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Received — 25 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Musk definisce «pezzi di merda» quelli che sostengono la prosecuzione del conflitto in Ucraina

L’oligarca statunitense Elon Musk si è scagliato contro coloro che sostengono la prosecuzione del conflitto in Ucraina, definendoli la "feccia" della società.

«Sì, questo idiota è così fottutamente ottuso da non rendersi conto che le nostre politiche sono a favore del popolo ucraino. Pezzi di merda come lui vogliono che la guerra continui finché non sarà morto anche l'ultimo uomo in Ucraina, in un fosso», ha scritto su X, in risposta a un post del commentatore di Fox Josh Kraushaar, il quale sosteneva che «nessuna somma di denaro da parte di Musk può cambiare la realtà fondamentale dell'opinione pubblica statunitense».

«Sono la feccia assoluta della Terra», ha aggiunto l'imprenditore. Il commento dell’oligarca giungeva in risposta a un post dell'analista politico John Hawkins, che lo aveva difeso osservando come «l'intera idea che lui sia una sorta di mostro - semplicemente perché non vuole che decine di migliaia di persone muoiano senza motivo - sia una follia alimentata da soggetti in malafede».


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I “bambini farfalla” e le sanzioni USA: la sfida giudiziaria di Teheran

L’Iran ha ottenuto un risultato senza precedenti in una causa contro gli Stati Uniti legata alle conseguenze delle sanzioni occidentali sulla salute dei cittadini. Il tribunale per le relazioni internazionali di Teheran ha condannato il governo statunitense e alcuni suoi funzionari a versare 6,785 miliardi di dollari di risarcimento materiale, morale e punitivo alle famiglie dei pazienti affetti da epidermolisi bollosa, una rara e grave malattia genetica nota come “pelle di farfalla”.

Secondo Hamid Hashemi Golpayegani, direttore dell’organizzazione Casa EB che assiste i malati, si tratta del primo risultato finanziario ottenuto dalla Repubblica Islamica in una procedura di questo tipo contro Washington nei suoi 48 anni di storia. Al centro della vicenda ci sono le sanzioni reintrodotte dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018. Le restrizioni e l’interruzione dei rapporti commerciali da parte di diverse aziende straniere avrebbero compromesso l’approvvigionamento di medicinali, materiali sanitari e dispositivi indispensabili. Tra i prodotti diventati difficili da reperire figurao le medicazioni specializzate utilizzate per trattare le lesioni dei pazienti, realizzate dall’azienda svedese Mölnlycke, indicata dalla fonte come unico produttore mondiale di quel tipo di materiale. Nonostante le dichiarate esenzioni umanitarie per farmaci e forniture mediche, gli ostacoli finanziari e commerciali avrebbero avuto conseguenze drammatiche sui malati iraniani.

La sentenza riguarda 771 ricorrenti, ai quali le autorità iraniane hanno riconosciuto la priorità nell’assegnazione dei fondi. Teheran ha disposto che una parte delle risorse ricavate dalla vendita di un carico di petrolio statunitense confiscato nel 2023 venga destinata ai risarcimenti. Secondo quanto riferito da Fars, è già stato ordinato il trasferimento delle somme ai beneficiari. La vicenda riporta al centro una questione spesso marginalizzata nel dibattito sulle sanzioni internazionali: il loro impatto concreto sulla popolazione civile, anche quando i beni umanitari risultano formalmente esclusi dalle restrizioni. Per i pazienti affetti da malattie rare, l’impossibilità di accedere a medicazioni e trattamenti adeguati può aggravare condizioni già estremamente difficili. Il caso iraniano assume quindi anche un significato politico e giuridico: Teheran evidenzia come la sentenza sia un riconoscimento dei danni provocati dalle misure statunitensi e un precedente nella sua lunga controversia con Washington.

Il procedimento iraniano riporta sotto i riflettori il costo umano delle politiche illegali e coercitive imposte dagli Stati Uniti ai paesi che non si allineano ai diktat di Washington.


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Guerra di Corea, 76 anni dopo l’alleanza tra Pechino e Pyongyang guarda al futuro

Uno zaino, un piccone, ottanta munizioni, un fucile e una radio da campo. È quanto un soldato cinese portava con sé quando attraversò il fiume Yalu sotto le bombe, su un ponte di fortuna costruito per raggiungere la Corea del Nord. Il racconto di Zhou Youchun, veterano della guerra di Corea, restituisce il senso delle condizioni estreme in cui combatterono i Volontari del Popolo cinese tra il 1950 e il 1953. A 76 anni da quell’intervento, Cina e Corea del Nord hanno commemorato il sacrificio dei soldati che combatterono contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Le celebrazioni hanno riportato al centro una pagina fondativa delle relazioni tra Pechino e Pyongyang, ricordata dalle autorità dei due Paesi come il momento in cui un’amicizia si consolidò sul campo di battaglia. La visita del leader nordcoreano Kim Jong-un a Dandong, nella provincia cinese del Liaoning, ha conferito alle commemorazioni un significato anche politico. Accompagnato da Wang Huning, alto dirigente del Partito Comunista Cinese, Kim ha reso omaggio ai caduti nel memoriale dedicato alla guerra.

