, il partenariato rafforza la presenza russa in Medio Oriente e alimenta la narrativa secondo cui l’Occidente non può più determinare unilateralmente gli equilibri internazionali.

La disponibilità espressa da Putin a contribuire alla risoluzione del conflitto che coinvolge l’Iran aggiunge una dimensione ulteriore. Presentandosi come possibile interlocutore diplomatico, Mosca cerca di conciliare la vicinanza strategica a Teheran con l’ambizione di mantenere rapporti con una pluralità di attori regionali.

Restano tuttavia limiti significativi. La Russia ha sostenuto diplomaticamente l’Iran senza assumersi la responsabilità della sua difesa militare, mentre la guerra in Ucraina continua ad assorbire risorse e attenzione strategica. La convergenza tra i due governi è rilevante, ma non equivale a una piena coincidenza di interessi e capacità.

Il fattore Qatar e la diplomazia degli equilibri

È però l’incontro tra Pezeshkian e l’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, a offrire una delle chiavi di lettura più interessanti della visita a Mosca. Secondo i media iraniani, i due leader hanno discusso dell’ampliamento delle relazioni politiche ed economiche, con particolare attenzione alla cooperazione energetica. Il colloquio assume un significato più ampio alla luce del ruolo svolto da Doha nella gestione delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo.

Il Qatar occupa una posizione peculiare nell’architettura regionale. Ospita una delle principali installazioni militari americane in Medio Oriente, l’hub del CentCom ad al Udeid, mantenendo relazioni consolidate con Washington e, contemporaneamente, conserva canali politici ed economici con Teheran. I due Paesi condividono inoltre lo sfruttamento del più grande giacimento di gas naturale al mondo, conosciuto come South Pars sul versante iraniano e North Field su quello qatariota: un’interdipendenza strutturale che conferisce alla stabilità delle loro relazioni un valore economico e strategico.

Questa combinazione di interessi ha permesso a Doha di svolgere un ruolo di mediazione nei momenti più delicati del confronto tra Iran e Stati Uniti. Un ruolo divenuto ancora più complesso dopo gli attacchi iraniani contro il territorio qatariota, che hanno messo direttamente alla prova la capacità dell’emirato di mantenere aperti i canali con Teheran senza compromettere la propria sicurezza e le relazioni con gli alleati occidentali.

L’incontro di Mosca dimostra come questa funzione diplomatica non sia venuta meno. Per Pezeshkian, il dialogo con l’emiro offre l’opportunità di mantenere un collegamento con un interlocutore capace di comunicare tanto con Washington quanto con le principali capitali del Golfo. Per Doha, il confronto rappresenta uno strumento per contenere i rischi di ulteriore escalation e preservare un margine di influenza sugli sviluppi regionali, nonché il riconoscimento internazionale di attore diplomatico affidabile e funzionale.

La presenza qatariota introduce inoltre un elemento di complessità nella narrativa geopolitica promossa da Mosca e Teheran. Il Qatar non partecipa al vertice come componente di un fronte alternativo all’Occidente, ma come potenza energetica che persegue una propria strategia di diversificazione diplomatica, fondata sulla capacità di dialogare con attori portatori di interessi spesso divergenti.

In questa prospettiva, il Gecf diventa uno spazio nel quale la cooperazione economica facilita contatti politici che difficilmente potrebbero essere ricondotti a una semplice contrapposizione tra blocchi. E la stessa Mosca, ospitando questi incontri, può valorizzare il proprio ruolo diplomatico senza necessariamente controllarne gli esiti.

Le ambizioni del multipolarismo e i suoi limiti

Per Pezeshkian, la visita rappresenta dunque un’occasione per dimostrare che l’Iran conserva partner internazionali e capacità di iniziativa diplomatica nonostante la pressione americana. Per Putin, il vertice contribuisce a rafforzare l’immagine della Russia come attore capace di incidere sulle crisi regionali e di offrire piattaforme di confronto alternative a quelle occidentali.

Entrambi i governi hanno interesse a presentare la cooperazione bilaterale come parte della transizione verso un agognato, più che altro narrato, ordine internazionale multipolare. Ma la distanza tra questa narrativa e la realtà diplomatica – nella quale le relazioni tra potenze sono sempre meno riconducibili a schieramenti rigidi, vero, ma anche legate a dinamiche storiche – resta ampia.

Gli interessi energetici possono avvicinare Paesi con orientamenti strategici differenti, senza necessariamente produrre convergenze politiche durature. La ricerca iraniana di alternative economiche, le ambizioni russe di mediazione e il pragmatismo qatariota rispondono a calcoli distinti, per esempio, pur trovando a Mosca un terreno comune.

Il valore geopolitico della visita di Pezeshkian risiede in questa sovrapposizione di interessi: un partenariato russo-iraniano che si consolida, una diplomazia del Golfo che continua a muoversi tra interlocutori rivali e un multipolarismo che, nella pratica, appare meno come la costruzione di nuovi blocchi e più come la moltiplicazione delle relazioni attraverso cui gli Stati cercano di ampliare i propri margini di manovra.

L’Africa detta le priorità, l’Italia investe. La rotta del Piano Mattei spiegata da Cirielli

27 October 2026 at 15:09

Prima era l’Occidente che imponeva, scelte e decisioni. Oggi è l’Africa a cerchiare in rosso le esigenze. Parte da questa premessa metodologoca il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, in audizione davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, nell’ambito dell’esame della Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei. Un momento di analisi sul già fatto e di decantazione di dinamiche avviate e nuove alleanze da rafforzare, nella consapevolezza che l’Italia è l’unico Paese ad aver cementato la cooperazione in Africa.

Punto di partenza del ragionamento fatto da Cirielli sono i numeri: i 270 milioni per la conversione del debito pubblico bilaterale ai Paesi africani rappresenta una scelta precisa del governo italiano, perché il peso del debito è una “delle sfide più pressanti per numerosi Paesi africani, limitandone i margini di investimento e le prospettive di sviluppo”, ha detto. La cornice del Piano Mattei ha consentito alla cooperazione internazionale di seguire la traccia indicata più volte da Giorgia Meloni di voler trasformare il debito “da vincolo che schiaccia ad opportunità, liberando risorse da destinare allo sviluppo e rafforzando la responsabilità condivisa e il partenariato con i Paesi africani”.

In questa direzione va un altro dato, quello relativo al lavoro dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) che quest’anno per la prima volta ha impiegato quasi il 100% delle risorse destinate agli interventi, utilizzando anche fondi rimasti disponibili dagli anni precedenti. Secondo Cirielli, è evidente che la cooperazione della Farnesina “rimane l’asse centrale del Piano Mattei. Siamo partiti da 120 milioni e siamo arrivati in un anno a 823 milioni”. Soldi che hanno permesso intanto di dare corpo e sostanza alle linee guida del piano e in secondo luogo di creare un clima di fiducia reciproca che ha favorito l’ampliamento della platea dei Paesi coinvolti.

“L’Italia è l’unico Paese ad essere riuscito a rafforzare il proprio impegno di cooperazione in Africa, in controtendenza rispetto alle scelte di altri partner – ha evidenziato Cirielli -. L’ultimo piano triennale della cooperazione allo sviluppo italiano ha raddoppiato i Paesi prioritari in Africa, portandoli da 12 a 23. Conseguentemente, abbiamo esteso il raggio di azione dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo aprendo nuove sedi in Costa d’Avorio, in Uganda”.

Per cui emerge un elemento di prospettiva, oltre che di metodo: il Piano Mattei non vuole essere un’iniziativa autoreferenziale né esclusiva, ma è una strategia aperta, inclusiva, che punta a valorizzare collaborazioni e sinergie con i Paesi partner internazionali e con le organizzazioni multilaterali e africane per mobilitare nuove risorse. Cirielli lo ribadisce più di una volta, quando rileva che è proprio in questa prospettiva “che abbiamo avviato importanti collaborazioni con l’Unione europea e con i Paesi che condividono il nostro approccio, rafforzando il partenariato con le principali istituzioni finanziarie internazionali e africane”.

Il governo quindi punta a fare del Piano Mattei un soggetto “catalizzatore di un impegno internazionale che deve rinnovarsi, capace di aggregare iniziative, moltiplicare le opportunità di investimento e produrre risultati concreti e duraturi, in un momento in cui i principali e più grandi partner occidentali hanno ridotto i loro interventi finanziari”. La dimostrazione si ritrova nell’apporto delle aziende italiane coinvolte nel rafforzamento infrastrutturale dell’Africa, come ad esempio la gara d’appalto in Zambia per il progetto ferroviario di Lobito, vinta da un consorzio guidato da Webuild. Tutti elementi che contribuiscono a fare dell’Italia “hub” dell’Onu in loco. Senza dimenticare strutture più piccole come il Ciheam di Bari o il Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali (Iccrom).

Infine si apprende che Africa Finance Corporation ha nominato Webuild preferred bidder per la tratta zambiana della nuova ferrovia del Corridoio di Lobito. L’impresa italiana guiderà un consorzio internazionale con la portoghese Mota-Engil e la turca İçtaş, scelto al termine di una gara internazionale.

Ricordano fonti italiane che in occasione del Vertice G7 di Borgo Egnazia nel 2024, il Governo italiano, nell’ambito del Piano Mattei, ha aderito al memorandum d’intesa che lo ha avviato, insieme ad Angola, Zambia, Unione Europea, Stati Uniti e Banca Africana di Sviluppo. “Il risultato di oggi – sottolinea una nota di Chigi – nasce dal lavoro di squadra del sistema Italia: il Governo ha lavorato insieme a CDP e SACE per sostenere la partecipazione delle imprese italiane, accanto alle principali istituzioni finanziarie africane e internazionali”.

L’aggiudicazione riguarda la tratta zambiana (517 km) di una linea di circa 830 km che collegherà lo Zambia al porto angolano di Lobito, sull’Atlantico. Comprende 22 ponti e viadotti, 8 stazioni e 3 depositi di manutenzione. Per le merci i tempi di trasporto verso i mercati internazionali scenderanno da 16 a 7 giorni.

 

 

Ecco il piano di Sace per le imprese che scommettono sul Mercosur

27 October 2026 at 14:48

Obiettivo Mercosur, ma non solo. Coi tempi che corrono e con il Medio Oriente ancora una polveriera, per le imprese italiane è tempo di guardarsi attorno. E l’America Latina, ora che le firme sono state apposte e il trattato per il Mercosur consegnato alla storia, non è più una suggestione e nemmeno un’opzione. In quest’ottica Sace, la società assicurativa per l’export partecipata dal ministero dell’Economia, ha presentato presso la sede di Roma il Latin America Champion Program, l’iniziativa dedicata alle imprese italiane interessate a rafforzare la propria presenza in America Latina e a sviluppare nuovi rapporti commerciali nella regione.

Il programma vede la partecipazione di Cdp, Simest, Confindustria e Unioncamere. L’iniziativa offre alle imprese un percorso strutturato di formazione specialistica e iniziative di business matching, con un focus su sei mercati prioritari, Brasile, Messico, Cile, Colombia, Argentina e Perù, e tre filiere strategiche. L’obiettivo è supportare le aziende nell’analisi dei contesti locali, nell’individuazione di partner e opportunità commerciali e nella definizione delle proprie strategie di internazionalizzazione.

D’altronde l’America Latina è un mercato di riferimento per le imprese italiane, grazie alle dimensioni economiche della regione e alla varietà dei suoi sistemi produttivi. Basti pensare che nel 2025 l’export italiano verso l’area ha raggiunto i 20 miliardi di euro e, secondo le previsioni della stessa Sace, è atteso in crescita del 3,1% nel biennio 2027-2028. I sei mercati al centro del Latin America Champion Program rappresentano complessivamente il 79% delle esportazioni italiane verso la regione, confermandosi un perimetro strategico per le aziende italiane, a cui potrà dare ulteriore impulso anche l’accordo commerciale Ue-Mercosur.

