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“Mia figlia ha la sindrome di Marfan, una malattia terribile e molto rara. Oggi, grazie alle cure, la sua colonna vertebrale è dritta”: Luca Ward racconta le terapie in Francia

30 October 2026 at 13:49

Dalla voce di Massimo Decimo Meridio ne Il Gladiatore a quella di Dante Alighieri. Luca Ward, attore e doppiatore tra le voci più riconoscibili del cinema italiano, è il narratore di Dante Inferno – Immersive Exhibition, la mostra inaugurata il 22 ottobre a Città della Scienza, a Napoli. Un viaggio nell’Inferno della Divina Commedia tra ologrammi, realtà virtuale e installazioni multimediali, durante il quale Ward presta la voce al Sommo Poeta.

Ed è proprio da questa esperienza che prende le mosse la lunga intervista rilasciata a Fanpage, a cominciare dalla scelta della voce da dare a Dante. La sua, senza particolari trasformazioni: “Io doppio tanti attori, non perché me li sono scelti, ma perché me li hanno affidati gli americani, gli inglesi (…). Su Dante ho detto: ‘No, facciamo Luca, però leviamo il dialetto romano, perché sennò non va bene‘. Diventava una cosa pericolosa, mi massacravano. E ho fatto la mia voce, senza modificare nulla, ispirandomi a quello che avevo fantasticato studiando da ragazzo la Divina Commedia”.

La conversazione tocca molti temi. Dalla decisione di registrare la propria voce come marchio sonoro per tutelarsi dagli utilizzi non autorizzati dell’intelligenza artificiale (“Credo di essere stato il primo, purtroppo. E anche in ritardo, perché siamo molto in ritardo su questa roba qua”), all’esperienza nel doppiaggio dei videogiochi, un lavoro che considera particolarmente complesso: “È una cosa difficilissima. Quando vai in sala a doppiare Matrix, per esempio, hai il film e lo vedi, c’è l’attore, lo vedi. Il videogioco no…”. C’è spazio anche per Oggi voglio essere me stesso, lo spettacolo che Ward sta portando in tournée e nel quale racconta aneddoti sul mondo del doppiaggio, coinvolgendo direttamente gli spettatori. “Prendo molto in giro il mio lavoro e anche i miei colleghi, in maniera carina, ovviamente. Ma soprattutto il mio è uno spettacolo interattivo: il pubblico fa parte dello spettacolo“. Chi sale sul palco può infatti cimentarsi nel doppiaggio di celebri personaggi cinematografici, con tanto di filmati, microfoni e copioni.

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Pensione a 64 anni nel 2027, nuova Quota 100: requisiti e quanto si perde

30 October 2026 at 07:55

Andare in pensione anticipata a 64 anni anziché aspettare i 67 anni, ma accettando eventualmente un assegno più basso.

È l’ipotesi sulla quale la Lega continua a spingere in vista della Manovra 2027, dopo il via libera preliminare del Consiglio dei ministri alla legge di Bilancio.

Pensione a 64 anni in Manovra 2027

Il Governo ha già annunciato uno stanziamento da 850 milioni di euro per rafforzare la flessibilità in uscita dal lavoro e la premier Giorgia Meloni ha precisato che le risorse saranno destinate a chi va in pensione con il sistema contributivo. Tanto basta ad alimentare le aspettative del vicepremier Matteo Salvini, intenzionato a utilizzare il fondo per consentire ai lavoratori di andare in pensione a 64 anni.

L’ipotesi è quella di una nuova Quota 100, con almeno 64 anni di età e 36 anni di contributi (64 + 36 = 100). Ma l’eventuale anticipo, come detto, potrebbe comportare una riduzione della pensione, soprattutto per chi ha maturato una parte significativa dell’assegno con il sistema retributivo.

Restano da stabilire i vincoli aggiuntivi per capire effettivamente chi può andare in pensione a 64 anni nel 2027: non è chiaro, per esempio, se potranno accedere tutti i lavoratori che raggiungeranno i requisiti oppure soltanto alcune categorie, né se sarà previsto un importo minimo della pensione. Non sono domande astratte: la coperta è corta e il Governo potrebbe dover privilegiare alcune categorie a discapito di altre.

Attualmente, la possibilità di andare in pensione a 64 anni con la pensione anticipata contributiva riguarda principalmente chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996. Esistono alcune eccezioni, come i lavoratori che possono utilizzare il computo nella Gestione separata Inps.

Differenza tra vecchia Quota 100 e nuova proposta Lega

La nuova Quota 100 è diversa da quella introdotta nel 2019. La misura introdotta nel 2019, infatti, aveva requisiti differenti e consentiva di andare in pensione a 62 anni con almeno 38 anni di contributi (62 + 38 = 100).

Ricalcolo contributivo pensione anticipata, penalizzazioni

Una delle ipotesi in circolazione, ancora da confermare, riguarda il ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo, una soluzione che potrebbe penalizzare soprattutto i lavoratori che hanno maturato una parte della pensione con il metodo retributivo.

Alcune ricostruzioni hanno ipotizzato riduzioni intorno al 10%. La percentuale, va ribadito, al momento è pura speculazione e non si sa se andrà applicata a tutti i lavoratori.

Ma c’è anche dell’altro: anche senza un ricalcolo integrale della pensione, uscire a 64 anni significa interrompere prima il versamento dei contributi e utilizzare un coefficiente di trasformazione meno favorevole rispetto a quello previsto a 67 anni. Nel sistema contributivo, infatti, il coefficiente utilizzato per trasformare il montante accumulato in pensione aumenta con l’età.

Il ricalcolo contributivo della pensione è permanente?

In linea generale, sì. Se il lavoratore scegliesse di andare in pensione anticipatamente con un assegno inferiore, non avrebbe automaticamente diritto a un ricalcolo più favorevole una volta raggiunti i 67 anni.