La partecipazione dei vertici dei due Paesi sottolinea la volontà di mantenere vivo un rapporto che entrambe le parti considerano strategico. La memoria del conflitto richiama anche una disparità materiale impressionante. Nel 1950, mentre gli Stati Uniti producevano 87,72 milioni di tonnellate di acciaio, la produzione cinese si fermava a 606.000 tonnellate. Eppure, come evidenziano le autorità cinesi, i Volontari del Popolo riuscirono, combattendo al fianco dell’esercito e della popolazione nordcoreana, a contrastare le offensive avversarie. Oltre 190.000 soldati cinesi persero la vita. Per Pechino, quella guerra dimostrò che la superiorità industriale e militare non garantisce automaticamente la vittoria. Una lezione che la leadership cinese continua a collegare alla difesa della sovranità nazionale, all’autosufficienza e alla capacità di affrontare pressioni esterne.

Ma il rapporto tra Cina e Corea del Nord non guarda soltanto al passato. Il 15 ottobre è stato aperto al traffico il nuovo ponte sullo Yalu, destinato a collegare Dandong con Sinuiju, in Corea del Nord. L’infrastruttura rappresenta un’opportunità per ampliare gli scambi commerciali, ridurre i costi logistici e favorire la cooperazione industriale nelle regioni di confine. Durante i colloqui con Kim, Wang Huning ha indicato nell’apertura del ponte un’occasione per intensificare i contatti tra le popolazioni e rafforzare la collaborazione economica. Un obiettivo che si accompagna alla volontà dichiarata di coordinarsi sulle questioni strategiche e di tutelare la sicurezza e lo sviluppo dei rispettivi Paesi.

Il ponte sullo Yalu assume così un valore che va oltre la sua funzione infrastrutturale. I passaggi costruiti durante la guerra permisero ai soldati cinesi di raggiungere il fronte; quello inaugurato oggi punta a facilitare commerci e relazioni in tempo di pace. Tra memoria dei caduti e nuove connessioni economiche, Pechino e Pyongyang riaffermano la continuità di un rapporto che intendono preservare in un contesto regionale complesso.

Tim Anderson: "Il governo rivoluzionario yemenita è intervenuto in aiuto dei fratelli arabi e musulmani, nonostante le difficoltà"


di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

"La gente non eleggerà un bugiardo": l'affondo di Lula contro Flávio Bolsonaro

Il presidente brasiliano e candidato Luiz Inácio Lula da Silva ha definito il suo avversario, Flávio Bolsonaro, un "bugiardo" durante la giornata elettorale del 25 ottobre, dichiarando di non aver mai assistito a una mobilitazione popolare come quella vista nel corso della campagna per il ballottaggio delle elezioni del 2026.

All'età di 80 anni e con cinque decenni di impegno nella vita politica, Lula ha parlato con sostenitori e giornalisti prima di recarsi a votare a San Paolo. Il presidente ha osservato che, pur avendo seguito ogni campagna presidenziale dal 1989, non aveva mai ricevuto tante manifestazioni di affetto da parte degli elettori come in questa occasione.

Il leader progressista si è detto commosso dalle manifestazioni di sostegno e ha affermato di recarsi alle urne con un sentimento di gratitudine verso il popolo brasiliano. "Ciò che hanno fatto per me in questi ultimi giorni è qualcosa per cui non potrò mai ringraziarli abbastanza. C'è così tanta generosità, così tanto affetto, così tanto amore. Ne sarò eternamente grato", ha dichiarato.

Lula ha poi criticato Bolsonaro, accusandolo di essere incapace di dire la verità. "Affrontiamo questa elezione contro un individuo che si chiama 'Menzogna'. È incapace di dire la verità", ha asserito, per poi concludere che, a suo avviso, i brasiliani non sceglieranno qualcuno che mente per l'intera durata della campagna elettorale: "Ecco perché credo che il popolo non eleggerà un bugiardo".

L'Ecuador nel buio del lawfare: l'arresto di Luisa González


di Geraldina Colotti

 

 Nelle prime ore di giovedì ventidue ottobre, un imponente blitz condotto dalle forze di sicurezza e dalla Procura Generale dell'Ecuador ha portato all'arresto di Luisa González, ex candidata presidenziale e figura apicale del movimento progressista Revolución Ciudadana. L'operazione è scattata a Canuto, nel cantone di Chone all'interno della provincia di Manabí, dove si trova la residenza della dirigente. Dopo il blitz, González è stata trasferita presso il Cuartel Modelo di Guayaquil e contro di lei è stata applicata “la misura formale della custodia cautelare in carcere”.

Tra le fila dell'opposizione e nei circoli dei diritti umani si teme apertamente un nuovo caso Jorge Glas, l'ex vicepresidente sequestrato nel duemilaventiquattro dalle forze speciali ecuadoriane con un'incursione armata dentro l'ambasciata del Messico a Quito, in palese violazione del diritto internazionale, e sottoposto a una severa carcerazione che ne ha gravemente compromesso la salute. Il pretesto giudiziario sul quale si fonda l'intera impalcatura risponde al nome di Caso Laberinto, un'inchiesta guidata dalla Procuratrice Generale Diana Salazar che ipotizza il reato di riciclaggio di proventi illeciti in relazione a presunte irregolarità contabili nel finanziamento della campagna presidenziale del duemilaventitre. Mentre l'accusa agita l'ombra di ipotetici fondi non dichiarati provenienti dall'estero, Revolución Ciudadana ha denunciato la natura pretestuosa del procedimento.

Dal movimento sottolineano come la Procura abbia costruito a tappe forzate una causa penale a partire da discrepanze amministrative già sottoposte a verifica e formalmente approvate dal Consiglio Nazionale Elettorale, trasformando un semplice rilievo contabile in un reato ad alta sicurezza per giustificare la carcerazione preventiva.

