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Received — 27 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

Referendum educazione affettiva nelle scuole, c’è il sì della Cassazione: “Ora mobilitazione nazionale per abrogare il ddl Valditara”

27 October 2026 at 15:16

La Cassazione ha dato il via libera al referendum contro la legge sull’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, promossa prima dal deputato Rossano Sasso, ex Lega e oggi esponente di Futuro nazionale e poi dal ministro Giuseppe Valditara. A comunicarlo è il comitato “Sì Educazione Affettiva nelle scuole”, che sui propri canali social ha annunciato l’esito positivo del primo passaggio istituzionale. Per arrivare alle urne, tuttavia, manca ancora il pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità del quesito. “Ci avevano detto che non si poteva fare, che c’erano ostacoli burocratici impossibili da superare. Non vi annoiamo con i dettagli tecnici. Vi diciamo solo che avevamo ragione noi”, scrive il comitato, ringraziando chi ha firmato, raccolto adesioni e sostenuto la campagna. “Adesso manca l’ok della Corte costituzionale, e siamo fiduciosi”. Per i promotori, il prossimo passaggio sarà trasformare il risultato in una mobilitazione nazionale: organizzare incontri, far conoscere il quesito e coinvolgere associazioni, insegnanti, studenti, professionisti della salute e realtà del terzo settore.

La legge contestata è quella n. 104 del 2026, che introduce il consenso informato preventivo delle famiglie per la partecipazione degli studenti alle attività scolastiche che affrontano temi legati alla sessualità. Per le scuole dell’infanzia e primarie, la norma vieta le attività didattiche di questo tipo. Negli altri gradi di istruzione, gli istituti devono richiedere un’autorizzazione scritta almeno sette giorni prima, indicando finalità, contenuti e materiali didattici. In assenza del consenso, gli studenti non possono partecipare alle attività interessate. Per quelle extracurricolari è prevista l’astensione dalla frequenza; per le iniziative di ampliamento dell’offerta formativa, la scuola deve garantire un’attività alternativa. Il referendum punta ad abrogare la legge, ma il suo eventuale successo non introdurrebbe automaticamente nuove norme sull’educazione affettiva e sessuale. L’abrogazione eliminerebbe le disposizioni contestate, senza sostituirle con una disciplina che garantisca percorsi di educazione affettiva nelle scuole.

Il comitato chiede al governo di predisporre le condizioni per accorpare la consultazione al primo turno delle elezioni amministrative della primavera 2027, così da condividere, dove possibile, le operazioni organizzative ed evitare spese duplicate. La data del voto, però, dipende anche dall’eventuale calendario elettorale nazionale. In caso di scioglimento anticipato delle Camere, l’articolo 34 della legge n. 352 del 1970 prevede la sospensione dei referendum già indetti e il loro rinvio a dopo l’insediamento delle nuove Camere, con la ripresa dei termini previsti dalla legge. Se si verificassero elezioni politiche anticipate, come è probabile che sia, la consultazione potrebbe slittare, rendendo impossibile il voto nella primavera del 2027. L’ipotesi di un rinvio al 2028 dipenderebbe dalla tempistica concreta degli eventuali eventi elettorali e dall’iter referendario.

Resta da chiarire il sostegno delle forze politiche alla campagna referendaria. Il Partito democratico e il Movimento 5 stelle si sono espressi contro la legge, ma la loro adesione alla mobilitazione non è ancora definita. Superato il primo passaggio, ora la parola spetta alla Corte costituzionale, che dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito. Se il referendum arriverà alle urne, la sfida per i promotori sarà far conoscere la consultazione e mobilitare gli elettori per raggiungere il quorum necessario alla sua validità e aprire così la strada all’abrogazione della legge.

