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Received — 25 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Musk definisce «pezzi di merda» quelli che sostengono la prosecuzione del conflitto in Ucraina

L’oligarca statunitense Elon Musk si è scagliato contro coloro che sostengono la prosecuzione del conflitto in Ucraina, definendoli la "feccia" della società.

«Sì, questo idiota è così fottutamente ottuso da non rendersi conto che le nostre politiche sono a favore del popolo ucraino. Pezzi di merda come lui vogliono che la guerra continui finché non sarà morto anche l'ultimo uomo in Ucraina, in un fosso», ha scritto su X, in risposta a un post del commentatore di Fox Josh Kraushaar, il quale sosteneva che «nessuna somma di denaro da parte di Musk può cambiare la realtà fondamentale dell'opinione pubblica statunitense».

«Sono la feccia assoluta della Terra», ha aggiunto l'imprenditore. Il commento dell’oligarca giungeva in risposta a un post dell'analista politico John Hawkins, che lo aveva difeso osservando come «l'intera idea che lui sia una sorta di mostro - semplicemente perché non vuole che decine di migliaia di persone muoiano senza motivo - sia una follia alimentata da soggetti in malafede».


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I “bambini farfalla” e le sanzioni USA: la sfida giudiziaria di Teheran

L’Iran ha ottenuto un risultato senza precedenti in una causa contro gli Stati Uniti legata alle conseguenze delle sanzioni occidentali sulla salute dei cittadini. Il tribunale per le relazioni internazionali di Teheran ha condannato il governo statunitense e alcuni suoi funzionari a versare 6,785 miliardi di dollari di risarcimento materiale, morale e punitivo alle famiglie dei pazienti affetti da epidermolisi bollosa, una rara e grave malattia genetica nota come “pelle di farfalla”.

Secondo Hamid Hashemi Golpayegani, direttore dell’organizzazione Casa EB che assiste i malati, si tratta del primo risultato finanziario ottenuto dalla Repubblica Islamica in una procedura di questo tipo contro Washington nei suoi 48 anni di storia. Al centro della vicenda ci sono le sanzioni reintrodotte dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018. Le restrizioni e l’interruzione dei rapporti commerciali da parte di diverse aziende straniere avrebbero compromesso l’approvvigionamento di medicinali, materiali sanitari e dispositivi indispensabili. Tra i prodotti diventati difficili da reperire figurao le medicazioni specializzate utilizzate per trattare le lesioni dei pazienti, realizzate dall’azienda svedese Mölnlycke, indicata dalla fonte come unico produttore mondiale di quel tipo di materiale. Nonostante le dichiarate esenzioni umanitarie per farmaci e forniture mediche, gli ostacoli finanziari e commerciali avrebbero avuto conseguenze drammatiche sui malati iraniani.

La sentenza riguarda 771 ricorrenti, ai quali le autorità iraniane hanno riconosciuto la priorità nell’assegnazione dei fondi. Teheran ha disposto che una parte delle risorse ricavate dalla vendita di un carico di petrolio statunitense confiscato nel 2023 venga destinata ai risarcimenti. Secondo quanto riferito da Fars, è già stato ordinato il trasferimento delle somme ai beneficiari. La vicenda riporta al centro una questione spesso marginalizzata nel dibattito sulle sanzioni internazionali: il loro impatto concreto sulla popolazione civile, anche quando i beni umanitari risultano formalmente esclusi dalle restrizioni. Per i pazienti affetti da malattie rare, l’impossibilità di accedere a medicazioni e trattamenti adeguati può aggravare condizioni già estremamente difficili. Il caso iraniano assume quindi anche un significato politico e giuridico: Teheran evidenzia come la sentenza sia un riconoscimento dei danni provocati dalle misure statunitensi e un precedente nella sua lunga controversia con Washington.

Il procedimento iraniano riporta sotto i riflettori il costo umano delle politiche illegali e coercitive imposte dagli Stati Uniti ai paesi che non si allineano ai diktat di Washington.


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Guerra di Corea, 76 anni dopo l’alleanza tra Pechino e Pyongyang guarda al futuro

Uno zaino, un piccone, ottanta munizioni, un fucile e una radio da campo. È quanto un soldato cinese portava con sé quando attraversò il fiume Yalu sotto le bombe, su un ponte di fortuna costruito per raggiungere la Corea del Nord. Il racconto di Zhou Youchun, veterano della guerra di Corea, restituisce il senso delle condizioni estreme in cui combatterono i Volontari del Popolo cinese tra il 1950 e il 1953. A 76 anni da quell’intervento, Cina e Corea del Nord hanno commemorato il sacrificio dei soldati che combatterono contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Le celebrazioni hanno riportato al centro una pagina fondativa delle relazioni tra Pechino e Pyongyang, ricordata dalle autorità dei due Paesi come il momento in cui un’amicizia si consolidò sul campo di battaglia. La visita del leader nordcoreano Kim Jong-un a Dandong, nella provincia cinese del Liaoning, ha conferito alle commemorazioni un significato anche politico. Accompagnato da Wang Huning, alto dirigente del Partito Comunista Cinese, Kim ha reso omaggio ai caduti nel memoriale dedicato alla guerra.

La partecipazione dei vertici dei due Paesi sottolinea la volontà di mantenere vivo un rapporto che entrambe le parti considerano strategico. La memoria del conflitto richiama anche una disparità materiale impressionante. Nel 1950, mentre gli Stati Uniti producevano 87,72 milioni di tonnellate di acciaio, la produzione cinese si fermava a 606.000 tonnellate. Eppure, come evidenziano le autorità cinesi, i Volontari del Popolo riuscirono, combattendo al fianco dell’esercito e della popolazione nordcoreana, a contrastare le offensive avversarie. Oltre 190.000 soldati cinesi persero la vita. Per Pechino, quella guerra dimostrò che la superiorità industriale e militare non garantisce automaticamente la vittoria. Una lezione che la leadership cinese continua a collegare alla difesa della sovranità nazionale, all’autosufficienza e alla capacità di affrontare pressioni esterne.

Ma il rapporto tra Cina e Corea del Nord non guarda soltanto al passato. Il 15 ottobre è stato aperto al traffico il nuovo ponte sullo Yalu, destinato a collegare Dandong con Sinuiju, in Corea del Nord. L’infrastruttura rappresenta un’opportunità per ampliare gli scambi commerciali, ridurre i costi logistici e favorire la cooperazione industriale nelle regioni di confine. Durante i colloqui con Kim, Wang Huning ha indicato nell’apertura del ponte un’occasione per intensificare i contatti tra le popolazioni e rafforzare la collaborazione economica. Un obiettivo che si accompagna alla volontà dichiarata di coordinarsi sulle questioni strategiche e di tutelare la sicurezza e lo sviluppo dei rispettivi Paesi.

Il ponte sullo Yalu assume così un valore che va oltre la sua funzione infrastrutturale. I passaggi costruiti durante la guerra permisero ai soldati cinesi di raggiungere il fronte; quello inaugurato oggi punta a facilitare commerci e relazioni in tempo di pace. Tra memoria dei caduti e nuove connessioni economiche, Pechino e Pyongyang riaffermano la continuità di un rapporto che intendono preservare in un contesto regionale complesso.

Tim Anderson: "Il governo rivoluzionario yemenita è intervenuto in aiuto dei fratelli arabi e musulmani, nonostante le difficoltà"


di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

"La gente non eleggerà un bugiardo": l'affondo di Lula contro Flávio Bolsonaro

Il presidente brasiliano e candidato Luiz Inácio Lula da Silva ha definito il suo avversario, Flávio Bolsonaro, un "bugiardo" durante la giornata elettorale del 25 ottobre, dichiarando di non aver mai assistito a una mobilitazione popolare come quella vista nel corso della campagna per il ballottaggio delle elezioni del 2026.

All'età di 80 anni e con cinque decenni di impegno nella vita politica, Lula ha parlato con sostenitori e giornalisti prima di recarsi a votare a San Paolo. Il presidente ha osservato che, pur avendo seguito ogni campagna presidenziale dal 1989, non aveva mai ricevuto tante manifestazioni di affetto da parte degli elettori come in questa occasione.

Il leader progressista si è detto commosso dalle manifestazioni di sostegno e ha affermato di recarsi alle urne con un sentimento di gratitudine verso il popolo brasiliano. "Ciò che hanno fatto per me in questi ultimi giorni è qualcosa per cui non potrò mai ringraziarli abbastanza. C'è così tanta generosità, così tanto affetto, così tanto amore. Ne sarò eternamente grato", ha dichiarato.

Lula ha poi criticato Bolsonaro, accusandolo di essere incapace di dire la verità. "Affrontiamo questa elezione contro un individuo che si chiama 'Menzogna'. È incapace di dire la verità", ha asserito, per poi concludere che, a suo avviso, i brasiliani non sceglieranno qualcuno che mente per l'intera durata della campagna elettorale: "Ecco perché credo che il popolo non eleggerà un bugiardo".

L'Ecuador nel buio del lawfare: l'arresto di Luisa González


di Geraldina Colotti

 

 Nelle prime ore di giovedì ventidue ottobre, un imponente blitz condotto dalle forze di sicurezza e dalla Procura Generale dell'Ecuador ha portato all'arresto di Luisa González, ex candidata presidenziale e figura apicale del movimento progressista Revolución Ciudadana. L'operazione è scattata a Canuto, nel cantone di Chone all'interno della provincia di Manabí, dove si trova la residenza della dirigente. Dopo il blitz, González è stata trasferita presso il Cuartel Modelo di Guayaquil e contro di lei è stata applicata “la misura formale della custodia cautelare in carcere”.

Tra le fila dell'opposizione e nei circoli dei diritti umani si teme apertamente un nuovo caso Jorge Glas, l'ex vicepresidente sequestrato nel duemilaventiquattro dalle forze speciali ecuadoriane con un'incursione armata dentro l'ambasciata del Messico a Quito, in palese violazione del diritto internazionale, e sottoposto a una severa carcerazione che ne ha gravemente compromesso la salute. Il pretesto giudiziario sul quale si fonda l'intera impalcatura risponde al nome di Caso Laberinto, un'inchiesta guidata dalla Procuratrice Generale Diana Salazar che ipotizza il reato di riciclaggio di proventi illeciti in relazione a presunte irregolarità contabili nel finanziamento della campagna presidenziale del duemilaventitre. Mentre l'accusa agita l'ombra di ipotetici fondi non dichiarati provenienti dall'estero, Revolución Ciudadana ha denunciato la natura pretestuosa del procedimento.