L'arresto della principale figura dell'opposizione non avviene in un vuoto politico, ma si colloca nel momento di massima vulnerabilità per il governo guidato dall'imprenditore bananeiro Daniel Noboa. L'Ecuador sta infatti attraversando una crisi multidimensionale e un disastro economico senza precedenti nella sua storia recente. Il prodotto interno lordo registra una contrazione imponente, l'inflazione sui beni di prima necessità ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie e la povertà ha superato la soglia del trentacinque per cento a livello nazionale, toccando punte drammatiche nelle aree rurali. A questo quadro si somma il totale collasso energetico, con un regime di razionamenti elettrici che raggiunge fino a dodici ore di blackout quotidiani, fermando le catene produttive, bloccando le piccole imprese e stremando la popolazione.

Dall'altro lato si registra il netto fallimento della strategia di sicurezza basata sullo Stato d'Eccezione: la promessa militarizzazione delle strade e dei quartieri popolari nota come Plan Fénix non ha intaccato il controllo delle rotte del narcotraffico nei porti strategici del paese, come Guayaquil, trasformando l'Ecuador da secondo paese più sicuro sotto i governi Correa, in uno dei territori con il più alto tasso di omicidi dell'intera regione, pari a oltre quaranta morti violente ogni centomila abitanti.

La risposta dell'esecutivo al malcontento popolare si è tradotta in una repressione sistematica, con centinaia di arresti arbitrari durante le proteste di piazza, la militarizzazione dei territori indigeni e la criminalizzazione dei leader sindacali e comunitari. Di fronte al crollo del consenso e all'incapacità gestionale, il governo ha scelto la via della distrazione di massa e del terrore giudiziario, cercando di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla paralisi del paese verso la criminalizzazione della sinistra.

L'incriminazione di Luisa González si inserisce nel canone classico della Guerra Giudiziaria, il cosiddetto lawfare applicato alle forze progressiste dell'America Latina. La priorità delle élite neoliberali e dell'oligarchia agro-esportatrice è disarticolare l'ingegneria organizzativa di Revolución Ciudadana attraverso la proscrizione di fatto, togliendo di mezzo le leadership storiche e minacciando la cancellazione della personalità giuridica del partito.

L'uso dell'apparato penale come manganello politico segue una precisa continuità che ha già visto azioni eclatanti come il caso Glas e l'incriminazione del sindaco di Guayaquil Aquiles Álvarez. Col pretesto del contrasto alla criminalità o della tutela della sicurezza nazionale, l'esecutivo ricorre alla controrivoluzione preventiva: il dissenso sociale non viene più trattato come una dialettica democratica ma come una minaccia d'ordine pubblico da neutralizzare con l'esercito e la Magistratura.

Sullo sfondo di questa stretta repressiva si colloca una scadenza politica decisiva: le elezioni locali e amministrative fissate per il ventinove novembre duemilaventisei. Questo voto per il rinnovo di centinaia di sindaci e governatori provinciali include l'elezione dei membri del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale, l'organo costituzionale deputato alla nomina delle alte cariche dello Stato, tra cui la Procura Generale e i giudici elettorali. Per il governo Noboa disarmare la principale forza d'opposizione nei territori chiave è diventato un imperativo tattico.

Il campo progressista ha ripetutamente denunciato la preparazione di macroscopiche frodi elettorali orchestrate dagli organi di controllo sottomessi all'esecutivo, sottolineando come Daniel Noboa sia consapevole di non poter vincere consultazioni pulite di fronte al rifiuto della maggioranza dei cittadini e stia per questo spianando la strada alla manipolazione delle urne. Prima ancora del blitz di ottobre, le istituzioni elettorali avevano già disposto la sospensione formale del partito e rigettato i ricorsi legali dell'opposizione per iscrivere la candidatura di González alla Prefettura di Manabí. Il calendario elettorale prevedeva l'avvio ufficiale della campagna proprio a metà novembre; l'incursione della Procura ha così ridefinito l'intero quadro. Mentre in Manabí l'assenza di una candidatura diretta rischia di spiazzare la base contadina della costa, in roccaforti come Pichincha e Guayas il movimento cerca di trasformare il voto in un plebiscito di protesta contro i blackout, il carovita e la violenza statale.

La rilevanza del caso supera ampiamente i confini nazionali ed entra direttamente nella dinamica geopolitica continentale e globale, mostrando l'importanza strategica dell'Ecuador come snodo fondamentale dell'accesso sudamericano al Bacino del Pacifico e perno del controllo delle rotte marittime globali. Il governo di Daniel Noboa ha impresso una svolta strategica allineando pienamente il paese alle direttive di Washington attraverso l'adesione al cosiddetto Scudo delle Americhe, la piattaforma di cooperazione militare e di intelligence promossa dagli Stati Uniti per garantire il controllo dell'emisfero e arginare la presenza economica e infrastrutturale della Cina nella costa pacifica dell'America del Sud.

Questa totale subordinazione trova il suo perno nella riapertura delle trattative logistiche, come presso la base aerea di Taura, per consentire il ritorno delle truppe e delle installazioni militari statunitensi sul territorio ecuadoriano, aggirando di fatto i vincoli della Costituzione del duemilaotto che avevano chiuso la storica base di Manta. A dimostrazione della completa sottomissione dell'esecutivo di Quito alle strategie di destabilizzazione e ingerenza promosse dagli apparati nordamericani nella regione, il campo progressista ha inoltre denunciato la diretta complicità del regime di Noboa nel concedere l'uso e la sorveglianza dello spazio aereo ecuadoriano alle operazioni intese a facilitare il sequestro e il blocco delle rotte del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, avvenuto il 3 gennaio.