Tra i comparti di maggiore rilievo per l’export italiano verso questi mercati figura la meccanica strumentale, mentre nuove opportunità di sviluppo si aprono in filiere come l’agroalimentare e le tecnologie per la trasformazione alimentare, le energie rinnovabili e le infrastrutture sostenibili. In questo scenario, una conoscenza approfondita delle dinamiche economiche e delle specificità dei singoli Paesi, insieme all’evoluzione degli accordi commerciali e dei processi di integrazione regionale, rappresenta un elemento chiave per individuare nuove opportunità di business e rafforzare la presenza delle imprese italiane nell’area.

“L’America Latina”, ha tenuto a sottolineare Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, “rappresenta un’area di grande interesse per le imprese italiane, per le dimensioni e le opportunità legate alla trasformazione dei sistemi produttivi, alla modernizzazione delle infrastrutture e alla crescente domanda di tecnologie e competenze industriali. Con il Latin America Champion Program vogliamo accompagnare le aziende in un percorso concreto di avvicinamento a questi mercati, mettendo a disposizione strumenti, conoscenze e occasioni di confronto per aiutarle a individuare le opportunità più adatte alle proprie caratteristiche e a costruire relazioni commerciali durature. In questo percorso, fare sistema con le istituzioni e i partner dell’internazionalizzazione è fondamentale per trasformare il potenziale dei mercati in concrete occasioni di crescita, rafforzare la competitività delle imprese e sostenere il Made in Italy nel mondo”.

Dal punto di vista delle imprese, invece, Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l’export, ha rivendicato come l’America Latina “è un mercato vicino a noi, culturalmente e industrialmente, e una priorità per le nostre imprese, a partire dalle PMI. Per essere protagonisti serve fare sistema, integrando competenze, conoscenza dei mercati, strumenti finanziari e assicurativi e partner affidabili. Il Latin America Champion Program di Sace va in questa direzione. Confindustria lo sostiene con convinzione e contribuirà con la propria rete territoriale e di categoria per coinvolgere le imprese e favorire nuove partnership”.

Pyongyang mette i cannoni in vetrina. Come leggere questo segnale

27 October 2026 at 14:36

La Corea del Nord mostra la propria artiglieria a ridosso del confine con la Corea del Sud, in una rara dimostrazione di forza che rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra i due Paesi. Un obice semovente da 122 millimetri è stato avvistato in una posizione ben visibile nei pressi della zona demilitarizzata (Dmz), accompagnato da altri mezzi corazzati con i cannoni rivolti verso sud. Uno sviluppo che arriva mentre Pyongyang e Seoul si scambiano accuse sulla presunta violazione dell’armistizio del 1953 e sulle attività militari lungo la frontiera.

Secondo l’agenzia sudcoreana Yonhap, che ha pubblicato le immagini dell’episodio, la bocca di fuoco è stata individuata da un osservatorio nella città di Gimpo, da cui è possibile osservare il territorio nordcoreano. Un testimone presente sul posto ha poi confermato la presenza dell’obice. Nella stessa area sarebbero stati anche avvistati tre veicoli corazzati con i cannoni orientati verso sud e circa 20-30 militari nordcoreani impegnati nella costruzione di recinzioni all’interno della Dmz. Inoltre, altre immagini mostrerebbero soldati impegnati in esercitazioni lungo la costa della contea di Kaepung, a circa un chilometro e mezzo dall’osservatorio.

La presenza dell’artiglieria in una posizione così esposta rappresenta un evento insolito. “È altamente inusuale che la Corea del Nord esponga la propria artiglieria semovente in modo così evidente”, ha dichiarato Lim Eul-chul, professore alla Kyungnam University di Seoul, il quale suggerisce come Pyongyang starebbe comunicando attraverso una dimostrazione concreta la propria intenzione di far rispettare la politica di confine con la forza, anziché attraverso il dialogo e i negoziati. La mossa avrebbe anche una funzione di deterrenza, con l’obiettivo di mettere in guardia Seoul dal rischio di aggravare gli attriti lungo la linea di demarcazione ed evitare che un incidente locale si trasformi in uno scontro armato.

L’avvistamento si inserisce in una fase di crescente attività militare nordcoreana lungo il confine. Negli ultimi anni, le forze di Pyongyang hanno costruito strade tattiche e recinzioni e posizionato mine nelle aree prossime alla linea di demarcazione militare, che attraversa la zona demilitarizzata. Queste attività, ufficialmente riconducibili alla delimitazione e al rafforzamento del confine, sono diventate fonte di ripetuti attriti con Seoul. La presenza dell’obice aggiunge un elemento visibile a questo processo, mostrando la componente di fuoco che potrebbe accompagnare la difesa delle posizioni nordcoreane.

Parallelamente, i due Paesi si stanno confrontando sul piano diplomatico. Domenica Pyongyang ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per respingere le accuse sudcoreane relative all’esplosione di una mina avvenuta il 21 settembre nella Dmz. Seoul sostiene che l’ordigno sia stato collocato da militari nordcoreani e che la sua presenza costituisca una violazione dell’accordo di armistizio. Il Comando delle Nazioni Unite, responsabile della supervisione della zona demilitarizzata, ha a sua volta affermato che una mina nordcoreana oltre la linea di demarcazione viola l’accordo. Pyongyang nega ogni responsabilità e accusa il Sud di utilizzare l’incidente per descrivere le proprie attività di costruzione al confine come un’incursione militare.

Nella lettera, il rappresentante nordcoreano presso le Nazioni Unite ha avvertito che eventuali violazioni della sovranità del Paese potrebbero provocare misure di autodifesa, attribuendo a Seoul la responsabilità delle conseguenze. Pyongyang ha inoltre accusato le forze sudcoreane di aver aperto il fuoco contro personale nordcoreano. Seoul sostiene invece di utilizzare trasmissioni di avvertimento e colpi di avvertimento per indurre i soldati del Nord a ritirarsi quando oltrepassano la linea di demarcazione.

Il precedente più significativo risale al 2015, quando l’esplosione di mine nordcoreane ferì alcuni militari sudcoreani. Seoul rispose riprendendo le trasmissioni di propaganda attraverso gli altoparlanti lungo la Dmz, innescando uno stallo militare che si concluse soltanto dopo un accordo ad alto livello e una dichiarazione di rammarico da parte di Pyongyang.

 

Il dopo Vučić deve essere l’Ue. La traiettoria di Belgrado per sfuggire a Mosca e Pechino secondo Onori

27 October 2026 at 14:35

La piazza può rovesciare gli equilibri, ma è quando entra nelle urne che il dissenso diventa una sfida al potere. La Serbia offre oggi una lezione politica che supera i confini dei Balcani: dopo oltre un decennio di dominio di Aleksandar Vučić, la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in consenso elettorale, mettendo in discussione gli assetti consolidati e riportando al centro la lotta alla corruzione, lo Stato di diritto e la credibilità delle istituzioni.

A osservare da vicino questo passaggio è stata Federica Onori, deputata di Azione e capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce in Serbia. La sua lettura va oltre il ricambio generazionale: il risultato racconta una domanda di democrazia rimasta a lungo senza risposte, ma apre anche una partita decisiva per il futuro europeo di Belgrado. Perché il voto, da solo, non basta a garantire riforme e trasparenza, mentre sul Paese continuano a pesare i legami strategici con Mosca e Pechino. Ora la responsabilità passa anche a Bruxelles: trasformare questa finestra politica in un percorso concreto di avvicinamento all’Unione, senza lasciare che altri attori occupino lo spazio.

Lei era in Serbia come capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce e ha potuto osservare da vicino una mobilitazione che ha trasformato le piazze in consenso elettorale. Che cosa ha reso possibile la vittoria degli studenti e, soprattutto, come sono riusciti a superare la distanza tra protesta e rappresentanza politica, mettendo in difficoltà un sistema che ruotava da anni attorno ad Aleksandar Vučić?

Sono state certamente elezioni storiche. Dopo oltre un decennio segnato dalla leadership di Vučić, il Paese ha scelto una nuova direzione. Per tutta la giornata noi osservatori abbiamo visto file lunghissime ai seggi, un’affluenza molto alta e soprattutto una grande partecipazione dei giovani. Sono stati loro i veri protagonisti. La Lista degli studenti nasce dopo la tragedia di Novi Sad del 2024 ed è cresciuta attorno all’idea della lotta alla corruzione – e credo che la sua forza sia stata proprio questa. Il passaggio dalla piazza alle urne è il percorso che una democrazia dovrebbe sempre offrire al dissenso. E in Serbia è avvenuto in un contesto non semplice: la competizione è stata molto accesa e la campagna squilibrata, con un uso improprio delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, pressioni sugli elettori e una copertura mediatica fortemente sbilanciata.

Il successo della lista studentesca ridimensiona anche l’opposizione tradizionale, incapace finora di contendere efficacemente il potere a Vučić. Siamo davanti a un ricambio generazionale oppure a una crisi più profonda dei partiti e delle forme classiche della rappresentanza democratica?

Le elezioni stabiliscono chi parla a nome dei cittadini. Un sistema democratico, però, si misura anche su ciò che accade tra un’elezione e l’altra, se le istituzioni sanno ascoltare, se le voci diverse trovano spazio, se i cittadini si sentono rappresentati. Quando la risposta è no, a volte le persone non smettono di fare politica: la fanno altrove, nelle università, nelle piazze, nella società civile. In Serbia quell’energia è rientrata nel circuito elettorale. Più che una crisi della democrazia, la leggo come una forte domanda di democrazia rivolta alle forme tradizionali della rappresentanza.

La vittoria apre una partita decisiva sul rapporto tra Belgrado e Bruxelles. Il movimento studentesco ha costruito il proprio consenso soprattutto sulla lotta alla corruzione, sullo Stato di diritto e sulla ricostruzione delle istituzioni, senza fare dell’adesione europea la sua principale bandiera. Quali condizioni servono perché questa svolta democratica si traduca in un’accelerazione concreta del percorso europeo della Serbia?

Questo voto può rappresentare una grande chance per il popolo serbo, che ha dimostrato di voler essere davvero protagonista del proprio destino. Ma le istituzioni democratiche forti non nascono in una notte né con un’unica elezione: servono tempo e volontà politica. Le priorità sono già scritte nelle raccomandazioni di ODIHR e della Commissione di Venezia, alcune ancora inattuate. Parlo dell’indipendenza dei media e del loro regolatore, della sicurezza dei giornalisti, della trasparenza sul finanziamento delle campagne, di una separazione netta tra Stato e partito e della fiducia nelle liste elettorali. Per questo, anche se l’Europa non è stata la bandiera della campagna, l’agenda riflette la necessità di rafforzare lo Stato di diritto, uno dei pilastri del sistema di valori europeo.

Che cosa cambia negli equilibri europei? Una Serbia più vicina all’Unione potrebbe contribuire a ridisegnare gli assetti dei Balcani occidentali e a ridurre gli spazi d’influenza di Russia e Cina. Quanto pesa questo risultato nella competizione geopolitica e quale responsabilità ricade ora sull’Europa?

I legami della Serbia con Mosca e con Pechino sono profondi e stratificati, e non è chiaro quale sarà la direzione che intraprenderà il nuovo governo. Con la Russia passano anzitutto dall’energia: NIS, la principale compagnia petrolifera del Paese, è da anni nelle mani di Gazprom, e il futuro di questo asset strategico sarà importante per leggere il posizionamento internazionale della Serbia. A questo si aggiunge un legame politico e culturale di lunga data. Anche con la Cina il rapporto è di natura strategica: dall’acciaieria di Smederevo alle miniere di rame di Bor, fino alle grandi infrastrutture e a un accordo di libero scambio, Pechino è diventata in pochi anni uno dei principali investitori nel Paese. Sono interdipendenze reali. E ogni volta che l’Unione si distrae, altri prendono spazio. Ogni passo della Serbia verso istituzioni più trasparenti e uno Stato di diritto più solido riduce quegli spazi più di qualunque dichiarazione geopolitica. La responsabilità dell’Europa adesso è non sprecare questo momento: accompagnare le riforme, investire nella cooperazione tra parlamenti e offrire segnali tangibili.