Pensione anticipata a 64 anni, come funziona nel 2026

Lasciando perdere le ipotesi in Manovra 2027, già oggi alcuni lavoratori possono scegliere di andare in pensione a 64 anni. La possibilità è aperta a chi ha iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996. Nel 2026 i requisiti sono:

  • almeno 64 anni di età;
  • almeno 20 anni di contributi effettivi;
  • un importo della prima rata di pensione non inferiore a tre volte l’assegno sociale.

Per le donne con figli sono previste soglie più basse. La misura può essere utilizzata anche in particolari situazioni da lavoratori con contributi precedenti al 1996, attraverso il computo nella Gestione separata Inps, secondo le condizioni di legge. Dal 2027 i requisiti saliranno a 64 anni e un mese di età, più 20 anni e un mese di contributi. Da tenere presente poi la finestra di tre mesi tra la maturazione dei requisiti e la decorrenza della pensione.

Maggioranza spaccata sulle pensioni: Osnato (FdI) smentisce Salvini su “superamento della Fornero” e uso dei fondi per le uscite anticipate

29 October 2026 at 16:05

Maggioranza spaccata sul nuovo fondo da 850 milioni per i pensionamenti anticipati previsto in manovra. “C’è una richiesta molto forte che viene da ambienti della Lega, anche rispetto al lavoro fatto dal sottosegretario Durigon” sul “tema di uscita anticipata per alcuni lavoratori. Siccome non c’è una contrarietà di fondo, il governo ha deciso di accantonare una cifra e capire come arrivare a questo superamento”, ha detto il deputato di Fratelli d’Italia Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, ospite di Start su Sky Tg24, rispondendo a una domanda sul presunto “superamento della legge Fornero” evocato di nuovo mercoledì sera da Matteo Salvini.

“Penso che quando ci sarà un momento di maggiore serenità economica in Italia, una riforma delle pensioni andrà fatta. Intanto si può valutare, accantonando una cifra che non si butta via: se verrà utilizzata come strumento per aiutare lavoratori usuranti bene, altrimenti sarà sempre destinata a misure sociali. Non credo che sia né il superamento della Fornero né un disastro come qualcuno ha detto”, ha sottolineato.

“A ventiquattr’ore di distanza dalla televendita di Giorgia Meloni, non solo non c’è uno straccio di testo della legge di Bilancio ma in maggioranza si apre addirittura una crepa nientemeno che sulle pensioni”, nota la deputata del M5S Valentina Barzotti. “Al ministro Salvini, che ieri, in un video in cui con tanto di fiatone annunciava il varo di Quota 64, risponde oggi il responsabile economico di FdI Osnato, il quale non solo ammette candidamente che il Governo non ha cancellato la legge Fornero ma avanza l’ipotesi che i fondi accantonati per la flessibilità in uscita possano essere usati per altre non meglio precisate ‘misure sociali’. Insomma, sulla Manovra l’esecutivo più longevo della Repubblica deraglia alla prima curva”.

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Manovra 2027, stop alla rivalutazione delle pensioni: chi perde con quest’ipotesi e quanto

28 October 2026 at 14:31

Le pensioni assorbono circa il 15% del Pil e oltre il 30% della spesa pubblica primaria dello Stato, motivo per cui rappresentano uno dei capitoli più dibattuti ogni volta che si avvicina la sessione di bilancio per la Manovra 2027.

Per guadagnare margini di bilancio, il Governo sta immaginando di congelare la perequazione automatica per le pensioni di importo medio-alto. Ecco cosa accadrebbe ai cedolini dei pensionati se l’Esecutivo decidesse di confermare il blocco dell’adeguamento all’inflazione.

Quante pensioni sono coinvolte e quanto si risparmia

Per far quadrare i conti pubblici e reperire coperture finanziarie a stretto giro, l’Esecutivo starebbe valutando di confermare anche per il 2027 la stretta sul meccanismo di adeguamento degli assegni all’inflazione, replicando uno schema già ampiamente sfruttato nelle ultime leggi di Bilancio.

Non si tratta di una riduzione nominale dell’assegno, ma di un mancato adeguamento pieno all’aumento del costo della vita. Una misura che andrebbe a colpire la platea dei trattamenti superiori a quattro volte il minimo Inps, che per il 2026 è fissato a 611,85 euro: la soglia è quindi di 2.447,40 euro lordi al mese. I pensionati che percepiscono importi al di sopra di questo valore rappresentano circa il 45,9% del totale dei pensionati italiani.

Una scelta di questo tipo garantisce allo Stato un gettito di risparmio di diversi miliardi di euro all’anno a scapito del potere d’acquisto della classe media.

Effetti di lungo corso del blocco dell’indicizzazione

La ragione per cui il blocco della rivalutazione rappresenta la leva preferita dai governi risiede nella sua immediata praticabilità tecnica e nella straordinaria efficacia sui saldi di finanza pubblica.

Le cifre contabili evidenziano un risparmio netto per le casse dello Stato così articolato:

  • 2 miliardi di euro incassati nel solo 2023;
  • 4 miliardi di euro all’anno di risparmio strutturato nel triennio 2024-2026;
  • oltre 54 miliardi di euro di risparmio cumulato lordo proiettato sull’arco di un decennio.

Il vero punto di forza contabile per lo Stato risiede nell’effetto trascinamento. Poiché la quota di rivalutazione negata in un determinato anno non viene più reintegrata nella base di calcolo dell’assegno, l’importo della pensione resta permanentemente inferiore rispetto a quello che si sarebbe raggiunto con la perequazione al 100%, generando un beneficio permanente per le casse pubbliche.

Quanto perde il singolo pensionato

Per comprendere l’impatto sulle tasche dei cittadini, basta osservare l’evoluzione di un assegno pensionistico medio-alto nell’ultimo quadriennio. Un pensionato che nel 2022 percepiva 2.000 euro netti al mese, per effetto dei tagli percentuali alla rivalutazione applicati negli anni successivi, percepisce oggi circa 2.260 euro netti.