In questo contesto di riallineamento geopolitico, le reazioni all'arresto di Luisa González sono state immediate: la presidente del movimento Gabriela Rivadeneira e l'ex presidente Rafael Correa hanno denunciato la consacrazione di una vera e propria dittatura sostenuta dalla rottura dello Stato di diritto, e hanno lanciato un appello all'unità delle forze popolari. A livello internazionale si registra la ferma condanna dei movimenti della sinistra latinoamericana ed europea, che sollecitano l'intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani per la concessione di misure cautelari urgenti, mentre Washington e i suoi alleati mantengono un silenzio complice sulla violazione delle garanzie democratiche a Quito.

Si aprono ora diversi scenari immediati per il futuro del paese. L'arresto potrebbe agire da catalizzatore unificante per la rabbia sociale, favorendo la convergenza tra la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador, i sindacati, gli studenti e il correismo fino allo sbocco in un nuovo sciopero nazionale. Qualora invece la pressione di piazza non dovesse rivelarsi sufficiente, l'esecutivo punterà a consolidare un modello autoritario elettorale che mantenga congelati i diritti dell'opposizione e apra la strada alle elezioni generali del duemilanoventinove in un clima di completa paralisi politica per il campo popolare. Un'ulteriore variabile sarà rappresentata dall'impatto delle sanzioni e dei pronunciamenti degli organismi internazionali, il cui peso potrebbe accentuare le spaccature interne alle stesse élite economiche spaventate dalla totale instabilità di un paese immerso nel buio, nel tracollo economico e nella repressione.

Dalle radici intrecciate di sionismo e nazismo alle elezioni in Israele, con Francesco Lazzeri

Francesco Lazzeri è l’autore di un corposo e rigoroso saggio dal titolo “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia. Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze”. (Edizioni sensibili alle foglie 2026). Francesco Lazzeri è pedagogista, è stato da sempre militante a sostegno per la causa di autodeterminazione del popolo palestinese, ha visitato i campi profughi in Libano e già nella sua tesi di laurea aveva approfondito il sistema scolastico e formativo e la questione palestinese.

L’Antidiplomatico, nella rubrica “preferivo scrivere”, lo intervista proprio per rintracciare le perniciose cause e arrivare fino alle nefaste e attuali conseguenze di quell’intreccio di ideologia, interessi economici, crimini e volontà distruttrice. Infatti le radici del primo genocidio in diretta mondiale sui social le troviamo molto prima non solo della tv, ma perfino della radio.

Abbiamo chiesto all’autore del testo di sintetizzare in tre date emblematiche – precedenti alla Nakba del 1948 e tre date successive a questa data- come si sono sovrapposte, confluite e fuse secondo lui le ideologie sionista e quella nazista. Conoscere la storia e come viene manipolata da chi domina la narrazione del passato è fondamentale per capire il presente e incidere su di esso.

Intanto il Parlamento italiano ha approvato l’ennesima legge elettorale che ci sottrae completamente le sedi che apparterrebbero alla cittadinanza, al popolo sovrano. Al contempo sta per approvare, molto probabilmente a novembre, la cosiddetta Proposta di legge contro l’antisemitismo. Possiamo trovare un rapporto tra le due cose?

Il 27 ottobre ci saranno le tesissime e attesissime elezioni in Israele. Netanyahu guida il partito Likud dal 1993, è salito al potere già nel 1996, ed è il primo ministro più longevo della storia del paese…ma come spiegato nel dialogo con Lazzeri, Netanyahu è solo il culmine ultimo e più violento di un’ideologia nata nei primi anni del Novecento.

E ancora: possiamo pensare, come ipotizza lo storico israeliano Ilan Pappé nel suo ultimo saggio “La fine di Israele” (Fazi 2025) che ormai il processo di smantellamento di questa entità colonialista sia iniziato? Le ipotesi non servono ad indovinare ma a ragionare insieme e a mettere in moto idee ed energie.

Manifestazione Roma, "Fuori l'Italia dalla guerra" sfida il Governo con un corteo pacifico

Roma 24 ottobre, il corteo di Fuori l'Italia dalla Guerra sfida i toni allarmistici del Governo e sfila lungo via Cavour in questo autunno di proteste caldissime in tutta Europa. La più importante e gridata delle rivendicazioni è quella di interrompere ogni complicità nelle guerre di aggressione alla Russia, all'Iran e nel genocidio palestinese. I cittadini chiedono che il denaro pubblico venga investito nella scuola, sanità, servizi e territorio, e non bruciato nella rovina e nella distruzione. 

Bandiere di Cuba, Iran, Palestina, Yemen, hanno sventolato con quelle italiane in un contesto internazionalista e antimperialista senza che fossero appannaggio dei movimenti di destra; per chi ha dimenticato che anche il nostro paese è chiamato alla propria resistenza alle guerre imposte dalla Nato e dal sionismo. Dunque non si accetta piu nessun pretesto per accusare chi scende in piazza per l'indipendenza dei popoli da guerre e colonialismo di non occuparsi dell'Italia.
La manifestazione è stata priva di tensioni, registrando un numero di circa diecimila partecipanti, "arrabbiati ma pacifici, determinati ma non aggressivi" si legge nel comunicato post mobilitazione dell'organizzazione. "Un grande fiume umano che ha raccolto tutti gli spezzoni della società che non ne possono più del sistema capitalistico predatorio, del Governo Meloni e di questa falsa opposizione parlamentare". 