Dalla Serbia arriva un messaggio forte, che parte dai ragazzi. Secondo lei potrebbe verificarsi una dinamica simile anche ad altre latitudini in prospettiva?

Ogni Paese ha la sua storia, e il caso serbo nasce da condizioni specifiche: la tragedia di Novi Sad ha scosso profondamente la società ed è stata il catalizzatore di un percorso culminato nel risultato elettorale di questi giorni. Ma il messaggio viaggia oltre i confini, perché quando i giovani vedono nella politica uno strumento credibile, partecipano, eccome. La lezione per l’Europa, anche vedendo quello che succede da noi in questi giorni, è che la distanza tra cittadini e istituzioni non è un destino. Si accorcia con la trasparenza, con la lotta alla corruzione e con istituzioni capaci di ascoltare. E anche l’Osce, in particolare nella sua dimensione parlamentare, può costituire un importante strumento di dialogo per sostenere queste riforme.

Conflitti senza centro, la sicurezza nazionale alla prova delle nuove reti

27 October 2026 at 14:29

Le violenze di Milano, gli scontri di Roma e le mobilitazioni in varie città occidentali sono il precipitato metropolitano di una trasformazione globale della conflittualità. La tecnica riorganizza gli spazi in cui si formano percezioni, appartenenze e comportamenti. Come si assottiglia il confine fra guerra e non guerra, interno ed esterno, così fratture sociali, reti digitali, culture antagoniste e operazioni di influenza possono interagire senza una regia comune. Di fronte a questa complessità si invoca l’abusato «approccio olistico» oppure si parla di “caos”. Comprenderla richiede invece una revisione rigorosa delle categorie interpretative.

Tale revisione presuppone due distinzioni: fra spiegazione e giustificazione della violenza e fra paradigma giudiziario e strategico. Sono categorie con oggetti e criteri di validità differenti.

Il giustificazionismo pseudosociologico degli anni passati ha provocato un comprensibile rigetto. Ma negare ogni giustificazione non rende irrilevanti le cause sociali. Ignorarle significa trascurare vulnerabilità sfruttabili da organizzazioni estremiste e apparati stranieri. La spiegazione sociale non attenua la responsabilità penale: chiarisce le condizioni in cui possono svilupparsi minacce alla sicurezza nazionale.

Carovita, difficoltà abitative e mobilità sociale bloccata erodono, soprattutto fra i giovani, la fiducia di migliorare rispetto alla generazione precedente. Fratture interne possono così acquistare rilevanza oltre i confini nazionali. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali all’eguaglianza effettiva, investe la credibilità dell’ordinamento e la sua sicurezza.

Quanto alla seconda distinzione, i paradigmi giudiziario e strategico differiscono per oggetto, metodo e criteri di validità: il primo ricostruisce fatti e responsabilità secondo regole probatorie; il secondo interpreta processi e possibili evoluzioni. Confonderli significa attribuire valore probatorio a ipotesi strategiche o ridurre un fenomeno ai suoi responsabili.

Consideriamo Milano. Dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il 24 non si sono ripetute devastazioni, mentre a Roma si sono registrate tensioni. L’individuazione del presunto amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre, che secondo gli inquirenti avrebbe cercato di sfruttare i disordini precedenti, costituisce un importante risultato investigativo, ferme restando le verifiche giudiziarie. Chiarisce uno specifico livello organizzativo, non una regia unitaria dell’intero fenomeno.

Veniamo alle categorie interpretative. Una prima chiave di accesso riguarda la morfologia della conflittualità. La distinzione fra spontaneità e organizzazione centralizzata non spiega iniziative autonome che convergono senza direzione unitaria. Il concetto di bebelarchia, sviluppato a partire da un’analisi dei movimenti No Global, distingue l’assenza di un centro dall’assenza di un ordine. I nodi della rete selezionano e trasformano impulsi, generando effetti non interamente controllabili. Gerarchie e centri decisionali permangono, ma entro relazioni mutevoli.

Circolano pratiche, non soltanto messaggi. Anarchism in Action: Methods, Tactics, Skills, and Ideas (2001), raccolta curata da Shawn Ewald, documenta la diffusione transnazionale di repertori militanti. Nell’inchiesta milanese è comparso Rivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirato alle proteste egiziane del 2011. Tecniche e linguaggi possono attraversare gruppi senza che siano necessari legami organizzativi diretti.

La categoria dell’«integrazione antagonista», elaborata con riferimento all’ibridazione politica fra radicalismo islamista e antagonismo occidentale, descrive gruppi ideologicamente distanti che riconoscono avversari comuni, condividono mobilitazioni e adottano reciproci repertori d’azione. Queste interazioni possono trasformarne identità e strategie senza un’organizzazione unitaria.

Le interferenze straniere attraversano reti transnazionali, intermediari, piattaforme e, in alcuni casi, segmenti di comunità diasporiche. Il fenomeno precede Internet: durante la guerra fredda le «misure attive» sovietiche impiegavano falsificazioni e disinformazione. Un documento americano del 1983 ricordava falsi telegrammi attribuiti all’ambasciata statunitense a Roma. Oggi algoritmi e intelligenza artificiale propagano narrazioni attraverso nodi distanti, senza catene lineari. Il rapporto europeo del marzo 2026 esamina campagne contemporanee di manipolazione estera. L’influenza può modificare tensioni che non ha originato.

La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. Il rischio non è soltanto l’estensione dei disordini, ma la trasformazione di conflitti locali in fattori di instabilità nazionale. Di qui l’esigenza di rivedere le categorie tradizionali e integrare l’analisi delle fratture sociali, delle reti digitali, dei gruppi violenti e delle interferenze esterne. La questione decisiva è comprendere quando e come queste dinamiche, pur conservando una propria autonomia, possano concorrere alla formazione di minacce che nessuno dei soggetti coinvolti ha interamente progettato o controllato.

Perché il posto di Italia ed Europa è al fianco di Taiwan. Parla Menia (da Taipei)

27 October 2026 at 14:13

A fronte dell’espandersi dell’autoritarismo e di minacce ibride sempre più complesse, la stretta collaborazione tra Europa e Taiwan è di fondamentale importanza, non solo per rafforzare la resilienza democratica, ma anche per salvaguardare i valori condivisi e affrontare le sfide emergenti in ambito di sicurezza. Sono le conclusioni della dichiarazione finale della Conferenza annuale del Formosa Club 2026, tenutasi a Taipei, forum giunto al secondo anno di vita, alla presenza di 49 parlamentari europei e 19 parlamenti nazionali europei, a dimostrazione del loro sostegno a Taiwan.

Si tratta di una piattaforma fondamentale per promuovere la libertà, lo Stato di diritto, la resilienza democratica e un ordine internazionale basato su regole, in un contesto caratterizzato da crescenti pressioni autoritarie e minacce ibride (tra virgolette, la Cina). Perché l’Ue ha tutto l’interesse a spingere verso tale partnership? “Taiwan è un presidio di modernità, valori comuni di diritti e democrazia, resistenza e resilienza, straordinaria capacità produttiva globale nei semiconduttori, impegnata nelle grandi sfide dell’IA, ma soprattutto frontiera della libertà. L’Italia non può che esserle al fianco”, dice a Formiche.net il vicepresidente della commissione Esteri/Difesa del Senato, Roberto Menia (FdI), raggiunto telefonicamente a Taipei, dove partecipa all’annuale conferenza.

Il riferimento è ad una cooperazione, quella tra Europa e Taiwan, che si sta focalizzando su settori nevralgici come le catene di approvvigionamento resilienti, l’innovazione democratica, l’uso dell’intelligenza artificiale, dei droni, dei sistemi a pilotaggio remoto, fino ad un ambito ormai imprescindibile come i semiconduttori avanzati. In questa direzione l’appuntamento di Taipei ha ribadito alcuni punti fissi.

Primo, l’Europa sostiene Taiwan per la gestione dei rischi relativi ai cavi sottomarini internazionali, lanciata dal ministro degli Esteri Lin Chia-lung. “Si tratta, come è noto, di arterie vitali per Nazioni ed economie digitali – aggiunge Menia – ragion per cui la cooperazione tra Europa e Taiwan va allargata ad una serie di micro settori interconnessi, come condivisione delle informazioni, riforme sistemiche, sviluppo delle conoscenze e consapevolezza del dominio marittimo. Abbiamo l’obbligo di far procedere questa alleanza su un binario preferenziale, anche a causa del diffondersi di minacce ibride sempre più complesse”.

Il Forum ha acceso un fascio di luce, a tal proposito, su un provvedimento legislativo adottato dalla Cina, ovvero la “Legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico”, su cui ci sono state due risoluzioni del Parlamento europeo (il 30 aprile 2026 e il 7 ottobre) che hanno condannato le disposizioni extraterritoriali di tale legge, definendole una forma di repressione transnazionale. Secondo, le attività condotte contro Taiwan nella cosiddetta “zona grigia” abbracciano svariate forme di interferenza ibrida, come la disinformazione e le pressioni di carattere militare fatte nello Stretto di Taiwan. Terzo, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non definisce lo status di Taiwan e non preclude la partecipazione significativa di Taiwan a organizzazioni e meccanismi internazionali, per cui il Forum sostiene che la partecipazione internazionale di Taiwan, laddove le sue competenze possano offrire un contributo alla comunità internazionale, sia da perseguire in maniera decisa.

“L’Italia – conclude il senatore di FdI – è consapevole del ruolo di Taiwan nello scacchiere economico e geopolitico, d’altronde siamo dinanzi ad una fase caratterizzata da policrisi, come ripetuto spesso dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Roma sta tessendo con Taipei una tela fatta di amicizia, rispetto e condivisione di progetti industriali e obiettivi politici, così come il governo ha fatto sin dal suo insediamento con la grande attenzione verso l’Indopacifico”.

L’Europa ha cambiato regia. Terzi spiega la nuova strategia

27 October 2026 at 14:12

Ho avuto il piacere di prendere parte, nella giornata di ieri, a Milano, all’Assemblea pubblica 2026 di Federchimica. Un consesso nel quale il mondo delle imprese, assieme a quello delle istituzioni, della politica e dell’accademia, si è riunito per tracciare un quadro sullo scenario del presente. Ho personalmente voluto portare un messaggio propositivo e fiducioso su quanto l’Italia, negli ultimi quattro anni, sta facendo per ridare nuovamente impulso all’azione europea alle politiche europee volte a rafforzare le filiere produttive e le supply chain. In passato non è stato così, ma oggi è doveroso prender atto che l’Ue, finalmente, su molte questioni sta cambiando passo. Dall’approccio ideologico, così come dall’imposizione di standard dall’alto, ora – con una maggioranza in Parlamento europeo a trazione centro-destra – il pragmatismo prevale.

L’ultimo Consiglio europeo ne è la dimostrazione: al primo punto delle sue conclusioni vi è la competitività. Lo stesso Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’Assemblea, nel suo videomessaggio, ha ribadito quanto sia fondamentale che “la chimica in Italia e in Europa torni a essere competitiva”; ciò può avvenire se l’Ue, coesa, crea le condizioni migliori e abbracci il cambio di paradigma politico.

L’Europa si trova dinanzi sfide gigantesche, a partire da quella di costruire una vera indipendenza energetica, e pertanto non può rispondervi “aggiungendo costi e vincoli a chi continua a investire e produrre qui”, ha ricordato il Presidente Meloni. Come anche ripreso ieri dal Presidente di Federchimica Francesco Buzzella, “la politica fissi traguardi ambientali ragionevoli, ma lasci alle imprese la libertà di scegliere le soluzioni più efficienti per raggiungerli”. Il Governo Meloni si sta battendo per una revisione profonda delle politiche climatiche europee, a partire dall’Ets. Occorrono tempi realistici, neutralità tecnologica, energia a costi sostenibili e una protezione efficace contro quella concorrenza sleale che per troppo tempo ha trovato spazio nei nostri mercati. Il Presidente Buzzella lo ha ricordato nella sua Relazione, “tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelle dei paesi dell’Ocse”, si tratta pertanto di “puro dumping strutturale” e non solo, “la chimica è il settore che più ha ricevuto [da parte di Pechino] sostegni e contributi, insieme all’acciaio”.