Se il meccanismo di indicizzazione fosse rimasto integrale e privo di tetto, lo stesso assegno avrebbe raggiunto la soglia dei 2.329 euro netti mensili. La perdita cumulata per il singolo assegno ammonta dunque a circa 69 euro netti al mese, per un danno complessivo al potere d’acquisto pari a 828 euro all’anno.

Flessibilità rinviata e risorse limitate

L’ipotesi di rinnovare la stretta sulle rivalutazioni si inserisce in un quadro di interventi sulla previdenza estremamente contenuto. Con le riforme sulla flessibilità in uscita per provare a superare la Legge Fornero o le nuove formule di Quota sostanzialmente congelate o rinviate al 2027, le risorse a disposizione della previdenza sono ridotte all’osso.

La creazione di un fondo da circa un miliardo di euro previsto in Manovra per gestire le future uscite anticipate conferma la linea di estrema prudenza adottata dal Ministero dell’Economia, che per finanziare le misure a sostegno dei redditi bassi torna a fare cassa sulla fascia intermedia dei trattamenti previdenziali.

Pensioni, verso una nuova quota 100 e penalizzazioni per chi ha assegni sopra 3mila euro. Le vecchie misure di flessibilità sono già costate 41 miliardi

28 October 2026 at 14:26

Quarantuno miliardi e 286 milioni di euro. È il conto cumulato, ad oggi, delle misure di flessibilità nell’accesso alla pensione, a partire da Quota 100, introdotte a partire dal 2019 e poi prorogate. La quantificazione fatta il mese scorso dalla Ragioneria generale dello Stato nel rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico è istruttiva nelle ore in cui il governo Meloni su spinta della Lega si prepara a inserire nella (striminzita) legge di Bilancio pre elettorale un nuovo sistema di uscita anticipata con 64 anni di età e 36 di contributi. Per consentire a Matteo Salvini di dichiarare “superata la Fornero” e strizzare l’occhio agli over 60, che rappresentano un terzo dei votanti, nella manovra che vedrà la luce durante il cdm convocato alle 15 dovrebbe entrate un fondo ad hoc da circa 1 miliardo di euro il cui utilizzo sarà dettagliato a gennaio. Le coperture? Da una nuova “revisione dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione”. In pratica, penalizzazioni per chi riceve assegni superiori a cinque volte il minimo, vale a dire poco sopra i 3mila euro lordi.

Lo scorso settembre il dipartimento del Mef che vigila sulla spesa ha messo in fila quanto sono costate finora, senza considerare gli esborsi futuri, le diverse forme di uscita previste dal decreto-legge 4 del 2019 e dalle successive proroghe. Innanzitutto la Quota 100 del governo gialloverde, che ha aperto la strada alle uscite per chi avesse 62 anni di età e 38 di contributi. Facendo lasciare il lavoro a meno di 500mila persone contro il “milione” previsto da Matteo Salvini, dato che l’adesione comportava anche un assegno più basso. Poi la Quota 102 introdotta con la legge di Bilancio 2022 del governo Draghi, che prevedeva come requisiti 64 anni di età e 38 di contributi, e infine la Quota 103 inserita nella prima manovra di Meloni (2023), con 62 anni di età e 41 di contributi. Nel perimetro rientrano anche Opzione donna, canale riservato alle lavoratrici che avevano maturato entro il 31 dicembre 2018 i requisiti di 58 anni di età (59 per le autonome) e 35 anni di contributi, e il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita dei requisiti contributivi per la pensione anticipata, stabilito nel 2019 e poi prorogato fino a fine 2026. Il calcolo considera inoltre gli effetti sul Tfr e sul Tfs degli statali. Considerando solo le quote e il blocco degli adeguamenti, l’esborso ha superato i 36 miliardi. Altri 5,27 miliardi sono legati a Opzione donna.

Misure di flessibilità che, ha sottolineato la Ragioneria, hanno comportato non solo 41,3 miliardi di oneri “con un corrispondente incremento di debito“, ma anche “gli effetti ulteriori di contrazione della crescita economica” perché “comportano la riduzione dei livelli occupazionali e della conseguente crescita potenziale”, con buona pace delle “tre assunzioni per ogni uscita” prospettate all’epoca.

Ora, per consentire al leader leghista di piantare una nuova bandierina elettorale, la maggioranza si prepara a replicare. Ma chi paga per “restituire tre anni di vita” a chi andrà in pensione a 64 anni anziché a 67? Si fa cassa sui pensionati con assegni “alti”. Secondo una bozza riportata dal Sole 24 Ore, nel 2027 la rivalutazione integrale verrebbe confermata per gli assegni fino a quattro volte il minimo e per gli importi superiori a quattro e fino a cinque volte il minimo resterebbe al 90%, ma scenderebbe al 60% tra cinque e sei volte il minimo, al 50% tra sei e otto volte, al 40% tra otto e dieci volte e al 35% oltre dieci volte il minimo. E la percentuale prevista si applicherebbe a tutta la pensione, non per fasce come con il sistema attuale, che rivaluta al 100% fino a quattro volte il minimo, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre cinque volte il minimo. Con un’inflazione 2027 stimata al 2,9%, per un assegno da 3.100 euro lordi al mese la perdita rispetto al sistema attuale sarebbe di circa 441 euro lordi l’anno, su 13 mensilità. Chi prende 4.000 euro mensili dovrebbe rinunciare a 640 euro lordi l’anno, chi ne riceve 5mila a circa 925 euro. Per una pensione da 6.500 euro la differenza arriverebbe a circa 1.245 euro annui. Con effetti che si trascinerebbero anche negli anni successivi.