Tra gli aderenti Agorà per l'Italia, Democrazia Sovrana Popolare, Partito Comunista Italiano, Multipopolare (Ottolina TV), Coordinamento Nazionale No Nato e molti altri. 

In ginocchio da Putin: dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo

 

di Alessandro Bartoloni

 

La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.

È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.

Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.

Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.

La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?

Il presidente ceco Petr Pavel avrebbe sollevato la possibilità di nominare un negoziatore europeo incaricato di trattare con Mosca. Tra i possibili candidati sarebbe emerso il nome del presidente finlandese Alexander Stubb, sebbene non risulti ancora definita alcuna nomina.

Il solo fatto che questa ipotesi venga presa in considerazione è già indicativo della crisi politica europea.

L’Unione dispone infatti di un apparato istituzionale e diplomatico imponente. Ha una presidente della Commissione, un presidente del Consiglio europeo, un Alto rappresentante per gli Affari esteri e un servizio diplomatico destinato a coordinare la propria azione internazionale. Eppure, quando si tratta di affrontare il dossier più importante per la sicurezza del continente, tutto questo apparato sembra non bastare.

Il motivo è semplice: avere istituzioni non significa avere una strategia, così come disporre di una diplomazia non significa essere in grado di negoziare.

Ursula von der Leyen è diventata uno dei simboli della linea dello scontro con Mosca: sanzioni, sostegno militare a Kiev e isolamento della Russia. Una linea che può raccogliere consenso in determinati ambienti politici europei, ma che rende estremamente difficile presentarsi al Cremlino come un’interlocutrice credibile e disposta a esplorare un compromesso.

Lo stesso problema riguarda Alexander Stubb, che si è distinto per il suo sostegno all’Ucraina e per le sue dure critiche alla Russia. Posizioni che possono rafforzarne il profilo presso una parte della classe dirigente europea, ma che non costituiscono necessariamente un vantaggio quando si tratta di sedersi al tavolo con la controparte.

Bruxelles rischia così di confondere ancora una volta la fedeltà alla propria linea politica con la capacità di ottenere risultati.

Il problema, infatti, non è trovare un politico abbastanza importante da rappresentare l’Unione. È trovare qualcuno che possa parlare a nome dell’Europa senza essere considerato da Mosca il semplice portavoce di una politica di ostilità.

E qui emerge tutta la contraddizione di una classe dirigente che ha investito enormi risorse politiche nel confronto con la Russia, salvo poi scoprire che per negoziare con un avversario non basta condannarlo, sanzionarlo o dichiarare che prima o poi sarà costretto a cedere.

Il fallimento della strategia europea emerge con particolare evidenza se si guarda a Washington.

Secondo la ricostruzione citata, Vladimir Putin avrebbe incontrato a lungo a San Pietroburgo l’inviato statunitense Steve Witkoff, dopo consultazioni a Oslo che avevano coinvolto rappresentanti ucraini ed europei.

Al di là delle possibilità concrete di raggiungere un accordo, la sequenza è politicamente eloquente: gli Stati Uniti continuano a mantenere un canale diretto con Mosca, mentre l’Unione europea fatica a conquistarsi un ruolo autonomo nel processo negoziale.

In altre parole, Washington tratta con il Cremlino mentre Bruxelles rischia di restare a guardare.

Il paradosso è evidente. L’Europa è direttamente esposta alle conseguenze della guerra: dalla sicurezza continentale ai rapporti energetici, dalle sanzioni economiche agli impegni militari e finanziari a sostegno dell’Ucraina. Eppure, proprio quando si discute del possibile assetto futuro del continente, rischia di essere relegata a un ruolo marginale.

Chi negozia ha la possibilità di avanzare proposte, sondare la disponibilità al compromesso, modificare le priorità e influenzare le condizioni di un accordo. Chi resta fuori deve invece limitarsi a reagire alle decisioni altrui, cercando di correggere a posteriori gli equilibri che altri hanno contribuito a definire.

È questo il prezzo dell'irrilevanza diplomatica: non essere necessariamente privi di potere, ma non riuscire a trasformarlo in influenza politica.

I dirigenti europei possono ripetere quanto vogliono che nessun accordo sulla sicurezza del continente dovrebbe essere concluso senza il coinvolgimento dell’Europa. Ma le dichiarazioni solenni non bastano. Per sedersi al tavolo bisogna essere considerati interlocutori necessari, capaci di offrire qualcosa, modificare le proprie posizioni e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Non basta rivendicare un posto al tavolo. Bisogna avere qualcosa da negoziare e la capacità di farlo.

La contraddizione più grave riguarda la politica delle sanzioni.

Von der Leyen ha ribadito la propria opposizione alla revoca delle restrizioni sull’energia russa prima della fine del conflitto, continuando a promuovere una maggiore integrazione del sistema energetico europeo.

La linea è chiara: mantenere la pressione economica su Mosca e proseguire nel percorso di distacco energetico dalla Russia. Ma se l’obiettivo è anche quello di ottenere un accordo, sorge una domanda inevitabile: quale margine di trattativa intende lasciare Bruxelles?

Le sanzioni non sono soltanto una dichiarazione politica. Possono essere uno strumento negoziale, perché la loro modifica o revoca rappresenta una possibile contropartita da offrire in cambio di concessioni. Se, invece, la loro rimozione viene esclusa preventivamente da qualsiasi discussione seria, l’Unione finisce per privarsi volontariamente di una delle poche leve economiche che potrebbe utilizzare al tavolo delle trattative.

