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Received — 26 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Serbia, l’UE chiede di isolare Mosca ma Belgrado tira dritto

 

La Serbia non intende sacrificare i rapporti con la Russia sull’altare dell’integrazione europea. Jovo Baki?, professore universitario e rappresentante del movimento Student List, ha dichiarato a RT Balkan che il nuovo governo non imporrà sanzioni a Mosca, nonostante le pressioni esercitate da Bruxelles. La formazione studentesca ha conquistato il 52,73% dei voti nelle elezioni parlamentari di domenica, sconfiggendo la coalizione dell’ex presidente Aleksandar Vucic. Il movimento è emerso da quasi due anni di proteste, innescate dal crollo della pensilina di una stazione ferroviaria a Novi Sad nel novembre 2024, costato la vita a 16 persone. Sul terreno della politica estera, tuttavia, la nuova maggioranza sembra voler mantenere una linea di continuità.

Baki? ha definito la Russia una grande potenza, un partner storico e, in numerose occasioni, un Paese protettore della Serbia. Imporre sanzioni a Mosca, ha spiegato, avrebbe soprattutto un significato simbolico negativo per Belgrado, senza produrre conseguenze decisive per l’economia russa. La questione mette in evidenza la contraddizione con cui l’Unione Europea continua a confrontarsi: la Serbia aspira all’adesione comunitaria, ma non accetta di allinearsi automaticamente alla politica di isolamento della Russia. Per Belgrado, la difesa dell’interesse nazionale viene prima delle richieste provenienti dall’estero. Un principio che riguarda anche l’energia. Mosca copre circa tre quarti del fabbisogno serbo di gas e garantisce forniture a condizioni economiche favorevoli.

Allo stesso tempo, le sanzioni statunitensi contro la compagnia petrolifera NIS, controllata a maggioranza russa, rischiano di mettere sotto pressione l’approvvigionamento di carburante. La nuova maggioranza dovrà inoltre affrontare il tema delle esportazioni di armi. Esponenti del movimento hanno annunciato l’intenzione di interrompere le forniture verso zone di conflitto, comprese quelle destinate a intermediari occidentali che potrebbero trasferire munizioni all’Ucraina. Il Cremlino ha espresso la speranza di mantenere relazioni reciprocamente vantaggiose con Belgrado, riconoscendo anche il contributo di Vucic allo sviluppo dei rapporti bilaterali. La sfida per il nuovo governo sarà ora tradurre le dichiarazioni in scelte concrete, resistendo alle pressioni esterne senza compromettere gli interessi economici e strategici del Paese.

Il messaggio politico, intanto, è chiaro: la prospettiva europea non implica necessariamente la rinuncia alla partnership con Mosca.


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Gaza, il genocidio continua: la denuncia degli esperti ONU

 

Una commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite denuncia che Israele continua a commettere atti di genocidio a Gaza nonostante il cosiddetto cessate il fuoco, mentre in Cisgiordania si aggravano i crimini di guerra e contro l’umanità. Il rapporto documenta uccisioni di civili, torture e violenze sessuali contro detenuti palestinesi, oltre all’espansione del controllo militare israeliano nella Striscia, passato dal 53% ad almeno il 60% del territorio.

Gli esperti ONU chiedono alla comunità internazionale di esercitare pressioni su Israele affinché ponga fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi, restituisca le terre confiscate e smantelli gli insediamenti.

Intanto, l’inerzia delle potenze occidentali continua a sollevare pesanti interrogativi sulla reale volontà di fermare le violenze e garantire giustizia alle vittime.


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Lula rieletto, frenata la strategia di Trump per l’America Latina

Luiz Inácio Lula da Silva torna a fare la storia. Il presidente brasiliano conquista un nuovo mandato con 64,2 milioni di voti, oltre 4,4 milioni in più rispetto al neoliberista Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Una rimonta clamorosa: dopo aver chiuso il primo turno in svantaggio di 2,2 milioni di voti, Lula ha ribaltato il risultato mobilitando elettori assenti, conquistando consensi tra i sostenitori dei candidati eliminati e sfruttando gli errori di un avversario che sembrava già sentirsi presidente. Flávio ha sottovalutato la partita, concentrandosi sulla distribuzione degli incarichi e sulle trattative con gli ambienti economici mentre Lula intensificava la campagna sul territorio. Le promesse di amnistia e di rivalsa contro la sinistra hanno inoltre allontanato una parte dell’elettorato moderato.

Gli endorsement dei candidati esclusi, come dimostra il risultato, non si traducono automaticamente nel trasferimento dei voti. Sconfitto alle urne, il senatore di estrema destra ha annunciato che chiederà l’annullamento del ballottaggio, contestando la decisione di prolungare di due ore le operazioni di voto. Una contestazione che, stando alle valutazioni riportate dalla stampa brasiliana, avrebbe poche possibilità di successo: dopo le 17 sarebbero stati registrati appena 35.521 voti aggiuntivi, un numero marginale rispetto al divario finale. La strategia richiama quella del padre, che nel 2022 contestò la vittoria di Lula e fu successivamente condannato per il tentativo di colpo di Stato del gennaio 2023. Ma la portata della vittoria va ben oltre gli equilibri interni brasiliani.

Per Donald Trump, che punta a rilanciare la Dottrina Monroe e a consolidare un blocco di governi allineati agli interessi statunitensi, il risultato rappresenta una battuta d’arresto strategica. Dopo gli spostamenti a destra registrati in diversi Paesi della regione, Washington vede sfumare la possibilità di incorporare nel proprio schieramento la maggiore economia latinoamericana. L’amministrazione Trump aveva già esercitato pressioni su Brasilia attraverso dazi, iniziative commerciali e misure diplomatiche. Flávio, dal canto suo, aveva manifestato la volontà di aderire allo “Scudo delle Americhe”, l’iniziativa statunitense presentata come strumento contro il narcotraffico, ma funzionale soprattutto al rafforzamento dell’influenza di Washington nella regione. La vittoria di Lula riafferma invece l’autonomia del Brasile e ostacola il progetto di ridurre l’America Latina a una retrovia geopolitica degli Stati Uniti. Un obiettivo tanto più importante per Washington in una fase in cui la crescente presenza economica della Cina nel continente rappresenta un ulteriore terreno di competizione.

Come ha sottolineato Lula nel suo discorso, il Brasile non accetta di essere il cortile di casa di nessuno. La sua rielezione, insieme alla presidenza messicana di Claudia Sheinbaum, conferma che la svolta conservatrice regionale non è irreversibile. E mostra anche il limite di una strategia statunitense fondata sulle interferenze e sulle affinità ideologiche: tentare di condizionare le scelte sovrane dei Paesi latinoamericani può finire per rafforzare proprio quelle forze che Washington vorrebbe marginalizzare.

Fulvio Grimaldi - Aria cilena. TERRORISTA A CHI? Guerra sì, ma quale?

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Tutto il mondo sta esplodendo

dall'Angola alla Palestina,

l'America Latina sta combattendo,

la lotta armata vince in Indocina;

in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza

e nelle piazze scendono con la giusta violenza….

Le masse, anche in Europa, non stanno più a guardare,

la lotta esplode ovunque e non si può fermare:

ovunque barricate: da Burgos a Stettino,

ed anche qui da noi, da Avola a Torino,

da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio,

la lotta dura avanza, i padroni avran la peggio.

Guerra ai bambini

Francia, Spagna, Belgio, Italia, Albania, anche, in fieri, Germania (giovani contro la leva militare che, da volontaria, scivola verso l’obbligatoria) e Regno unito… ll più dell’Europa tumultua, si rivolta, si ammutina. Studenti, liceali, quelli delle Medie, agricoltori, trasportatori, pescatori, tutto il sistema dell’alimentazione, gilet gialli e ancora antiguerra, antifascisti, anti-NATO, e sempre di nuovo pro-Pal, l’innesco iniziale, il più tragico, rispettivamente il più nobile e il più abietto. L’Europa ultraliberista, del riarmo e delle guerre a spese del welfare, è alla resa dei conti.

Quanto al regime nostro, quello dalle radici inestirpabili, il dilettantismo e l’incompetenza più crassa li compensa con la protervia su chi di quel dilettantismo e di quella incompetenza soffre gli effetti, fino a risultare la società più disastrata della storia della Repubblica, con primati di povertà, precarietà, diseguaglianza e, naturalmente, negazione di diritti e libertà: 57 nuovi reati nei quattro anni, 8 decreti Sicurezza, a contenere un’insicurezza sociale senza precedenti.  Sul futuro dei giovani è calata la saracinesca e quelli vanno a sbatterci. E allora, che fare? Con Crosetto e i coscritti dei media, in piena gara di imbecillità, si depista verso le “ombre russe”, ha stato Putin. Per Meloni e Piantedosi ai ragazzini che rompono, ma non hanno dietro nessuno a dargli un binario politico, è facile.

Ecco la soluzione della crisi: spiccioli ai camionisti, agricoltori e pescatori (quanto resta dei miliardi a Zelensky), minacce di precettazione (ma il gasolio resta fisso ai 2,25 euro e i banchi rimangono vuoti) e guerra ai bambini che, per difendersi, traggono dal contesto solo quel sasso sulla vetrina.

Capirne le ragioni? Ma chi? Lollobrigida? Piantedosi? Valditara? Crosetto? Pichetto Fratin? Nordio?

Così, prima un Rave, poi un decreto coltelli che permette di processare ragazzi per direttissima come la mafia, poi un maranza, poi la presunzione di imputabilità per gli under 18. E, per il gerontocrate Nordio, carceri minorili come funghi dopo la pioggia. Israele insegna. La ricrescita di una società così diseguale da dover essere fatta a pezzi (autonomie), è criminalizzata ed eliminata.

Altri tempi

Chi s’è fatto gli anni 70 e non s’è ancora visto rinsecchire la memoria di tempi, cui quelli in corso incominciano a somigliare, ricorderà come il gruppo musicale di Lotta Continua, Canzoniere Pisano, vestì di queste parole il celeberrimo Eves of destruction (Vigilia di distruzione) di Barry McGuire. Ieri erano le stragi, oggi la vigilia è quella allestitaci dai monopoli e oligopoli, Big Tech, Big Digitali, Fondi d’investimento, quelli che anno dopo anno, sempre a nostre spese, fatturano centinaia di miliardi e poi trilioni e a confronto con i quali i governi non contano una mazza.

Allora eravamo convinti che non se ne esce se non con la rivoluzione. Non ci riuscimmo, ma era giusto. Perché se il potere smette del tutto a rispondere alla società, succede che la società, oltre un certo limite, cessa di ascoltare il potere.  Anche allora, nei cosiddetti anni di piombo, l’antidoto alla messa in discussione di tutto, espressa da un movimento transnazionale non dissimile da quello che vediamo esplodere oggi in Europa e anche negli USA con il movimento “No Kings” e le manifestazioni negli atenei di solidarietà con i palestinesi e gli immigrati, era quello storico di tutti i poteri: chi mette in crisi il monopolio della forza assume, nella valutazione politica e mediatica, una dimensione criminale. E’ per definizione violento. E se non lo è di suo, si fa in modo che lo diventi. O lo si infiltra, o se ne utilizza una frange incazzata ma depoliticizzata, per screditare un corteo di ventimila consapevoli e assicurarsi il pretesto per ulteriori ceppi da applicare agli insofferenti fattisi consapevoli: studenti, come sempre; poi autotrasportatori, pescatori, agricoltori, operai metalmeccanici dell’ILVA massacrata e dintorni. Categorie che in crisi ti mettono per davvero.