Il taglio della rivalutazione per contenere la spesa non è certo una novità. Nel 2012-2013 il governo Monti bloccò l’adeguamento degli assegni superiori a tre volte il minimo, per un risparmio di circa 4, miliardi annui. Dal 2014, con Letta, la rivalutazione è tornata in forma parziale e quel regime è stato prorogato fino a fine 2018 dal governo Renzi. Nel 2019 il Conte 1 ha introdotto un meccanismo a sette fasce, scese a sei l’anno dopo. Meloni dal 2023 ha inasprito la stretta per chi prendeva più di quattro volte il minimo: per la fascia tra cinque e sei volte il minimo l’indicizzazione è scesa al 53% dell’inflazione, tra 6 e 8 otto volte il minimo al 47%, tra 8 e 10 volte il minimo al 37% e oltre 10 volte al 32%, percentuale scesa ulteriormente al 22% nel 2024. Per risparmi di spesa stimati in circa 3,5 miliardi lordi nel 2023 e 6,8 miliardi nel 2024.

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Pensioni, nuova Quota 100: la proposta a 64 anni e 36 di contributi. Il nodo delle risorse

28 October 2026 at 09:25

Nella quinta Manovra del governo Meloni potrebbe esserci un nuovo strumento per la pensione anticipata. Sappiamo già che il pacchetto previdenziale costerà oltre 1,2 miliardi. La Lega spinge per una nuova Quota 100, quindi per uscire a 64 anni con 36 di contributi, anche per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996. Solo questo però potrebbe arrivare a costare 1,5 miliardi (o anche il doppio rispetto alla dotazione iniziale di 900 milioni di euro).

Il nodo delle coperture fa pensare che l’uscita sarà possibile dalla seconda metà del 2027. Da finanziare ci sono anche l’Ape sociale per disoccupati, caregiver, invalidi e lavori gravosi. Senza provvedimenti scadono a dicembre.

Pensioni: in Manovra ipotesi Quota 100

La Lega rilancia Quota 100 per il 2027. Propone l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni di età con almeno 36 anni di contributi, anche per i lavoratori del sistema misto, cioè quelli che hanno iniziato a versare prima del 1996.

Non si sa se sarà approvata, si tratta di trovare le coperture nella legge di Bilancio. Si tratta di un aspetto rilevante per chi possiede contributi versati prima e dopo il 1° gennaio 1996.

La differenza si nota soprattutto nel confronto con la pensione anticipata contributiva a 64 anni, che è legata interamente al sistema contributivo. La proposta leghista allarga quindi la possibilità anche a chi ha una parte della pensione calcolata con le regole precedenti.

Come funziona Quota 100?

La vecchia Quota 100 permetteva di andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Si trattava di una forma sperimentale che permetteva l’uscita a chi maturava i requisiti nel periodo tra il 1° gennaio 2019 e il 31 dicembre 2021.

Si rivolgeva ai lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, alle forme sostitutive ed esclusive della stessa e alla gestione separata. Non poteva accedere il personale delle forze armate, delle forze di polizia e della polizia penitenziaria.

Nello specifico i requisiti per il conseguimento della pensione Quota 100 erano un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e un’anzianità contributiva non inferiore a 38. Il requisito contributivo poteva essere perfezionato cumulando tutti e per intero i periodi assicurativi versati o accreditati presso l’assicurazione generale obbligatoria.

Pensioni 2027: da dove arrivano le risorse

Per le pensioni 2027, la legge di Bilancio è alla ricerca di risorse. Secondo Repubblica, la Ragioneria dello Stato e l’Inps starebbero valutando le modifiche al meccanismo di perequazione delle pensioni medio-alte, riducendo in alcuni casi le rivalutazioni all’inflazione proprio per liberare risorse.

Si tratta solo di un’ipotesi, ma potrebbe rendersi necessaria per rinnovare l’Ape sociale, le pensioni minime e l’isopensione che sono in scadenza a dicembre.

Anche la nuova Quota 100 richiederebbe risorse che al momento non sono state specificate, almeno 1,5 miliardi di euro ma che, secondo altre stime, potrebbero arrivare a costare il doppio dei fondi al momento disponibili (900 milioni di euro), quindi circa 1,8 miliardi.

Pensioni 2027, ipotesi fondo per uscita anticipata a 64 anni: cosa cambia

27 October 2026 at 12:48

Il Governo starebbe valutando un fondo per finanziare nuove forme di pensionamento anticipato nel 2027. Sarebbe stata raggiunta un’intesa per destinare alcune centinaia di milioni di euro alla flessibilità in uscita dal lavoro. Le modalità di accesso dovrebbero essere definite dopo l’approvazione della Legge di Bilancio. Tra le proposte figura la pensione a 64 anni con 36 anni di contributi, ma non sono ancora stati stabiliti i requisiti definitivi.

Pensioni anticipate a 64 anni, il nuovo fondo nella Manovra 2027

In merito alle pensioni anticipate a 64 anni, la Lega avrebbe chiesto nuove possibilità, in particolare, per i lavoratori con una lunga anzianità contributiva. L’idea sarebbe quella di inserire nella Manovra un fondo di alcune centinaia di milioni, rinviando le decisioni operative a gennaio 2027.

Le risorse consentirebbero di finanziare forme limitate di uscita anticipata, destinate a specifiche categorie di lavoratori. A tal proposito Matteo Salvini, vicepremier e ministro dei Trasporti, ha dichiarato a Radio 24: “La priorità per la Lega da tempo, e finalmente ci siamo arrivati, è superare la legge Fornero quindi restituire tre anni di vita a chi sceglierà di andare in pensione a 64 anni rispetto ai 67”.

Chi potrebbe andare in pensione prima nel 2027

La proposta permetterebbe ad alcuni lavoratori di lasciare l’attività circa tre anni prima rispetto all’età ordinaria di pensionamento, attualmente fissata a 67 anni, con gli adeguamenti previsti dalla normativa.

Il fondo avrebbe risorse limitate e potrebbe quindi riguardare soltanto determinate platee, individuate attraverso requisiti anagrafici, contributivi o professionali. L’eventuale introduzione del pensionamento a 64 anni con 36 anni di contributi rimane una proposta e non un nuovo diritto già riconosciuto ai lavoratori.