Dal movimento sottolineano come la Procura abbia costruito a tappe forzate una causa penale a partire da discrepanze amministrative già sottoposte a verifica e formalmente approvate dal Consiglio Nazionale Elettorale, trasformando un semplice rilievo contabile in un reato ad alta sicurezza per giustificare la carcerazione preventiva.

L'arresto della principale figura dell'opposizione non avviene in un vuoto politico, ma si colloca nel momento di massima vulnerabilità per il governo guidato dall'imprenditore bananeiro Daniel Noboa. L'Ecuador sta infatti attraversando una crisi multidimensionale e un disastro economico senza precedenti nella sua storia recente. Il prodotto interno lordo registra una contrazione imponente, l'inflazione sui beni di prima necessità ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie e la povertà ha superato la soglia del trentacinque per cento a livello nazionale, toccando punte drammatiche nelle aree rurali. A questo quadro si somma il totale collasso energetico, con un regime di razionamenti elettrici che raggiunge fino a dodici ore di blackout quotidiani, fermando le catene produttive, bloccando le piccole imprese e stremando la popolazione.

Dall'altro lato si registra il netto fallimento della strategia di sicurezza basata sullo Stato d'Eccezione: la promessa militarizzazione delle strade e dei quartieri popolari nota come Plan Fénix non ha intaccato il controllo delle rotte del narcotraffico nei porti strategici del paese, come Guayaquil, trasformando l'Ecuador da secondo paese più sicuro sotto i governi Correa, in uno dei territori con il più alto tasso di omicidi dell'intera regione, pari a oltre quaranta morti violente ogni centomila abitanti.

La risposta dell'esecutivo al malcontento popolare si è tradotta in una repressione sistematica, con centinaia di arresti arbitrari durante le proteste di piazza, la militarizzazione dei territori indigeni e la criminalizzazione dei leader sindacali e comunitari. Di fronte al crollo del consenso e all'incapacità gestionale, il governo ha scelto la via della distrazione di massa e del terrore giudiziario, cercando di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla paralisi del paese verso la criminalizzazione della sinistra.

L'incriminazione di Luisa González si inserisce nel canone classico della Guerra Giudiziaria, il cosiddetto lawfare applicato alle forze progressiste dell'America Latina. La priorità delle élite neoliberali e dell'oligarchia agro-esportatrice è disarticolare l'ingegneria organizzativa di Revolución Ciudadana attraverso la proscrizione di fatto, togliendo di mezzo le leadership storiche e minacciando la cancellazione della personalità giuridica del partito.

L'uso dell'apparato penale come manganello politico segue una precisa continuità che ha già visto azioni eclatanti come il caso Glas e l'incriminazione del sindaco di Guayaquil Aquiles Álvarez. Col pretesto del contrasto alla criminalità o della tutela della sicurezza nazionale, l'esecutivo ricorre alla controrivoluzione preventiva: il dissenso sociale non viene più trattato come una dialettica democratica ma come una minaccia d'ordine pubblico da neutralizzare con l'esercito e la Magistratura.

Sullo sfondo di questa stretta repressiva si colloca una scadenza politica decisiva: le elezioni locali e amministrative fissate per il ventinove novembre duemilaventisei. Questo voto per il rinnovo di centinaia di sindaci e governatori provinciali include l'elezione dei membri del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale, l'organo costituzionale deputato alla nomina delle alte cariche dello Stato, tra cui la Procura Generale e i giudici elettorali. Per il governo Noboa disarmare la principale forza d'opposizione nei territori chiave è diventato un imperativo tattico.

Il campo progressista ha ripetutamente denunciato la preparazione di macroscopiche frodi elettorali orchestrate dagli organi di controllo sottomessi all'esecutivo, sottolineando come Daniel Noboa sia consapevole di non poter vincere consultazioni pulite di fronte al rifiuto della maggioranza dei cittadini e stia per questo spianando la strada alla manipolazione delle urne. Prima ancora del blitz di ottobre, le istituzioni elettorali avevano già disposto la sospensione formale del partito e rigettato i ricorsi legali dell'opposizione per iscrivere la candidatura di González alla Prefettura di Manabí. Il calendario elettorale prevedeva l'avvio ufficiale della campagna proprio a metà novembre; l'incursione della Procura ha così ridefinito l'intero quadro. Mentre in Manabí l'assenza di una candidatura diretta rischia di spiazzare la base contadina della costa, in roccaforti come Pichincha e Guayas il movimento cerca di trasformare il voto in un plebiscito di protesta contro i blackout, il carovita e la violenza statale.

La rilevanza del caso supera ampiamente i confini nazionali ed entra direttamente nella dinamica geopolitica continentale e globale, mostrando l'importanza strategica dell'Ecuador come snodo fondamentale dell'accesso sudamericano al Bacino del Pacifico e perno del controllo delle rotte marittime globali. Il governo di Daniel Noboa ha impresso una svolta strategica allineando pienamente il paese alle direttive di Washington attraverso l'adesione al cosiddetto Scudo delle Americhe, la piattaforma di cooperazione militare e di intelligence promossa dagli Stati Uniti per garantire il controllo dell'emisfero e arginare la presenza economica e infrastrutturale della Cina nella costa pacifica dell'America del Sud.

Questa totale subordinazione trova il suo perno nella riapertura delle trattative logistiche, come presso la base aerea di Taura, per consentire il ritorno delle truppe e delle installazioni militari statunitensi sul territorio ecuadoriano, aggirando di fatto i vincoli della Costituzione del duemilaotto che avevano chiuso la storica base di Manta. A dimostrazione della completa sottomissione dell'esecutivo di Quito alle strategie di destabilizzazione e ingerenza promosse dagli apparati nordamericani nella regione, il campo progressista ha inoltre denunciato la diretta complicità del regime di Noboa nel concedere l'uso e la sorveglianza dello spazio aereo ecuadoriano alle operazioni intese a facilitare il sequestro e il blocco delle rotte del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, avvenuto il 3 gennaio.

In questo contesto di riallineamento geopolitico, le reazioni all'arresto di Luisa González sono state immediate: la presidente del movimento Gabriela Rivadeneira e l'ex presidente Rafael Correa hanno denunciato la consacrazione di una vera e propria dittatura sostenuta dalla rottura dello Stato di diritto, e hanno lanciato un appello all'unità delle forze popolari. A livello internazionale si registra la ferma condanna dei movimenti della sinistra latinoamericana ed europea, che sollecitano l'intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani per la concessione di misure cautelari urgenti, mentre Washington e i suoi alleati mantengono un silenzio complice sulla violazione delle garanzie democratiche a Quito.

Si aprono ora diversi scenari immediati per il futuro del paese. L'arresto potrebbe agire da catalizzatore unificante per la rabbia sociale, favorendo la convergenza tra la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador, i sindacati, gli studenti e il correismo fino allo sbocco in un nuovo sciopero nazionale. Qualora invece la pressione di piazza non dovesse rivelarsi sufficiente, l'esecutivo punterà a consolidare un modello autoritario elettorale che mantenga congelati i diritti dell'opposizione e apra la strada alle elezioni generali del duemilanoventinove in un clima di completa paralisi politica per il campo popolare. Un'ulteriore variabile sarà rappresentata dall'impatto delle sanzioni e dei pronunciamenti degli organismi internazionali, il cui peso potrebbe accentuare le spaccature interne alle stesse élite economiche spaventate dalla totale instabilità di un paese immerso nel buio, nel tracollo economico e nella repressione.

Dalle radici intrecciate di sionismo e nazismo alle elezioni in Israele, con Francesco Lazzeri

Francesco Lazzeri è l’autore di un corposo e rigoroso saggio dal titolo “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia. Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze”. (Edizioni sensibili alle foglie 2026). Francesco Lazzeri è pedagogista, è stato da sempre militante a sostegno per la causa di autodeterminazione del popolo palestinese, ha visitato i campi profughi in Libano e già nella sua tesi di laurea aveva approfondito il sistema scolastico e formativo e la questione palestinese.

L’Antidiplomatico, nella rubrica “preferivo scrivere”, lo intervista proprio per rintracciare le perniciose cause e arrivare fino alle nefaste e attuali conseguenze di quell’intreccio di ideologia, interessi economici, crimini e volontà distruttrice. Infatti le radici del primo genocidio in diretta mondiale sui social le troviamo molto prima non solo della tv, ma perfino della radio.

Abbiamo chiesto all’autore del testo di sintetizzare in tre date emblematiche – precedenti alla Nakba del 1948 e tre date successive a questa data- come si sono sovrapposte, confluite e fuse secondo lui le ideologie sionista e quella nazista. Conoscere la storia e come viene manipolata da chi domina la narrazione del passato è fondamentale per capire il presente e incidere su di esso.

Intanto il Parlamento italiano ha approvato l’ennesima legge elettorale che ci sottrae completamente le sedi che apparterrebbero alla cittadinanza, al popolo sovrano. Al contempo sta per approvare, molto probabilmente a novembre, la cosiddetta Proposta di legge contro l’antisemitismo. Possiamo trovare un rapporto tra le due cose?

Il 27 ottobre ci saranno le tesissime e attesissime elezioni in Israele. Netanyahu guida il partito Likud dal 1993, è salito al potere già nel 1996, ed è il primo ministro più longevo della storia del paese…ma come spiegato nel dialogo con Lazzeri, Netanyahu è solo il culmine ultimo e più violento di un’ideologia nata nei primi anni del Novecento.

E ancora: possiamo pensare, come ipotizza lo storico israeliano Ilan Pappé nel suo ultimo saggio “La fine di Israele” (Fazi 2025) che ormai il processo di smantellamento di questa entità colonialista sia iniziato? Le ipotesi non servono ad indovinare ma a ragionare insieme e a mettere in moto idee ed energie.

Manifestazione Roma, "Fuori l'Italia dalla guerra" sfida il Governo con un corteo pacifico

Roma 24 ottobre, il corteo di Fuori l'Italia dalla Guerra sfida i toni allarmistici del Governo e sfila lungo via Cavour in questo autunno di proteste caldissime in tutta Europa. La più importante e gridata delle rivendicazioni è quella di interrompere ogni complicità nelle guerre di aggressione alla Russia, all'Iran e nel genocidio palestinese. I cittadini chiedono che il denaro pubblico venga investito nella scuola, sanità, servizi e territorio, e non bruciato nella rovina e nella distruzione. 