Ma chiariamo subito una cosa: tra il decennio che parte nel ’68 e il fenomeno cui assistiamo ci sono, sì, analogie a iosa, motivazioni, retroterra, responsabilità, confluenze, obiettivi. Ma c’è anche qualche netta differenza. In particolare quella che ci dice come il Sistema si sia fatto furbo. Come, per neutralizzare l’”onda anomala” che lo assale e minaccia di travolgerlo, si travesta e provi a mandare in confusione tutti coloro che, per le migliori ragioni del mondo, condividono ciò che si dice e si fa per abbatterlo. Basta esasperare le disuguaglianze al punto che chi non ne può più sfascia una vetrina di Prada, si prende il capo che costa quanto tutte le pizze mangiate in un anno e abbia la soddisfazione, non della redistribuzione della ricchezza, ma almeno della vendetta. Per i nuovi provvedimenti di “sicurezza” uno così vale oro.

Testimoni e storici si ricordano come in ogni manifestazione, presidio, sciopero, occupazione, blocco di quegli anni, ma anche successivamente, sui manifesti di convocazione, sui volantini, negli annunci delle radio libere non mancasse mai la firma di chi indice e organizza, magari una pluralità di firme (il famoso “intergruppi”). In sostanza, una rivendicazione di paternità, con quanto questo comportava in termine di assunzione di responsabilità per tutte le conseguenze, positive, o negative, che potessero discenderne. Firma, logo, slogan, immagine: Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Manifesto, Servire il Popolo, senza trascurare le sigle di gruppi locali, e poi e sempre PCI, CGIL, CISL, CUB, COBAS e quant’altro (e mi scusi il reduce se ho dimenticato la sua).

Cani sciolti, come si chiamavano, ce n’erano che stavano un po’ con gli uni, un po’ con gli altri, refrattari alle etichette, agli inquadramenti. Si aggregavano.

Oggi i cani sciolti sono altra cosa. E se quelli rifiutavano l’appartenenza, ma non il fine politico, questi dell’appartenenza come dello scopo politico se ne fottono. Non sapendo che tuttavia glie ne fanno perseguire uno, di scopi. Che non hanno scelto. Credono di fare finalmente una cosa loro. Che loro non è. Classica eterogenesi dei fini.

Quelli che hanno imperversato saccheggiando per Milano e Roma nei giorni scorsi, non sono cani sciolti, dal fiuto politico buono. Sono massa deprivata e ignorata di periferia e sottosviluppo, sono coloro a cui la parola della politica non è mai arrivata, che stavano troppo al buio per essere visti da chi quella parola la usa. Non si tratta di approvarli, ma di capirli sì, evitando i moralismi, sempre narcisistici. Massa di manovra per nuove “strette”, per ceppi e camicie di forza da applicare a tutti, a partire da quelli che la parola ce l’hanno. Non firmano manifesti, locandine, volantini. Non sono e non hanno niente con cui rappresentarsi.

Sono digitali, vivono dentro gli smartphone. Si annusano e riconoscono in tiktok. Basta fargli arrivare un giorno, un’ora, un luogo, una scadenza e si ritrovano, finalmente non soli, finalmente non inesistenti. A fare ciò che, per qualche po’, con un giaccone rubato, una macchina bruciata, ne prova l’esistenza, ne compensa la rabbia, frustrazione, impotenza. E, chi l’avrebbe detto, sono cittadini di questo paese, protetti da questa Costituzione, vorremmo che votassero, senza dargli il minimo motivo per farlo. Sono nostri figli.

Ed è facile indovinare chi quegli appuntamenti in rete li diffonda e cosa ne ricavi. E’ un nuovo strumento della guerra a pezzi. Non quella mondiale. Quella civile. Dall’alto in basso. Stavolta con i ceppi ai ragazzi, ai ragazzini, perfino ai bambini: fermi, botte, arresti, galera. Mi guardi storto, mi stai intimidendo, sei violento.  Galera anche ai genitori che, essendo poveri, i danni arrecati dai loro figli anche loro li dovranno pagare con tempi dietro alle sbarre. E in Francia, con il coprifuoco nelle maggiori città, si sono portati avanti col lavoro.

Strade Sicure. Per chi?

 

E vai con sempre nuove categorie di reati. Con pene più pesanti. Con artefatti giuridici come “atteggiamento intimidatorio in manifestazioni programmate violente”, dove il processo alle intenzioni assegna agli strumenti della repressione un arbitrio senza limiti. Arbitrio funzionale alle retate, tipo ghetti ebraici, un tempo e, ora, tipo Cisgiordania.

E vai con i parà della Folgore per le strade. Il Colle non ha voluto, con sommo dispiacere del mercatista delle armi, Crosetto, che facessero i poliziotti. Per ora. Possono fermarti, chiederti i documenti, ovviamente intimidirti, ma non arrestarti. Giusto, basta che ci siano, ti guardino, ti facciano la profilazione, politica, sociale, razziale, e stupide domande per intimidirti. Salvini ne voleva altri 10.000. Per ora Milano si ritrova con più 500.

I soldati sono quelli che combattono un nemico, no? A cosa servirebbe, sennò, quel mitragliatore?  E allora qui il nemico sei tu. E questo è un campo di battaglia. Irrefrenabile, vedendo imbracciato quell’arnese, il pensiero ti corre ai cecchini che sparano in testa ai bambini di Gaza.

Il nemico sei tu, che sei delle generazioni sempre più povere di quelle precedenti, che fai parte del 13% delle famiglie che vive in povertà assoluta (e prima del Covid, era al 9,7%), che, se hai meno di 24 anni, sei disoccupato al 20,3% e, se sei under 35, per il 49% guadagni meno di 15mila euro l’anno. Ma se poi fai disordini, o anche solo “li ispiri”, magari telematicamente, vai dentro dai 4 ai 12 anni (più di quanto previsto per la tortura). Ti conviene, ti tocca, farti espellere dalla città. Lì ci vivono i milionari. E se poi tu giovane scendi in strada, per tenertela la tua città, cioè il tuo futuro, sappi che gli attempati delle poltrone te ne faranno passare la voglia. Oggi come oggi non serve neanche il parlamento per sistemarti, basta un decreto.

Dallo Stato sociale allo Stato penale. Perlopiù militarizzato. Più Cile di così!

 Con l’apparato di sicurezza che gli Stati sanno mettere in piedi per garantire immunità e incolumità alle proprie élites, tipo la grandinata di pacchetti sicurezza, a partire da quello contro i Rave, a continuare con Caivano, Cutro, lo scudo ai poliziotti, maranza, il reato di occupazione o blocco, a finire col fermo preventivo di bambini e ragazzi, e adesso con le immancabili precettazioni, nella definitiva “stretta” fascista giustificata con i fatti di Milano, non sono i cassonetti fatti rotolare contro la polizia, la vetrina infranta, o le bombe carta, a impensierire.

Il tornaconto del saccheggio

 Si allestisce, con oculata scelta di immagini, una roboante campagna contro la violenza, a forza di vetrine spaccate e poliziotti feriti e si fanno sparire dalla scena tutti quelli che, limitandosi a marciare e gridare, bloccando i rifornimenti di viveri per il costo eccessivo del gasolio (determinato dalle guerre delle nostre oligarchie a Russia e Iran), rappresentano la minaccia vera, quella che ha ragioni inconfutabili: 1.500 euro in più per un mezzo che fa in media 10mila km, 18mila euro in più all’anno a camion. La minaccia temuta, quella che fa paura, sono 10, 20,100mila con dentro le famiglie, che marciando senza assaltare o rompere, paralizzando per disperazione quattro regioni del Sud e poi risaliti lungo tutto lo Stivale, hanno gridato al mondo le cose che non vanno. E lo hanno convinto, il loro mondo, anche a forza di frutta e verdura, pane e latte spariti. Come in guerra. Guerra civile, appunto, sempre dall’alto.

Sono coloro in cui si riconoscono anche tutti gli altri di una repubblica disastrata, prostrata. Milioni, che magari prima non s’erano chiariti molto bene lo stato delle cose, loro e dei padroni, di chi esercita la vera violenza, quella che non fa il botto, ma che sta nel DNA del potere. E ora capiscono, sanno e, magari domani, agiscono anche loro.

 Anni di piombo e stragi di Stato

 

Sapevamo che la violenza è quella cosa che scassa e fa rumore, da una parte e dall’altra. Quella dei sassi e delle molotov, ma anche quella di polizie addestrate a rompere teste, a correre il rischio di uccidere con il taser, a mutilare con le granate, ad accecare con i proiettili di gomma, a rompere costole inginocchiandosi sul torace schiacciato sull’asfalto. L’abbiamo vista sperimentare su di noi, ogni volta che alzavamo la mano per parlare. Una specie di generale Bava Beccaris diluito nel tempo (Milano1898, protesta contro l’aumento del prezzo del pane, 83 morti, 500 feriti, su ordine di Umberto Primo).   

Non per nulla, tremando ancora di paura, quelli che ricordano il ’68-’77 come la deprecabile interruzione della continuità istituzionale, culturale e sociale, col fascismo, alla faccia di una costituzione conclamata, hanno imposto a quella stagione la denominazione “Anni di piombo”, vera damnatio memoriae. Laddove il piombo era tutto loro, o delle false flag eterodirette.

Per quanto riguarda le vittime della violenza politica in Italia durante gli "anni di piombo", nati sulla scia delle fratture sociali del 1968, il bilancio, mai ufficiale, mai osato, registrerebbe circa 350-360 morti e oltre 1.000 feriti. Di questi, tolti i circa 200 colpiti dalle BR, Prima Linea e dalle formazioni neofasciste, resterebbero 160 tra manifestanti e vittime dello Stato.

A recidere il carcinoma della mistificazione di un terrorismo di Stato fatto passare per eversione di sinistra (Valpreda docet), ci pensarono negli anni ’70, con le loro inchieste e un libro che è un monumento storico, compagni del movimento come Ligini, Di Giovanni e Pellegrini. Un merito incommensurabile. Oggi ci risiamo, ma subìta la dimostrazione che le stragi in Italia le faceva un aggregato di poteri occulti dentro e fuori dalle istituzioni, (Gladio e simili, P2, 3, 4), servizi segreti nazionali e internazionali, mafie e manovalanza neofascista, la metodologia è cambiata.