Rivalutazione pensioni 2027, possibile taglio aumenti assegni più alti

Per trovare ulteriori risorse, il Governo starebbe valutando una modifica del meccanismo di rivalutazione delle pensioni all’inflazione. L’ipotesi prevede di ridurre progressivamente gli aumenti riconosciuti agli assegni più elevati, mantenendo una maggiore tutela per quelli di importo inferiore.

Il riferimento sarebbe il sistema utilizzato nel biennio 2023-2024, quando la rivalutazione piena veniva garantita soltanto alle pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo. Per le fasce superiori erano previste percentuali più basse. Nel 2023, per esempio, la rivalutazione scendeva all’85% per gli assegni tra quattro e cinque volte il minimo e arrivava al 32% per quelli più elevati. Le percentuali per il 2027 non sono ancora state definite e dipenderanno dalle coperture disponibili e dalla struttura definitiva della Manovra.

Un intervento simile aveva prodotto risparmi stimati in circa 2,1 miliardi di euro nel 2023 e 4 miliardi annui nel biennio successivo, durante una fase di inflazione particolarmente elevata. Il Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles prevede una riduzione di circa 1,7 miliardi di euro alla voce “altre spese”. Una parte del risparmio potrebbe derivare dalla modifica della rivalutazione pensionistica.

Riscatto della laurea per anticipare il pensionamento o alzare l’assegno, come funziona e quanto costa

27 October 2026 at 06:58

Il riscatto della laurea rappresenta uno degli strumenti più efficaci e strategici a disposizione dei liberi professionisti per anticipare il momento del pensionamento o per incrementare in modo consistente l’importo dell’assegno previdenziale. Convertire il periodo di studio universitario in vera e propria anzianità contributiva richiede, tuttavia, una valutazione attenta dei costi, delle opzioni di calcolo e dei precisi riferimenti normativi che disciplinano le diverse gestioni previdenziali autonome e pubbliche.

Riscatto della laurea ordinario e agevolato per la Gestione Separata INPS

I lavoratori autonomi e i professionisti privi di una Cassa di categoria specifica fanno riferimento alla Gestione separata dell’Inps. Per questa platea di contribuenti, le opzioni di accesso al riscatto della laurea sono fondamentalmente due. La prima strada è rappresentata dalla procedura ordinaria, storicamente regolata dal Decreto Legislativo n. 184/1997, emanato in attuazione della Riforma Dini. Questo sistema applica l’aliquota contributiva della gestione di appartenenza sull’ultimo reddito imponibile dichiarato dal lavoratore per i periodi che ricadono nel sistema contributivo, mentre per i periodi antecedenti al 1° gennaio 1996 adotta il metodo matematico della riserva capitale, tenendo conto dell’età, del sesso e dell’anzianità maturata.

La seconda strada a disposizione è il riscatto della laurea in modalità agevolata, introdotto dal Decreto legge n. 4/2019. Riservato esclusivamente ai periodi di studio che devono essere valutati con il sistema contributivo (ossia dal 1996 in poi), questo meccanismo svincola del tutto l’onere economico dal reddito effettivo dichiarato dal professionista. Il costo viene infatti determinato applicando l’aliquota del 33% prevista per il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti al minimale imponibile della gestione Inps Artigiani e Commercianti, fissato a 18.808 euro come confermato dalla Circolare Inps n. 14/2026. L’importo annuo fisso così ottenuto si attesta a 6.206,64 euro, rendendo questa misura particolarmente conveniente per i professionisti con redditi medio-alti.

Regole per gli iscritti alle Casse di Categoria e doppio riscatto della laurea

Per i professionisti regolarmente iscritti a un ente di previdenza privato o privatizzato disciplinato dal Decreto legislativo n. 103/1996 (come ad esempio Cassa Forense, Inarcassa, CNPADC o ENPAM), la disciplina del riscatto della laurea agevolato a cifra fissa prevista dal D.L. n. 4/2019 non si estende in modo automatico. Ciascuna Cassa di categoria adotta infatti regolamenti interni autonomi per la determinazione degli oneri e delle modalità di calcolo.

Tuttavia, come opportunamente chiarito dalle indicazioni fornite dal Messaggio INPS n. 4419 del dicembre 2022, per i liberi professionisti è aperta la concreta possibilità di accedere al doppio riscatto della laurea. Chi risulta contemporaneamente o alternativamente iscritto sia a un ordine professionale sia a una gestione gestita dall’Inps può infatti chiedere di riscattare gli stessi anni universitari in entrambi gli enti. Ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del D.Lgs. n. 184/1997, esiste però una condizione procedurale inderogabile: la domanda di riscatto presso la Cassa professionale deve essere presentata tassativamente prima di quella inoltrata all’Inps. Inoltre, l’interessato deve aver versato almeno un contributo obbligatorio o figurativo nella gestione pubblica e non deve presentare periodi di contribuzione doppia o sovrapposta nello stesso arco temporale.

Titoli riscattabili, dilazioni dei pagamenti e benefici fiscali

Sotto il profilo strettamente operativo, la richiesta di riscatto della laurea si riferisce ed è limitata esclusivamente alla durata legale del corso di studi, escludendo dal computo tutti gli anni trascorsi fuori corso. Rientrano nell’ambito della misura le lauree triennali, le specialistiche e magistrali, i vecchi diplomi di laurea, i dottorati di ricerca, i titoli rilasciati dalle istituzioni AFAM e i diplomi conseguiti presso le ITS Academy conformi alla Legge n. 99/2022 e ai requisiti indicati dalla Circolare Inps n. 98/2024. Restano espressamente esclusi i master universitari.