Bandiere di Cuba, Iran, Palestina, Yemen, hanno sventolato con quelle italiane in un contesto internazionalista e antimperialista senza che fossero appannaggio dei movimenti di destra; per chi ha dimenticato che anche il nostro paese è chiamato alla propria resistenza alle guerre imposte dalla Nato e dal sionismo. Dunque non si accetta piu nessun pretesto per accusare chi scende in piazza per l'indipendenza dei popoli da guerre e colonialismo di non occuparsi dell'Italia.
La manifestazione è stata priva di tensioni, registrando un numero di circa diecimila partecipanti, "arrabbiati ma pacifici, determinati ma non aggressivi" si legge nel comunicato post mobilitazione dell'organizzazione. "Un grande fiume umano che ha raccolto tutti gli spezzoni della società che non ne possono più del sistema capitalistico predatorio, del Governo Meloni e di questa falsa opposizione parlamentare". 

Tra gli aderenti Agorà per l'Italia, Democrazia Sovrana Popolare, Partito Comunista Italiano, Multipopolare (Ottolina TV), Coordinamento Nazionale No Nato e molti altri. 

In ginocchio da Putin: dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo

 

di Alessandro Bartoloni

 

La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.

È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.

Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.

Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.

La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?

Il presidente ceco Petr Pavel avrebbe sollevato la possibilità di nominare un negoziatore europeo incaricato di trattare con Mosca. Tra i possibili candidati sarebbe emerso il nome del presidente finlandese Alexander Stubb, sebbene non risulti ancora definita alcuna nomina.

Il solo fatto che questa ipotesi venga presa in considerazione è già indicativo della crisi politica europea.

L’Unione dispone infatti di un apparato istituzionale e diplomatico imponente. Ha una presidente della Commissione, un presidente del Consiglio europeo, un Alto rappresentante per gli Affari esteri e un servizio diplomatico destinato a coordinare la propria azione internazionale. Eppure, quando si tratta di affrontare il dossier più importante per la sicurezza del continente, tutto questo apparato sembra non bastare.

Il motivo è semplice: avere istituzioni non significa avere una strategia, così come disporre di una diplomazia non significa essere in grado di negoziare.

Ursula von der Leyen è diventata uno dei simboli della linea dello scontro con Mosca: sanzioni, sostegno militare a Kiev e isolamento della Russia. Una linea che può raccogliere consenso in determinati ambienti politici europei, ma che rende estremamente difficile presentarsi al Cremlino come un’interlocutrice credibile e disposta a esplorare un compromesso.

Lo stesso problema riguarda Alexander Stubb, che si è distinto per il suo sostegno all’Ucraina e per le sue dure critiche alla Russia. Posizioni che possono rafforzarne il profilo presso una parte della classe dirigente europea, ma che non costituiscono necessariamente un vantaggio quando si tratta di sedersi al tavolo con la controparte.

Bruxelles rischia così di confondere ancora una volta la fedeltà alla propria linea politica con la capacità di ottenere risultati.

Il problema, infatti, non è trovare un politico abbastanza importante da rappresentare l’Unione. È trovare qualcuno che possa parlare a nome dell’Europa senza essere considerato da Mosca il semplice portavoce di una politica di ostilità.

E qui emerge tutta la contraddizione di una classe dirigente che ha investito enormi risorse politiche nel confronto con la Russia, salvo poi scoprire che per negoziare con un avversario non basta condannarlo, sanzionarlo o dichiarare che prima o poi sarà costretto a cedere.

Il fallimento della strategia europea emerge con particolare evidenza se si guarda a Washington.

Secondo la ricostruzione citata, Vladimir Putin avrebbe incontrato a lungo a San Pietroburgo l’inviato statunitense Steve Witkoff, dopo consultazioni a Oslo che avevano coinvolto rappresentanti ucraini ed europei.

Al di là delle possibilità concrete di raggiungere un accordo, la sequenza è politicamente eloquente: gli Stati Uniti continuano a mantenere un canale diretto con Mosca, mentre l’Unione europea fatica a conquistarsi un ruolo autonomo nel processo negoziale.

In altre parole, Washington tratta con il Cremlino mentre Bruxelles rischia di restare a guardare.

Il paradosso è evidente. L’Europa è direttamente esposta alle conseguenze della guerra: dalla sicurezza continentale ai rapporti energetici, dalle sanzioni economiche agli impegni militari e finanziari a sostegno dell’Ucraina. Eppure, proprio quando si discute del possibile assetto futuro del continente, rischia di essere relegata a un ruolo marginale.

Chi negozia ha la possibilità di avanzare proposte, sondare la disponibilità al compromesso, modificare le priorità e influenzare le condizioni di un accordo. Chi resta fuori deve invece limitarsi a reagire alle decisioni altrui, cercando di correggere a posteriori gli equilibri che altri hanno contribuito a definire.

È questo il prezzo dell'irrilevanza diplomatica: non essere necessariamente privi di potere, ma non riuscire a trasformarlo in influenza politica.

I dirigenti europei possono ripetere quanto vogliono che nessun accordo sulla sicurezza del continente dovrebbe essere concluso senza il coinvolgimento dell’Europa. Ma le dichiarazioni solenni non bastano. Per sedersi al tavolo bisogna essere considerati interlocutori necessari, capaci di offrire qualcosa, modificare le proprie posizioni e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Non basta rivendicare un posto al tavolo. Bisogna avere qualcosa da negoziare e la capacità di farlo.

La contraddizione più grave riguarda la politica delle sanzioni.

Von der Leyen ha ribadito la propria opposizione alla revoca delle restrizioni sull’energia russa prima della fine del conflitto, continuando a promuovere una maggiore integrazione del sistema energetico europeo.

La linea è chiara: mantenere la pressione economica su Mosca e proseguire nel percorso di distacco energetico dalla Russia. Ma se l’obiettivo è anche quello di ottenere un accordo, sorge una domanda inevitabile: quale margine di trattativa intende lasciare Bruxelles?

Le sanzioni non sono soltanto una dichiarazione politica. Possono essere uno strumento negoziale, perché la loro modifica o revoca rappresenta una possibile contropartita da offrire in cambio di concessioni. Se, invece, la loro rimozione viene esclusa preventivamente da qualsiasi discussione seria, l’Unione finisce per privarsi volontariamente di una delle poche leve economiche che potrebbe utilizzare al tavolo delle trattative.

In sostanza, Bruxelles pretende di negoziare senza mettere in discussione nessuno dei pilastri della propria strategia.

Ma questa non è diplomazia: è la pretesa di ottenere risultati senza accettare il rischio di un compromesso.

Le difficoltà non riguardano soltanto le sanzioni. Secondo la ricostruzione citata, il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov avrebbe espresso scarso entusiasmo per le proposte trasmesse a Mosca dopo le consultazioni di Oslo.

E anche qualora riprendessero i colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, non vi sarebbe alcuna garanzia di un accordo.

Per questo la nomina di un inviato europeo, da sola, servirebbe a ben poco. Se Bruxelles non chiarirà quali obiettivi sia disposta a perseguire, quali compromessi possa prendere in considerazione e quali risultati sia realisticamente in grado di sostenere, il nuovo rappresentante rischierà di essere soltanto un altro funzionario incaricato di ripetere formule già respinte.

C'è un altro aspetto che la classe dirigente europea sembra fare fatica ad accettare: la diplomazia non si svolge nel vuoto, ma dentro rapporti di forza concreti.

Mosca è in una posizione militare favorevole e, secondo la ricostruzione citata, non sembra disposta ad accettare proposte che lascino irrisolte le sue principali richieste.

Washington, dal canto suo, sembra interessata a individuare una soluzione diplomatica, pur continuando a perseguire obiettivi che non coincidono necessariamente con quelli russi.

L’Europa si trova invece davanti a un problema che ha contribuito a creare: come conciliare il sostegno agli obiettivi dichiarati di Kiev con la possibilità che l’esito finale della guerra sia diverso da quello auspicato dai governi europei?

Per anni, una parte della leadership dell’Unione ha presentato il confronto con Mosca attraverso una narrazione nella quale la pressione economica, il sostegno militare all’Ucraina e l’isolamento internazionale avrebbero dovuto condurre a un risultato politico favorevole all’Occidente. Oggi, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo autonomo nei negoziati mostra quanto sia pericoloso scambiare le proprie aspettative per una descrizione realistica dei rapporti di forza.

L’Europa non è priva di strumenti. Il suo peso economico rimane considerevole; le sanzioni, l’assistenza finanziaria e le future garanzie di sicurezza possono incidere sull’esito di una trattativa.

Ma queste risorse devono essere trasformate in una strategia. E una strategia richiede la capacità di distinguere gli obiettivi desiderabili da quelli concretamente raggiungibili, di valutare i costi delle proprie decisioni e di modificare la propria linea quando i risultati smentiscono le previsioni iniziali.

È proprio questa capacità che oggi sembra mancare.

Ma la realtà non si piega ai comunicati di Bruxelles.

La questione decisiva è quindi un’altra: il nuovo rappresentante avrà il mandato di esplorare compromessi reali oppure sarà incaricato soltanto di ribadire le posizioni di Bruxelles, anche quando queste non trovano alcuna disponibilità dall’altra parte?

Nel primo caso, la nomina potrebbe rappresentare un passo verso il recupero di una capacità diplomatica autonoma. Nel secondo, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di facciata, utile soprattutto a salvare le apparenze di fronte all’emarginazione europea.

Ma la diplomazia non funziona così. Per negoziare bisogna essere disposti ad ascoltare, riconoscere i rapporti di forza, formulare proposte credibili e accettare che un accordo non coincida necessariamente con la realizzazione integrale dei propri obiettivi.

La vera domanda, dunque, non è chi l’Europa manderà da Putin. La vera domanda è se i dirigenti europei saranno finalmente disposti a cambiare politica, oppure se intendono continuare a proclamare la propria fermezza e ipocrisia contro gli interessi dei propri popoli mentre altri decidono il futuro del continente.

 

UnionPay e la "Via della Seta digitale": come la Cina sta rivoluzionando i pagamenti globali

 

Di Ge Mengchao, Quotidiano del Popolo

 

Quando la turista indonesiana Nur è arrivata all'aeroporto internazionale di Shanghai-Pudong insieme alla figlia, ha dato inizio alla vacanza dei suoi sogni tanto attesa: esplorare i luoghi di interesse culturale e naturalistico della Cina.

“Abbiamo in programma di prendere un treno ad alta velocità verso il monte Huangshan, nella provincia dell'Anhui, per poi visitare Jingdezhen e il monte Sanqing, nella provincia dello Jiangxi. Vogliamo esplorare il più possibile e scoprire in prima persona le bellezze della Cina”, ha raccontato Nur con entusiasmo. “Per questo viaggio, ho intenzione di pagare tutto tramite GoPay; una cosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata impossibile”.

GoPay, uno dei principali portafogli digitali in Indonesia, è ora perfettamente integrato nell'ecosistema dei pagamenti cinese, in seguito al lancio, avvenuto all'inizio di quest'anno, dell'interoperabilità transfrontaliera tramite codici QR tra i due Paesi.