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Received — 23 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

“Pronti allo scontro se serve”, “No, non cadiamo in trappola”: le voci di chi vuole scendere di nuovo in piazza, da Milano a Roma

23 October 2026 at 19:43

“Sabato scorso è stato un antipasto“. Federico, 19 anni, si prepara a tornare in piazza a Milano dopo le tensioni e gli scontri dello scorso fine settimana. Tra i ragazzi che si mobilitano di nuovo c’è chi invita a evitare nuovi scontri e chi, invece, è convinto sia arrivato il momento di alzare la voce. A Roma come a Milano il carovita, la corsa al riarmo, le difficoltà ad arrivare a fine mese e la sensazione di non essere ascoltati alimentano la protesta. Ma sul modo di portarla avanti le posizioni sono diverse. “Il fatto che questa settimana si sia parlato solo male della nostra piazza ci ha fatto capire che non possiamo fermarci. Non so se finirà di nuovo nei casini, ma se la Polizia non ci farà manifestare noi non staremo lì a guardare. Siamo stanchi che alle nostre rivendicazioni contro una vita non più sostenibile l’unica risposta che troviamo sia quella della repressione“, dice Federico al Fattoquotidiano.it.

Malik, 20 anni, era in piazza anche sabato scorso, fino all’inizio degli scontri: condivide la necessità di tornare a manifestare, ma invita a evitare che la protesta degeneri nuovamente. “Scendere in piazza è un dovere morale. Ma al contempo credo che dobbiamo tutti stare più calmi e non cercare lo scontro. Noi dobbiamo solo far sentire le nostre motivazioni, ma non dobbiamo farla finire in scontri. E credo che dobbiamo essere i primi a fare in modo che non si ripetano le immagini che abbiamo visto la settimana scorsa. Siamo qua per combattere per il nostro futuro e per quello delle nostre famiglie”. Giovanni, 24 anni, è scettico sulla possibilità che sabato si ripetano le scene della settimana scorsa: “La nostra impressione è che non succederà niente. Nessuno di noi vuole cadere nella trappola che ci stanno facendo le istituzioni. Ho l’impressione che tutto verrà rimandato allo sciopero generale del 30 ottobre, sul quale sono già iniziate le prime discussioni”, sostiene.

Se a Milano il confronto è soprattutto su come evitare che la protesta finisca di nuovo in scontro, a Roma c’è anche chi guarda a quanto accaduto nel capoluogo lombardo come a un segnale da raccogliere. Le ragioni della mobilitazione si intrecciano con quelle contro il riarmo e con la richiesta di condizioni di vita più dignitose. Alessandro, 27 anni, parteciperà alla manifestazione nazionale per la pace “Fuori l’Italia dalla guerra”. Per lui, le proteste di queste settimane mostrano che qualcosa si sta muovendo tra i più giovani. “Guardati intorno: vedere tantissimi giovani protestare in queste settimane è la dimostrazione che una generazione si è svegliata e non ci sta più a subire in silenzio. Scendiamo in piazza per portare avanti un messaggio pacifista chiaro, per dire un no deciso a questa corsa folle al riarmo. Ma il punto è che il riarmo non è staccato dalla vita di tutti i giorni: mentre si sborsano miliardi per le armi, noi a fine mese non ci arriviamo più. Il costo della vita è schizzato alle stelle, le bollette e la spesa ci stanno strozzando, e le priorità di chi governa sembrano essere tutt’altre. Non si può parlare di pace se prima non si garantisce una vita dignitosa alle persone. Bisogna che tutte queste piazze si parlino e combattano insieme, trovando nel pacifismo il loro messaggio più forte”.

Angela, 24 anni, guarda invece proprio a Milano come a un modello da seguire. “A Roma dobbiamo fare esattamente quello che hanno fatto a Milano: dobbiamo alzare la testa. Lì la piazza ha fatto sentire la propria voce forte e chiara, e adesso tocca a noi dimostrare che anche qui non dormiamo. Ci ritroviamo con un governo che sta a guardare, non muove un dito per aiutare chi è in difficoltà e ci sta letteralmente facendo fare la fame. Le chiacchiere stanno a zero: serve farci sentire, perché la gente è stanca di sacrifici a vuoto e pretende risposte concrete subito. E se servirà ci scontreremo, perché non ci si può sempre dire di stare tranquilli”.

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