Vantiamo filiere industriali d’eccellenza – la chimica, per l’appunto – che certo non possono più esser messe in ginocchio, come accaduto in passato, da rigidi vincoli e soffocanti lacci e laccioli. Per di più, non posson esser danneggiate da utopie che non guardano in faccia la realtà.

Nessuno ha mai messo in dubbio l’importanza della lotta al cambiamento climatico, ma per fronteggiarlo occorrono imprese in grado di investire, fare ricerca e sviluppare nuove tecnologie, non rigidità ideologiche. L’Ue può esser già considerata un’isola verde nel panorama globale: mentre la sola Cina genera il 30% della CO2 mondiale e gli Usa il 15%, noi consumiamo meno del 6%.

Sono state introdotte, dal cambio di legislatura europea, nuovi piani, revisioni normative e nuove strategie volte al rilancio della nostra economia, e al tempo stesso alla tutela delle nostre filiere. Penso ai Pacchetti Omnibus, mirati per alleggerire gli oneri legati alla sostenibilità ambientale per le imprese, che di fatto pezzo dopo pezzo hanno ridimensionato il Green Deal. Penso a iniziative come l’Industrial Accelerator Act, a strumenti come il Critical Raw Materials Act, il Chips Act e il Net-Zero Industry Act. Quest’ultimo punta a produrre in Europa almeno il 40% delle tecnologie pulite entro il 2030. Sono tutti validi esempi di rilancio della produzione europea che coinvolgono ingenti risorse finanziarie pubbliche e private già disponibili e assegnate.

A tale scenario, si aggiunge poi l’adesione dell’Italia alla Pax Silica, alleanza a trazione statunitense per la tutela dei microchip e dell’intelligenza artificiale. È una cornice che permetterà davvero, in concreto, all’Ue di operare in un blocco di alleati occidentali e partner di fiducia – ben 25 Paesi in quattro diversi continenti – nelle catene di approvvigionamento più strategiche. Così si potrà davvero prevenire che le supply chain sinora controllate da Pechino vengano riequilibrate ai fini della nostra sicurezza.

Le crisi geopolitiche degli ultimi anni ce l’hanno insegnato: occorre ridurre al minimo il rischio di dipendere dai monopoli, che altro non sono che un vero e proprio veleno per i nostri mercati. Penso al gas russo, ma penso anche alle pratiche sleali cinesi che hanno creato forti squilibri nel nostro mercato, soprattutto in settori essenziali come quello automobilistico e quello chimico-farmaceutico. Il Commissario Sekfovic è rientrato da Pechino, dalla sua missione ai primi di ottobre, con l’impegno promettente della Cina di ridurre gli export di auto ibride verso l’Ue, ma ha anche osservato che sarà cruciale, ancor più degli impegni, guardare ai fatti. Avviare un dialogo concreto sulla questione dei gravi squilibri commerciali causati dalle politiche cinesi era un passo altamente richiesto da tutti quei Paesi europei manifatturieri come l’Italia, la Germania e la Francia. Del resto, è dal 2009 che Pechino inonda le filiere del valore con gli aiuti di Stato; dal 2015 che produce massivamente auto elettriche destinate all’export; dal 2021 che ha in mano tre quarti della raffinazione mondiale di litio, cobalto e grafite. Per non parlare dei principi attivi farmaceutici: l’80% delle forniture europee di ingredienti e precursori proviene da Pechino.

Su tali questioni così urgenti, ora l’Ue sembra muoversi con maggior decisione rispetto al passato. Questo perché il quadro politico e le opinioni pubbliche dei principali Paesi europei stanno visibilmente cambiando. È oramai diffusa la constatazione che non c’è più tempo da perdere. Per la buona riuscita di questi obiettivi europei, è auspicabile una grande unità e coerenza tra tutti gli Stati membri. Ne va del nostro futuro e della nostra indipendenza. Tutelare gli snodi strategici, diversificare le fonti e rafforzare la nostra autonomia industriale, sono azioni fondamentali. La crescita dell’Europa passa attraverso tali azioni ma passa anche attraverso la ricerca di nuove sinergie.

Il rafforzamento o la creazione di partenariati internazionali “tra pari”, fondati su regole certe, è fondamentale. Gli esempi positivi non mancano. L’Unione europea ha già in vigore 45 accordi (tra cui accordi di libero scambio e partenariato economico) che coinvolgono 81 partner commerciali (paesi/blocchi regionali). Ma pensiamo ai nuovi accordi nati in questi anni: Ue-India, Ceta col Canada, Ue-Mercosur e non solo – il Piano Mattei italiano riconosciuto strategico da Bruxelles e dal G7, i corridoi economici come Imec con l’Indo-Pacifico o il Middle Corridor con la regione del Mar Caspio. L’accordo Ceta con il Canada ha fatto salire l’interscambio del 65% in pochi anni. Sul Mercosur, laddove vi eran possibili rischi di squilibri, l’Italia per prima ha chiesto tutele e clausole di salvaguardia, a dimostrazione che cooperare tra pari è possibile. Con l’Africa, è di primo piano il ruolo che la nostra Nazione sta giocando, grazie ad una iniziativa lungimirante come il Piano Mattei – oggi esteso a 18 Paesi partner in settori chiave come energia, acqua, infrastrutture e sanità. Se ci spostiamo verso l’Indo-Pacifico, poi, la partecipazione italiana al Corridoio economico Imec che collegherà Mumbai al porto di Trieste, così come – nell’Asia Centrale – l’impegno italiano allo sviluppo del Middle Corridor, rotta che connette l’intera regione all’Europa, bypassando la Russia e i colli di bottiglia mediorientali, sono tutti esempi di diversificazione ma anche di cooperazione rispettosa e reciproca.

L’Italia, col Governo Meloni, ha saputo dare un forte impulso alla cooperazione internazionale e, nel farlo, ha posto al centro la tutela delle nostre imprese e il rilancio della produzione manifatturiera. Questo significa operare con pragmatismo. Sempre più da inizio legislatura, negli ultimi anni, l’Unione europea sta trovando convergenze significative con le priorità dell’Italia nel promuovere in modo coeso gli interessi nazionali ed europei.

Il tempo restituito dall’AI. Un saggio di Fabio Bisogni letto da Pino Pisicchio

27 October 2026 at 13:28

Nella “Epistula ad Lucilium” Seneca, che aveva capito tutto della vita, si rivolgeva al suo amico e poeta Lucilio con queste parole: “Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: una parte del tempo ci viene portata via, una parte ci viene rapita furtivamente, una parte scorre via. La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per la nostra negligenza”. Seneca non fu il primo né l’ultimo pensatore a impegnare il suo ingegno intorno al tema del tempo che passa, unico bene che ci appartiene perché finché viviamo è con noi. E poi, a ben riflettere, non ci appartiene mica tanto, perché quando l’interruttore si spegnerà non ci è dato di saperlo. Si pensi allora al Carpe diem di Orazio, o al “Fugit irreparabile tempus” di Virgilio, per restare nella romanità, o, per buttarla in filosofia, al Søren Kierkegaard quando sentenzia che “La vita può essere capita solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti” o, per buttarla in politica al licolniano “Il modo migliore per predire il futuro è crearlo”, o all’umbratile e vibrante Pavese per cui “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” o al più prosaico e capitalistico Beniamino Franklin, per cui “Il tempo è denaro”, tanto per ricordarne qualcuno tra i “tutti” che hanno affrontato l’ “Argomento”.

Perché è indubbiamente quello il centro di ogni pensiero intorno all’essere umano. Non potendo mutare i termini della questione “nasco, vivo, muoio” relativamente al terzo elemento, si è lavorato parecchio sul secondo, cercando di “aggiustarlo” il più possibile, di allungarlo, di pulirlo dai malanni, di renderlo meno traumatico. Con risultati anche importanti, non c’è che dire, come l’allungamento della permanenza tra i vivi, l’eliminazione o almeno la riduzione dei malanni che guastano le giornate e un’opzione sulla modalità forever jung ancora non del tutto riuscita. Un decisivo passo avanti, scrive Fabio Bisogni in un agile saggio dal titolo promettente “Il tempo restituito. IA, robotica e una nuova idea del progresso” (Ed. Beyond Needs, 2026) potrebbe venire dall’Intelligenza Artificiale, fonte del più grande dibattito di questo secolo che sembra generato proprio dal bipolarismo algoritmico: da una parte gli irriducibili plaudenti, dall’altra i profeti di catastrofi. Bisogni, che è un economista della sicurezza informatica e manager dell’innovazione, non si accomoda né tra gli entusiasti “a prescindere” né tra le Cassandre professionali, ma sceglie di offrire un punto di vista diverso. L’AI, che rappresenta il punto più alto di un’evoluzione tecnologica ancora in via di compimento, è un prodotto dell’intelligenza umana e dunque si declina secondo il verso che le viene indicato per rendere possibile un futuro umano migliore ma non ancora scritto.

Peraltro, e questa è la chiave del saggio, ogni impiego della nuova tecnologia punta a creare le condizioni di una possibile restituzione del tempo agli esseri umani: una riappropriazione che rappresenta, pertanto, una possibilità di vivere la propria esistenza con pienezza. La scommessa di Fabio Bisogni non si chiama fuori dal paradigma produttivo inseguendo suggestioni luddistiche o predatorie riportate tristemente in auge nelle metropoli europee da un manipolo di facinorosi e neanche si fa trascinare da tentazioni neo-romantiche stile hippies anni ’60, perché si muove consapevolmente nella logica del capitalismo moderno. Infatti dichiara, nei dieci piccoli capitoli (più una buona e aggiornata bibliografia) in cui è suddiviso il saggio, il suo approccio ad una visione efficientistica del gesto lavorativo. Il suo “di più” rispetto a ciò che la profluviale pubblicistica in materia di AI va pubblicando ogni giorno, non è piccola cosa, perché insuffla quell’alitata di umanità che solo il “tempo restituito” può rendere al lavoratore in forma di persona e non di robot.

Riprendersi il tempo, scegliere di viverlo per creare arte, per esprimere solidarietà, per partecipare alla cosa pubblica, per studiare, per vedere il mondo, per interagire con gli altri, non è certamente la beatitudine promessa dalla religione, ma somiglia al più alto livello di qualità della vita che il mondo è in grado di offrire all’altezza delle attuali tecnologie. L’autore risponde, dunque, alla sfida delle macchine con un richiamo all’ “umano, molto umano”, argomentando con rigore scientifico e con piglio divulgativo. Le sue conclusioni spiegano il senso del lavoro ed anche la filosofia con cui è portato a termine: posto che da sempre, dopo le rivoluzioni industriali, abbiamo cercato di far lievitare la produttività del lavoro, oggi che le nuove tecnologie lo consento dobbiamo chiederci che “vita vogliamo rendere possibile grazie a quella produttività”. E incalza: “Il tempo restituito non è una promessa delle macchine. È un risultato da costruire e da verificare nelle giornate delle persone”. Una chiarezza necessaria nel tempo del messianismo totemico dell’AI.

Il paradosso Castro nella partita tra Washington e L’Avana. Scrive Vecchioni

27 October 2026 at 11:40

Il 19 ottobre il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha annunciato l’emissione di un mandato di arresto contro Raúl Castro, 95 anni, per il suo presunto coinvolgimento nell’abbattimento, il 24 febbraio 1996, di due aerei civili dell’organizzazione umanitaria Hermanos al Rescate, nel quale morirono quattro persone, tre cittadini americani e un cubano, residente permanente negli Stati Uniti. Secondo l’accusa, i due velivoli disarmati furono abbattuti da caccia cubani nello spazio aereo internazionale. Il mandato, firmato dalla giudice Ariana Fajardo Orshan, si aggiunge a un’incriminazione federale già resa pubblica lo scorso maggio.