"Gli utenti cinesi possono scansionare codici QR per effettuare pagamenti presso gli esercenti in Indonesia utilizzando app come UnionPay; viceversa, gli utenti indonesiani possono scansionare e pagare tramite portafogli digitali come GoPay presso i punti vendita in Cina che accettano UnionPay e Alipay", ha dichiarato un dirigente del colosso cinese dei pagamenti UnionPay.

Nel corso degli anni, UnionPay si è evoluta da circuito nazionale di carte di pagamento a fornitore globale di infrastrutture per i pagamenti, collegando sistemi di pagamento bilaterali e multilaterali per favorire, su scala mondiale, l'accettazione dei pagamenti presso gli esercenti, l'emissione di carte e i pagamenti tramite dispositivi mobili.

Oggi, le funzionalità di pagamento digitale di UnionPay si estendono su più continenti. I viaggiatori possono effettuare pagamenti tramite la scansione di codici QR per acquisti nei negozi o al ristorante in Thailandia, Malesia e in altri mercati del Sud-est asiatico. In Medio Oriente, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, i visitatori possono saldare conti negli aeroporti e nei centri commerciali senza la necessità di ricorrere al contante. In Africa, e in particolare in Sudafrica, le carte UnionPay sono ampiamente accettate per prenotazioni alberghiere, trasporti e spese quotidiane.

A livello globale, UnionPay è attualmente accettata in 183 Paesi e regioni, con oltre 100 milioni di esercenti convenzionati al di fuori della Cina continentale e una rete che collega circa 2.600 istituzioni aderenti. Le carte UnionPay sono state emesse in 86 Paesi e regioni al di fuori della Cina continentale e, grazie a partnership con istituzioni estere, l'azienda ha lanciato oltre 200 portafogli digitali basati sui propri standard.

Inoltre, attraverso accordi di interoperabilità basati sui codici QR con Paesi quali Indonesia, Corea del Sud, Sri Lanka, Argentina e Turchia, UnionPay ha consentito a oltre 46 milioni di esercenti all'estero di accettare pagamenti tramite dispositivo mobile da parte degli utenti del suo circuito globale.

UnionPay svolge un ruolo attivo nella trasformazione del settore dei pagamenti a livello globale. Negli ultimi anni, attraverso un modello di "connessione a punto unico", ha stabilito l'interoperabilità con le reti di pagamento tramite codice QR in numerosi Paesi e regioni. Ha inoltre fornito a nazioni come il Laos e la Thailandia sistemi di instradamento e compensazione dei pagamenti, nonché standard tecnici, partecipando allo sviluppo di standard nazionali per i pagamenti tramite codice QR a Singapore e in Thailandia. Tali iniziative segnano un'evoluzione: non si tratta più soltanto di espandere la propria rete, ma di contribuire a definire le regole del settore.

"Si prenda ad esempio l'Asia meridionale. Il settore dei pagamenti locale è ancora in una fase iniziale di sviluppo e molte istituzioni dispongono di capacità tecniche limitate. I fornitori di servizi esterni applicano commissioni elevate e richiedono cicli di sviluppo prolungati", ha affermato un dirigente di UnionPay.

"La nostra piattaforma di emissione di carte basata su cloud, che mantiene bassi i costi di aggiornamento dei sistemi, ci ha permesso di coinvolgere tre istituzioni locali nell'emissione di carte UnionPay. Adattare le soluzioni alle circostanze specifiche e alle criticità delle realtà locali è un principio fondamentale per una collaborazione di successo", ha aggiunto il dirigente.

Condividendo la propria tecnologia e i propri standard, UnionPay ha contribuito a ridurre i costi dei pagamenti in alcuni Paesi partner dell'iniziativa "Belt and Road", consentendo loro di beneficiare dei vantaggi dei pagamenti digitali.

I servizi di UnionPay non solo supportano i consumatori e le imprese cinesi nel loro percorso di internazionalizzazione, ma sono diventati parte della vita quotidiana in molti Paesi e regioni. Negli Emirati Arabi Uniti, in Kenya, in Mongolia, a Singapore, in Kazakistan e in Bangladesh, le carte UnionPay vengono utilizzate dai residenti locali, ad esempio per l'accredito dello stipendio o come tessere per studenti. In Bangladesh, nello specifico, UnionPay ha emesso milioni di carte grazie a partnership consolidate con istituzioni finanziarie locali, affermandosi come uno dei circuiti di pagamento internazionali con la più ampia base di titolari di carta nel Paese.

UnionPay è diventato uno dei marchi di servizi cinesi più riconosciuti all'estero. Nielsen, società di ricerche di mercato e analisi dei dati, prevede che entro il 2030 UnionPay si collocherà al primo posto a livello globale per numero di carte in circolazione.

Grazie alla sua rete globale in costante espansione, UnionPay rende i pagamenti transfrontalieri sempre più agevoli. “Di pari passo con la continua espansione dell'apertura di alto livello della Cina, UnionPay connette il mondo attraverso i servizi di pagamento, creando legami finanziari tra la Cina e altri Paesi che agevolano il flusso di capitali e favoriscono relazioni più strette tra i popoli”, ha dichiarato un dirigente di UnionPay.

 

UnionPay International e Armenian Card siglano un accordo per la cooperazione sull'accettazione online. (3 settembre 2026 – Foto fornita da UnionPay International)

UnionPay International e la National Payment Corporation del Kazakistan raggiungono un accordo sull'interoperabilità dei codici QR. (18 giugno 2026 - Foto fornita da UnionPay International)

In un supermercato nell'Indonesia Morowali Industrial Park (IMIP), una cassa mostra l'interfaccia di accettazione di QRIS, il sistema nazionale unificato di pagamento tramite QR code dell'Indonesia. I clienti possono scansionare i codici QR per effettuare pagamenti utilizzando le piattaforme cinesi Alipay e UnionPay. (Foto: Fan Jiageng)

L'ultima allucinazione dei nostri NUPU

 

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la peste a Irkutsk, dopo l’ecatombe dei bot russi per l’incendio dei data center della Yandex, l’ultima allucinazione dei nostri NUPU (Non-Ucraini Pro-Ucraina) è senza dubbio Oleshky: e uso il termine allucinazione non a caso perché ormai, nelle cronache del conflitto, si sono abbandonate l’incompetenza dimostrata parecchie volte, o la propaganda dimostrata ancora più spesso, per entrare nell’ambito del delirio puro e semplice.

Ora, intendiamoci: Oleshky è una città di prima linea, sebbene stia dietro a un fiume e nelle sue strade non si combatta, e la vita nelle città di prima linea è molto grama. I rifornimenti ai civili sono difficili e spesso non sono nemmeno la priorità delle autorità militari, sempre ammesso che siano possibili. Droni, mine e cannonate sono la norma. Quello però è territorio occupato dai russi, e il rasoio di Occam dovrebbe dirci che se viene colpito dai droni e se i rifornimenti non possono arrivare perché le strade sono minate, quei droni e quelle mine sono con tutta probabilità ucraini e non russi. Ma nel discorso che abbiamo costruito sul conflitto non è possibile che gli ucraini attacchino i civili: sono cose che fanno i russi, e solo loro. Come uscire da questo cortocircuito?

Come nelle partite bloccate ci vuole il colpo d’ala del campione, ed eccolo puntuale: “safari umani” di droni “a caccia di donne e bambini” perché “i russi vogliono rendere impossibile la presenza di ucraini nelle terre annesse”. Perfetto.

C’è solo un problema assolutamente marginale, ovvero che, per la Russia, quelli non sono "ucraini" ma russi, perché quei territori, sempre per la Russia, sono parte della Federazione Russa tale e quale a Irkutsk e alle sue pestilenze. E non si capisce in base a quale criterio la Russia dovrebbe ammazzare i propri cittadini, e farlo per di più in modo così barocco, in pieno giorno, a colpi di drone o facendoli morire di fame, invece di liquidarli discretamente di notte senza farsene accorgere, e perché poi dovrebbe farlo solo a Oleshky e non altrove, eccetera. Ma siamo appunto nell’ambito del delirio, non più dell’incompetenza o della propaganda, e in questi ambiti tutto è permesso, incluso lo sciopero della fame di quegli altri mentecatti del Twitter.

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi (di Alessandro Volpi)

 
di Alessandro Volpi


Per usare una parafrasi.

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi.

Il crollo progressivo e la traiettoria calante delle Borse cinesi mostrano come la finanza globale sia mossa da precise scelte di allocazione dei capitali.

Dietro le forti flessioni registrate sugli indici di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong non vi è semplicemente un rallentamento della seconda economia mondiale, ma l’azione coordinata e chirurgica dei grandi colossi del risparmio gestito globale e dei fondi speculativi.

BlackRock, Vanguard e Fidelity, che da soli governano circa 40 mila miliardi di dollari e orientano le scelte di milioni di risparmiatori, hanno progressivamente ridotto il proprio peso sui listini orientali.

Attraverso il riallineamento periodico dei portafogli e la revisione degli indici benchmark internazionali, questi giganti della gestione hanno innescato un deflusso costante e programmato di liquidità.

In un sistema di scambi in cui l'effetto emulazione domina, il semplice cambio di raccomandazione da parte dei gestori statunitensi ed europei basta a spaventare il mercato e a svuotare di risorse importanti settori azionari.

A questo disinvestimento strutturale si è affiancata l’azione aggressiva degli hedge fund, che hanno colto l'occasione per orchestrare imponenti manovre speculative. Sfruttando le fragilità del settore immobiliare e le paure del retail cinese, i fondi speculativi hanno moltiplicato le posizioni corte e le vendite allo scoperto, spingendo al ribasso le quotazioni dei colossi tecnologici e industriali.

Questo circolo vizioso ha accelerato le uscite e travolto anche gli ordini automatici delle piattaforme di trading algoritmico, rendendo infruttuosi anche gli interventi di sostegno tentati dalle istituzioni pubbliche cinesi.

Tuttavia, la vera chiave di lettura di questo imponente travaso di capitali risiede oltreoceano e risponde a precise dinamiche della finanza statunitense.

L'uscita di massa dalla Borsa di Pechino è servita a drenare liquidità da un competitor strategico per incanalare enormi volumi di denaro sulle società americane legate all'intelligenza artificiale.

Negli Stati Uniti, le enormi valutazioni raggiunte dai colossi dei semiconduttori, del software e dell'infrastruttura cloud necessitano di un flusso ininterrotto di capitali freschi per giustificare multipli di mercato estremamente elevati.

La bolla dell'IA a Wall Street vive e si alimenta della fame costante di nuove risorse liquide per sostenere spese da capogiro e aspettative d'incasso future.