Gli anni di piombo, con la strategia della tensione e degli “opposti estremismi”, dovevano essere quelli del potere e della sua continuità fascista. Forse è stato perché allora non eravamo poi storicamente e anagraficamente tanto lontani dagli anni della liberazione, protagonisti e ricordo erano vivi, che il paese riuscì, con le sue nuove generazioni, a darsi un contropotere sociale, politico e ideologico. E il piombo, allora, pur generosamente impiegato, non riuscì a neutralizzarlo.

Il “piombo” c’era, ma era di altra fattura, non faceva saltare cose e vite. Costruiva alternativa. Era sociale, politico, sommamente culturale e coloro che così chiamano quegli anni hanno subito una disfatta strategica. L’ultima, almeno del mio tempo di vita. Era l’ordigno dello Statuto dei Lavoratori, era la pallottola della Servizio Sanitario Nazionale, era la bomba del divorzio, la mina dell’aborto, la mitraglia della Legge Basaglia, il cannoneggiamento ecologico e femminista, la rivoluzione nei rapporti umani, professionali, accademici, da gerarchici a democratici, il fuoco di fila di una Costituzione finalmente attuata.

Poi, a forza di CIA, di Gladio, di P2, di finte sinistre e vere destre, hanno recuperato. Sono stati bravi nell’utilizzare maschere e travisamenti, quelli dell’Italia “liberata dagli americani”. I Moretti, Morucci, Faranda, Bertoli, da un lato, i Ciavardini, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Bellini, dall’altro. La False Flag dello Stato. Le abbiamo messe in campo decenni prima dell’11 settembre attribuito ad Al Qaida. E se agli americani, per riprendere il dominio globale, è servita una guerra dopo l’altra, colpi di Stato, regime change, per complessivamente 20 milioni di morti, noi la normalizzazione l’abbiamo costruita con le stragi. Una Gaza a tappe: Piazza Fontana, Italicus, Rapido 904, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, Gladio, Moro, Ustica, Bologna (Franceschi e Stazione), Falcone e Borsellino, 1992-93-94, Piano Solo, Gladio, Stay Behind, Rosa dei Venti, P2…La conta non finisce mai.

La violenza di chi protesta sta a quella ontologicamente praticata dal potere, come le 1.200 vittime del 7 ottobre (in massima parte colpite dai loro stessi elicotteri e carri armati) stanno a un secolo di ininterrotta pulizia etnica, coronata dal genocidio di Gaza.

Terza Repubblica: in camicia nera

La nostra lunga marcia attraverso le Repubbliche (pare che oggi siamo alla terza) ci vede di fronte a cambiamenti per i quali non pare che ci si sia adeguatamente attrezzati. Per farci dare una mossa ci sono voluti i palestinesi.

Oggi il potere fa meno rumore, agisce a fior d’acqua: l’assalto allo Stato è condotto in prima persona, ma nell’aura della legalità istituzionale, da Palazzo Chigi e dependances. Certo, ancora e sempre P2, mafia e grembiulini, presidenzialismo, premierato, autonomia differenziata, sottomissione delle magistrature all’esecutivo, parlamento muto, pacchetti Sicurezza, riduzione dei parlamentari, stati d’eccezione, militarizzazione dell’esistente fin dentro le scuole elementari (visto che a rompere le palle al governo ora ci si mettono pure i bambini), leggi elettorali per instaurare il regime alla cilena. Ma anche le mazzate sui cortei tornano di moda.

Succede adesso. Approccio soft, guanti di velluto, finchè  le cinghie di trasmissione non s’inceppano, rischiano di strapparsi e mandare la macchina in panne. Come in questi giorni, quando anche la valvola di sicurezza dell’intorpidimento mediatico, secondo cui in natura, come ci sono predatori e predati, non ci possono non essere ricchi e poveri, salta. Ed è quando devi assolutamente costruirti il pretesto per dimostrare che le buone maniere costituzionali non bastano più a farla camminare, la macchina. Devi inventarti il nemico, come fa Ursula con Putin. E se non c’è, o comunque non spara, devi fare in modo che spunti e faccia un casino che preoccupi un po’ tutti e quindi riporti dalla tua parte chi era tentato di porsi qualche domanda. Nel caso in questione, che sfasci, che rubi.

Espropri proletari? Redistribuzione della ricchezza?

 

 

Serve far leva su un altro tipo di violenza, particolarmente spietata e contro cui non c’è difesa perché è una sentenza a vita: quella sbattuta in faccia alla tua miseria da un paio di ciabatte, nella via “bene”, offerta al prezzo di due mensilità d’affitto di una stanza nello studentato privato. O di quella borsetta di Bulgari, Clutch Ginkgo, da € 5.700, che, da una figura in cima a quell’ascensore sociale che non ti fanno più prendere, viene messa ed esibita un paio di volte, poi stucca, ti fa sembrare una barbona che ha solo quella.

Impoverendo il paese, sfiancandolo a forza di regaloni ai nazi-ucraini e ai nazi-sionisti, mantenendo e potenziando prebende e redditi di speculatori, armaioli, banchieri, energetici e accumulatori vari a scapito degli stipendi tra i più bassi d’Europa, riuscendo a spedire 5,8 milioni di persone in povertà assoluta e mantenendo altri 18 sull’orlo di quella, svuotando di medici, fondi e pazienti la sanità pubblica a favore di quella privata, chiudendo in un limbo virtuale le giovani generazioni a forza di fargli la guerra penale e lasciargli l’unico scampo della fuga all’estero, terrorizzando chi arriva qui in cerca di scampo dalla morte civile e dall’inedia e rappresentandolo come il bau bau venuto da fuori, ha destabilizzato coesione sociale e ricchezza culturale… 

Dice il manuale di Palazzo Chigi: ricorriamo a collaboratori come Hermes, Rolex, Gucci,  facciamo delle provocazioni di questo tipo, così s’incazzano per davvero, fanno casino e noi incominciamo a mettere l’esercito a fare da quarta polizia del paese, solo per ora senza manette (insieme a PS, Carabinieri, Finanza, che già ci fanno lo Stato con più polizie d’Europa)

   

Borsetta Euro 5.700, ciabatte Euro 790.00

 Quando la guerra civile si chiama ordine Pubblico

Come pretesto per bastonarli, occorre qualcosa di più pericoloso e più redditizio di una molotov, o di un sasso. E’ il fatto che i “vandali” esprimono dissenso nel nome di torti e ingiustizie che su loro si accaniscono, ma che covano anche nei milioni che stanno a casa. E rischiano di esplodere anche lì. E sarebbe il 48, o l’89, o anche solo il 1945.

Ne ho vissuto alcune espressioni. Domate e che hanno fatto guadagnare tempo ai poteri, ma che via via si ripresentano, con esperienza e forza accumulata. Roma, Palazzo della Corte di Cassazione, 27 aprile 1968, proteste degli studenti per lo sgombero violento del liceo Lucrezio Caro. Come oggi, ci sono anche genitori e professori. C’è stata poco prima Valle Giulia, la prima battaglia campale del ’68 in difesa dall’occupazione della facoltà di architettura, quella dove si scontravano due visioni su come costruire la città. Quella democristiana, palazzinara e l’altra.

A Piazza Cavour siamo alcune centinaia che premono per salire la scalinata del palazzo e consegnare a chi di competenza un appello al rilascio dei compagni fermati. Non c’è ombra di violenza. Ma le cariche partono lo stesso. Senza preavviso, durissime, dall’alto della scalinata. I manifestanti, colpiti, cadono, precipitano, finiscono in strada che, sull’altro lato, presenta una serie di alti cartelli elettorali, un muro, e ci si finisce schiacciati contro, sotto manganelli che si abbattono e la via di fuga bloccata dalle strutture di metallo. E’ la mattanza. Io sono lì per Paese Sera. Un commissario che conosce me e la linea del mio giornale, intima: “Sparisca, se vuole salvare la capoccia!”

Derry, Irlanda del Nord, 30 gennaio 1972, Domenica di Sangue.

Da decenni la minoranza cattolica che si vorrebbe riunire alla Repubblica spaccata dai colonialisti inglesi nel 1919, protesta contro la negazione dei più elementari diritti civili e sociali, esclusiva della maggioranza protestante importata dalla Scozia presbiteriana, legata a Londra e contraria alla riunificazione dell’isola.

Un corteo di 20.000, famiglie, anziani, bambini, inerme e pacifico, cantando We shall overcome, raggiunge la piazza del comizio. Alle sue spalle irrompono i blindati del 1. Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. I militari scendono dai mezzi, hanno lunghi fucili Sterling, prendono la mira, sparano. La strage dura 30’. Uccidono 14 manifestanti inermi in fuga, ne feriscono e mutilano un centinaio. Sono l’unico giornalista sul posto, sfuggito ai posti di blocco. Riesco a ricavarne immagini e suono. Il mondo conosce “Bloody Sunday”.

Tutto il mondo è paese e tutta la Storia è lotta di classe. Per il 90% dall’alto verso il basso, per il resto dal basso, ma è quella che cambia tutto. Almeno per un po’.

 Guerra a chi?

Oggi a quelli della lotta di classe dall’alto le cose non funzionano più tanto bene. Dal basso arrivano sordi rumori, il pavimento balla. In questi giorni particolarmente forte. Ma c’è un rimedio. Quello di sempre: la guerra. E per farla e guadagnarne un’altra dimensione di comfort zone – risorse naturali, fonti di accumulazione, monopoli, mercati, rotte – non devi avere chi ti rompe le scatole a casa. Per agevolare la guerra esterna, a volte è indispensabile la guerra interna a chi vi si oppone. Quella per la “pace sociale”.

E se Merz, Macron, Burnham, Meloni, Ursula, Kallas e i demenziali nanetti baltici lo sanno e la sognano, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio la dichiara al mondo. Ed è qui dove il locale e il globale s’incontrano, dove il primo ottiene la legittimazione dal secondo. Solo che quella dichiarata da Rubio è sicuramente guerra, ma non è proprio quella che ci propinano i chierichietti politici e mediatici di dei come Marte, Brunhilde, o Thor.

Quando le BR tornano a essere utili.

Comunica l’emittente Euronews: “Il segretario di Stato americano Marco Rubio alza il livello dello scontro contro quello che l'amministrazione Trump definisce il ritorno del terrorismo politico di estrema sinistra. Washington vuole rafforzare la cooperazione internazionale contro i gruppi radicali e annuncia nuove designazioni e misure contro le organizzazioni considerate una minaccia.

La nuova linea è stata illustrata da Rubio durante il vertice ministeriale "Resurgence of Political Terrorism", organizzato a Washington il 16 luglio con la partecipazione di delegazioni di circa 67 Paesi. Secondo il segretario di Stato, la violenza dell'estrema sinistra non rappresenterebbe più un fenomeno confinato ai singoli Paesi, ma una minaccia transnazionale, con collegamenti e modalità operative che attraversano i confini.

Nel suo intervento Rubio ha richiamato anche alcune delle organizzazioni terroristiche della sinistra radicale che hanno segnato la storia europea. Tra gli esempi ha citato le Brigate Rosse in Italia, la Frazione Armata Rossa (Raf) in Germania e il gruppo greco 17 Novembre.