L’onere complessivo per il riscatto della laurea può oscillare mediamente tra i 20.000 e i 25.000 euro per singola gestione. È possibile versare l’importo in un’unica soluzione oppure dilazionarlo fino a un massimo di 120 rate mensili, estese su dieci anni. Dal punto di vista fiscale, le somme versate per il riscatto della laurea sono integralmente deducibili dal reddito complessivo ai fini Irpef, generando un risparmio proporzionale alla propria aliquota marginale. Tuttavia, l’effettivo rientro economico dell’operazione non è garantito a priori e va valutato attentamente caso per caso: la convenienza reale dipende infatti dall’aliquota fiscale del professionista, dall’età al momento del riscatto e dal rendimento atteso del montante rispetto ad altre forme di investimento.

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Pensioni di novembre 2026, i pagamenti slittano al 2: aumenti e cali, ecco per chi

26 October 2026 at 08:49

Il pagamento delle pensioni del mese di novembre seguirà un calendario leggermente modificato rispetto alla consueta tabella di marcia. La variazione non è dovuta ad anomale anomalie operative, ma alla coincidenza della prima giornata del mese con la festività religiosa di Ognissanti, che cade di domenica.

Ma al di là della data di accredito, l’attenzione di milioni di pensionati è rivolta all’importo del cedolino, che per un numero consistente di contribuenti risulterà più basso a causa di conguagli e trattenute fiscali.

Chi avrà il cedolino più basso

Pensioni, la simulazione con i nuovi coefficienti: perdite fino a 35.000 euro

23 October 2026 at 07:59

Due giorni fa il Ministero del Lavoro e il Mef hanno aggiornato i coefficienti di trasformazione per il biennio che va dal 2027 al 2028.

Secondo le simulazioni elaborate dall’Osservatorio Previdenza della Cgil, a parità di età anagrafica e di capitale accumulato, i lavoratori che accederanno al riposo dal 1° gennaio 2027 subiranno riduzioni degli assegni che possono tradursi in perdite complessive fino a oltre 35.000 euro nell’arco dell’intero pensionamento.

Come cambiano i coefficienti dal 2027

Nel sistema contributivo, l’importo della pensione non si calcola sull’ultimo stipendio ma sulla somma totale delle cifre versate durante la carriera (il cosiddetto montante contributivo). Per trasformare questo capitale in una rata mensile, l’Inps lo multiplies per un coefficiente percentuale che cresce con l’età di uscita. Poiché i dati demografici mostrano un aumento della longevità, le tabelle vengono ricalcolate ogni due anni al ribasso, spalmando lo stesso tesoretto su un periodo di vita stimato più lungo.

Per esempio, chi è andato in pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2026 aveva una percentuale di trasformazione al 5,608%, che scenderà al 5,514% dal prossimo anno. Questo aggiornamento comporta, a pari anzianità contributiva, una contrazione immediata dell’assegno pari all’1,68% rispetto al 2026. Se si allarga il confronto ai coefficienti del 2024, si nota una curva discendente del 3,65% a 67 anni che supera il 4% per uscite a 71 anni.

Cosa indicano i numeri delle simulazioni

Per leggere correttamente i numeri elaborati dal sindacato, è importante chiarire cosa rappresentano le fasce di importo analizzate:

  • i valori nella prima colonna non rappresentano l’ultimo stipendio percepito, ma la pensione mensile lorda che si sarebbe ottenuta a 67 anni con i parametri del 2024;
  • per raggiungere una pensione contributiva da 1.000 euro mensili serve un montante accantonato di circa 230.000 euro, che corrisponde mediamente a una Ral di circa 20.000-22.000 euro mantenuta per 35-40 anni di carriera continuativa;
  • si devono differenziare gli uomini dalle donne, a parità di coefficiente moltiplicatore, perché gli indici demografici danno alle ultime un’aspettativa di vita più lunga, dunque una perdita accumulata maggiore.

Quanto si perde da 1.000 a 4.000 euro al mese

Le simulazioni della Cgil mettono a confronto gli importi teorici maturati a 67 anni sulla quota contributiva della pensione. L’impatto economico cresce in valore assoluto all’aumentare della retribuzione pensionabile, incidendo in misura rilevante anche sui redditi medi e bassi:

Assegno mensile teorico nel 2024 Nuovo assegno mensile lordo nel 2027 Perdita mensile lorda Perdita annuale lorda Mancato incasso totale stimato (uomini) Mancato incasso totale stimato (donne)
1.000 euro 963,48 euro -36,50 euro -475 euro -6.923 euro -8.822 euro
1.500 euro 1.445,00 euro -55,00 euro -712 euro -10.385 euro -13.234 euro
2.000 euro 1.926,96 euro -73,04 euro -950 euro -13.846 euro -17.645 euro
3.000 euro 2.890,44 euro -109,56 euro -1.424 euro -20.769 euro -26.467 euro
4.000 euro 3.854,00 euro -146,00 euro -1.898 euro -27.694 euro -35.290 euro

Chi viene colpito dai nuovi coefficienti e le regole di calcolo

Il ricalcolo delle tabelle riguarda esclusivamente chi accederà al pensionamento a partire dal 1° gennaio 2027. Le pensioni già in corso di erogazione non subiranno alcuna modifica. L’incidenza sui trattamenti futuri varia in base al sistema di calcolo applicato dall’Inps:

  • per chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996, col sistema interamente contributivo, la revisione al ribasso si applica all’intero importo della prestazione;
  • per chi possiede anzianità contributiva antecedente al 1996, la contrazione interessa unicamente la quota di pensione calcolata con il metodo contributivo;
  • chi sceglie di rimanere nei ranghi aziendali, oltre la scadenza, può compensare in parte il calo accumulando ulteriore montante e beneficiando di un coefficiente legato a un’età anagrafica più avanzata.

L’aumento dell’età di vecchiaia dal 2027

Agli effetti penalizzanti sui coefficienti si somma lo scatto delle soglie anagrafiche. Dal 2027 il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 1 mese (per poi attestarsi a 67 anni e 3 mesi nel 2028), mentre per la prestazione anticipata contributiva occorreranno 64 anni e 1 mese.