Prosciugare i mercati emergenti cinesi ha così permesso agli investitori istituzionali di alimentare la narrazione tecnologica occidentale, garantendo quella spinta finanziaria necessaria a tenere in piedi la mega-bolla delle big tech americane.

Si tratta di un gigantesco gioco di vasi comunicanti dove la penalizzazione dei listini orientali e la speculazione al ribasso diventano lo strumento perfetto per finanziare la leadership e le valutazioni stellari del comparto tech Usa.

Received — 24 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Brasile: Lula vince il dibattito, Bolsonaro chiede scusa due volte. Ma la partita si gioca sulla sovranità

 

Venerdì sera, l'ultimo confronto televisivo prima del ballottaggio di domenica 25 ottobre ha messo di fronte Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro in uno scontro acceso, dove le scuse del candidato del Partito Liberale sono arrivate due volte, ma la sostanza delle sue proposte è rimasta spesso nel vuoto. Per gli analisti politici che hanno commentato l’ultimo confronto elettorale, il presidente uscente ha difeso con solidità il suo bilancio di governo, mentre il senatore, pur mostrando i segni di un addestramento mediatico intensivo, ha faticato a scendere nel dettaglio operativo delle sue idee.

La cronaca della serata si è tinta subito di amarezza e rancore personale. Quando Lula ha portato sul tavolo il voto del suo avversario contro l'estensione del congedo di maternità ai tempi in cui era deputato statale, Flávio Bolsonaro ha ammesso l'errore, giustificandolo con una maturità arrivata solo dopo la paternità. Ma la tregua è durata un attimo. 

L'insulto sulle "nove dita" è stao un incredibile autogol di Bolsonaro. Lula ha ricordato di aver perso il pollice a 17 anni in un turno di notte in fabbrica, perché o si lavorava o non si mangiava, ribattendo con fermezza: «Non permetterò a un miliziano di chiamarmi nove dita». Di fronte alle telecamere, il senatore ha dovuto ritrattare: «Se ti ho offeso chiamandoti nove dita, ti chiedo perdono, non volevo offenderti», per poi trasformare immediatamente la scusa in un contrattacco sui senzatetto e sul valore del Bolsa Família, da lui sprezzantemente ribattezzato "Bolsa Farelo".

Il clima non è migliorato quando la contesa è scivolata sulle politiche sociali e sugli affetti. Flávio Bolsonaro ha provato a colpire sul personale, tirando in ballo i figli del presidente e l'esplosione del gioco d'azzardo online, accusando l'amministrazione uscente di averlo favorito per poi bloccarlo in extremis per calcoli elettorali. Lula ha incassato e ha risposto sul terreno che più gli è congeniale, quello dei programmi di assistenza e dell'istruzione. Ha sbandierato i dati del Pé de Meia, l'aiuto economico che ha ridotto la dispersione scolastica, e ha promesso l'universalizzazione del sostegno per gli studenti delle scuole superiori e universitari, ricordando che «l'istruzione è il finanziamento più economico che esista».

Il momento di massima tensione morale si è toccato sul tema della sicurezza. Con la madre di Ana Clara, la bimba di cinque anni uccisa da un proiettile vagante a Rio de Janeiro, seduta tra il pubblico, Flávio Bolsonaro ha proposto la castrazione chimica per gli stupratori e pene detentive minime di otto anni per i ladri di cellulari. Lula non ha arretrato di un millimetro e ha puntato il dito contro il passato del senatore nell'assemblea legislativa di Rio, ricordando le decorazioni e le assunzioni legate a figure vicine alle milizie. In studio c'erano anche la madre di Marielle Franco e il deputato Marcelo Freixo, testimoni di quella stagione. «Attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ha avvertito Lula, promettendo un nuovo Ministero della Sicurezza con una linea netta: carcere per i criminali, protezione per i lavoratori.

Esta es Ana Clara. Tenía 5 años en 2021, cuando fue asesinada por un disparo que, según el Ministerio Público, fue efectuado por un policía militar de Río de Janeiro. Flávio Bolsonaro formó parte de la defensa de este acusado. Cinco años después, el acusado aún no ha sido juzgado. Cinco años después, la madre de Ana Clara es una de las invitadas de Lula da Silva al debate de esta noche. Estará cara a cara con Flávio, el abogado que defendió al acusado de matar a su hija y que hoy disputa la presidencia de Brasil.

— André Vieira (@AndreteleSUR) October 24, 2026

Dietro le quinte, i numeri e le analisi raccontano una partita a scacchi truccata. I fact-checker hanno certificato che solo il 26 per cento delle affermazioni di Flávio Bolsonaro era veritiero, contro l'80 per cento di Lula. La scienziata politica Priscila Lapa ha evidenziato il divario di approccio tra i due contendenti: «È molto facile fare l'opposizione finché non si diventa governo e non si capisce che la politica della ‘coperta corta’ esisterà sempre, principalmente in un Paese come il nostro, che genera molta ricchezza, ma che ha anche retaggi storici di disuguaglianza e povertà». 

Anche il giornalista Igor Carvalho ha fotografato la disparità di fondo: «È molto difficile dibattere con un candidato che, dall'altra parte, è disposto a mentire su assolutamente qualsiasi tema». Nina Fideles, direttrice di Brasil de Fato, ha letto nel discorso del senatore i classici schemi della formazione internazionale dell'estrema destra, basati su "conclusioni assurde" e sulla tecnica della "cattura e trasferimento", per cui l'avversario viene accusato dei propri stessi difetti.

Ora la palla passa alle reti digitali e all'umore dell'elettorato. Il dibattito non ha ribaltato le sorti di una corsa che rimane incollata sul filo di lana, con un'impennata di indecisi, soprattutto donne, registrata dagli ultimi sondaggi. La vera arma di questi giorni non è più solo il salotto di Globo, ma la mobilitazione online. Priscila Lapa ha osservato come certi canali della sinistra abbiano raggiunto numeri inediti: «Questo non è successo né nel 2018 né nel 2022, sta succedendo nel 2026, e non si può pensare che ciò non interferirà nel risultato dell'elezione». 

Al di là delle schermaglie interne e della battaglia a colpi di post sui social, c'è un livello più profondo che divide i due candidati e che riguarda il posto del Brasile nel mondo. Non è solo una questione di programmi interni, ma di identità nazionale e di sovranità. Lula ha costruito la sua replica sulla sicurezza puntando il dito contro le milizie e avvertendo gli elettori di «stare attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ergendosi a paladino di un Paese che deve decidere in autonomia del proprio destino e delle proprie ricchezze.

Il candidato neoliberista del Partito Liberale, al contrario, delinea un profilo internazionale che non lascia spazio a dubbi. La sua visione di politica estera si traduce in un allineamento totale, quasi incondizionato, alle direttive di Washington e Tel Aviv. Mentre il presidente uscente difende un ruolo indipendente sulla scena globale anche grazie al ruolo nei BRICS, il suo sfidante guarda oltreoceano, pronto a piegare le strategie economiche e diplomatiche agli interessi delle grandi potenze alleate. È questo il vero spartiacque che si profila oltre il 25 ottobre. Gli elettori non devono solo scegliere chi gestirà il bilancio o la sicurezza pubblica, ma se il Brasile continuerà a camminare con le proprie gambe verso un mondo multipolare o se si rassegnerà a fare da semplice pedina nelle mani di chi, a migliaia di chilometri di distanza, detta le regole del gioco sulla base dei propri interessi strategici e geopolitici.

Global Times - A novant'anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia è una luce che illumina il mondo


Global Times

Giovedì mattina, a Pechino, si è tenuta una grande cerimonia per commemorare il 90° anniversario della vittoria della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso dei lavoratori e dei contadini cinesi. Il segretario generale del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) Xi Jinping, che ricopre anche le cariche di presidente della Repubblica e presidente della Commissione militare centrale, ha partecipato alla cerimonia e ha pronunciato un importante discorso.

Xi ha sottolineato che il grande spirito della Lunga Marcia dimostra la forza della lealtà, della verità, della giustizia e dell’unità. In quanto parte importante del retaggio spirituale del PCC, esso trascende il tempo e lo spazio e rimane sempre attuale. Sarà sempre un tesoro prezioso e una potente forza motrice che ci ispira a superare le difficoltà e ad andare avanti con coraggio.

La Lunga Marcia fu un raggio di luce che balenò dalla nazione cinese nel suo momento più buio. Dimostrò chiaramente al mondo che, anche in una Cina antiquata e impantanata nell’oscurità senza via d’uscita apparente, c’era un gruppo di persone che lottava con tutte le proprie forze per costruire una nuova Cina. Nel libro ‘The Life Millennium: The 100 Most Important Events and People of the Past 1000 Years’ (Il millennio della vita: i 100 eventi e personaggi più importanti degli ultimi 1000 anni), pubblicato dalla casa editrice statunitense Time-Life Books, studiosi di tutto il mondo hanno selezionato congiuntamente 100 eventi che hanno plasmato il mondo dal 1000 al 2000 d.C. La Lunga Marcia dell’Armata Rossa è stato uno dei tre eventi storici cinesi a figurare nell’elenco. Essa ispira profondamente le persone, dimostrando che, purché si rimanga saldi nella volontà e irremovibili di fronte alle difficoltà, è sempre possibile trovare una via d’uscita attraverso la continua esplorazione e aprire un percorso completamente nuovo.

Da Edgar Snow a Henry Kissinger, da Nelson Mandela a Fidel Castro, molti osservatori e strateghi si sono chiesti perché questa “Lunga Marcia” in Oriente sia riuscita ad avere successo. Ancora oggi, ogni volta che la Cina stupisce il mondo con innovazioni tecnologiche o ridefinisce le percezioni con miracoli di sviluppo, il mondo continua a chiedersi: “Come ci riescono i cinesi?”. Tutte queste domande portano alla stessa risposta: Abbiamo trovato la strada giusta, una strada fatta di non cedere mai, di andare sempre avanti e di non tirarsi mai indietro. La Lunga Marcia è sia un tesoro spirituale che ispira il popolo cinese, sia una dimostrazione al mondo del carattere resiliente della nazione cinese.

Oggi, il termine «Lunga Marcia» è diventato un nome comune per indicare qualsiasi viaggio arduo che alla fine raggiunge la propria destinazione. In questo senso, il valore della Lunga Marcia non risiede solo nell’arrivo in sé, ma nell’atto stesso di continuare a mettersi in cammino, ancora e ancora. Dopo la vittoria della Lunga Marcia, la nazione non si è fermata: ha continuato a marciare attraverso le fiamme della Guerra di Resistenza contro l’aggressione giapponese, ha continuato ad avanzare sull’onda delle riforme e dell’apertura, e continua ad avanzare sotto il richiamo della nuova era, verso il grande rinnovamento della nazione cinese.