Il riferimento al passato è servito a sostenere la tesi di Washington secondo cui il terrorismo politico di estrema sinistra non sarebbe scomparso, ma starebbe tornando sotto forme diverse”.

 

Sabato scorso c’è stata la manifestazione nazionale contro la guerra. Indetta in solitaria da un gruppo che prima si chiamava Fronte del Dissenso e poi Fronte Antimperialista. Qualcuno ha aderito, qualcuno, anche di molto importante, no. Capisco entrambi. Avrei preferito che si fosse creato un coordinamento di tutti gli impegnati sul tema e presa una decisione collettiva. Valutando le priorità. Tutte.

E, a costo di subire sberleffi e fin anatemi, propongo un’ideuzza: ma è propria la guerra contro la Russia, o la Cina, che ci sta precipitando addosso, come tutti - salotti, stamberghe, redazioni e caserme – ci vogliono far credere? O non è questa guerra - blasfemia! – una grande arma di distrazione di massa? All’ombra della quale avanzano conflitti che ci vorrebbero far fuori anche meglio di una caterva di droni?  Sarebbe ovviamente stolto pensare che, con tutto quello che stanno preparando e armando, una guerra non ci scappi, anche solo per accidente. Ma sono davvero decisi, quelli che hanno fatto i soldi col riarmo, a rimetterceli poi grazie a un armageddon dove non sai se resterà mattone su mattone? O gli basterà piuttosto smaltire un po’ di Patriot e F35 con guerricciole di logoramento e di regime change qua e là?

Guerra! Guerra!! Guerra!!! E intanto da noi passa una legge elettorale grazie alla quale non ce ne sarà più per nessuno che non pensi, voglia, accetti e faccia fascista. E intanto da Washington, Rubio intima a politici, mediatici, finanzieri e finanziatori, carabinieri e servizi segreti del mondo di fare la guerra “all’estremismo di sinistra”, detto “terrorismo”. Cioè di fare il fascismo. E’ la vera testa a capo dell’Occidente che, individuando il nemico principale nella sinistra, pone QUESTA guerra in cima all’agenda.

E Meloni, proclamandosi cultrice dei “valori” di uno Stato che dalla sua nascita aggredisce il mondo e persegue genocidi, non sta eseguendo? E non ci vorrebbe, soprattutto e subito, un’ondata di manifestazioni contro questa, di guerre? Quella contro tutti noi?

 

 

 

 

 

 

 

Dalle origini inquietanti del sionismo alle prossime elezioni in Israele. Intervista con Francesco Lazzeri


di Giulia Bertotto


Francesco Lazzeri
è l’autore di un corposo e rigoroso saggio dal titolo “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia. Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze”. (Edizioni sensibili alle foglie 2026). Francesco Lazzeri è pedagogista, è stato da sempre militante a sostegno per la causa di autodeterminazione del popolo palestinese, ha visitato i campi profughi in Libano e già nella sua tesi di laurea aveva approfondito il sistema scolastico e formativo e la questione palestinese.

L’Antidiplomatico, nella rubrica “preferivo scrivere”, lo intervista proprio per rintracciare le perniciose cause e arrivare fino alle nefaste e attuali conseguenze di quell’intreccio di ideologia, interessi economici, crimini e volontà distruttrice. Infatti le radici del primo genocidio in diretta mondiale sui social le troviamo molto prima non solo della tv, ma perfino della radio.

Abbiamo chiesto all’autore del testo di sintetizzare in tre date emblematiche – precedenti alla Nakba del 1948 e tre date successive a questa data- come si sono sovrapposte, confluite e fuse secondo lui le ideologie sionista e quella nazista. Conoscere la storia e come viene manipolata da chi domina la narrazione del passato è fondamentale per capire il presente e incidere su di esso.

Intanto il Parlamento italiano ha approvato l’ennesima legge elettorale che ci sottrae completamente le sedi che apparterrebbero alla cittadinanza, al popolo sovrano. Al contempo sta per approvare, molto probabilmente a novembre, la cosiddetta Proposta di legge contro l’antisemitismo. Possiamo trovare un rapporto tra le due cose?

Il 27 ottobre ci saranno le tesissime e attesissime elezioni in Israele. Netanyahu guida il partito Likud dal 1993, è salito al potere già nel 1996, ed è il primo ministro più longevo della storia del paese…ma come spiegato nel dialogo con Lazzeri, Netanyahu è solo il culmine ultimo e più violento di un’ideologia nata nei primi anni del Novecento.

E ancora: possiamo pensare, come ipotizza lo storico israeliano Ilan Pappé nel suo ultimo saggio “La fine di Israele” (Fazi 2025) che ormai il processo di smantellamento di questa entità colonialista sia iniziato? Le ipotesi non servono ad indovinare ma a ragionare insieme e a mettere in moto idee ed energie.


Lula sconfigge Bolsonaro e Meta: il voto in Brasile che frena Trump e salva i BRICS

 

di Michele Blanco

Luiz Inácio Lula da Silva è stato ufficialmente rieletto presidente del Brasile, superando al ballottaggio lo sfidante della destra reazionaria e filostatunitense Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti validi contro il 48,21%. Questo esito storico, ratificato dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), va ben oltre la semplice riconferma del leader progressista: segna un netto e definitivo rifiuto popolare del modello economico e politico oligarchico espresso dal clan Bolsonaro. Nelle piazze e nel web si è assistito a una mobilitazione di massa senza precedenti, in cui milioni di persone si sono organizzate spontaneamente per contrastare la propaganda reazionaria e l'inedito "oscuramento digital-mediatico", in una campagna dominata dal desiderio collettivo di giustizia sociale, eguaglianza e autodeterminazione. A San Paolo, nel mezzo dei festeggiamenti della folla, Lula ha parlato stringendo un megafono, ringraziando la gioventù brasiliana scesa in prima linea a difesa dei presidi democratici.

L'ingerenza della Silicon Valley e la guerra algoritmica

La caratteristica più allarmante di questa tornata elettorale è stata l'evidente interferenza asimmetrica delle grandi piattaforme statunitensi. Nelle settimane cruciali del voto, il Partito dei Lavoratori ha formalmente denunciato la multinazionale Meta sia davanti al TSE sia di fronte all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), accusandola di ingerenza elettorale. I tentativi di condizionamento si sono articolati attraverso la penalizzazione occulta degli account (shadowbanning), con i profili ufficiali di Lula su Instagram e WhatsApp sistematicamente limitati nella loro portata algoritmica, spingendo persino dipendenti interni di Meta ad ammettere anomalie a vantaggio dello sfidante di destra. A questo si è aggiunta l'offensiva della disinformazione automatizzata e dei deepfake, che ha costretto il tribunale elettorale a ordinare la rimozione d'urgenza di centinaia di profili falsi. La manipolazione è stata così palese da spingere gli attivisti a manifestare sotto il quartier generale di Meta in Brasile al grido di "Meta não se meta nas nossas eleições", evidenziando il pericolo democratico rappresentato dal potere di una corporation privata di orientare il dibattito pubblico.

Giustizia sociale contro l'austerità neoliberista

Sul piano interno, Lula ha vinto perché il suo mandato ha offerto al popolo la concretezza di un buon governo economico e sociale, antitetico all'austerità e al neoliberismo selvaggio promossi dalle destre. Sotto la guida della presidenza progressista, il PIL brasiliano è tornato a espandersi in modo robusto (registrando un +2,6% nei primi otto mesi dell'anno), trainato da riforme strutturali e investimenti nella transizione ecologica. Inoltre, dopo trent'anni di stallo, l'amministrazione ha ottenuto il via libera dal Congresso per una storica riforma fiscale basata sull'Imposta sul Valore Aggiunto (IVA).

Sul piano sociale, il potenziamento di Bolsa Família, il lancio dell'Alleanza Globale contro la Fame e il rilancio della Farmácia Popular per la distribuzione gratuita di farmaci essenziali hanno garantito una rete di sicurezza alle fasce indigenti. Il fiore all'occhiello dell'azione politica è stato lo smantellamento delle deregolamentazioni lavorative, avviando il percorso istituzionale per abolire lo schema della scala 6x1 e approvando la riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore a parità di stipendio, restituendo dignità e tempo di vita a oltre 22 milioni di lavoratori.

Gli equilibri globali: il rafforzamento dei BRICS e la lezione all'Europa

Il trionfo di Lula ridefinisce profondamente anche gli equilibri internazionali, spezzando sul nascere l'asse ultraliberista e reazionario che Washington e Buenos Aires speravano di estendere all'intera America Latina attraverso un'ipotetica vittoria bolsonarista allineata a Donald Trump e Javier Milei. La riconferma della presidenza progressista blinda e rilancia il ruolo del Brasile come pilastro strategico del blocco dei BRICS, proprio mentre il Paese si avvia a celebrare i vent'anni dalla sua fondazione diplomatica. Questo attivismo multilaterale assicura al Sud globale una sponda solida in favore del multipolarismo e dell'autodeterminazione, allontanando il rischio del disallineamento strategico che la destra di Flávio Bolsonaro — intenzionata ad applicare ricette mutuate dalla "motosierra" di Milei — avrebbe inevitabilmente provocato.

Al contempo, l'esito del voto offre un'importante boccata d'ossigeno alle relazioni con Bruxelles, riaprendo una finestra di dialogo paritario e salvaguardando i canali diplomatici legati all'accordo transatlantico UE-Mercosur. Una vittoria che dimostra anche alle sinistre europee una lezione fondamentale: l'avanzata delle destre populiste non si argina assecondando le ricette dell'austerità e del neoliberismo, ma unendo la difesa della democrazia a programmi coraggiosi di giustizia distributiva e centralità dei diritti sociali.

In piena continuità con la postura eversiva dell'estrema destra globale, lo sconfitto Flávio Bolsonaro ha immediatamente contestato l'esito dello scrutinio emesso dal tribunale, richiedendo l'annullamento delle elezioni ed evocando presunte irregolarità nel tentativo di delegittimare il verdetto delle urne, ricalcando la strategia già tentata dal padre Jair nel 2022. I grandi proprietari terrieri e i mercati finanziari hanno fatto muro fino all'ultimo per difendere un modello ingiusto e classista, ma la risposta dei ceti popolari, dei movimenti indigeni e dei lavoratori ha dimostrato che la maggioranza dei brasiliani ha saputo rigettare la natura discriminatoria della proposta oligarchica.

 

"Quale opposizione in un Paese occupato?" || Angelo d'Orsi ft Michelangelo Severgnini

l'AntiDiplomatico e "Spunti di Riflessione" annunciano la nascita di un nuovo format per il nostro canale Youtube dal titolo "D'altro canto". Sempre nell'ambito di una visione di mondo critica alle barbarie del neoliberismo attuale, selezioneremo due voci che hanno una visione diversa su un singolo tema in modo da offrire loro la possibilità di confrontarsi e aiutare chi ascolta a maturare una posizione. 

Come prima puntata abbiamo ospitato il confronto tra il Prof. Angelo d'Orsi e Michelangelo Severgnini dal titolo: "Quale opposizione in un paese occupato?". 