Come confermato dalle simulazioni dei sindacati, l’obbligo di lavorare un mese in più apporta un beneficio contributivo marginale sul capitale complessivo, insufficiente a neutralizzare la contrazione percentuale applicata dalle nuove tabelle di trasformazione.

Pensione con contributi all’estero, quando si sommano a quelli italiani: il chiarimento Inps

22 October 2026 at 06:00

L’Inps, con la circolare 107 del 20 ottobre, riepiloga e aggiorna le regole per far valere i contributi versati all’estero nella pensione in regime di cumulo. Sono tre i chiarimenti che riguardano i periodi all’estero:

  • quando contano per il diritto alla pensione;
  • come si considerano per la verifica dell’importo soglia;
  • quando danno accesso all’integrazione al trattamento minimo.

Chi ha una carriera divisa tra più gestioni italiane e uno o più Paesi esteri può ottenere un trattamento che con i soli contributi italiani non sarebbe raggiungibile.

Cos’è la pensione in regime di cumulo

Il cumulo, previsto dalla Legge di Stabilità 2013 e poi modificato con la Legge di Bilancio 2017, permette di sommare i contributi non coincidenti versati in gestioni previdenziali diverse per ottenere un’unica pensione.

Quando contano i periodi lavorati all’estero

I periodi esteri valgono per il diritto alla pensione in cumulo come se fossero periodi italiani, in base all’articolo 6 del regolamento (CE) 883/2004 e contano anche se hanno già prodotto una pensione estera.

Quando lo stesso periodo è coperto sia da contributi italiani sia da contributi esteri, per esempio per due lavori svolti in contemporanea in due Paesi, quei mesi valgono una volta sola e non si sommano.

Quali Paesi rientrano nel cumulo

Rilevano i contributi maturati:

  • negli Stati Ue;
  • nello Spazio economico europeo;
  • in Svizzera;
  • nel Regno Unito;
  • nei Paesi legati all’Italia da accordi o convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedono la totalizzazione internazionale.

Le condizioni da rispettare

La totalizzazione con l’estero è possibile se:

  1. risulta raggiunto il periodo minimo di contribuzione italiana, cioè 52 settimane (un anno) per la normativa europea o quello fissato dalla singola convenzione;
  2. almeno una delle gestioni italiane coinvolte è compatibile con il riconoscimento dei periodi esteri;
  3. i periodi esteri servono per maturare il diritto oppure danno una pensione più favorevole rispetto al solo cumulo nazionale.

Per la maggior parte delle convenzioni bilaterali la totalizzazione non serve se il diritto si raggiunge già con i soli contributi italiani. Fanno eccezione Jersey e le altre Isole del Canale (che dipendono dal Regno Unito), gli Stati nati dalla ex Jugoslavia e l’Uruguay.

Contributi esteri anteriori al 1996

L’importo della pensione si calcola solo sui contributi italiani. I periodi esteri collocati prima del 1° gennaio 1996 servono però a stabilire l’anzianità al 31 dicembre 1995 e quindi il sistema in cui rientra la pensione, con i relativi requisiti di accesso e istituti.

Significa che chi ha lavorato all’estero prima del 1996 e in Italia ha versato solo dopo quella data viene inquadrato nel sistema misto, anche se la quota italiana resta calcolata, di fatto, con il sistema contributivo.

Importo soglia e contributi esteri

Per la pensione di vecchiaia in cumulo valgono anche i requisiti diversi da età e contributi previsti dall’ultima gestione di iscrizione.

L’importo soglia è l’importo minimo che la pensione deve raggiungere per essere pagata, ed è quello previsto dalle regole della Gestione separata. Nel cumulo l’Inps controlla l’importo soglia solo quando ricorrono insieme tutte queste condizioni:

  • la pensione è calcolata con il sistema misto (in parte con il retributivo e in parte con il contributivo);
  • l’ultima iscrizione del lavoratore è alla Gestione separata dell’Inps;
  • l’interessato non ha ancora compiuto 71 anni, limite che dal 1° gennaio 2027 sarà adeguato alla speranza di vita.

Nel caso internazionale, la pensione italiana si somma alla pensione o al pro-rata estero e il totale non deve risultare inferiore alla soglia. Il requisito può maturare anche dopo, quando arriva la liquidazione estera. In quel caso la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo.

La verifica non serve se, dopo l’ultimo contributo in Gestione separata, si hanno periodi esteri valorizzabili in una gestione dove la soglia non è prevista. Con i Fondi speciali conta la natura del lavoro svolto all’estero, che deve corrispondere alla stessa categoria.

Resta fermo che alla decorrenza il lavoro dipendente deve essere cessato, anche all’estero.

Integrazione al minimo

L’integrazione al trattamento minimo alza le pensioni più basse fino a 611,85 euro al mese – importo provvisorio per il 2026 fissato dalla circolare 153 del 19 dicembre 2025, che diventano 619,80 euro con l’incremento dell’1,3% riconosciuto alle pensioni pari o inferiori al minimo.

L’integrazione spetta a chi ha redditi entro i limiti di legge e solo alle pensioni nel sistema retributivo o misto. Nel cumulo spetta a condizione che almeno una delle quote sia a carico di una gestione che la prevede. Grazie ai periodi esteri anteriori al 1996, l’integrazione spetta anche a chi in Italia ha iniziato a versare dopo quella data.

Nell’esempio della circolare del 20 ottobre, un lavoratore con 15 anni di contributi all’estero prima del 1996 e poi iscritto in Italia al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alla Gestione esclusiva dei dipendenti pubblici ottiene una pensione in cumulo nel sistema misto, integrabile al minimo, anche se le quote italiane sono calcolate con il contributivo. L’integrazione resta a carico delle gestioni italiane.