Ora, a parte i contorni giudiziari della vicenda, ci si può chiedere perché le autorità della Florida abbiano deciso di procedere proprio adesso, trent’anni dopo i fatti, in una fase per giunta delicata e alquanto confusa dei rapporti Stati Uniti-Cuba e quali potrebbero essere gli effetti politici della decisione.

A mio avviso, almeno tre. Soddisfare una richiesta di giustizia avanzata da decenni dalle famiglie delle vittime e da una parte dell’esilio cubano in Florida; aumentare la pressione personale sul simbolo ancora vivente della rivoluzione castrista; segnalare ai dirigenti cubani che Washington dispone di strumenti di pressione anche giudiziari. Senza dimenticare un’altra circostanza: l’annuncio è coinciso con l’inizio del voto anticipato in Florida, dove Uthmeier è candidato alla conferma nella carica di procuratore generale. Una coincidenza che ha alimentato accuse di strumentalizzazione elettorale, respinte dall’interessato. La dimensione politica dell’iniziativa, insomma, non può essere ignorata, pur senza mettere in discussione il diritto delle famiglie delle vittime a chiedere giustizia. Ragionamento, però, che ci porta dritti al “paradosso Raúl Castro”! Se cioè Castro mantiene ancora un’influenza determinante sugli apparati del regime, colpirlo personalmente non rischia di rendere più difficile, anziché più facile, proprio quella transizione negoziata che Washington dichiara di voler favorire?

Il mandato di arresto può dunque essere visto come uno strumento di pressione, ma allo stesso tempo – e qui sta il paradosso – come un ostacolo alla costruzione della fiducia necessaria per avviare veri negoziati. Negoziati di cui si parla spesso, ma dei quali in realtà si sa molto poco. Si sa, comunque, che nei contatti cubano-americani è emerso un personaggio da tenere senz’altro d’occhio: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote prediletto di Raúl, conosciuto come El Cangrejo. È stato la guardia del corpo e l’uomo di fiducia del nonno. Pur non ricoprendo alcuna carica governativa formale, è considerato vicino al centro effettivo del potere cubano. Nel febbraio 2026 Axios ha riferito di contatti riservati tra Rodríguez Castro e Marco Rubio. A marzo Reuters ha ricostruito il possibile ruolo del nipote nei canali di comunicazione tra Washington e L’Avana. Il fatto più interessante è arrivato lo scorso luglio: in un’intervista a Usa Today, ripresa da Reuters il 6 luglio, Rodríguez Castro ha dichiarato di essere disponibile a negoziare con rappresentanti americani, persino direttamente con Trump.

Dichiarazione significativa per almeno due ragioni. La prima è che un uomo così vicino alla famiglia Castro difficilmente potrebbe esporsi pubblicamente su una questione tanto delicata senza una qualche forma di avallo da parte del vertice politico del Paese. La seconda è che il regime potrebbe voler sondare le intenzioni americane attraverso un canale familiare, più riservato e meno vincolante di quello diplomatico ufficiale. Ma essere favorevoli alla conclusione di un accordo con Washington, non significa necessariamente essere favorevoli alla democratizzazione di Cuba. È ragionevole ipotizzare che all’interno dell’apparato convivano orientamenti differenti: dirigenti convinti che occorra difendere integralmente il sistema marxista-leninista, altri disponibili a liberalizzare l’economia pur mantenendo il monopolio politico del Partito comunista, altri ancora non contrari a concessioni più ampie. Ma esiste davvero una corrente moderata, organizzata e influente, disponibile a concordare una transizione politica con gli americani? E soprattutto, chi sta trattando realmente con Washington? Questo è il problema!

L’altro problema da chiarire è il ruolo dei militari. A Cuba le Forze armate non rappresentano soltanto un apparato di difesa. Attraverso il sistema delle imprese legate ai militari, tra cui il potente gruppo Gaesa, esse controllano settori strategici dell’economia nazionale. Qualsiasi trasformazione del sistema cubano dovrà quindi fare i conti con gli interessi economici e politici dell’apparato militare. Non è affatto escluso, anzi, che gli ambienti più disponibili a un’intesa con Washington siano proprio quelli maggiormente interessati a preservare le proprie posizioni di potere, anche a costo di sacrificare alcuni dogmi economici del castrismo. In altre parole, si potrebbe essere favorevoli a cambiare il sistema economico proprio per evitare di cambiare quello politico. Per fare in qualche modo fronte alla tragica situazione del Paese, il 18 giugno 2026 l’Assemblea nazionale cubana ha approvato un vasto programma di riforme economiche, sostenuto espressamente da Raúl Castro. Le misure prevedono, tra l’altro, un ampliamento delle attività private, nuove possibilità di trasformazione delle imprese statali, aperture al capitale privato nel sistema finanziario e maggiori spazi per l’iniziativa imprenditoriale. A luglio sono state annunciate altre misure attuative, riguardanti anche l’importazione di carburanti e medicinali da parte delle imprese private e l’accesso a settori in precedenza riservati allo Stato. Naturalmente l’approvazione di una riforma non equivale alla sua realizzazione, né garantisce il successo delle misure previste.

Raúl Castro, del resto, lo sa bene: molte delle riforme da lui introdotte a partire dal 2010 hanno prodotto effetti assai modesti sull’economia cubana. Il problema cubano non è mai stato soltanto quello di annunciare le riforme, ma di applicarle fino in fondo, accettandone le inevitabili conseguenze economiche e politiche. La dirigenza cubana, in ogni caso, non sembra pronta ad accettare l’idea di abbandonare il socialismo o il monopolio politico del Partito comunista.

Il regime teme evidentemente che un’apertura politica autentica possa mettere in discussione il monopolio del potere conquistato nel 1959. Bisognerebbe inoltre capire bene quali siano le reali aspettative e i desiderata dell’amministrazione americana. Che cosa si aspetta, in definitiva, Washington? Un semplice cambio al vertice della dirigenza cubana, accompagnato dall’impegno a una svolta geo/strategica favorevole agli Stati Uniti (come in Venezuela)? Oppure vuole la caduta del regime e del sistema comunista, per favorire il ritorno della democrazia liberale nell’isola? La differenza non è da poco. Nel primo caso si tratterebbe di modificare gli equilibri politici e strategici, senza necessariamente smantellare l’intero apparato del regime.

Nel secondo, invece, si chiederebbe alla classe dirigente cubana di contribuire alla propria estromissione dal potere. Il 10 aprile 2026 si è svolto all’Avana un incontro tra funzionari americani e cubani, confermato da entrambe le parti. Washington ha precisato che i colloqui erano supervisionati da Marco Rubio, il Segretario di Stato di origine cubana, espressamente incaricato da Trump di risolvere il “problema” dell’Isola grande. Contatti, però, che non sembrano aver prodotto l’avvio di un’agenda negoziale condivisa. Il 5 ottobre Reuters ha intervistato Lianys Torres Rivera, chargée d’affaires cubana a Washington. La diplomatica ha confermato l’esistenza di canali di comunicazione, comprendenti incontri, telefonate e messaggi, ma ha escluso che fossero in corso negoziati formali. Ha inoltre ribadito che Cuba non intende trattare sul proprio sistema politico, mentre Washington continua a richiedere cambiamenti sostanziali, comprese elezioni libere.

Allo stato attuale, dunque, abbiamo almeno un paio di elementi abbastanza chiari: i contatti esistono, ma non equivalgono ancora a un negoziato strutturato; le posizioni ufficiali restano assai distanti. Il nodo principale è politico, perché la liberalizzazione economica non soddisfa necessariamente le richieste americane di cambiamento del sistema. Persistono, infine, diverse contraddizioni da entrambe le parti. Gli americani, mentre chiedono a Cuba di sviluppare il settore privato, all’inizio di ottobre hanno introdotto nuove restrizioni che interessano anche l’accesso delle imprese private cubane ai servizi bancari americani. I cubani, dal canto loro, si dicono disposti ad aperture economiche che però, senza adeguate garanzie giuridiche e senza un reale ampliamento degli spazi di autonomia, rischiano di non produrre gli effetti sperati. L’Avana rischia insomma di riproporre il consueto copione déjà vu: cambiare qualcosa nell’economia per non cambiare nulla nella politica. Washington, dal canto suo, continua a oscillare tra la tentazione dell’accordo e quella della resa dei conti. Il 26 settembre 2026 il presidente americano ha dichiarato di ritenere possibile un accordo con Cuba senza ricorrere alla forza militare, dopo mesi di dichiarazioni particolarmente dure nei confronti del regime castrista.

A Washington, in effetti, sono ben consapevoli che un eventuale intervento armato comporterebbe problemi enormi: possibili vittime civili, reazioni internazionali, destabilizzazione dell’isola, nuove ondate migratorie verso la Florida e la necessità di gestire il dopo-regime. La storia recente insegna quanto sia più facile rovesciare un governo con la forza che costruire un ordine politico stabile sulle sue macerie. Una transizione negoziata eviterebbe evidentemente alcuni di questi rischi. Ma richiederebbe interlocutori cubani dotati di potere reale e disponibili a concessioni politiche che, almeno pubblicamente, L’Avana continua a rifiutare. C’è infine un altro dato da non trascurare: il 19 ottobre, proprio mentre veniva annunciato il mandato d’arresto contro Raúl Castro, Stati Uniti e Cuba si sono nuovamente scontrati diplomaticamente alle Nazioni Unite, in vista del voto annuale sull’embargo previsto per il 27-28 ottobre.

Ci troviamo così in pieno “paradosso Raúl Castro”. Il fratello minore di Fidel è uno degli uomini che Washington vuole portare davanti alla giustizia, ma è anche, allo stesso tempo, una delle figure che potrebbero rendere possibile un accordo. Per ottenere una trasformazione pacifica del sistema, gli americani potrebbero aver bisogno proprio dell’influenza dell’uomo che stanno cercando di incriminare! E il mandato statale della Florida aggiunge una complicazione. A differenza dei reati federali, un procedimento penale “statale” non può essere cancellato attraverso la grazia presidenziale americana. Se un giorno si arrivasse a discutere di garanzie personali per i dirigenti cubani, la questione giudiziaria potrebbe quindi diventare particolarmente delicata: Trump non potrebbe, da solo, cancellare le conseguenze penali di un’eventuale condanna pronunciata dalla giustizia della Florida. In definitiva, è possibile che gli Stati Uniti stiano privilegiando, almeno in questo momento, una strategia tesa a ottenere un cambiamento profondo a Cuba, combinando pressioni economiche, isolamento politico, contatti con esponenti vicini al potere e minacce militari di vario genere.

A sua volta, una parte della dirigenza cubana potrebbe essere disponibile a sacrificare alcuni dogmi economici pur di conservare il monopolio politico. Il problema è capire se esista uno spazio di compromesso tra queste due strategie. Il destino di Cuba dipenderà da questo singolare compromesso: gli americani dovrebbero accettare di trattare con gli eredi del castrismo, mentre questi ultimi dovrebbero rinunciare almeno a una parte del sistema che intendono salvare. Un compromesso molto difficile, forse contraddittorio come si vede, ma che potrebbe rappresentare l’unica via d’uscita pacifica dalla crisi cubana. Il paradosso è che a renderla possibile, potrebbe essere proprio Raúl Castro, l’uomo che la giustizia americana vorrebbe ora mettere dietro le sbarre. Il popolo cubano intanto sta a guardare, aspetta, spera e soffre da oltre sessant’anni!