Buona visione. 

I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all'Onu che hanno fatto la storia

 

 

L'11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un'aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.

Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell'Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l'idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.

Nella delegazione statunitense l'ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest'uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l'impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile

Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.

 - Signor Presidente, illustri delegati delle Nazioni Unite del mondo... vengo qui a nome del popolo cubano, una piccola nazione che ha avuto il coraggio di difendere il suo diritto alla indipendenza e alla sovranità contro l'impero più potente che la storia dell'umanità abbia mai conosicuto.

Il Che andò dritto al punto. Ricordò che appena un paio di anni prima Cuba era una semicolonia. Lo zucchero, la terra, le industrie erano tutte nelle mani di corporazioni straniere. Il popolo viveva nella miseria mentre pochi si arricchivano con le sue risorse. Intanto nella delegazione statunitense la tensione saliva. Ogni frase era un'accusa con nome e cognome.

 - Il popolo cubano ha detto Basta. Si è ribellato e si è ripreso la sua dignità. Abbiamo cacciato dal nostro Paese gli sfruttatori. Abbiamo ridistribuito la terra tra i contadini che la coltivavano. Abbiamo nazionalizzato industrie che per decenni avevano dissanguato la nostra economia. E quando ci siamo permessi di agire come una nazione sovrana gli Stati Uniti hanno scatenato una campagna di aggressione che non ha precedenti nella storia moderna.

Il Che cominciò a elencare: l'embargo economico, la Baia dei Porci, gli attentati, i sabotaggi, la pressione diplomatica per isolare Cuba.

I delegati di Africa e Asia annuivano con una partecipazione che non aveva bisogno di spiegazioni. Anche loro conoscevano bene quella storia: cambiare bandiera non significa cambiare padrone. E il Che lo sapeva. Per questo quando disse che Cuba non aveva mai invaso Paesi lontani né possedeva basi militari in terriotri stranieri, non lo disse come atto di difesa ma come fosse uno specchio.

Fu allora che successe l'impensabile.

Dalla delegazione statunitense, si alzò una voce. Thomas Mann, sottosegretario degli affari in America latina, si alzò in piedi con il volto paonazzo per la indignazione e gridò: “Lei è un terrorista comunista”.

Nel salone dell'Onu piombò un silenzio assordante. 193 delegazioni si girarono verso quella statunitense. Insieme ai giornalisti. Anche gli interpreti si fermarono. L'atmosfera si era fatta troppo pesante per tradurre un affronto senza precedenti

Il mondo intero – collegato per radio e televisione – rimase con il fiato sospeso aspettando la reazione del Che.

Così arrivò la prima sorpresa: il Che non si alterò. Non si mise a urlare. Non abbandò il podio. Non restituì il colpo con un altro colpo. Sorrise.

Un sorriso sereno, quasi paterno, come quello di un maestro che ascolta la domanda ingenua di un alunno impaziente. Quel gesto così semplice, ridimensionò il colpo di scena. Il Che rimase in silenzio per un istante. E quando cominciò a parlare, lo fece con una calma molto più potente della potenza di un urlo.

- Grazie signor rappresentante del governo degli Stati Uniti, per questo intervento così eloquiente.

- Lei ha appena dimostrato molto meglio di quanto io avrei potuto fare, quale sia il problema fondamentale nelle relazioni tra Usa e America latina. Lei non riesce ad accettare che qualcuno che non si sottometta ai dettami di Washington possa avere voce nelle questioni che riguardano il mondo.

E senza perdere la calma trasformò il tono dell'insulto in una domanda pungente.

-Lei dice che io sono un terrorista. Mi permetta di chiederle: Chi ha lanciato più bombe nella storia? Chi possiede più basi militari in terra straniera? Chi ha rovesciato più governi democratici? Chi ha ucciso più civili innocenti in nome della libertà?

I primi applausi arrivarono timidamente dalla delegazione dell'Algeria. Poi il Gana. Poi Indonesia, Egitto. E come la fiamma che si espande con l'ossigeno l'applauso comiciò a crescere.

Ma il Che non si fermò. Non stava improvvisando per esibizionismo. Stava articolando una risposta che portava il peso di anni.

-Lei mi chiama terrorista perché ho difeso con le armi la sovranità del mio Paese di adozione. Perché abbiamo lottato contro una dittatura militare che torturava e uccideva. Perché ci siamo rifiutati di essere una colonia economica.

Mi permetta di ricordarle un po' di storia. Come si chiamerebbero oggi George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin se avessero perso la guerra d'indipendenza contro l'impero britannico? Si chiamerebbero terroristi. Insurrezionalisti. Traditori dell'ordine precostituito.

L'impatto fu immediato. Non era solo una equiparazione. Era uno specchio perfetto. Il Che aveva usato il mito fondativo degli Stati Uniti e lo aveva usato come arma morale. Molti delegati si alzarono in piedi per applaudire. Quella frase conteneva una scomoda verità che la diplomazia poche volte si era permessa di citare pubblicamente: il vincitore viene definito dalla storia “liberatore”, lo sconfitto “terrorista”.

-La differenza signor Mann- è che noi abbiamo vinto la nostra rivoluzione. E voi non ci potete perdonare per avere dimostrato che il gigante può essere sconfitto.

L'applauso crebbe come un'onda. Alcuni delegati erano già in piedi. La sala vibrava.

Il Che respirò profondamente e cominciò a parlare questa volta senza chiedere permesso.

-Lei dice “comunista” come se fosse un'accusa. Sì, io sono comunista. Credo che le risorse di una nazione debbano migliorare la qualità della vita del popolo di quella nazione e non arricchiere le corporazioni straniere. Credo che la educazione e la salute siano diritti umani e non privilegi. Credo che ogni essere umano meriti di vivere con dignità, senza distinzione per il colore della sua pelle o per il valore del suo conto in banca. Se questo significa essere comunista allora io sono orgoglioso di esserlo.

Chi vi ha dato licenza di essere difensori della libertà? Di appoggiare dittature come quella di Batista? Mantenere tiranni nel continente? Destituire governi democraticamente eletti? Mantenere la povertà su milioni di persone per garantirvi mano d'opera a basso costo?

Thoma Mann era sempre più rigido, il viso sempre più paonazzo. L'insulto gli si era ritorto contro. Come un boomerang.

Il Che era calmo e fermo.

-Io non sono un terrorista, signor Mann. Sono un rivoluzionario. E la differenza è fondamentale. Il terrorista semina panico e morte per perpetrare le ingiustizie. Il rivoluzionario lotta contro le ingiustizie per costruire un mondo migliore. Non lottiamo per distruggere, ma per costruire. Non lottiamo per odio, ma per amore. Amore per la giustizia, per la dignità umana, amore per la indipendenza dei popoli.

-Se questo è terrorismo allora Simon Bolivar è stato un terrorista. José de San Martin era terrorista. Benito Juarez era un terrorista. José Martì era un terrorista. Tutti coloro che hanno lottato per la indipendenza sono stati dei terroristi.

L'ovazione generale invase la sala delle Nazioni Unite. Non era più un timido applauso. Tutte le delegazioni si alzarono in piedi. Persino alcuni rappresentanti europei, che raramente si emozionano in pubblico, applaudirono. I giornalisti scrivevano in modo frenetico, sapendo che quelle parole avrrebbero fatto il giro del mondo più di qualunque altro comunicato ufficiale.

Il Che alzò la mano per chiedere il silenzio.

-La ringrazio per la sua interruzione- disse guardando verso la delegazione Usa- perché mi ha dato la possibilità di dire qualcosa di fondamentale: le vostre minacce non ci intimidiscono. Non ci piegheremo di fronte alle vostre pressioni economiche, non ci sottometteremo ai vostri dettami politici. Abbiamo imparato qualcosa che voi non potete comprendere: la dignità di un popolo vale più di tutte le comodità materiali del mondo. E' meglio essere poveri e liberi che ricchi e schiavi. E' meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.

L'ovazione fu interminabile. Durò più di 10 minuti. Dieci minuti in cui un intero edificio tremò per gli applausi. Come se l'Onu per un istante ricordasse perché esiste, al di là dei protocolli.

Quando il Che terminò e abbandonò il podio, lo fece a testa alta con la serenità di chi sa che ha trasformato un attacco in un trionfo. Mann rimase seduto come una statua, vittima della sua stessa furia. Settimane più tardi fu allontanato in modo discreto. Ma  il danno era ormai fatto

Quella notte, i giornali di tutto il mondo parlarono dei “cinque minuti che cambiarono la diplomazia”.

Effettivamente cambiarono qualcosa. Per la prima volta molti uomini e donne non cubane ascoltarono la rivoluzione non come uno slogan ma come una parola piena di dignità. Milioni, in Africa, in Asia, e in America latina, videro in quella risposta una prova del fatto che è possibile guardare il potente negli occhi senza abbassare la testa. Che l'insulto può diventare un'arma se il tuo carattere è più forte del tuo orgoglio ferito. Perché ci sono trionfi che non si ottengono con la forza ma con la dignità.

La rivoluzione di Ansarallah: lo Yemen oltre la propaganda atlantista (INTERVISTA A TIM ANDERSON)

 

Dietro la narrazione occidentale che li etichetta sbrigativamente come "ribelli Houthi" o meri burattini dell'Iran, si nasconde una delle rivoluzioni popolari più complesse e censurate del nostro tempo. Il movimento yemenita di Ansarallah non solo ha resistito per un decennio alle brutali guerre per procura scatenate dalle monarchie del Golfo e da Washington, ma ha avuto il coraggio di sfidare l'egemonia israelo-americana nel Mar Rosso in difesa del popolo palestinese. In questa intervista esclusiva a Tim Anderson di Roberta Rivolta - traduttrice in italiano del suo libro sullo Yemen -  viene smontata la propaganda che impazza in tutti i media filo NATO, ripercorrendo la genesi di un movimento fondato su giustizia sociale, indipendenza nazionale e lotta all'imperialismo, che si prepara a sconfiggere definitivamente le forze occupanti e a ridisegnare gli equilibri dell'intera Asia Occidentale.

 

di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

Dai legami storici inquietanti del sionismo alle prossime elezioni in Israele. Intervista con Francesco Lazzeri


di Giulia Bertotto


Francesco Lazzeri
è l’autore di un corposo e rigoroso saggio dal titolo “Sionismo e nazismo facce della stessa medaglia. Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze”. (Edizioni sensibili alle foglie 2026). Francesco Lazzeri è pedagogista, è stato da sempre militante a sostegno per la causa di autodeterminazione del popolo palestinese, ha visitato i campi profughi in Libano e già nella sua tesi di laurea aveva approfondito il sistema scolastico e formativo e la questione palestinese.

L’Antidiplomatico, nella rubrica “preferivo scrivere”, lo intervista proprio per rintracciare le perniciose cause e arrivare fino alle nefaste e attuali conseguenze di quell’intreccio di ideologia, interessi economici, crimini e volontà distruttrice. Infatti le radici del primo genocidio in diretta mondiale sui social le troviamo molto prima non solo della tv, ma perfino della radio.