In sostanza, Bruxelles pretende di negoziare senza mettere in discussione nessuno dei pilastri della propria strategia.

Ma questa non è diplomazia: è la pretesa di ottenere risultati senza accettare il rischio di un compromesso.

Le difficoltà non riguardano soltanto le sanzioni. Secondo la ricostruzione citata, il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov avrebbe espresso scarso entusiasmo per le proposte trasmesse a Mosca dopo le consultazioni di Oslo.

E anche qualora riprendessero i colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, non vi sarebbe alcuna garanzia di un accordo.

Per questo la nomina di un inviato europeo, da sola, servirebbe a ben poco. Se Bruxelles non chiarirà quali obiettivi sia disposta a perseguire, quali compromessi possa prendere in considerazione e quali risultati sia realisticamente in grado di sostenere, il nuovo rappresentante rischierà di essere soltanto un altro funzionario incaricato di ripetere formule già respinte.

C'è un altro aspetto che la classe dirigente europea sembra fare fatica ad accettare: la diplomazia non si svolge nel vuoto, ma dentro rapporti di forza concreti.

Mosca è in una posizione militare favorevole e, secondo la ricostruzione citata, non sembra disposta ad accettare proposte che lascino irrisolte le sue principali richieste.

Washington, dal canto suo, sembra interessata a individuare una soluzione diplomatica, pur continuando a perseguire obiettivi che non coincidono necessariamente con quelli russi.

L’Europa si trova invece davanti a un problema che ha contribuito a creare: come conciliare il sostegno agli obiettivi dichiarati di Kiev con la possibilità che l’esito finale della guerra sia diverso da quello auspicato dai governi europei?

Per anni, una parte della leadership dell’Unione ha presentato il confronto con Mosca attraverso una narrazione nella quale la pressione economica, il sostegno militare all’Ucraina e l’isolamento internazionale avrebbero dovuto condurre a un risultato politico favorevole all’Occidente. Oggi, la difficoltà di ritagliarsi un ruolo autonomo nei negoziati mostra quanto sia pericoloso scambiare le proprie aspettative per una descrizione realistica dei rapporti di forza.

L’Europa non è priva di strumenti. Il suo peso economico rimane considerevole; le sanzioni, l’assistenza finanziaria e le future garanzie di sicurezza possono incidere sull’esito di una trattativa.

Ma queste risorse devono essere trasformate in una strategia. E una strategia richiede la capacità di distinguere gli obiettivi desiderabili da quelli concretamente raggiungibili, di valutare i costi delle proprie decisioni e di modificare la propria linea quando i risultati smentiscono le previsioni iniziali.

È proprio questa capacità che oggi sembra mancare.

Ma la realtà non si piega ai comunicati di Bruxelles.

La questione decisiva è quindi un’altra: il nuovo rappresentante avrà il mandato di esplorare compromessi reali oppure sarà incaricato soltanto di ribadire le posizioni di Bruxelles, anche quando queste non trovano alcuna disponibilità dall’altra parte?

Nel primo caso, la nomina potrebbe rappresentare un passo verso il recupero di una capacità diplomatica autonoma. Nel secondo, rischierebbe di essere l’ennesima operazione di facciata, utile soprattutto a salvare le apparenze di fronte all’emarginazione europea.

Ma la diplomazia non funziona così. Per negoziare bisogna essere disposti ad ascoltare, riconoscere i rapporti di forza, formulare proposte credibili e accettare che un accordo non coincida necessariamente con la realizzazione integrale dei propri obiettivi.

La vera domanda, dunque, non è chi l’Europa manderà da Putin. La vera domanda è se i dirigenti europei saranno finalmente disposti a cambiare politica, oppure se intendono continuare a proclamare la propria fermezza e ipocrisia contro gli interessi dei propri popoli mentre altri decidono il futuro del continente.

 

UnionPay e la "Via della Seta digitale": come la Cina sta rivoluzionando i pagamenti globali

 

Di Ge Mengchao, Quotidiano del Popolo

 

Quando la turista indonesiana Nur è arrivata all'aeroporto internazionale di Shanghai-Pudong insieme alla figlia, ha dato inizio alla vacanza dei suoi sogni tanto attesa: esplorare i luoghi di interesse culturale e naturalistico della Cina.

“Abbiamo in programma di prendere un treno ad alta velocità verso il monte Huangshan, nella provincia dell'Anhui, per poi visitare Jingdezhen e il monte Sanqing, nella provincia dello Jiangxi. Vogliamo esplorare il più possibile e scoprire in prima persona le bellezze della Cina”, ha raccontato Nur con entusiasmo. “Per questo viaggio, ho intenzione di pagare tutto tramite GoPay; una cosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata impossibile”.

GoPay, uno dei principali portafogli digitali in Indonesia, è ora perfettamente integrato nell'ecosistema dei pagamenti cinese, in seguito al lancio, avvenuto all'inizio di quest'anno, dell'interoperabilità transfrontaliera tramite codici QR tra i due Paesi.

"Gli utenti cinesi possono scansionare codici QR per effettuare pagamenti presso gli esercenti in Indonesia utilizzando app come UnionPay; viceversa, gli utenti indonesiani possono scansionare e pagare tramite portafogli digitali come GoPay presso i punti vendita in Cina che accettano UnionPay e Alipay", ha dichiarato un dirigente del colosso cinese dei pagamenti UnionPay.