Oggi, il grande spirito della Lunga Marcia è profondamente radicato nel DNA della società cinese. È la determinazione ad affrontare le sfide e a perseverare nel lungo periodo; è il coraggio di non temere alcun sacrificio e di osare; è la lucidità di affrontare la realtà e di cercare attivamente il cambiamento; e, soprattutto, è l’aspirazione originaria di stare al fianco del popolo nella vita e nella morte, condividendo gioie e dolori e lottando con tenacia.

A novant’anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia non appartiene più solo alla storia; è una luce che diventa sempre più brillante e risplende sul mondo. Attualmente, la governance globale sta attraversando un «momento buio»: cambiamenti climatici, il divario tra Nord e Sud, conflitti geopolitici e le correnti sotterranee della deglobalizzazione.

I vecchi paradigmi stanno fallendo e le nuove regole devono ancora prendere forma. La risoluzione di molte questioni fondamentali richiede una pianificazione a lungo termine e uno sforzo costante che vada oltre i cicli politici e i profitti e le perdite a breve termine.

Lo spirito di ferma convinzione, unità e cooperazione, nonché di lotta incrollabile, trascende i confini nazionali e le ideologie. Esso ispira l’umanità a superare le avversità e a perseguire un futuro più luminoso. Ciò suggerisce, da un lato, che la governance globale debba aprire nuove strade verso lo sviluppo comune, la sicurezza comune e la prosperità comune e, dall’altro, aiuta il mondo a comprendere meglio le fondamenta spirituali della nazione cinese, consentendo a chi guarda dall’esterno di cogliere meglio la direzione verso cui si sta dirigendo questa «grande potenza costruttiva».

“Dove risiede lo spirito, lì risiede la forza.” Il grande spirito della Lunga Marcia risuona con la tradizione culturale della nazione cinese di costante miglioramento personale e ha acquisito un nuovo significato contemporaneo nel processo di modernizzazione cinese. Sebbene oggi non sia più possibile per la Cina replicare la marcia di allora, questo spirito rimarrà per sempre, dimostrando al mondo che la nazione cinese possiede una straordinaria resilienza.

Dopo decenni di lotte, la Cina è ormai da tempo la seconda economia mondiale e sta portando avanti in modo globale la grande rinascita della nazione cinese attraverso la modernizzazione del Paese.

La tenace resilienza nazionale che sta alla base del grande spirito della Lunga Marcia è stata un fattore chiave nella realizzazione di questo miracolo dello sviluppo. È la fiducia che permette alla Cina di superare le tempeste e di prendere l’iniziativa storica, oltre a fornire una prospettiva stabilizzante in un mondo pieno di incertezze.

Negli anni ’80, Zbigniew Brzezinski, che in passato aveva ricoperto la carica di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, percorse insieme alla sua famiglia il percorso un tempo seguito dall’Armata Rossa. In seguito rifletté: «La Lunga Marcia è più di un’epopea di eroismo quasi senza pari». Oggi, sempre più stranieri vengono in Cina per ripercorrere il percorso della Lunga Marcia, e luoghi come il Passo di Loushan sono tornati ad essere una meta popolare per i visitatori. Questo è un segno che il grande spirito della Lunga Marcia è sempre più necessario al mondo. In quanto monumento spirituale che la nazione cinese ha offerto al mondo, la sua importanza diventerà ancora più rilevante in futuro. Come scrisse una volta lo scrittore militare Wang Shuzeng: «La Lunga Marcia appartiene a quella categoria di eventi della storia umana che, anche dopo il passare di lunghi anni, continuano ad essere ricercati dalle persone».

“La storia della Lunga Marcia non è mai svanita; il cammino della Lunga Marcia continua a protrarsi”. Per la Cina, in questo nuovo viaggio, la Lunga Marcia non ha fine.

Portare avanti il grande spirito della Lunga Marcia significa mantenere sempre un atteggiamento risoluto, pronto a scalare passi e conquistare fortezze, proseguire l’arduo cammino verso la modernizzazione cinese e affrontare tutti i rischi e le sfide con uno spirito combattivo inarrestabile. Significa sia portare a buon fine la Lunga Marcia della nostra generazione, sia infondere in un mondo segnato da turbolenze e trasformazioni la fiducia e la forza provenienti dall’Oriente.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Assange smaschera Bolsonaro: "Senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv non c'è sovranità"

Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha ricordato in un post sui propri canali social - corredato da una fotografia insieme al presidente - il sostegno ricevuto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante la sua detenzione, contrapponendo tale atteggiamento a quello di Jair e Flávio Bolsonaro.

Lula vs. Bolsonaro: I was held in solitary confinement for 1,901 days for revealing the truth about the U.S. government's killings and espionage, including against Brazil and its industries. Out of power, Lula fought for my freedom. In power, Lula discussed my persecution with Pope Francis, who decided to meet with my family and offer help. After my release, Lula and I met in Rome to mourn the Holy Father's passing. Lula was kind to my children and asked for nothing in return. In contrast, Jair and Flávio Bolsonaro did nothing and said nothing. Yet without the ability to say no to Washington and Tel Aviv, there can be no domestic policy, only foreign instructions. Those orders are always the same: "Expand our theft of resources and wages, and keep your mouths shut about us murdering children." Sellouts will surrender everything in exchange for a cut, even their own tongues.

— Julian Assange (@JulianAssange) October 24, 2026

«Sono rimasto in isolamento per 1.901 giorni per aver rivelato la verità sulle uccisioni e sullo spionaggio da parte del governo statunitense, che hanno colpito anche il Brasile e le sue industrie», ha scritto Assange, sottolineando poi che «Lula si è battuto per la mia libertà».

Secondo quanto dichiarato dall'australiano, quando il leader brasiliano è entrato in carica, ha parlato della sua persecuzione con Papa Francesco, il quale, di conseguenza, ha deciso di incontrare la sua famiglia e offrire assistenza. "Lula è stato gentile con i miei figli e non ha chiesto nulla in cambio. Al contrario, Jair e Flávio Bolsonaro non hanno fatto né detto nulla", ha sottolineato.

Riferendosi a Bolsonaro, Assange ha inoltre avvertito che "senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv, non può esserci una politica nazionale: solo direttive che arrivano dall'estero". "Chi si è svenduto è pronto a cedere tutto in cambio di una parte del bottino, persino la propria lingua", ha aggiunto.

"Gli ordini sono sempre gli stessi: 'intensificate il furto di risorse e salari, e tenete la bocca chiusa sul fatto che stiamo uccidendo dei bambini'", ha denunciato.

Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?


di Domenico Moro


Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia. 

In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'"Agente segreto" (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull'opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l'impiego documentato di poliziotti travestiti da "compagni" nelle manifestazioni degli anni '70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia. Infine, in questi giorni è circolato un video in cui si vedono, a Metz in Francia, tre o quattro giovanotti col viso mascherato e vestiti di nero, che ritornano fra le file dei poliziotti, dopo aver lanciato qualcosa contro qualcuno. 

Detto questo, sarebbe un errore non considerare che, per scatenare azioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni in Italia e in Europa, non c'è bisogno di provocatori prezzolati dallo Stato. Diversi anni fa durante una manifestazione nazionale a Roma, ad un certo punto alcuni cordoni di black bloc si staccarono per andare a sfasciare alcune vetrine vicino a piazza Barberini, e subito un dirigente politico di un partito che non nomino disse: "Ecco, ci sono i poliziotti infiltrati travestiti da black bloc ". A me parvero dei poliziotti piuttosto strani, visto che, malgrado il travisamento si vedeva che molti erano ragazzini e ragazzine sotto i 18 anni. 

Bisogna, quindi, distinguere. Alcune volte la violenza dei manifestanti è una reazione contro gli attacchi brutali della polizia, come quelli che ci sono stati in Francia durante le proteste degli studenti, alcuni dei quali sono stati feriti gravemente, finanche perdendo una mano o un occhio. Altre volte sono azioni come quelle avvenute a Milano, portate avanti da ragazzini spesso minorenni e italiani figli di immigrati, e organizzati via social media. Poi, ci sono settori politici che vedono una certa dose di aggressività di piazza come un modo per palesare antagonismo e opposizione sociale. Una sorta di "propaganda attraverso i fatti", di ottocentesca e anarchica memoria in formato ridotto. In questo incoraggiati dai media che danno il massimo risalto a due studenti che maneggiano un estintore davanti al ministero della Pubblica Istruzione, ma non riportano le proteste pacifiche in atto da giorni di autotrasportatori e altri settori sociali nel Mezzogiorno. Infine, ci sono le proteste che sfociano in preinsurrezioni violente come conseguenza di una prolungata frustrazione sociale e che rappresentano una seria contestazione popolare al governo, come quelle in corso in Albania. 

Comunque, di fronte alle violenze in Italia, il governo Meloni reagisce prendendo al volo l'occasione per inasprire la legislazione vigente e militarizzare le città con l'esercito (non a caso professionale e non di leva), a cui sono affidati impropri compiti di ordine pubblico. Il governo vorrebbe attribuire ai militari persino poteri di polizia giudiziaria (esecuzione di arresti e sequestri), ma il presidente Mattarella si sta opponendo. In Francia, addirittura, in molte città è stato introdotto il coprifuoco. Invece, va fatta una analisi sociale e politica di questi fenomeni, distinguendoli l’uno dall’altro, per poter intervenire socialmente e politicamente. L'assalto dei ragazzini a Milano è un fenomeno nuovo e di carattere prepolitico, che non può essere approcciato con la militarizzazione delle città. Esiste in tutta Europa, soprattutto in Francia e ora anche in Italia, non a caso a Milano, nella città economicamente più importante d'Italia, una generazione di origine straniera che non si sente pienamente italiana e che non è più neanche del paese dei genitori. 

Si tratta di un problema sociale enorme, che non può essere risolto con la forza, da parte di chi ha fatto venire, promettendo integrazione, milioni di immigrati, quando servivano, e poi li ha abbandonati a sé stessi, quando non sono serviti più. Un problema che è generato in tutta Europa dalla crisi strutturale di questo modello di produzione e di società, ed acuito dall’austerity sui bilanci pubblici draconianamente applicata su indicazioni della Ue, e dalle delocalizzazioni industriali, che fanno perdere posti di lavoro relativamente ben pagati, sostituiti con la disoccupazione o con la precarietà nei servizi a basso valore aggiunto e a bassissimi salari. Questo tipo di problema e in generale quello dei giovani, figli di immigrati o italiani da sempre che siano, si risolve solo con una politica economica e sociale radicalmente diversa.