Abbiamo chiesto all’autore del testo di sintetizzare in tre date emblematiche – precedenti alla Nakba del 1948 e tre date successive a questa data- come si sono sovrapposte, confluite e fuse secondo lui le ideologie sionista e quella nazista. Conoscere la storia e come viene manipolata da chi domina la narrazione del passato è fondamentale per capire il presente e incidere su di esso.

Intanto il Parlamento italiano ha approvato l’ennesima legge elettorale che ci sottrae completamente le sedi che apparterrebbero alla cittadinanza, al popolo sovrano. Al contempo sta per approvare, molto probabilmente a novembre, la cosiddetta Proposta di legge contro l’antisemitismo. Possiamo trovare un rapporto tra le due cose?

Il 27 ottobre ci saranno le tesissime e attesissime elezioni in Israele. Netanyahu guida il partito Likud dal 1993, è salito al potere già nel 1996, ed è il primo ministro più longevo della storia del paese…ma come spiegato nel dialogo con Lazzeri, Netanyahu è solo il culmine ultimo e più violento di un’ideologia nata nei primi anni del Novecento.

E ancora: possiamo pensare, come ipotizza lo storico israeliano Ilan Pappé nel suo ultimo saggio “La fine di Israele” (Fazi 2025) che ormai il processo di smantellamento di questa entità colonialista sia iniziato? Le ipotesi non servono ad indovinare ma a ragionare insieme e a mettere in moto idee ed energie.

Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher

 

di Agata Iacono

 

Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.

Perché è rassicurante?

Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.

Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
 
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
 
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.

Sono scesi in piazza in decine di migliaia e non sono stati mai ascoltati. Anzi: si sono trovati davanti un muro, Valditara ha impedito che nelle scuole si parlasse di Palestina, i pochi docenti che hanno organizzato confronti e dibattiti con Francesca Albanese o Moni Ovadia e Ilan Pappè sono stati sottoposti a pesanti sanzioni disciplinari.

Questi ragazzi ci sono sempre stati ma si è sempre pensato esclusivamente a reprimerli o a inquadrarli sotto una sigla. E ad un certo punto hanno capito che avrebbero dovuto costruire loro una alternativa, che il futuro è loro e che solo loro possono prenderlo in mano.

Le manifestazioni in Francia e in Spagna, in tutta Europa, certamente, hanno accelerato questo processo. Ma con una consapevolezza politica più elaborata, che unisce il rifiuto di diventare carne da cannone alla drammatica consapevolezza di non avere più il diritto di studiare, di abitare, di curarsi, di mangiare, di avere una qualsiasi prospettiva futura.

Lo chiamano disagio come se fosse una categoria psicosociale. Non è disagio, è presa di coscienza. È il tentativo di poter incidere, di cambiare il sistema, di essere ascoltati.

E qui entra in ballo Yussef.

Le piazze del 17 ottobre erano state convocate da una sigla "Italia in piazza", non meglio identificata. In contrasto con questi promotori, occorreva fare un tentativo: quello di canalizzare la rabbia, creare un minimo di coordinamento, immettere contenuti politici. Avrebbero potuto farlo le varie siglie extraparlamentari o i partiti di opposizione parlamentare. Ma se ne sono guardati bene, condannando le vetrine rotte o scegliendo un approccio paternalistico, sono scappati, li hanno lasciati soli.

Cosa ha fatto Youssef?
 
Ha semplicemente cercato di sopperire a questa vergognosa implosione di generale incapacità e codardia, offrendo uno strumento di condivisione. Ha creato una chat telegram, aperta a tutti, e un canale Istagram, col nome "Movimento 17 ottobre". Ma lo ha fatto dopo il 17 ottobre e con lo scopo di offrire un metodo, seppure ingenuo e infiltrabile, di confronto e condivisione.

Ho seguito il canale telegram fin dall'inizio, cercando di capire meglio. Inizialmente il dialogo sembrava abbastanza confuso, era evidente la presa di distanza dai promotori delle piazze del 17 ottobre (considerati traditori), si implementavano metodi per individuare ed espellere gli infiltrati. Ricordo che un membro scrisse: "io ho un'arma". Lo individuarono come poliziotto provocatore e lo cacciarono. Si chiedevano come difendersi da infiltrazioni, come contattare eventuali avvocati  e non ho mai letto nessuno che invitasse alla violenza gratuita.
 
Al massimo, nel dibattito serrato, alcuni sostenevano che il 17 ottobre a Milano aveva rappresentato l'unico disperato modo per farsi prendere in considerazione. Ha prevalso sempre, invece, una moderazione dell'amministratore che invitava sempre alla calma, a darsi obiettivi, a coordinarsi.
 
Si raccomandava di non coprirsi il volto, di non cadere in provocazioni. C'era pure un simpatico vademecum di come difendersi dal lancio di lacrimogeni (manuale che gira dal 1970 praticamente uguale) e numeri di avvocati da contattare gratuitamente in caso di fermo o di percosse. Ma le infiltrazioni erano troppe: le piazze indicate da ciascuna città rischiavano di rivelarsi un cul-de-sac pericolosissimo.
 
Il canale telegram generale ha dato la possibilità a ciascun membro di aprire un sottogruppo territoriale, per città. Quindi gli adm hanno chiuso tutte le chat annullando le piazze previste per sabato 24, annunciando che sarebbero stati individuati in ogni città 3 punti di convergenza che sarebbero stati resi noti all'ultimo momento.

Questo è il comunicato N.2 ancora visibile su Istagram:

https://www.instagram.com/p/De1nxn6iDRN/?img_index=7&xtok=anFic2Ezc2p5MTlo


Ma alle 14.30 di sabato 24 Youssef era già stato fermato. Se fosse stato il leader, la guida, la "mente", ci sarebbe stata una reazione di immobilità o di rabbia.

Invece in tutte le città i ragazzi si sono mossi autonomamente senza aspettare indicazioni. E non hanno rotto vetrine... Quindi non hanno avuto indicazioni prima del 17 ottobre e neppure prima del 24 ottobre.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente" del “Movimento 17 Ottobre” la pagina Instagram l'avrebbe aperta prima, invece  risulta aperta solamente dopo.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente", la chat telegram sarebbe dovuta esistere già il 17 ottobre, invece è stata aperta dopo.

Se Youssef Siher avesse mai avuto davvero una qualche influenza sul Movimento 17 ottobre, il 24 ottobre i ragazzi non sarebbero scesi autonomamente nelle piazze di tutta l'Italia.

Se Youssef Siher, che lavora per Mercor, (è quindi un esperto internazionale di AI), avesse veramente avuto qualcosa da nascondere avrebbe semplicemente cambiato IP o creato un tunnel VPN per non farsi individuare a casa sua da una banalissima ricerca della Polizia Postale.

Se Youssef Siher si fosse chiamato David o Moshè, avesse avuto le treccine e la kippah e avesse incitato ad uccidere bambini palestinesi, sarebbe stato protetto e esaltato.

Ma per affermare l'ovvio ci vorrebbe una stampa libera e indipendente, non islamofoba e sionista. E soprattutto ci vorrebbe una classe politica seria.

Il "capo dei maranza" e le elemosine di Meloni

 

di Francesco Santoianni

 

Da quattro giorni, sui media nessuna notizia sul “militare italiano” trovato, per puro caso, dai Carabinieri a Somma Vesuviana il 21 ottobre con tre bottiglie molotov nell'automobile e, quindi, trasferito nel carcere di Poggioreale. Nulla, neanche il solito comunicato della Procura sull’eventuale convalida dell’arresto o sul nome del fermato. Che, ovviamente, ora è uccel di bosco considerando la nuova legge sull’impunità concessa ai servizi segreti che, a differenza dei poliziotti rinviati a giudizio per i fatti di Genova del 2001, possono ora portare alla luce del sole bottiglie molotov e altro ai loro infiltrati nei cortei.

Intanto – forse, per far dimenticare questa storia o per dare mangime sui social ai “complottisti” o ai “vannacciani” - dilaga il can-can mediatico sulla “identificazione del capo dei maranza”: tale Youssef Siher “ricercatore presso l’ISPI” (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Il tutto per dimostrare che – al pari di Tony Negri di qualche decennio fa - se i cortei di questi giorni finiscono in scontri con la polizia non è per gli infiltrati, la miseria e la conseguente rabbia ma per qualche “cattivo maestro” (si veda la foto).

Il tutto nella speranza che le migliaia di autotrasportatori, coltivatori, pescatori… scesi in piazza in questi giorni si rassegnino davanti alle elemosine (alcune subordinate all’OK dell’Unione europea) promesse dal governo.

La Cina sta realizzando il sogno storico del socialismo (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi 
 
La Cina è diventata ormai “la fabbrica del mondo” in larga parte grazie alla pianificazione dell’economia, sempre più affidata all’Intelligenza artificiale. La pianificazione flessibile e sperimentale di un sistema di impianto socialista governa mercati e imprese, dirigendo la forza vitale del capitalismo verso il benessere collettivo senza sacrificare il profitto. Ma è già in atto un prossimo passo, che consiste nel rendere superfluo il capitalismo automatizzando il sistema della produzione e del reinvestimento del surplus generato. Il sogno della “fabbrica unica” che sincronizza domanda e offerta tramite l’interazione di “agenti”, che rendono necessario l’intervento umano solo quando un agente segnala un caso che non sa risolvere: un cliente che contesta, un guasto anomalo, un materiale introvabile. Non stiamo parlando di un futuribile, ma di un traguardo che la Cina può raggiungere tra il 2035 e il 2040. Nel 2025 il Paese ha installato 354 mila robot industriali, il 59% del totale mondiale. Le consegne di robot umanoidi, destinati ai lavori manuali più vari che i robot tradizionali non riescono a svolgere, dovrebbero passare dalle 50 mila unità del 2026 a quasi mezzo milione all’anno nel 2030. Entro la fine del decennio gli agenti di AI coordineranno la grande industria, e nel decennio successivo elettronica, automobile, chimica e siderurgia funzioneranno “al buio”: dentro fabbriche prive di illuminazione, diventata superflua. La maggior parte del valore aggiunto manifatturiero uscirà da impianti senza presenza umana sistematica.

È la realizzazione di un sogno antico che il socialismo del '900 aveva inseguito senza successo. Nel 1945 Friedrich von Hayek aveva sostenuto che nessun pianificatore avrebbe mai potuto raccogliere le informazioni disperse tra milioni di produttori e consumatori, compito che solo il sistema dei prezzi sapeva svolgere. A metà degli anni 60 Oskar Lange gli rispose che il calcolatore avrebbe risolto in un istante le equazioni che il mercato risolve a tentoni, ma i computer di allora erano macchine da laboratorio. In Unione Sovietica Viktor Gluškov progettò una rete nazionale di elaboratori per governare l’economia, e fu la stessa burocrazia che avrebbe dovuto servire ad accantonarla. In Cile il governo di Salvador Allende affidò a Stafford Beer il progetto Cybersyn che collegava le fabbriche nazionalizzate a una sala di controllo centrale. Il colpo di Stato del 1973 lo spense prima che potesse mostrare di cosa fosse capace. Oggi il problema posto da Hayek trova una soluzione che non viene dalla teoria ma dalla tecnica. Gli agenti di AI non hanno bisogno di accumulare in un centro tutte le informazioni dell’economia perché lavorano dove le informazioni nascono: nel reparto, nel magazzino, nell’ufficio acquisti, nel rapporto tra fornitore e cliente. Leggono la domanda nel momento in cui si forma e la traducono in ordini, piani di produzione e acquisti di materiali, senza bisogno di un’autorità onnisciente. È una pianificazione diffusa che conserva la flessibilità del mercato senza dipendere dalla sua cecità.