Xi stringe sul partito e punta sull’export. Cosa c’è in gioco al plenum

27 October 2026 at 11:31

Più controllo dentro, più potenza fuori. In Cina sono i giorni del plenum del XX comitato centrale del partito comunista, uno dei consessi più importanti per la vita politica ed economica della Repubblica popolare. Il momento non potrebbe essere più delicato per il Dragone. Tanto per cominciare, l’Europa ha finalmente cominciato ad alzare la testa, approntando una prima vere rete a protezione della sua industria, per anni ostaggio della concorrenza sleale e sussidiata cinese. Questo pone Pechino dinnanzi a una scelta: perdere il grip sul più grande spazio economico unico del mondo, un po’ come accaduto con gli Stati Uniti all’indomani dei primi muri alzati dall’amministrazione Trump, oppure accettare di esportare e vendere nel Vecchio continente ma scendendo a patti con le regole dell’Unione a salvaguardia della propria manifattura. Un problema che ai piani alti del partito è stato più volte affrontato e che quasi certamente finirà al centro delle riflessioni del plenum.

Poi c’è la questione energetica. La Cina, che oggi vive essenzialmente di esportazioni dal momento che il mercato interno è saturo da anni e non tira più come una volta (nei primi nove mesi del 2026, gli utili industriali cinesi sono aumentati del 15,5% rispetto ai primi nove mesi del 2025, raggiungendo i 6,03 trilioni di yuan, registrando un rallentamento rispetto all’incremento del 15,7%) ma, soprattutto, compra petrolio. E non più dalla Russia, suo storico fornitore, e nemmeno più dal Venezuela, ora che il mercato è a trazione americana, bensì dal Golfo. Un riassetto degli approvvigionamenti che non ha cambiato di una virgola la sostanza: il Dragone continua ad essere dipendente dalle energie altrui. Fin qui i dossier economici finiti o prossimi a finire al centro dei lavori del plenum. Poi c’è la parte politica più pura se così si può dire.

E qui lo sforzo di Xi Jinping e dei massimi dirigenti del partito è stato dedicato al rafforzamento della disciplina interna e della lotta alla corruzione, in una fase segnata da una vasta campagna di epurazioni ai vertici politici e militari del Paese. Xi ha in tal senso presentato una relazione sull’attività del Politburo e illustrato una bozza di decisione sulle misure per rafforzare il controllo interno del partito. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, il documento sottoposto all’esame del Comitato centrale analizza i risultati della campagna per il “governo completo e rigoroso del partito”, avviata sotto la leadership di Xi, e delinea le misure necessarie per affrontare le nuove sfide alla disciplina e alla capacità di governo del Pcc. L’obiettivo dichiarato è consolidare il controllo sui funzionari e assicurare l’effettiva applicazione delle direttive della leadership centrale.

In un commento pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori, Xinhua ha sottolineato che l’attuazione delle principali decisioni del Comitato centrale “non deve ridursi a vuota retorica” e che occorre rafforzare i meccanismi istituzionali per contenere gli abusi di potere. La lotta alla corruzione, ha aggiunto l’agenzia, deve proseguire con una pressione costante, in modo che i funzionari “non osino, non possano e non vogliano” commettere illeciti. Ora, il plenum arriva dopo una serie di epurazioni che hanno colpito anche i livelli più elevati dell’apparato militare e del Politburo.

Secondo una stima dell’Asia Society Policy Institute, soltanto il 77,4% dei membri originari del Comitato centrale eletto nel 2022 sarebbe nelle condizioni di partecipare alla riunione. Tra le decisioni attese figura la ratifica delle espulsioni di Zhang Youxia e Ma Xingrui, due esponenti del Politburo coinvolti nelle recenti indagini disciplinari. Non è tutto. L’appuntamento assume particolare rilievo anche in vista del XXI Congresso del Pcc, previsto nell’autunno 2027, quando Xi potrebbe ottenere un quarto mandato consecutivo alla guida del partito. E forse anche per questo, secondo diversi analisti, la riunione rappresenta un’occasione per consolidare ulteriormente la sua autorità, rafforzare l’uniformità ideologica e preparare il rinnovamento dei quadri dirigenti in vista del prossimo Congresso.

Le navi che l’algoritmo non vedeva. Così l’IA può negare la realtà

27 October 2026 at 11:28

Lunedì 5 ottobre, intorno alle 10.30 del mattino, il centro di coordinamento del soccorso marittimo di Costanza riceve una richiesta d’aiuto: un mercantile carico di mais ucraino, partito da Izmail e diretto a Ravenna, è in fiamme a una trentina di miglia da Sfântu Gheorghe, nella zona economica esclusiva romena. Si chiama Royad Mammadov, batte bandiera di Saint Kitts e Nevis, ha armatori e gestori turchi e un equipaggio azero e indiano. Affonderà poche ore dopo, con due morti a bordo, tra cui il comandante. All’alba del giorno successivo tocca alla Bulgaria: droni aerei e di superficie colpiscono due mercantili nella sua zona economica esclusiva. La Alfa Watan cola a picco e del suo equipaggio non si troverà traccia; la Able, battente bandiera di Palau e carica di grano, resta in fiamme con la sala macchine allagata. Una settimana più tardi, nella notte tra il 12 e il 13 ottobre, lo schema si ripete al largo di Krapets, con un’altra nave affondata, undici marinai dispersi e la Chelsea 3 condotta a Varna con l’equipaggio salvo.

Nelle prime ore di questa sequenza ho fatto una prova semplice. Ho sottoposto a un assistente di intelligenza artificiale generativa le informazioni che cominciavano a circolare, con i nomi delle navi coinvolte, chiedendo di verificarle. La risposta è stata secca: si tratta di una bufala, la notizia è inventata. Mentre il governo di Sofia convocava una riunione d’urgenza e Bruxelles esprimeva preoccupazione, la macchina a cui un numero crescente di persone si affida per orientarsi negava che tutto ciò fosse accaduto.

Un errore senza bisogno di inganno

Ricostruendo i fatti a mente fredda, emerge un dettaglio che rende l’episodio ancora più istruttivo. I nomi che avevo fornito non erano storpiati. Royad Mammadov, Alfa Watan e Able sono le navi effettivamente colpite, identificate dalle autorità romene e bulgare e riportate dalle principali agenzie internazionali. Il modello non è stato ingannato da un dettaglio falso: ha dichiarato falso un dettaglio vero.

Le cause probabili sono banali, e proprio per questo inquietanti. Un modello linguistico conosce il mondo fino a una certa data; ciò che accade dopo può raggiungerlo solo attraverso una ricerca in rete, che non sempre viene attivata e che, nelle prime ore di una crisi, restituisce poco o nulla. Non trovando riscontri, il sistema non ha detto “non lo so”, né “non posso ancora verificarlo”. Ha trasformato l’assenza di prove in prova dell’assenza, e l’ha consegnata con il tono perentorio di un verdetto. L’errore non sta nella mancanza di informazioni, che è inevitabile, ma nella sicurezza con cui la lacuna è stata colmata.

C’è poi una seconda fragilità, che riguarda le fonti stesse. Nelle prime ore le informazioni erano contraddittorie anche nei circuiti professionali: per la nave affondata il 13 ottobre alcune testate hanno indicato la Azov Concord, altre la Dignity, registrata in Guinea-Bissau. Le banche dati marittime pubbliche, che un sistema automatico potrebbe interrogare, non sono un registro notarile: per la stessa Royad Mammadov, che in passato navigava con un altro nome, alcuni servizi riportano la bandiera di Saint Kitts e Nevis e altri quella liberiana, con posizioni incompatibili tra loro. Un algoritmo che tratta la corrispondenza esatta come criterio di verità, in un ambiente informativo strutturalmente rumoroso, è destinato a produrre falsi negativi proprio quando la posta in gioco è più alta.

La vulnerabilità che interessa a Mosca

Non ho elementi per sostenere che questo specifico errore sia stato provocato da un’operazione ostile, e sarebbe scorretto suggerirlo. Ma l’episodio illumina con precisione il terreno su cui si muovono gli apparati di guerra informativa del Cremlino, che da tempo hanno capito come l’intelligenza artificiale sia diventata uno snodo dell’ecosistema informativo occidentale.

Il caso più documentato è la rete nota come Portal Kombat o “Pravda”, individuata nel febbraio 2024 dall’agenzia francese Viginum e ricondotta a una società informatica con sede nella Crimea occupata. Non produce contenuti originali: ricicla in decine di lingue materiali dei media di Stato russi e di canali filo-Cremlino, attraverso centinaia di domini automatizzati. Nel 2024 ha pubblicato circa 3,6 milioni di articoli, con una diffusione umana trascurabile. Il pubblico, infatti, non sono le persone ma i sistemi che indicizzano la rete. NewsGuard ha verificato che dieci dei principali assistenti di IA riproponevano le narrazioni della rete in circa un terzo dei casi, citandone talvolta gli articoli come fonti; l’American Sunlight Project ha definito questa tecnica LLM grooming, adescamento dei modelli linguistici. A questo si aggiungono le campagne di tipo Doppelgänger, fondate sulla clonazione di testate autorevoli, documentate dal 2022 e oggetto di sanzioni europee.

Il punto, però, è che il nostro episodio mostra la faccia speculare della stessa medaglia. Le operazioni di grooming puntano a far affermare il falso alle macchine. Qui la macchina ha negato il vero da sola, senza che nessuno dovesse spendere un rublo. Per un avversario interessato a erodere la fiducia, un sistema che liquida come bufala un attacco reale contro la navigazione civile in acque di un Paese della Nato è un alleato involontario: abbassa la percezione della minaccia, confonde il quadro nelle ore decisive e offre materiale pronto a chi vuole sostenere che le accuse a Mosca sono costruite ad arte. Si può persino immaginare un uso deliberato della debolezza: immettere in rete versioni leggermente alterate di un fatto vero, con nomi o luoghi sbagliati, per indurre i sistemi automatici a classificare l’intero evento come falso. È un’ipotesi da verificare, non un fatto accertato, ma è coerente con un repertorio che fa della saturazione e dell’ambiguità la propria cifra.

Quanto conta davvero

Occorre misura anche nel valutare la portata del fenomeno. Non è vero che la maggioranza delle persone abbia già sostituito i motori di ricerca con gli assistenti di IA. Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, l’uso settimanale dei chatbot per informarsi è salito dal 7 al 10 per cento a livello globale e solo l’1 per cento li considera la propria fonte principale; tra i 18 e i 24 anni la quota arriva al 17 per cento. Sono numeri ancora contenuti, ma il dato che dovrebbe preoccupare è un altro: appena il 4 per cento degli utenti dichiara di cliccare spesso sulle fonti originali indicate dall’assistente. La risposta sintetica tende a sostituire la verifica, non a guidarla. Inoltre, circa un terzo di chi usa questi strumenti per le notizie chiede loro proprio di valutare l’affidabilità di una fonte o di una voce. È esattamente l’uso che ho fatto io, ed è esattamente quello in cui l’errore produce più danni.

La crescita è rapida, è concentrata tra i giovani e tra chi ha posizioni politiche più radicali, e procede insieme all’integrazione dell’IA nei motori di ricerca, che espone a risposte sintetiche anche chi non le ha cercate. La vulnerabilità che oggi riguarda una minoranza riguarderà domani la maggioranza: conviene affrontarla adesso, mentre i comportamenti si stanno formando.

Il dividendo del dubbio

Robert Chesney e Danielle Citron hanno chiamato liar’s dividend, il dividendo del bugiardo, il vantaggio che un ambiente saturo di falsi offre a chi vuole negare il vero: se tutto può essere contraffatto, ogni prova scomoda può essere liquidata come contraffazione. L’intelligenza artificiale aggiunge un elemento nuovo. Non è più soltanto l’attore interessato a gridare al falso; è un sistema percepito come neutrale e competente, consultato proprio per sciogliere i dubbi, che può produrre lo stesso effetto per difetto di progettazione.