D’altro lato, la “propaganda” violenta, compresa quella di chi pensa che ottenere qualche ripresa ai TG della sera o che rappresentarsi come “antagonisti” e “radicali” valga bene qualche vetrina di banca infranta al termine o durante una manifestazione pacifica di 200mila persone, non può essere approcciata con la repressione. L'estremismo è sempre esistito, come conseguenza e contraltare dell’opportunismo di certi partiti sedicenti di sinistra, basato invece sulla subalternità al capitale. Non si può liquidarlo come spesso si è fatto nel passato, come qualcosa semplicemente da rimuovere o come prodotto di infiltrati o agenti provocatori. Va affrontato e non demonizzato, capendo le cause che lo generano. L'unico modo di approcciarlo è politico, offrendo direzione e sbocco politico, cercando di tradurre rabbia e frustrazione in un percorso organizzativo il più possibile generale, che ricomponga i vari settori sociali in una lotta contro il potere del capitale e dello Stato. 

Certamente, si tratta di un percorso molto difficile, che richiede qualcosa che oggi è assai raro in Italia e in Europa: una organizzazione politica della classe lavoratrice combattiva e realmente radicata nella società. E una nuova generazione di attivisti e militanti che siano in grado di parlare anche con i nuovi settori sociali, compresi i ragazzini di seconda generazione delle periferie. Senza scordare che la violenza vera, e molto più grave, è quella del capitale e dello Stato che, mentre permettono a una minoranza di accumulare una ricchezza tanto enorme quanto oscena sullo sfruttamento sempre più intenso dei lavoratori, condannano fasce sempre più ampie di popolo alla marginalità sociale e politica, a una vita precaria e non autonoma fino e oltre i 40 anni, a non avere cure sanitarie e istruzione decenti, ecc. 

L’enfasi sulla repressione contro i "maranza" attraverso l’inasprimento delle pene, l’abbassamento dell’età di imputabilità penale e il dispiegamento dell'esercito per le strade di Milano e di altre città da parte di un governo che non ha adottato alcuno strumento diplomatico o sanzione economica contro il governo di Israele, che di violenza ne esercita molta di più contro i palestinesi di Gaza e Cisgiordania da anni, fa veramente ridere. Per tacere del fatto che, dopo quattro anni di governo di partiti sedicenti dell’ordine e svariati decreti sicurezza, ci ritroviamo con migliaia di ragazzini che imperversano per il centro della seconda città italiana. La dimostrazione plastica che la faccia dura può anche far guadagnare voti, ma raramente risolve i problemi.

Per concludere, si può citare Lenin, il cui fratello maggiore faceva parte di una organizzazione terroristica populista, che tentò di assassinare lo zar. Quando il fratello fu condannato a morte e impiccato, sembra che Lenin avesse detto "Noi seguiremo un'altra strada". Una strada lunga, di costruzione di una alternativa al populismo russo. Sarà quest’altra strada, politica, rivoluzionaria e non avventuristica, a portare i bolscevichi a essere pronti nell'ottobre del 1917.

Angelo d’Orsi: «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza»

 

«La politica è l'arte di guardare lontano, ed è quello che manca». È forse questa la riflessione che meglio riassume l'intervento del professor Angelo d'Orsi, ospite di Loretta Napoleoni nella nuova puntata di Storia in diretta. La crisi attuale, secondo D'Orsi, si manifesta nella crescente distanza tra istituzioni e cittadini, nell'erosione del diritto allo studio e nell'incapacità dello Stato di intervenire sulle disuguaglianze.

Il professore richiama i «pensieri lunghi» di Enrico Berlinguer per denunciare una politica ormai prigioniera dell'emergenza permanente, nella quale la programmazione è stata sostituita da provvedimenti contingenti e risposte prevalentemente securitarie. «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza». Con queste parole D'Orsi invita a superare la rappresentazione delle mobilitazioni giovanili come semplici episodi di disordine pubblico. A suo giudizio, la narrazione dominante tende a concentrare l'attenzione sugli episodi di violenza, relegando in secondo piano le ragioni economiche, sociali e culturali della protesta. La questione, sostiene lo storico, non riguarda esclusivamente gli studenti. Le mobilitazioni degli agricoltori, degli autotrasportatori e di altri settori produttivi costituiscono manifestazioni differenti di un disagio che affonda le proprie radici nell'allargamento della distanza tra ricchezza e povertà.

Per D'Orsi, le nuove generazioni non chiedono necessariamente l'abolizione di ogni differenza sociale, ma il ripristino di un principio fondamentale della democrazia costituzionale: la responsabilità dello Stato nel contrastare le disuguaglianze e garantire opportunità effettive.

«Qui è la santificazione della disuguaglianza sociale e il fatto che ci si inchina al molo della ricchezza». D'Orsi utilizza l'immagine del lusso ostentato, dei beni esclusivi e dei simboli di appartenenza alle élite per descrivere una società nella quale la concentrazione della ricchezza non viene soltanto tollerata, ma elevata a modello di successo. Il contrasto diventa ancora più evidente quando lo storico racconta un incontro con alcuni agricoltori e autotrasportatori durante una protesta in Calabria. Uno di loro gli avrebbe spiegato di vendere i pomodori allo stesso prezzo di venticinque anni prima, mentre il costo del prodotto per il consumatore è enormemente superiore. Le distorsioni insopportabili di un sistema economico nel quale chi produce e chi lavora rischia di essere progressivamente penalizzato, mentre la ricchezza si concentra in altri segmenti della filiera. 

L'intervista integrale al professor Angelo D'Orsi è disponibile sul canale YouTube de l'AntiDiplomatico.

GUARDA L'INTERVISTA INTEGRALE: 

L’enigma del bilancio: prova definitiva del limite politico della comunità europea.

 

di Daniele Lanza

Poche cose mettono alla prova la solidità di una qualsiasi struttura politica o sociale quanto l’allocazione delle risorse di cui dispone: le entità sovranazionali come l’Unione europea non sono eccezione, ma anzi illustrano fin troppo il limite dell’utopia che i padri costituenti dell’integrazione continentale hanno voluto mettere in pratica.

Le sfide globali che si sono rapidamente cumulate nel corso di questo primo ¼ del XXI secolo, iniziano ora a presentare il conto: per la precisione si ritiene che il piano di bilancio per il prossimo quinquennio (2028-2033) rimarrà qualcosa di irrisolto, nella misura in cui i membri dell’UE non riescono a mettersi d’accordo.

Ad affermare questo del resto è lo stesso Cancelliere Merz, il quale ha espresso ciò che non si può dire ovvero il venire meno di un reale consenso attorno alle questioni di fondo (riconoscendo quindi la profonda vulnerabilità che mina l’identità della casa comune europea).

In primissimo luogo, come fattore tecnico scatenante la crisi – ovvero la mancanza oggettiva di fondi - si può indicare il supporto continuato al governo ucraino in guerra: dei 300 miliardi di euro investiti sinora nella causa di Kiev, solo la minima parte ritorneranno. Paradossalmente, come se questo non bastasse, la commissione europea (ma soprattutto il suo membro più pesante economicamente, la Germania) continuano a promettere altri aiuti, facendo baluginare al governo di Kiev l’illusione di poter ricevere ancora centinaia di miliardi, un aiuto senza limiti di tempo in parole altre.

L’attuale premier tedesco, come altri, ha aggiunto come riportato dalle cronache, che tutto questo è nell’interesse del paese, il che genera a questo punto nell’opinione pubblica un fiero dibattito in merito a cosa si intenda per interesse nazionale e di conseguenza quale sia il reale interesse d’Europa. Si tratta di domande estremamente difficili, perché affrontare veramente implica analizzare il quadro di insieme e fare luce su verità scomode, quali il deficit strutturale (esistenziale) che caratterizza l’Unione europea: quest’ultima malgrado i suoi lunghi decenni di vita, non ha mai superato il suo limite di fondo che consiste nella sudditanza rispetto al modello culturale e politico americano.

Detta in breve è Washington ad aver favorito l’integrazione europea (suo il progetto geopolitico, come sottolineano gli esperti di analisi politica dell’associazione “Sovereignty”), ma non tanto per rafforzare l’Europa quanto per meglio poterla controllare.

Il meccanismo di fondo dell’Europa politica è dunque un’unità (nella sudditanza) ben sopportata in virtù del benessere economico e prosperità garantite per oltre mezzo secolo, ma che genera rapidamente resistenze nel momento in cui – al contrario – incognite e sacrifici iniziano a costellare il discorso politico. Mentre l’amministrazione Trump è riuscita a tramutare la guerra in corso in fonte di reddito (obbligando gli europei a comprare da loro le armi che andranno in Ucraina), nonchè intermediario per il gas russo (che alla fine verrà venduto all’Europa da loro) per quanto riguarda Bruxelles, vediamo un attore politico intrappolato nei suoi stessi limiti strutturali che ne caratterizzano l’esistenza: in altre parole, una creatura politica che non riesce ad evadere dai suoi profondissimi limiti.

Un soggetto privo di reale decisionalità, soprattutto in politica estera (dove ne è privo), alla mercè dei diktat da oltreoceano, le cui scelte avvengono in funzione di tale subalternità, anche quando va contro l’interesse delle società europee. In ultima istanza l’Europa politica emerge - in circostanze come quelle presenti – per quello che realmente è, ovvero un meccanismo nato non per il benessere degli europei stessi, quanto per assolvere un compito a beneficio di un attore esterno (come gli USA) tramite l’adozione di un modello neoliberale che crea soltanto povertà diffusa.

L’UE risente del peccato originale alla base della sua stessa creazione che non sembra essere in grado di superare: in effetti non vi è nulla che possa spezzare tale limite se non una rivoluzione stessa che rifondi radicalmente l’identità e le istituzioni del vecchio continente. Quest’ultima tuttavia è un’ipotesi ancora lontana presso la società europea contemporanea.

 

I veri estremisti

 

di Alessandro Mariani

L‘Italia è sempre stata oggetto di interesse e curiosità per quanti, a vario titolo, si occupano di storia-politica-società, tanto che più d’una volta si è parlato del nostro paese nei termini di un laboratorio politico avanzato, precursore di dinamiche divenute poi fenomeni generali (sol che si pensi al fascismo, al cd. populismo o alle politiche restrittive adottate in pandemia). Nondimeno, l’Italia del secondo dopoguerra ha stupito tutti gli osservatori per la sua capacità di tenuta democratica (“resilienza”, per dirla con una parola che da qualche tempo abbonda sulla bocca degli stolti) nonostante i tentativi di golpe, mafie e terrorismi.

A riguardo c’è chi ha parlato di un autobus che pur sbandando continuamente in curva è però riuscito per tutto il tempo a non uscire di strada.  