Nel corso degli anni, UnionPay si è evoluta da circuito nazionale di carte di pagamento a fornitore globale di infrastrutture per i pagamenti, collegando sistemi di pagamento bilaterali e multilaterali per favorire, su scala mondiale, l'accettazione dei pagamenti presso gli esercenti, l'emissione di carte e i pagamenti tramite dispositivi mobili.

Oggi, le funzionalità di pagamento digitale di UnionPay si estendono su più continenti. I viaggiatori possono effettuare pagamenti tramite la scansione di codici QR per acquisti nei negozi o al ristorante in Thailandia, Malesia e in altri mercati del Sud-est asiatico. In Medio Oriente, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, i visitatori possono saldare conti negli aeroporti e nei centri commerciali senza la necessità di ricorrere al contante. In Africa, e in particolare in Sudafrica, le carte UnionPay sono ampiamente accettate per prenotazioni alberghiere, trasporti e spese quotidiane.

A livello globale, UnionPay è attualmente accettata in 183 Paesi e regioni, con oltre 100 milioni di esercenti convenzionati al di fuori della Cina continentale e una rete che collega circa 2.600 istituzioni aderenti. Le carte UnionPay sono state emesse in 86 Paesi e regioni al di fuori della Cina continentale e, grazie a partnership con istituzioni estere, l'azienda ha lanciato oltre 200 portafogli digitali basati sui propri standard.

Inoltre, attraverso accordi di interoperabilità basati sui codici QR con Paesi quali Indonesia, Corea del Sud, Sri Lanka, Argentina e Turchia, UnionPay ha consentito a oltre 46 milioni di esercenti all'estero di accettare pagamenti tramite dispositivo mobile da parte degli utenti del suo circuito globale.

UnionPay svolge un ruolo attivo nella trasformazione del settore dei pagamenti a livello globale. Negli ultimi anni, attraverso un modello di "connessione a punto unico", ha stabilito l'interoperabilità con le reti di pagamento tramite codice QR in numerosi Paesi e regioni. Ha inoltre fornito a nazioni come il Laos e la Thailandia sistemi di instradamento e compensazione dei pagamenti, nonché standard tecnici, partecipando allo sviluppo di standard nazionali per i pagamenti tramite codice QR a Singapore e in Thailandia. Tali iniziative segnano un'evoluzione: non si tratta più soltanto di espandere la propria rete, ma di contribuire a definire le regole del settore.

"Si prenda ad esempio l'Asia meridionale. Il settore dei pagamenti locale è ancora in una fase iniziale di sviluppo e molte istituzioni dispongono di capacità tecniche limitate. I fornitori di servizi esterni applicano commissioni elevate e richiedono cicli di sviluppo prolungati", ha affermato un dirigente di UnionPay.

"La nostra piattaforma di emissione di carte basata su cloud, che mantiene bassi i costi di aggiornamento dei sistemi, ci ha permesso di coinvolgere tre istituzioni locali nell'emissione di carte UnionPay. Adattare le soluzioni alle circostanze specifiche e alle criticità delle realtà locali è un principio fondamentale per una collaborazione di successo", ha aggiunto il dirigente.

Condividendo la propria tecnologia e i propri standard, UnionPay ha contribuito a ridurre i costi dei pagamenti in alcuni Paesi partner dell'iniziativa "Belt and Road", consentendo loro di beneficiare dei vantaggi dei pagamenti digitali.

I servizi di UnionPay non solo supportano i consumatori e le imprese cinesi nel loro percorso di internazionalizzazione, ma sono diventati parte della vita quotidiana in molti Paesi e regioni. Negli Emirati Arabi Uniti, in Kenya, in Mongolia, a Singapore, in Kazakistan e in Bangladesh, le carte UnionPay vengono utilizzate dai residenti locali, ad esempio per l'accredito dello stipendio o come tessere per studenti. In Bangladesh, nello specifico, UnionPay ha emesso milioni di carte grazie a partnership consolidate con istituzioni finanziarie locali, affermandosi come uno dei circuiti di pagamento internazionali con la più ampia base di titolari di carta nel Paese.

UnionPay è diventato uno dei marchi di servizi cinesi più riconosciuti all'estero. Nielsen, società di ricerche di mercato e analisi dei dati, prevede che entro il 2030 UnionPay si collocherà al primo posto a livello globale per numero di carte in circolazione.

Grazie alla sua rete globale in costante espansione, UnionPay rende i pagamenti transfrontalieri sempre più agevoli. “Di pari passo con la continua espansione dell'apertura di alto livello della Cina, UnionPay connette il mondo attraverso i servizi di pagamento, creando legami finanziari tra la Cina e altri Paesi che agevolano il flusso di capitali e favoriscono relazioni più strette tra i popoli”, ha dichiarato un dirigente di UnionPay.