Per verificare i limiti di reddito, l’Inps conta anche le pensioni estere e gli eventuali redditi prodotti all’estero.

Come si presenta la domanda

L’ente istruttore si individua solo in base all’ultimo contributo italiano, anche se l’ultimo versamento è avvenuto all’estero.

C’è poi un distinguo in base a dove si ha la residenza:

  • chi risiede in Italia presenta la domanda per via telematica e sceglie il tipo di pensione;
  • chi risiede all’estero si rivolge all’istituzione previdenziale del Paese di residenza, che inoltra la pratica alla sede Polo dell’Inps.

Se la domanda arriva dall’estero con la generica dicitura vecchiaia o anticipata, l’Inps deve comunque esaminare l’intera posizione, cercare il trattamento più favorevole e informare l’interessato sulle alternative prima di liquidare. Anche per questo motivo è sempre meglio indicare esplicitamente il cumulo nell’istanza.

Pensioni 2027, con i nuovi coefficienti gli assegni sono più bassi del 2026

21 October 2026 at 09:40

Chi deciderà di andare in pensione a partire dal 1° gennaio 2027 rischia di percepire un trattamento mensile più leggero rispetto a chi lascia l’attività entro la fine del 2026, a parità di età anagrafica e di anzianità contributiva.

A determinare la contrazione dei futuri cedolini è l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione pubblicato dal Ministero del Lavoro, che ricalcola il rendimento del capitale accumulato sulla base del nuovo incremento dell’aspettativa di vita.

Cosa sono i coefficienti di trasformazione e perché cambiano

Nel sistema contributivo, ormai applicato alla quasi totalità dei lavoratori prossimi al riposo, l’importo della prestazione si ottiene moltiplicando le somme accantonate durante la carriera (il cosiddetto montante contributivo) per una percentuale denominata coefficiente di trasformazione.

Il valore di questo moltiplicatore cresce con l’avanzare dell’età di uscita, garantendo un rendimento annuo più elevato a chi lavora più a lungo. Tuttavia, i parametri vengono aggiornati a cadenza biennale per adeguarsi all’evoluzione demografica. Poiché la speranza di vita media continua a salire, le tabelle per il biennio 2027-2028 subiranno una revisione al ribasso: la medesima riserva finanziaria dovrà infatti garantire la copertura di un periodo di erogazione stimato più esteso.

Le simulazioni sugli assegni

Dalle stime elaborate, la riduzione lorda varia in proporzione diretta all’età del pensionato e all’entità del capitale maturato. Di seguito la comparazione omogenea dell’impatto atteso per diverse fasce di contribuenti nel 2027 rispetto al 2026:

Profilo di uscita Capitale accumulato Assegno mensile lordo stima (2027) Taglio mensile lordo Taglio annuale lordo (13 mensilità)
Pensione di vecchiaia (63 anni) 250.000 euro ~ 935 euro al mese -19 euro al mese -247 euro l’anno
Pensione di vecchiaia (67 anni) 250.000 euro ~ 1.060 euro al mese -18 euro al mese -234 euro l’anno
Pensione di vecchiaia (67 anni) 300.000 euro ~ 1.272 euro al mese -22 euro al mese -286 euro l’anno
Pensione di vecchiaia (67 anni) 500.000 euro ~ 2.120 euro al mese -36 euro al mese -468 euro l’anno

Perché un mese di lavoro in più non basta a evitare il taglio

L’aggiornamento dei parametri si inserisce in un contesto segnato dal riavvio degli automatismi di adeguamento dei requisiti alla speranza di vita. Dal 1° gennaio 2027, la soglia minima per accedere alla pensione di vecchiaia salirà di 30 giorni, attestandosi a 67 anni e 1 mese, mentre per la prestazione anticipata contributiva occorreranno 64 anni e 1 mese.

Tuttavia, un’ulteriore contribuzione versata in un solo mese apporterebbe un beneficio marginale al capitale complessivo: per neutralizzare l’effetto delle nuove tabelle occorrerebbero tra i 5 e i 7 mesi di attività in più. Di conseguenza, chi maturerà i requisiti nel 2027 percepirà dall’Inps un importo strutturalmente inferiore rispetto a chi ha lasciato la professione l’anno precedente a parità di percorso.

Se i gestori dei fondi pensione giocano troppo in difesa

7 October 2026 at 08:30

I fondi pensione negoziali italiani affidano gran parte delle loro risorse a gestori professionali, per ottenere rendimenti superiori a quelli del benchmark. Ma il comportamento dei professionisti è guidato anche dal rischio di perdere il mandato.

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Pensione a 64 anni: strumenti sbagliati per scopi giusti

28 September 2026 at 09:31

Le regole di pensionamento devono essere uguali per tutti i lavoratori, comunque sia calcolata la loro pensione. Ben vengano provvedimenti per rimuovere le differenze fra “misti” e “puri”, purché demagogia e improvvisazione restino fuori dal gioco.

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Non si diventa anziani a 65 anni *

15 September 2026 at 08:08

Quando inizia l’età anziana? Una soglia anagrafica rigida non descrive bene la realtà. Meglio adottarne una prospettica, legata alla speranza di vita residua. Permette una migliore pianificazione dei sistemi pensionistici, sanitari e del mercato del lavoro.

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Non è mai troppo tardi per la previdenza complementare

7 September 2026 at 08:42

Aderire alla previdenza complementare conviene anche se si è a fine carriera. Le prime coorti di iscritti al Fondo Espero hanno maturato risorse superiori rispetto a chi non ha aderito, pur con un orizzonte di accumulazione limitato. Lo dicono i dati Inps.

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Una pensione alla svedese per la Germania

3 September 2026 at 09:01

In Germania, una riforma organica del sistema pensionistico prevede l’introduzione di una componente obbligatoria a capitalizzazione, ispirata al modello svedese. Il suo successo dipende da costi contenuti e indipendenza dalle ingerenze politiche.

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