Qui sta il nucleo della questione per chi si occupa di guerra cognitiva. La propaganda russa contemporanea, che gli analisti della Rand hanno descritto come un “idrante di falsità” ad alto volume e bassa coerenza, non mira a convincere di una tesi precisa. Mira a rendere costosa la distinzione tra vero e falso, finché il cittadino rinuncia a farla. Peter Pomerantsev ha condensato questa condizione nel titolo di un libro dedicato alla Russia di Putin, Nothing Is True and Everything Is Possible. Un assistente che nega un fatto vero, e che magari il giorno dopo lo conferma, non fa che alimentare la stessa sfiducia generalizzata: se nemmeno la macchina sa, perché dovrei credere a qualcuno?

Che cosa fare

Le contromisure non sono misteriose, ma richiedono di essere pretese. Ai produttori di sistemi di IA va chiesto di trattare le notizie recenti come una categoria a rischio: quando un evento cade oltre l’orizzonte delle conoscenze del modello o non trova riscontri immediati, la risposta corretta è dichiarare l’incertezza, non emettere una sentenza. L’assenza di risultati non è una smentita, e un sistema che si propone come strumento di verifica dovrebbe saperlo distinguere. Allo stesso modo, la tracciabilità delle fonti e la resistenza ai circuiti di riciclaggio come la rete Pravda dovrebbero diventare requisiti verificabili, nell’ambito degli obblighi che il quadro europeo già impone ai fornitori di modelli di uso generale.

Alle istituzioni spetta un compito di comunicazione tempestiva e strutturata. Nelle prime ore di una crisi la versione ufficiale, con nomi, coordinate e identificativi delle navi, dovrebbe essere pubblicata in formati facilmente leggibili anche dalle macchine, così da ridurre lo spazio che il rumore e la manipolazione occupano. Ai cittadini, infine, va restituita un’abitudine antica: risalire alle fonti, confrontarle, diffidare delle risposte troppo nette su fatti troppo recenti. L’alfabetizzazione all’IA non è un capitolo della formazione tecnologica, ma della sicurezza nazionale.

Hannah Arendt scriveva che il suddito ideale dei regimi totalitari non è il convinto, ma chi non sa più distinguere tra fatto e finzione. Nel Mar Nero sono affondate navi vere e sono morti marinai veri. Il fatto che uno strumento consultato da milioni di persone potesse dichiararlo inventato, senza alcun bisogno di essere ingannato, ci dice quanto sia fragile la linea che separa una società informata da una società disorientata. Difenderla è parte della difesa, a pieno titolo.

Dalla difesa al commercio, perché le Filippine vogliono rafforzare i rapporti con l’Italia. Parla la ministra Lazaro

27 October 2026 at 10:33

Le Filippine intendono rafforzare la cooperazione politica e di sicurezza con l’Italia, mentre Manila amplia i partenariati europei e consolida il proprio ruolo diplomatico nell’Indo-Pacifico. Tra le possibilità indicate dal governo filippino figura anche un accordo bilaterale sulle forze militari in visita, sulla scia delle intese sviluppate con altri partner europei.

È il messaggio emerso da una conversazione con Maria Theresa P. Lazaro, ministra degli Esteri delle Filippine, che si è tenuta presso l’ambasciata filippina a Roma. Formiche.net ha partecipato all’incontro insieme a un ristretto gruppo di giornalisti invitati. La visita di Lazaro nella capitale italiana comprendeva anche un intervento pubblico. L’incontro ha affrontato i rapporti bilaterali, il crescente coinvolgimento europeo nella sicurezza asiatica, le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, Taiwan e il rafforzamento del profilo internazionale delle Filippine attraverso la presidenza Asean del 2026.

Italia e Filippine: un potenziale ancora da sviluppare

Nel 2027 Italia e Filippine celebreranno 80 anni di relazioni diplomatiche, un anniversario che Lazaro considera un’occasione per imprimere nuovo slancio a un partenariato che non ha ancora espresso tutte le proprie potenzialità.

“Penso che possiamo fare di più nelle nostre relazioni bilaterali”, ha spiegato, sottolineando la necessità di un confronto politico più regolare tra i due governi. “Abbiamo chiesto consultazioni politiche”, ha aggiunto Lazaro, riferendosi a un meccanismo destinato ad affrontare questioni politiche ed economiche, oltre alle relazioni tra le rispettive popolazioni, ma che finora non ha trovato concreta attuazione.

La ministra ha inoltre auspicato una maggiore frequenza di visite istituzionali ad alto livello. Durante il soggiorno romano non ha avuto occasione di incontrare membri del governo italiano, pur avendo manifestato interesse per un colloquio con il proprio omologo. Lazaro ha riconosciuto che gli impegni di agenda potrebbero aver impedito l’incontro, senza suggerire l’esistenza di divergenze politiche.

La cooperazione nella difesa rappresenta invece un settore nel quale sono stati compiuti progressi concreti. Lazaro ha ricordato l’accordo firmato a Monaco nel febbraio scorso con il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, descrivendolo come uno sviluppo positivo sul quale costruire ulteriori iniziative. Il messaggio rivolto a Roma è che una relazione bilaterale consolidata, già sostenuta da strumenti di cooperazione, necessita ora di un impegno politico più continuativo per esprimere pienamente il proprio potenziale.

La sicurezza dell’Indo-Pacifico e la prospettiva di un accordo con l’Italia

Le Filippine considerano la crescente presenza europea nell’Indo-Pacifico un contributo positivo alla sicurezza regionale. Alla domanda di Formiche.net se un maggiore coinvolgimento militare europeo possa essere percepito da altri attori regionali come un’ulteriore fonte di tensione, Lazaro ha accolto favorevolmente il contributo dei partner europei.

“Siamo dell’opinione che qualsiasi sostegno da parte dei nostri amici e partner like-minded, i Paesi europei così come, naturalmente, gli Stati Uniti, sia positivo, perché non si tratta soltanto della condivisione delle idee e di come le cose dovrebbero procedere, ma è proprio avere quel sostegno all’interno della regione che è molto necessario”. È qui che la ministra ha sottolineato l’importanza delle visite delle unità navali europee nei porti filippini, soprattutto per rafforzare la consapevolezza della situazione marittima, o maritime domain awareness, nel contesto delle persistenti controversie nel Mar Cinese Meridionale.

“Voglio essere chiara: queste visite nei nostri porti sono molto importanti, perché contribuiscono anche a definire la nostra maritime domain awareness. Ed è molto importante per noi, soprattutto per la nostra questione aperta con la Cina”. Secondo Lazaro, l’Italia potrebbe contribuire in misura maggiore alle capacità di difesa filippina, anche se sarebbe necessario un ulteriore impulso politico per tradurre la cooperazione esistente in nuove iniziative.

L’apertura più significativa in questo quadro riguarda la prospettiva di un Visiting Forces Agreement (VFA), un accordo che potrebbe definire il framework giuridico per la presenza temporanea di personale militare italiano nelle Filippine nell’ambito di attività concordate. Richiamando le intese con altri partner europei, tra cui Francia e Regno Unito, Lazaro ha aggiunto: “Stiamo aspettando l’opportunità con l’Italia”. Le sue parole non costituiscono l’annuncio di negoziati formali, ma segnalano l’interesse di Manila a esplorare questa possibilità con Roma. Un eventuale accordo si inserirebbe nel più ampio rafforzamento della cooperazione di sicurezza tra le Filippine e i Paesi europei, in una fase in cui il loro coinvolgimento nell’Indo-Pacifico assume crescente rilevanza strategica.

Cina: gestire le tensioni senza sacrificare il dialogo

È questa dimensione regionale che la competizione con Pechino diventa uno dei principali fattori che orientano la politica estera e di sicurezza filippina. Lazaro ha tuttavia tenuto a distinguere le controversie nel Mar Cinese Meridionale dalla relazione complessiva tra i due Paesi. Manila, ha spiegato, cerca di separare le dispute marittime dalle altre dimensioni del rapporto con la Cina, preservando gli scambi economici e i contatti diplomatici nonostante le persistenti tensioni.

“Abbiamo già compartimentato”, ha sottolineato, descrivendo un approccio che consente al ministero degli Esteri di mantenere aperti i canali di dialogo mentre le autorità della difesa filippine continuano a proteggere gli interessi marittimi nazionali.

Lazaro ha richiamato le incursioni cinesi nelle acque filippine che la Cina rivendica, e gli episodi di utilizzo di cannoni ad acqua contro le imbarcazioni di Manila, sottolineando al tempo stesso che la linea del presidente Ferdinand Marcos Jr. rimane fondata sull’impegno diplomatico. “Siamo dell’opinione, e questo è in linea secondo le direttive del presidente, che dobbiamo risolvere queste questioni, naturalmente, attraverso la diplomazia e il dialogo diplomatico”.

Manila e Pechino continuano quindi a utilizzare i meccanismi bilaterali di consultazione sul Mar Cinese Meridionale, insieme agli scambi tra i rispettivi ministeri degli Esteri. Gli incontri si alternano tra le due capitali, ha spiegato Lazaro, anche mentre persistono le tensioni in mare. Ma mentre la priorità del ministero degli Esteri è gestire le controversie attraverso la diplomazia, le strutture della difesa filippine restano responsabili della protezione delle acque nazionali e della risposta alle incursioni, ha evidenziato la ministra. Lazaro ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali con la Cina rimangono solidi, così come le relazioni tra le rispettive popolazioni”.

Dalle sue parole emerge una politica che combina fermezza sulle questioni di sovranità e sicurezza marittima con la determinazione a preservare un rapporto importante sul piano economico e diplomatico. Questo contribuisce anche a spiegare l’interesse di Manila per una maggiore presenza europea: ampliare la rete dei partenariati di sicurezza mantenendo al tempo stesso il confronto diplomatico con Pechino.

L’Europa come partner politico, economico e strategico

Se le relazioni bilaterali con l’Italia trarrebbero beneficio da una maggiore continuità, Lazaro ha descritto il rapporto delle Filippine con l’Unione europea in una fase decisamente positiva, “di sviluppo crescente”. La ministra ha richiamato il quadro istituzionale offerto dal Partnership and Cooperation Agreement e le consultazioni in corso su sicurezza, questioni marittime, governance, diritti umani e cooperazione allo sviluppo.

“Abbiamo una relazione politica molto buona con l’Ue”, ha spiegato, sottolineando come un elemento centrale di questo rapporto in espansione è il negoziato per un accordo di libero scambio (Fta) tra Filippine e Ue. Lazaro ha espresso fiducia nella possibilità che l’intesa venga conclusa in tempi relativamente brevi, sottolineandone il potenziale impatto economico. “Immaginate soltanto quale impulso economico questo darebbe alle nostre relazioni”. La ministra ha inoltre richiamato il crescente interesse diplomatico europeo verso Manila, citando l’apertura di nuove ambasciate da parte di svariati Paesi, tra cui Slovacchia, Slovenia e Portogallo. Nella sua valutazione, questa presenza sempre più ampia riflette sia l’importanza politica delle Filippine sia le opportunità economiche associate al Paese e alla sua integrazione regionale.

Per l’Italia, il rafforzamento delle relazioni tra Unione europea e Filippine potrebbe offrire un contesto favorevole a una cooperazione bilaterale più profonda, dalla sicurezza marittima agli investimenti, dalle infrastrutture alle catene di approvvigionamento.

Taiwan: la priorità è proteggere 200.000 filippini

Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze immediate per le Filippine, considerata la vicinanza geografica all’isola e la consistente comunità filippina che vi vive e lavora? Lazaro è convinta della necessita di  affrontare la questione di Taiwan principalmente attraverso queste due considerazioni, sebbene. “la cosa più importante per noi è che abbiamo 200.000 filippini a Taiwan. Quindi, al momento, tutti i nostri piani di emergenza sono incentrati sulla sicurezza dei lavoratori filippini che abbiamo lì”.