La Cina è il primo Paese a disporre di tutti gli ingredienti per tentare l’impresa. Dispone della più grande base manifatturiera del pianeta, di una filiera che produce in casa i componenti delle macchine e di uno Stato capace di fissare obiettivi di lungo periodo, come il programma AI plus che punta a integrare l’AI nel 90% dell’economia entro il 2030. Nelle imprese il cambiamento è già cominciato. Piattaforme come quella della Black Lake mettono al lavoro agenti che interpretano i disegni tecnici, preparano i preventivi, programmano la produzione e controllano la qualità. Il passaggio decisivo, tuttavia, riguarda il reinvestimento del surplus. Per Braudel e per Arrighi, il capitalismo non coincide con il mercato. È lo strato superiore dell’economia in cui pochi soggetti decidono dove spostare i capitali in cerca del profitto più alto. Quando una rete di agenti saprà rilevare dove servono nuove capacità produttive, macchine e infrastrutture, destinandovi le risorse secondo criteri stabiliti dalla collettività, il capitalista come arbitro privato dell’accumulazione perderà la sua ragione d’essere. Il profitto non scomparirà, ma da padrone del processo diventerà uno dei suoi indicatori.
L’intervento umano ridotto all’eccezione non segna però la fine della politica, ma il suo ritorno al centro della scena. Le macchine sanno come produrre, non che cosa valga la pena produrre, per chi e a quale prezzo per l’ambiente e le generazioni future. Le società che avranno costruito la fabbrica unica si troveranno davanti alla sola domanda cui nessun agente può rispondere: a cosa serve tanta abbondanza? Su questa domanda, e non più sul costo del lavoro, ha iniziato a giocarsi la sfida tra i sistemi politici di questo secolo. Ed è qui che l’idea socialista viene chiamata a misurare la sua superiorità sullo spirito del capitalismo e sulla mistica dei mercati.
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 25 ottobre 2026]

I mandanti occulti (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano 25 ottobre 2026

 

I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare di quando tentano di fare benzina. Se sono autotrasportatori sono rovinati, se sono pescatori o agricoltori pure. Prima integravano col reddito di cittadinanza (550 euro al mese di media per arrivare a 750 col resto, roba da nababbi), ma ora gli han tolto pure quello, divanisti e fancazzisti che non sono altro. Un tempo la nonna dava una mano alla famiglia a sbarcare il lunario, ma ora s’è arresa: la sanità pubblica costa quasi quanto la privata. Passeggiano in centro e le vetrine gli sbattono in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe. Sono i miliardari stranieri, che la città “attrattiva” richiama più di Dubai, grazie alla tassuccia piatta del noto progressista Renzi; e quelli italiani, tutti ceo, founder, creator, merchandiser, stylist e influencer che parlano solo di figa, “ape” e soldi, anzi business, call, brainstorming, brand, warming, location, Rolex, Porsche, Maserati, chef stellati, fiumi di coca e mignotte à go go, pardon escort, e si arrapano per City Life, Expo, Fashion Week e tutte le altre Week.

I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi (cioè di indebitarli). Sentono dire che Eni, Leonardo e le banche, grazie ai rincari dell’energia, cioè alle guerre, raddoppiano e triplicano gli utili, ma tosarli per i bisogni della gente è una bestemmia. Tutto intorno a loro non si parla che di guerre, armi, bunker, arruolamenti, esercitazioni, nemici da sconfiggere o da inventare. E tra i nemici ci sono pure loro. Li chiamano pure “maranza”, un po’ marocchino e un po’ melanzana, per farli sentire un po’ più diversi, sbagliati, estranei: “In galera!”. In tv Fazio e Serra, Scurati e Zoro parlano di loro con l’aria dei colonnelli in pensione e delle sciure all’ora del tè: il pane non gli manca, ma sono viziati, vogliono pure le sneakers e i libri mica li rubano, eh no, perché sono pure ciucci, signora mia. Quindi non si capisce proprio cosa abbiano da protestare. Ci dev’essere per forza qualcuno dietro.

Le proteste servono

 

di Gabriele Busti

 

Le proteste servono, per quanto Giorgia pare che stamattina abbia chiuso la questione con un piatto di lenticchie, 110 milioni agli autotrasportatori e una settantina tra agricoltura e pesca. Qualcuno sostiene che dal nostro meraviglioso paese siano usciti 27 miliardi all'anno, negli ultimi quattro anni, variamente connessi alla nostra decisione di seguire in tutto e per tutto il suicidio europeo nella guerra di Ucraina.

Le proteste servono come il pane, servono a cambiare il clima, a strappare, anche solo per un momento, la narrazione dalle mani dei camerieri. Le proteste servono anche quando vengono tacitate, minimizzate, filtrate, pervertite, strumentalizzate, annacquate, risignificate e tirate per la giacchetta.

Le proteste bucano il velo di un'irrealtà costruita a mezzo di mille finti conflitti identitari, connettono il piano del reale con quello della rappresentazione, riavvicinano il discorso pubblico a quello privato.

Le proteste servono perché fanno sentire chi soffre meno solo, perché danno la sveglia, perché bucano quel velo depressivo che indirizza le sofferenze sociali verso la dimensione privata.

Le proteste servono ma sono ancora una goccia nel mare e questo non è nemmeno il più grave dei problemi.

Le proteste servono ma sono confuse e questo è il più grave dei problemi. Sono confuse perché tutti vogliono spiluccare sulle proteste, ma non esiste, ad oggi, un attore politico che abbia legittimità di porre sul piatto le cause reali di un problema che invece ha nome, cognome, indirizzo e codice postale.

Le proteste servono perché di certe cose non si può parlare, non è data liceità nel dibattito pubblico. Le proteste servono ma serve ancor più una forza politica che provi a dare una spiegazione alle rabbie, alle sofferenze e alle proteste. Nessuno dei partiti e dei movimenti che stanno in parlamento può permettersi di farlo.

Le proteste servono perché dal primo giorno della guerra di Ucraina l'inflazione è salita del 27% e gli stipendi sono cresciuti in media del 6%, i mutui a tasso variabile sono aumentati del 30%. E si veniva dalla pandemia, non certo dal Bengodi.

Le proteste servono perché il nostro governo appoggia la coalizione Epstein che ha scatenato la guerra in Iran e ha fatto saltare il prezzo della benzina.

Le proteste servono perché in questi ultimi anni la gente ha attinto dal risparmio privato, dai finanziamenti, dalle rate dalla vendita dei propri immobili. Lo ha fatto per cercare di mantenere un tenore di vita che credeva le spettasse per diritto e a cui si era irrimediabilmente abituata, e non ce la sta più facendo, e molti stanno deragliando.

Le proteste servono perché non avere il coraggio di interpretare il collasso demografico come il segnale definitivo del suicidio del paese significa essere depressi in modo irrimediabile.

Le proteste servono perché non ci si può più tirare indietro rispetto alla nostra riduzione a colonia. Servono le proteste per creare una massa critica che ponga disperatamente il problema della sovranità popolare del paese.

Le proteste che servono sono quelle che invocano la fine dell'Unione Europea che è un aborto delinquenziale nella sua intima costituzione. Per far emergere davvero questa verità che sta lentamente venendo a galla, servono anche le proteste.

Le proteste servono per convincere la gente che è arrivato il momento, a pena della morte, di mettere in discussione un vincolo atlantico che abbiamo già abbondantemente pagato. Attenuarlo, assecondarlo, contrastarlo dall'interno, ricontattarlo, le abbiamo provate tutte e ci siamo anche riusciti, ma oggi la la tenaglia è troppo stretta e non si allargherà più. E questo, o lo capiamo o moriremo.

Le proteste servono perché la maggioranza del paese indossa schemi mentali che fanno apparire l'eventualità di autodeterminarci in opposizione agli americani e all'Unione Europea come un orrore. Solo se le proteste andranno a buon segno, capiranno che non è vero. Solo se puntiamo al massimo otterremo almeno qualcosa.

Le proteste servono perché la via parlamentare ce l'hanno preclusa, e prima di andarci a schiantare dobbiamo tentare la strada delle proteste.
 
 

Il "capo dei maranza" e le elemosine di Meloni

 

di Francesco Santoianni

 

Da quattro giorni, sui media nessuna notizia sul “militare italiano” trovato, per puro caso, dai Carabinieri a Somma Vesuviana il 21 ottobre con tre bottiglie molotov nell'automobile e, quindi, trasferito nel carcere di Poggioreale. Nulla, neanche il solito comunicato della Procura sull’eventuale convalida dell’arresto o sul nome del fermato. Che, ovviamente, ora è uccel di bosco considerando la nuova legge sull’impunità concessa ai servizi segreti che, a differenza dei poliziotti rinviati a giudizio per i fatti di Genova del 2001, possono ora portare alla luce del sole bottiglie molotov e altro ai loro infiltrati nei cortei.

Intanto – forse, per far dimenticare questa storia o per dare mangime sui social ai “complottisti” o ai “vannacciani” - dilaga il can-can mediatico sulla “identificazione del capo dei maranza”: tale Youssef Siher “ricercatore presso l’ISPI” (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). Il tutto per dimostrare che – al pari di Tony Negri di qualche decennio fa - se i cortei di questi giorni finiscono in scontri con la polizia non è per gli infiltrati, la miseria e la conseguente rabbia ma per qualche “cattivo maestro” (si veda la foto).

Il tutto nella speranza che le migliaia di autotrasportatori, coltivatori, pescatori… scesi in piazza in questi giorni si rassegnino davanti alle elemosine (alcune subordinate all’OK dell’Unione europea) promesse dal governo.

Due morti e diversi feriti in un attacco ucraino nel sud della Russia

 

Un nuovo attacco condotto dalle forze ucraine contro il territorio della Federazione Russa ha provocato due morti e 17 feriti, tra cui un bambino, nella provincia di Voronež. A darne notizia lunedì mattina è stato il governatore locale Alexander Gusev.

Il bilancio più grave riguarda un convoglio passeggeri in transito fuori dalla città di Voronez, investito dai detriti di un drone precipitato sul treno. L'impatto ha causato un elevato numero di feriti tra i passeggeri, due dei quali versano in gravi condizioni. I servizi di emergenza sono intervenuti tempestivamente per prestare soccorso ed evacuare l'area.

