Le indagini su Youssef Siher devono ancora provare che c’è di più e di peggio
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Da una settimana il governo ha una regola semplice per le piazze: chi rompe paga, e se è minorenne pagano i genitori. Per le redazioni nessuno ha pensato a nulla di simile, eppure sulle prime pagine le reputazioni si rompono con la stessa disinvoltura con cui a Milano si sfondano le vetrine.
Vale anche quando a subire la sassaiola degli articoli è un personaggio come Youssef Siher, trentenne bresciano, ricercatore con dottorato e giornalista freelance, fermato il 24 ottobre come amministratore del canali social del Movimento 17 ottobre. In poche ore è diventato la «mente» del movimento, poi il «capo e ideologo dei maranza», in un titolo che si apriva con due parole: «origine marocchina». Il suo gruppo Telegram, però, è nato alle 19.58 del 18 ottobre, a saccheggi conclusi. La procura descrive i devastatori come giovani «profondamente eterogenei», in gran parte minorenni, «non appartenenti a gruppi o associazioni politiche o d’area», e ammette che nei messaggi «non vi sono diretti riferimenti» a devastazioni o saccheggi. C’è chi l’ha definito un «capo postumo». Il regista è arrivato dopo il film.
Damiano Aliprandi, il cronista giudiziario più preparato e attendibile che abbiamo, subito dopo l’arresto aveva denunciato la «vergognosa analisi» di Siher sul 7 ottobre: «Definisce la mattanza di Hamas, con oltre milleduecento morti e i rapiti, “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Lo chiama “atto di liberazione”. E se la prende con chi, a sinistra, prova almeno a condannare la strage dei civili: secondo lui quella condanna morale è uno sguardo occidentale che depotenzia “la portata rivoluzionaria dell’atto”».
Qualche giorno dopo Aliprandi ha letto il provvedimento, le imputazioni e le richieste, e ne ha scritto su Facebook. Ha richiamato la teoria cospiratoria della società di Karl Popper, l’idea che ogni evento sia il risultato di un piano di qualcuno, con la variante che qui il piano è stato scritto dopo gli eventi. E ha fatto un’osservazione ineccepibile: «Le idee di Siher vanno combattute con le idee. E magari con una politica responsabile, penso all’opposizione disastrata di oggi, incapace di prendere le distanze con forza. Oggi tocca a lui. Domani a chi ci sta simpatico o dalla parte giusta. Magari anche a te che stai leggendo».
Noi sappiamo ancora poco di questo «malintenzionato»: perché abbia aperto il suo sito, quali relazioni abbia col mondo palestinista e jihadista, se sia una pedina della guerra ibrida putiniana o altro. Le procure e gli altri organi dello Stato ce lo diranno, confidiamo, senza forzature. Oggi il Gip deciderà se convalidare il fermo.
La diffidenza è giustificata: tanti fermati, tanti minorenni fra loro fanno una storia appetibile, ma forse non abbastanza. Magari serve un volto, e se ha un nome arabo, un master e un blog anti-occidentale, tanto meglio per dare slancio a un’inchiesta. Non vorremmo fosse così.
La professoressa Elisa Giunchi, che è stata sua docente alla Statale, esagera un pochinino quando dice che quelle frasi non le sembrano così gravi. A chiunque non abbia, per un motivo o per l’altro, un pregiudizio favorevole nei suoi confronti, quelle idee appaiono obbrobriose, anche se non hanno avuto il tempo di trasformarsi in azioni. Ma fino a prova contraria Siher è soltanto un malintenzionato, e ci deve essere proporzione nelle accuse. In attesa che le carte che non conosciamo o ulteriori indagini dimostrino che c’è di più e di peggio.
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