Lazaro ha ribadito la posizione di Manila secondo cui le tensioni devono essere risolte pacificamente, avvertendo che qualsiasi escalation avrebbe conseguenze gravi, e non solo per i Paesi di prossimità geografica. Le sue dichiarazioni evidenziano la dimensione pratica e immediata della sicurezza regionale per Manila. Al di là dei più ampi calcoli strategici, la protezione dei filippini all’estero rimane la priorità operativa centrale.

Asean: il crescente peso diplomatico di Manila

Restando sul piano regionale — dove il destino di Taiwan è uno dei più preoccupanti flashpoint — Lazaro ha ricordato come la presidenza filippina dell’Asean nel 2026 abbia offerto a Manila l’opportunità di consolidare il proprio ruolo internazionale e dimostrare la capacità di riunire Paesi con interessi strategici differenti. “Abbiamo scoperto di avere la capacità di riunire gli interlocutori, in quanto Filippine”, La ministra ha ricordato la partecipazione di numerosi alti rappresentanti internazionali agli incontri organizzati a Manila, tra cui il segretario di Stato americano Marco Rubio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la ministra degli Esteri australiana Penny Wong.

Lazaro ha inoltre segnalato l’assenza di rappresentanti italiani agli incontri ministeriali, rivolgendo un invito e spazi di coinvolgimento: un’osservazione coerente con il suo più generale auspicio di un maggiore coinvolgimento politico di Roma, anche attraverso una rappresentanza italiana più forte nei principali appuntamenti diplomatici regionali.

Tra i risultati e le priorità della presidenza filippina ha indicato la cooperazione marittima, i negoziati in corso con la Cina per un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale e gli sforzi per promuovere l’integrazione digitale regionale.

Le responsabilità diplomatiche di Manila si estendono anche alla gestione delle crisi nel Sud-Est asiatico. Lazaro, che ricopre l’incarico di inviata speciale della presidenza Asean per il Myanmar, ha spiegato che avrebbe lasciato Roma per una missione diplomatica e umanitaria legata alla crisi del Paese. La presidenza dell’associazione offre dunque alle Filippine una piattaforma attraverso la quale rafforzare la propria influenza diplomatica e ampliare la rete dei partner internazionali.

Il quadro generale

Le dichiarazioni di Lazaro delineano una politica estera filippina impegnata su diversi fronti interconnessi. La gestione della competizione con la Cina, principale sfida regionale sul piano della sicurezza, procede insieme alla diversificazione dei partenariati strategici, all’approfondimento dei rapporti economici con l’Europa e al rafforzamento del ruolo di Manila nell’Asean.

All’interno di questa strategia più ampia, l’Italia emerge come un partner con il quale le Filippine vorrebbero sviluppare una relazione più strutturata. Le opportunità spaziano dal dialogo politico alla cooperazione nella difesa, fino alla presenza europea nell’Indo-Pacifico. La disponibilità di Manila a esplorare un accordo sulle forze militari in visita offre un possibile terreno concreto sul quale far avanzare questo rapporto.

(Foto: X, @SecLazaro)

India e Stati Uniti, quando la pressione non basta più. Scrive Cossu

27 October 2026 at 09:49

La relazione tra Stati Uniti e India attraversa una fase di ridefinizione che va oltre le controversie commerciali e diplomatiche degli ultimi mesi. Le iniziative dell’amministrazione Trump per ricomporre le tensioni con Nuova Delhi indicano un cambiamento di approccio, non una vera svolta strategica: è un aggiustamento pragmatico, dettato dal peso crescente dell’India e dai limiti degli strumenti coercitivi. Il punto investe una questione più ampia, la difficoltà degli Stati Uniti di adattarsi a un sistema internazionale in cui emergono potenze che non intendono collocarsi in schieramenti contrapposti. L’India ne è il caso più significativo: la sua cooperazione con Washington è destinata ad approfondirsi, ma non implica un allineamento automatico.

Dal 17 al 22 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio è stato in India per la seconda volta quest’anno, dopo la missione di maggio legata alla riunione ministeriale del Quad. Le tappe, Mumbai e Jamnagar, dove sorge la più grande raffineria del mondo, e l’incontro con il ministro degli Esteri Jaishankar, senza un colloquio con Modi, raccontano un’agenda più economica ed energetica che politica. Rubio ha definito l’accordo commerciale «molto vicino», atteso in settimane e non in mesi. Dopo una fase di tensioni sui dazi, sugli acquisti indiani di petrolio russo e sulla politica americana verso il Pakistan, Washington ha cercato di rilanciare il dialogo economico e strategico, dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto ampio ricorso alla pressione commerciale per ottenere concessioni.

I dazi e il loro limite

La pressione commerciale si è scontrata con una realtà che gli Stati Uniti non possono ignorare. L’India non è un’economia marginale dipendente dall’accesso al mercato americano, ma un mercato interno di oltre 1,4 miliardi di persone, con una crescente capacità industriale e tecnologica e un ruolo sempre più importante negli equilibri dell’Indo-Pacifico. Le sue vulnerabilità economiche e sociali restano rilevanti, ma non le impediscono di difendere con determinazione i propri interessi strategici.

La guerra commerciale lanciata da Trump nell’aprile 2025 ha pesato sui settori indiani più esposti all’export verso gli Stati Uniti, ma non ha modificato l’orientamento internazionale di Nuova Delhi, che ha continuato a diversificare le proprie partnership senza subordinare le scelte energetiche e diplomatiche alle richieste americane. A febbraio le due capitali hanno raggiunto un’intesa per ridurre i dazi americani; pochi giorni dopo la Corte Suprema ha annullato i dazi generalizzati dell’amministrazione, lasciando incerta la sua entrata in vigore.

Il petrolio russo

Il petrolio russo è il dossier che mostra meglio i limiti della coercizione. Dopo l’invasione dell’Ucraina l’India ha aumentato considerevolmente gli acquisti di greggio da Mosca, per ragioni di costo e di sicurezza energetica: importa oltre l’85% del greggio che consuma e deve contenere i costi per imprese e famiglie. Una legge firmata in settembre autorizza dazi fino al 100% sui primi cinque importatori di petrolio russo, tra cui l’India, seconda dopo la Cina. Pochi giorni prima della visita di Rubio, però, Trump ha sospeso quella possibilità, collegandola al negoziato commerciale, mentre Washington firmava a sua volta un accordo con Mosca per importare diesel in vista delle elezioni di metà mandato.

La posizione indiana non deriva dalla volontà di preservare un rapporto privilegiato con Mosca, ma da una concezione della sicurezza economica in cui l’accesso alle risorse energetiche è condizione dello sviluppo. Questo non significa che la pressione sia terminata: lo strumento punitivo è sospeso, non abolito, e può tornare come leva negoziale. Ma la lezione è chiara. Le sanzioni operano su mercati globali nei quali le conseguenze ricadono anche su chi le promuove, e l’India ha saputo usare questa interdipendenza per difendere i propri margini di autonomia.

Cina, Quad e tecnologia

Gli Stati Uniti considerano l’India un partner fondamentale per gli equilibri dell’Indo-Pacifico, soprattutto in relazione alla crescente potenza cinese, e la collaborazione bilaterale comprende esercitazioni militari, cooperazione marittima, sistemi di difesa e tecnologie avanzate. Ma leggere la relazione solo attraverso Pechino significa sottovalutare le ambizioni indiane. Nuova Delhi condivide la preoccupazione per l’influenza cinese, nell’Oceano Indiano come lungo i confini himalayani, senza trasformarla in un vincolo permanente per la propria politica estera.

L’India mantiene con la Cina rivalità strategica, competizione economica e significative interdipendenze commerciali; partecipa ai Brics e alla Shanghai Cooperation Organisation oltre che al Quad. Non è equidistanza, ma la volontà di conservare capacità di iniziativa e libertà di scelta. Il Quad, per Washington strumento di bilanciamento, per Nuova Delhi è una piattaforma di cooperazione che non deve assumere le caratteristiche di un’alleanza militare tradizionale: l’India può contribuire alla sicurezza marittima e alla diversificazione delle catene produttive senza assumere gli obblighi politici e militari delle alleanze occidentali.

Lo stesso vale per la tecnologia. Washington ha interesse a sviluppare collaborazioni nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio e nella difesa; Nuova Delhi, però, non considera sufficiente attrarre investimenti o acquistare tecnologie straniere. Vuole acquisire competenze, sviluppare capacità produttive nazionali e partecipare alla progettazione delle tecnologie strategiche, e il programma di autosufficienza industriale, pur con risultati disomogenei, risponde a questa esigenza: l’obiettivo non è l’isolamento, ma la riduzione delle dipendenze vulnerabili.

È su questo terreno che si misurerà la profondità del partenariato. Esercitazioni militari e accordi commerciali non bastano a determinare un’integrazione strategica duratura: conta la disponibilità americana a favorire trasferimenti tecnologici, ricerca congiunta e integrazione delle filiere. L’India vuole essere riconosciuta come partner industriale e tecnologico, non soltanto come mercato di sbocco o contrappeso geopolitico alla Cina.

Le divergenze che restano

Il riavvicinamento americano al Pakistan, migliorato negli ultimi mesi, continua a preoccupare Nuova Delhi, che considera la sicurezza nei confronti di Islamabad una questione nazionale sulla quale difficilmente accetterà interferenze. La volontà americana di mantenere rapporti con entrambi i Paesi conferma che la convergenza strategica non elimina il conflitto tra interessi nazionali.

C’è poi una contraddizione interna agli Stati Uniti: si chiede più cooperazione tecnologica, ma le restrizioni sui visti per i lavoratori specializzati rischiano di ostacolare proprio la circolazione di competenze che ha sostenuto i rapporti economici e scientifici tra i due Paesi. Emerge la difficoltà di conciliare le priorità della politica interna americana con le esigenze di una partnership tecnologica globale.

Oltre l’Indo-Pacifico: IMEC, Europa e Italia

La proiezione indiana va oltre l’Indo-Pacifico: Nuova Delhi consolida le relazioni con i Paesi del Golfo, l’Africa e l’Europa, cercando una maggiore centralità nelle reti commerciali e infrastrutturali internazionali. Il corridoio India-Middle East-Europe, annunciato nel 2023, ne è l’espressione più ambiziosa e non va letto soltanto come alternativa occidentale alla Belt and Road: per l’India è lo strumento per connettersi ai mercati europei, rafforzare i legami con il Golfo e guadagnare posizioni nelle catene globali del valore.

La sua realizzazione dipende da condizioni politiche e finanziarie incerte, e le tensioni su Hormuz e sul Mar Rosso ne mostrano la fragilità. Il significato strategico, però, è evidente: l’India vuole contribuire a ridisegnare la geografia economica tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

Per l’Unione europea e per l’Italia questo significa trattare Nuova Delhi come un interlocutore autonomo e non come una variabile della competizione tra Washington e Pechino. Le convergenze possibili vanno dalla manifattura avanzata alle tecnologie energetiche, dalla difesa alla meccanica e alle infrastrutture.

Un partner, non un subordinato

L’India non ha ancora le capacità complessive di Stati Uniti o Cina. Deve affrontare profonde disuguaglianze sociali, un’occupazione giovanile insufficiente, ritardi infrastrutturali e dipendenze in settori strategici. Ma la dimensione del mercato, le prospettive di crescita, la posizione geografica e la capacità di dialogare con attori in competizione ne fanno un interlocutore difficilmente sostituibile.

Gli Stati Uniti sembrano prenderne atto, senza rinunciare a orientare le scelte indiane secondo le proprie priorità; Nuova Delhi, a sua volta, userà la cooperazione americana per rafforzare la propria posizione, evitando vincoli che ne limitino l’autonomia. Ne verrà una relazione di cooperazione e competizione negoziale, la cui stabilità dipenderà dalla capacità di gestire le divergenze senza compromettere gli interessi comuni.

La questione decisiva non è se l’India finirà per schierarsi definitivamente con gli Stati Uniti. È se Washington saprà costruire un partenariato con una potenza che non intende essere subordinata a nessuno.

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