 

UnionPay International e Armenian Card siglano un accordo per la cooperazione sull'accettazione online. (3 settembre 2026 – Foto fornita da UnionPay International)

UnionPay International e la National Payment Corporation del Kazakistan raggiungono un accordo sull'interoperabilità dei codici QR. (18 giugno 2026 - Foto fornita da UnionPay International)

In un supermercato nell'Indonesia Morowali Industrial Park (IMIP), una cassa mostra l'interfaccia di accettazione di QRIS, il sistema nazionale unificato di pagamento tramite QR code dell'Indonesia. I clienti possono scansionare i codici QR per effettuare pagamenti utilizzando le piattaforme cinesi Alipay e UnionPay. (Foto: Fan Jiageng)

L'ultima allucinazione dei nostri NUPU

 

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la peste a Irkutsk, dopo l’ecatombe dei bot russi per l’incendio dei data center della Yandex, l’ultima allucinazione dei nostri NUPU (Non-Ucraini Pro-Ucraina) è senza dubbio Oleshky: e uso il termine allucinazione non a caso perché ormai, nelle cronache del conflitto, si sono abbandonate l’incompetenza dimostrata parecchie volte, o la propaganda dimostrata ancora più spesso, per entrare nell’ambito del delirio puro e semplice.

Ora, intendiamoci: Oleshky è una città di prima linea, sebbene stia dietro a un fiume e nelle sue strade non si combatta, e la vita nelle città di prima linea è molto grama. I rifornimenti ai civili sono difficili e spesso non sono nemmeno la priorità delle autorità militari, sempre ammesso che siano possibili. Droni, mine e cannonate sono la norma. Quello però è territorio occupato dai russi, e il rasoio di Occam dovrebbe dirci che se viene colpito dai droni e se i rifornimenti non possono arrivare perché le strade sono minate, quei droni e quelle mine sono con tutta probabilità ucraini e non russi. Ma nel discorso che abbiamo costruito sul conflitto non è possibile che gli ucraini attacchino i civili: sono cose che fanno i russi, e solo loro. Come uscire da questo cortocircuito?

Come nelle partite bloccate ci vuole il colpo d’ala del campione, ed eccolo puntuale: “safari umani” di droni “a caccia di donne e bambini” perché “i russi vogliono rendere impossibile la presenza di ucraini nelle terre annesse”. Perfetto.

C’è solo un problema assolutamente marginale, ovvero che, per la Russia, quelli non sono "ucraini" ma russi, perché quei territori, sempre per la Russia, sono parte della Federazione Russa tale e quale a Irkutsk e alle sue pestilenze. E non si capisce in base a quale criterio la Russia dovrebbe ammazzare i propri cittadini, e farlo per di più in modo così barocco, in pieno giorno, a colpi di drone o facendoli morire di fame, invece di liquidarli discretamente di notte senza farsene accorgere, e perché poi dovrebbe farlo solo a Oleshky e non altrove, eccetera. Ma siamo appunto nell’ambito del delirio, non più dell’incompetenza o della propaganda, e in questi ambiti tutto è permesso, incluso lo sciopero della fame di quegli altri mentecatti del Twitter.

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi (di Alessandro Volpi)

 
di Alessandro Volpi


Per usare una parafrasi.

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi.

Il crollo progressivo e la traiettoria calante delle Borse cinesi mostrano come la finanza globale sia mossa da precise scelte di allocazione dei capitali.

Dietro le forti flessioni registrate sugli indici di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong non vi è semplicemente un rallentamento della seconda economia mondiale, ma l’azione coordinata e chirurgica dei grandi colossi del risparmio gestito globale e dei fondi speculativi.

BlackRock, Vanguard e Fidelity, che da soli governano circa 40 mila miliardi di dollari e orientano le scelte di milioni di risparmiatori, hanno progressivamente ridotto il proprio peso sui listini orientali.

Attraverso il riallineamento periodico dei portafogli e la revisione degli indici benchmark internazionali, questi giganti della gestione hanno innescato un deflusso costante e programmato di liquidità.

In un sistema di scambi in cui l'effetto emulazione domina, il semplice cambio di raccomandazione da parte dei gestori statunitensi ed europei basta a spaventare il mercato e a svuotare di risorse importanti settori azionari.

A questo disinvestimento strutturale si è affiancata l’azione aggressiva degli hedge fund, che hanno colto l'occasione per orchestrare imponenti manovre speculative. Sfruttando le fragilità del settore immobiliare e le paure del retail cinese, i fondi speculativi hanno moltiplicato le posizioni corte e le vendite allo scoperto, spingendo al ribasso le quotazioni dei colossi tecnologici e industriali.

Questo circolo vizioso ha accelerato le uscite e travolto anche gli ordini automatici delle piattaforme di trading algoritmico, rendendo infruttuosi anche gli interventi di sostegno tentati dalle istituzioni pubbliche cinesi.

Tuttavia, la vera chiave di lettura di questo imponente travaso di capitali risiede oltreoceano e risponde a precise dinamiche della finanza statunitense.

L'uscita di massa dalla Borsa di Pechino è servita a drenare liquidità da un competitor strategico per incanalare enormi volumi di denaro sulle società americane legate all'intelligenza artificiale.

Negli Stati Uniti, le enormi valutazioni raggiunte dai colossi dei semiconduttori, del software e dell'infrastruttura cloud necessitano di un flusso ininterrotto di capitali freschi per giustificare multipli di mercato estremamente elevati.

La bolla dell'IA a Wall Street vive e si alimenta della fame costante di nuove risorse liquide per sostenere spese da capogiro e aspettative d'incasso future.

Prosciugare i mercati emergenti cinesi ha così permesso agli investitori istituzionali di alimentare la narrazione tecnologica occidentale, garantendo quella spinta finanziaria necessaria a tenere in piedi la mega-bolla delle big tech americane.

Si tratta di un gigantesco gioco di vasi comunicanti dove la penalizzazione dei listini orientali e la speculazione al ribasso diventano lo strumento perfetto per finanziare la leadership e le valutazioni stellari del comparto tech Usa.

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