L'attacco aereo, condotto a sventagliata sul tessuto urbano e industriale, ha provocato focolai d'incendio in diverse strutture produttive (senza causare conseguenze critiche per gli impianti), oltre a danneggiare un centro direzionale nel cuore della città, un edificio residenziale, due complessi turistico-ricettivi, uno stadio scolastico e un'area adibita a garage. Danni generalizzati alle facciate e alle vetrate delle abitazioni si registrano in quasi tutti i quartieri del capoluogo.

Sul piano militare, il governatore Gusev ha riferito che i sistemi di difesa aerea russi hanno intercettato e distrutto complessivamente 113 velivoli a pilotaggio remoto (UAV) nello spazio aereo sopra l'area metropolitana e i distretti della regione. Oltre 70 droni sono stati abbattuti direttamente sopra la città di Voronež nel corso delle operazioni difensive notturne e delle prime ore del mattino.

Teheran chiama, Riad e Ankara rispondono: la nuova architettura di sicurezza regionale

 

L'Iran compie un passo fondamentale verso la definizione di una nuova architettura di sicurezza regionale affrancata da ogni ingerenza occidentale. Ali Baqeri Kani, vicesegretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, ha annunciato la imminente visita a Teheran di una delegazione di altissimo livello composta dal ministro della Difesa dell'Arabia Saudita, Khaled bin Salman, dal capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, e dal capo dell'intelligence turca, Ibrahim Kalin.

La storica riunione congiunta con il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, il generale Mohsen Rezai, si inserisce nel quadro dell'iniziativa strategica promossa da Teheran per costruire un modello di difesa e cooperazione regionale basato esclusivamente sulle capacità interne dei Paesi dell'Asia Occidentale.

"Nessuno spazio per le interferenze straniere"

Come ribadito dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, la posizione di Teheran è chiara: la stabilità e la pace nella regione possono essere garantite unicamente respingendo ogni interferenza o influenza straniera, a partire dal ruolo eversivo esercitato da Washington e dal regime israeliano, individuati come la principale fonte di instabilità nell'area.

"Il modello di difesa della Repubblica Islamica dell'Iran, basato sulle proprie capacità nazionali, si è dimostrato efficace per garantire la sicurezza nazionale", ha evidenziato Baqai, sottolineando come la cooperazione tra Iran, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rappresenti un passo concreto e realizzabile verso la piena sovranità strategica del quadrante.

Il fallimento dell'aggressione USA-Israele e il nuovo ordine regionale

Questa svolta diplomatica arriva a seguito degli eventi bellici delle ultime settimane. L'aggressione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano si è scontrata con la risposta difensiva e le rappresaglie sferrate da Teheran contro le posizioni d'attacco nella regione. La guerra di 40 giorni si è conclusa con un cessate il fuoco formalizzato nel Memorandum d'intesa di Islamabad tra Iran e Stati Uniti, senza che la coalizione fosse riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati di smantellare le capacità difensive dell'Iran o di sottometterne la leadership, mentre Teheran ha mantenuto il controllo strategico sullo Stretto di Hormuz.

La lezione sul campo si riflette ora sul piano geopolitico. L'iniziativa iraniana per una sicurezza regionale autonoma dimostra come il tentativo di isolare Teheran o di imporle diktat unilaterali nei canali diplomatici sia fallito. Nel nuovo scenario multipolare dell'Asia Occidentale, la sicurezza si costruisce con gli attori della regione, ponendo fine alla stagione del tutelaggio neocoloniale americano.

Il 7 ottobre ed il pensiero "liberal" occidentale

 

di Vincenzo Brandi

Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney. Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale. Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:

“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.

Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.

Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).

Infatti, le conseguenze pratiche dell’azione del 7 ottobre sono state la discesa in campo, a sostegno della Resistenza, di Hezbollah, dalla parte del Libano, e del movimento Ansar Allah dello Yemen, con l’Iran a fare da sostegno sullo sfondo.

I successivi sviluppi sono stati il fallito attacco di Israele ed USA all’Iran, che ha fatto intervenire altre forze rivoluzionarie, come le milizie di mobilitazione popolare dell’Iraq, e hanno causato una crisi energetica e politica globale ancora in corso. Le monarchie arabe reazionarie, come Arabia Saudita o gli Emirati Uniti, pronte ad un’alleanza stabile con Israele, sono risultate fortemente indebolite per gli attacchi alle basi militari USA e agli impianti civili ed energetici.

La questione della liberazione della Palestina è stata prepotentemente rimessa in prima linea, offuscando la falsa prospettiva dei “due stati” tanto di moda tra i “progressisti” occidentali.ma ormai irrealizzabile e divenuta solo uno slogan ingannatore.

Indubbiamente vi è stato uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale, che ha sotto gli occhi il genocidio e tutti i crimini commessi da Israele. Ma ciò di per se’ serve a poco, almeno per ora, visto che tutti i paesi occidentali continuano a sostenere Israele al 100 per 100, con finanziamenti, fornitura di armi e munizioni, accordi economici e scientifici.

 

I PRECEDENTI DI IRAQ E ALGERIA

Forse è utile ricordare il precedente storico del 2003 quando milioni di persone scesero in piazza per opporsi alla guerra che si preparava contro l’Iraq. Il New York Times scrisse che due erano le potenze mondiali contrapposte: l’Imperialismo guerrafondaio e l’opinione pubblica pacifista. Ma era una bugia. La guerra andò avanti lo stesso fino alla distruzione dell’Iraq, basandosi sulle evidenti menzogne dei criminali George Bush e Tony Blair. Solo il Capo di Stato Maggiore Colin Powel, dopo aver mostrato all’assemblea generale dell’ONU la famosa provetta finta, recentemente si è detto pentito e ha confessato la verità.

Oggi gli USA lasciano l’Iraq dopo più di 20 anni sotto la pressione delle forze della Resistenza locali e dell’Asse della Resistenza dell’Asia Occidentale.

Anche la convinzione di molti “progressisti liberal” che la guerra del Vietnam degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sia finita per la forza del movimento pacifista è errata. Il ritiro degli USA avvenne quando il Governo statunitense si rese conto che la Resistenza dei Vietcong non sarebbe finita mai nonostante le perdite subite (due milioni di morti). Solo allora il Governo USA ritenne opportuno tenere in conto e collegarsi al pacifismo dilagante, non essendo più conveniente continuare la guerra.

La liberazione dell’Algeria è avvenuta con enormi sacrifici (un milione e mezzo di morti), ma anche contro l’opinione pubblica francese che fu in genere contraria all’indipendenza algerina.

Il riferimento all’Algeria ci permette di criticare un altro tipo di atteggiamento del pensiero “liberal” occidentale, quello secondo cui ogni buona rivoluzione e lotta di liberazione dovrebbe avvenire in modo corretto e rispettando certe regole (stabilite dal pensiero occidentale).

Ci può aiutare in questo il ricordo del bellissimo e coraggioso film di Gillo Pontecorvo: “La battaglia di Algeri” del 1966, che fece tanto infuriare i Francesi. Nel film non si nascondono e non si criticano gli atti di terrorismo delle donne algerine che andavano a mettere le bombe nei caffè frequentati dai Francesi.

In definitiva, la presa di coscienza di larga parte anche dell’opinione pubblica occidentale riguardo ai crimini del Sionismo è un fatto positivo, ma non di per sè determinante. Al primo posto c’è la Resistenza in ogni sua forma. Gli attivisti che si battono per l’indipendenza della Palestina devono partire da questo: collegarsi con la Resistenza ed implementare tutte le azioni che siano di sostegno alla Resistenza, come intervenire a favore dei prigionieri palestinesi, incrementare azioni di boicottaggio diretto ad Israele, opporsi alle leggi liberticide che cercano di salvare il Sionismo colonialista. Alla fine le azioni della Resistenza e la crisi globale indurranno molti governi e istituzioni internazionali a tenere conto dei cambiamenti nell’opinione pubblica e a scaricare Israele al proprio destino.

Roma, 23 ottobre 2026, Vincenzo Brandi

Serbia. Vucic perde le elezioni e accusa UE e USA di interferenze

 

In Serbia si consuma un terremoto politico destinato a ridefinire gli equilibri nei Balcani. I risultati preliminari diffusi dalla Commissione elettorale della Repubblica (RIK) confermano che la Lista degli Studenti, forza cardine dell'opposizione, è in nettissimo vantaggio nelle elezioni parlamentari anticipate con il 51,84% dei voti, a fronte del 39,77% ottenuto dalla coalizione di governo Serbia Unita. Con quasi il 93% dei seggi già scrutinati, i dati ufficiali convergono con le proiezioni finali degli istituti CeSID e Ipsos, che attribuiscono all'opposizione guidata dai giovani il 52,9% delle preferenze e alla compagine di governo il 38,8%.

La consultazione elettorale è giunta al culmine di una fase di profonda instabilità istituzionale e sociale, apertasi nel novembre 2024 con il tragico crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad costato la vita a 16 persone.

La lettura di Vucic: "Una rivoluzione eterodiretta dal deep state"

Nel commentare la sconfitta, l'ex presidente serbo ha scelto toni di netto scontro geopolitico, puntando il dito contro le regie occulte esterne che avrebbero finanziato e orchestrato la mobilitazione di piazza: "È la conferma di una rivoluzione condotta con il sostegno diretto di vari Paesi europei e del deep state americano".

Rivolgendosi ai vincitori con toni duri, Vucic ha rincarato la dose: "Mi congratulo con loro, anche se sono solo gli esecutori di un lavoro sporco ideato da qualcun altro per abbattere un Paese sovrano. Per il momento ci siete riusciti. Per quanto tempo? Lo vedremo". Pur ammettendo la disfatta e confermando che continuerà la battaglia dai banchi dell'opposizione senza lasciare il Paese ("Amo la Serbia. Non lascerò mai la Serbia"), il leader uscente ha lasciato intendere che la transizione aprirà scenari ad altissima tensione, non ultimi i dossier legati all'allineamento geopolitico di Belgrado, a partire dalle pressioni occidentali per imporre sanzioni economiche contro la Russia, un argine che la vecchia guardia sosteneva di voler difendere.

Le congratulazioni lampo di Bruxelles e l'ipoteca sull'asse atlantico

Mentre le piazze di Belgrado festeggiavano la fine di un'era, la risposta dell'apparato eurocratese non si è fatta attendere. I vertici di Bruxelles — con i messaggi speculari affidati ai social da Ursula von der Leyen e António Costa — si sono affrettati a blindare il risultato della Lista degli Studenti, promettendo immediato sostegno finanziario e politico per accelerare i processi di integrazione della Serbia nell'Unione Europea.

Resta ora da capire quale sarà il reale margine di manovra di un esecutivo nato sulle ceneri di una protesta di piazza e immediatamente rivendicato dai tecnocrati comunitari come una vittoria della propria sfera di influenza, in un quadrante balcanico che continua a rappresentare il terreno di scontro primario tra le spinte del multipolarismo eurasiatico e l'egemonia euro-atlantica.

 

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