Metafora calzante, almeno fino a ieri, perché oggi mala tempora currunt e dal villaggio globale dense nuvole si profilano all’orizzonte (come ha detto l’unico ministro del governo che non si mette le dita nel naso). Tra decreti sicurezza ed altre amenità e nella congiuntura internazionale più problematica dal dopoguerra in qua, viene allora naturale chiedersi se gli pneumatici e gli ammortizzatori dell’autobus reggeranno anche stavolta il colpo. Quel che è certo è che la nostra politica non è mai stata così debole e che la salute dei partiti è ai minimi termini come confermato ad ogni tornata elettorale dalla crescita verticale dell’astensionismo, fattore che vede l’Italia far da capofila rispetto ad ogni altra nazione europea e occidentale.

 Senonché, se è difficile comprendere il nostro paese per gli stranieri lo è anche per gli italiani. In primo luogo, bisognerebbe individuare il tratto saliente, quello che più caratterizza la nostra oligarchia liberaldemocratica rispetto alle altre del blocco occidentale, sia riguardo alla sua classe politica che rispetto al corpo elettorale.

Quanto alla prima, Giorgio Bocca eccelso fustigatore del costume nazionale, parlava della sua propensione agli ossimori che conciliano i contrari, citando allo scopo gli esempi del berlingueriano partito di lotta e di governo e quello delle convergenze parallele di Aldo Moro. Ma se questi possono essere considerate artifici retorici e astuzie verbali (o meno benevolmente paradossi privi di senso ad uso e consumo della politica politicante) c’è un’altra espressione, speculare e apparentemente altrettanto ossimorica, che esprime al meglio quel che tuttora costituisce l’essenza della nostra politica e della nostra società. Mi riferisco al radicalismo del moderatismo nostrano, da intendersi come estremizzazione di quella refrattarietà al cambiamento che è propria del moderatismo politico tout court. Si tratta di un fattore ormai strutturale, potenziale fonte di consenso per le forze politiche ma di non facile gestione, dove fondamentale diventa il supporto della grancassa mediatica.

Detto per inciso è del tutto naturale che nel rivolgersi ad un settore di opinione pubblica si adattino gli strumenti allo scopo, ma quel che qui vorrei evidenziare è la evoluzione involuzione di alcuni degli interventi che si rivolgono in quella direzione. Si tratta in buona sostanza di una debacle, un fallimento tanto più rimarchevole se si considera che il caso in questione non riguarda i fogliacci sguaiati e triviali della destra, ma buona parte dei sedicenti esperti che da tempo esprimono il peggio del loro punto di vista sulla prima pagina del prestigioso quotidiano milanese.

 Un punto di vista che intende proporsi come laico, disincantato e moderato e perciò, grazie all’obiettiva razionalizzazione di passato e presente, capace di formulare previsioni con sufficiente accuratezza. Non a caso alcuni degli editorialisti (paludati professori universitari) si sono spesso richiamati alla scuola dell’elitismo politico italiano (Mosca-Pareto-Michels) il cui tratto saliente è, come è noto, proprio l’approccio originale, realistico ed a-valutativo.

Tutto il contrario di quel che accade perché ad ogni previsione sbagliata i nostri rincarano la dose e quando la realtà non si conforma ai loro desiderata con uno sprezzo del ridicolo ai limiti del credibile incolpano il diavolo di turno (Putin, Trump o in corner i no-vax). Va comunque dato atto agli epigoni della gloriosa tradizione della rimarchevole capacità di continuare a superarsi in corso d’opera.

Tutt’altro che originali: riguardo alla guerra in Ucraina ricalcano pari pari quel che oltre Atlantico avvenne cent’ anni or sono (istituzione da parte del presidente Wilson della commissione Creel, volta a svolgere una massiccia opera di persuasione affinché l’opinione pubblica accettasse l’intervento nel primo conflitto mondiale). Con la fondamentale differenza che la propaganda di allora ebbe successo mentre quella odierna determina l’effetto opposto.

Tutt’altro che realistici: le congetture sopravanzano di gran lunga i fatti e al pari del giornalettismo di bassa lega, si cade nella frequente contraddizione per cui Putin un attimo è in procinto di arrivare a Kiev e dopo due secondi è già in ritirata.

Altro che a-valutativo! L’approccio è religioso ed ideologico, sol che si consideri la stanchevole ripetizione dei termini aggressore – aggredito, un mantra che viene proposto-opposto in ogni sede e contraddittorio rispetto al conflitto Russia-Ucraina. Una sorta di professione di fede democratica postuma e preventiva, ricorrente soprattutto nelle comparsate televisive.

 Ma poiché è oramai palese che l’opinione pubblica, per più o meno nobili motivi, si rinsaldi vieppiù nella convinzione che sia inutile e dannoso continuare a foraggiare un regime corrotto e criminale (oltre che perdente) come quello di Kiev, le sirenette guerrafondaie spiccano definitivamente il volo. Così, visto che le autocrazie stanno insidiando la civiltà occidentale con tutti i mezzi a loro disposizione, incluso una guerra ibrida che non porta rispetto neppure alle borse di Prada e di Louis Vitton, è ora che anche le democrazie ricorrano a rimedi estremi.

“Non ci si può arrendere all’opinione pubblica!” come ha detto qualcuno che siede nella stanza dei bottoni. In sostanza anche i nostri accademici hanno da tempo sposato il Verbo: nella lotta epocale contro le forze del male i cittadini vanno difesi da se stessi abolendo di fatto la democrazia.

L’epiteto “estremista” reca sempre con sé una più o meno marcata connotazione di distacco dalla realtà e dalla ragionevolezza. Se cercate i veri estremisti perciò frugate in via Solferino e zone limitrofe (dalle parti di “Stampubblica” tanto per intenderci). Estremisti su tutta la linea! Estremisti nel servilismo, nel paradosso e nel ridicolo. In parole povere Estremisti di centro.

Di fronte a cotanta irrazionalità rispetto allo scopo non resta che chiedersi quale sarà la prossima mossa. Chissà …magari la partecipazione ad una seduta spiritica in cui sarà evocato lo spirito di Churchill (con il ministro Crosetto a far da medium).

IL 7 OTTOBRE E L’ARROGANZA DEL PENSIERO “LIBERAL” OCCIDENTALE

 

di Vincenzo Brandi

Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.

Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.

Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:

“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.

Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.

Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).

Infatti, le conseguenze pratiche dell’azione del 7 ottobre sono state la discesa in campo, a sostegno della Resistenza, di Hezbollah, dalla parte del Libano, e del movimento Ansar Allah dello Yemen, con l’Iran a fare da sostegno sullo sfondo.

I successivi sviluppi sono stati il fallito attacco di Israele ed USA all’Iran, che ha fatto intervenire altre forze rivoluzionarie, come le milizie di mobilitazione popolare dell’Iraq, e hanno causato una crisi energetica e politica globale ancora in corso. Le monarchie arabe reazionarie, come Arabia Saudita o gli Emirati Uniti, pronte ad un’alleanza stabile con Israele, sono risultate fortemente indebolite per gli attacchi alle basi militari USA e agli impianti civili ed energetici.

La questione della liberazione della Palestina è stata prepotentemente rimessa in prima linea, offuscando la falsa prospettiva dei “due stati” tanto di moda tra i “progressisti” occidentali.ma ormai irrealizzabile e divenuta solo uno slogan ingannatore.

Indubbiamente vi è stato uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale, che ha sotto gli occhi il genocidio e tutti i crimini commessi da Israele. Ma ciò di per se’ serve a poco, almeno per ora, visto che tutti i paesi occidentali continuano a sostenere Israele al 100 per 100, con finanziamenti, fornitura di armi e munizioni, accordi economici e scientifici.

Forse è utile ricordare il precedente storico del 2003 quando milioni di persone scesero in piazza per opporsi alla guerra che si preparava contro l’Iraq. Il New York Times scrisse che due erano le potenze mondiali contrapposte: l’Imperialismo guerrafondaio e l’opinione pubblica pacifista. Ma era una bugia. La guerra andò avanti lo stesso fino alla distruzione dell’Iraq, basandosi sulle evidenti menzogne dei criminali George Bush e Tony Blair. Solo il Capo di Stato Maggiore Colin Powel, dopo aver mostrato all’assemblea generale dell’ONU la famosa provetta finta, recentemente si è detto pentito e ha confessato la verità.

Oggi gli USA lasciano l’Iraq dopo più di 20 anni sotto la pressione delle forze della Resistenza locali e dell’Asse della Resistenza dell’Asia Occidentale.

Anche la convinzione di molti “progressisti liberal” che la guerra del Vietnam degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sia finita per la forza del movimento pacifista è errata. Il ritiro degli USA avvenne quando il Governo statunitense si rese conto che la Resistenza dei Vietcong non sarebbe finita mai nonostante le perdite subite (due milioni di morti). Solo allora il Governo USA ritenne opportuno tenere in conto e collegarsi al pacifismo dilagante, non essendo più conveniente continuare la guerra.

La liberazione dell’Algeria è avvenuta con enormi sacrifici (un milione e mezzo di morti), ma anche contro l’opinione pubblica francese che fu in genere contraria all’indipendenza algerina.

Il riferimento all’Algeria ci permette di criticare un altro tipo di atteggiamento del pensiero “liberal” occidentale, quello secondo cui ogni buona rivoluzione e lotta di liberazione dovrebbe avvenire in modo corretto e rispettando certe regole (stabilite dal pensiero occidentale).

Ci può aiutare in questo il ricordo del bellissimo e coraggioso film di Gillo Pontecorvo: “La battaglia di Algeri” del 1966, che fece tanto infuriare i Francesi. Nel film non si nascondono e non si criticano gli atti di terrorismo delle donne algerine che andavano a mettere le bombe nei caffè frequentati dai Francesi.

In definitiva, la presa di coscienza di larga parte anche dell’opinione pubblica occidentale riguardo ai crimini del Sionismo è un fatto positivo, ma non di per sè determinante. Al primo posto c’è la Resistenza in ogni sua forma. Gli attivisti che si battono per l’indipendenza della Palestina devono partire da questo: collegarsi con la Resistenza ed implementare tutte le azioni che siano di sostegno alla Resistenza, come intervenire a favore dei prigionieri palestinesi, incrementare azioni di boicottaggio diretto ad Israele, opporsi alle leggi liberticide che cercano di salvare il Sionismo colonialista. Alla fine le azioni della Resistenza e la crisi globale indurranno molti governi e istituzioni internazionali a tenere conto dei cambiamenti nell’opinione pubblica e a scaricare Israele al proprio destino.

Roma, 23 ottobre 2026, Vincenzo Brandi

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