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Crisi energetica, boom dell’economia circolare: mercato a +194% entro il 2035

30 October 2026 at 12:41

Guerre, crisi energetiche, materie prime critiche e catene di approvvigionamento sempre più fragili stanno cambiando anche il significato dell’economia circolare. Recuperare acqua, energia e materiali non è più soltanto una scelta ambientale, ma una questione di competitività industriale, sicurezza degli approvvigionamenti e autonomia economica. È questo lo scenario analizzato dall’Osservatorio BrianzAcque, che ha incrociato studi, indicatori e tendenze internazionali per individuare le trasformazioni destinate a guidare il settore nel prossimo decennio. Secondo lo studio globale di DataM Intelligence, il mercato mondiale dell’economia circolare è destinato a passare dai 166,95 miliardi di dollari stimati nel 2025 ai 491,35 miliardi nel 2035, con una crescita del 194% in dieci anni e un tasso annuo composto dell’11,40%.

Meno dipendenza dall’estero, più valore dagli scarti

“La crescita del mercato globale stimata fino a quasi 500 miliardi di dollari dimostra che la sostenibilità è il più grande volano di investimenti del nostro secolo”, commenta Enrico Boerci, presidente e amministratore delegato di BrianzAcque. Il contesto geopolitico rende il tema ancora più rilevante. Il Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’International Energy Agency evidenzia infatti la crescente concentrazione delle forniture di alcune materie prime strategiche: per materiali come grafite, gallio e terre rare, oltre il 90% della raffinazione mondiale è concentrato in un unico Paese.

Recuperare e riutilizzare materiali significa quindi anche ridurre l’esposizione agli shock esterni. Ma c’è un ulteriore elemento: secondo il Global Circularity Gap Report 2026, il modello economico lineare determina ogni anno circa 25,4 trilioni di euro di valore perso a livello globale a causa delle inefficienze nell’utilizzo delle risorse. “Recuperare ciò che oggi viene sprecato non è più soltanto una scelta ambientale: significa ridurre i costi, recuperare valore e rendere più resilienti i nostri territori”, sottolinea Boerci.

Risparmi per famiglie e imprese

La circolarità può produrre effetti anche direttamente sul bilancio di famiglie e imprese. Le politiche europee sull’ecodesign e sull’etichettatura energetica potrebbero generare, secondo la Commissione europea, risparmi compresi tra 473 e 736 euro l’anno per le famiglie entro il 2030, rispetto a uno scenario senza tali interventi.

Per le aziende il principio è analogo: utilizzare meno materie prime, acqua ed energia, recuperare materiali già acquistati e allungare la vita dei prodotti significa ridurre sprechi e costi, limitando al tempo stesso l’esposizione alla volatilità dei prezzi. Anche il mercato del lavoro è coinvolto nella trasformazione. L’International Labour Organization stima in 5,96 milioni i posti di lavoro, diretti e indiretti, collegati al commercio internazionale di beni riciclabili, riutilizzabili, rigenerati o realizzati con materie prime seconde.

L’Italia e la sfida delle materie prime

Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante. Il Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026 del Circular Economy Network con ENEA registra un tasso di utilizzo circolare dei materiali del 21,6%. Allo stesso tempo, il Paese resta fortemente esposto alle forniture internazionali: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero.

Recuperare materia significa quindi non soltanto produrre meno rifiuti, ma anche ridurre la dipendenza dalle importazioni e trattenere più valore all’interno del Paese. La stessa logica riguarda l’acqua. Secondo un’analisi del Joint Research Centre della Commissione europea, la domanda d’acqua in Europa è stimata tra 140 e 200 miliardi di metri cubi all’anno, con energia e agricoltura tra i principali settori responsabili dell’utilizzo della risorsa.

È proprio sull’integrazione tra acqua, rifiuti ed energia che guarda l’Osservatorio BrianzAcque. I fanghi prodotti dalla depurazione possono diventare una risorsa per la produzione di bioenergia, biometano, calore e fertilizzanti rinnovabili. Allo stesso modo, l’acqua utilizzata nei processi industriali può essere depurata e riutilizzata, mentre il calore prodotto da un impianto può essere recuperato per alimentare altri processi o reti di teleriscaldamento. Il paradigma cambia: da un’economia che paga per smaltire gli scarti a un’economia che compete per recuperarne il valore.

I 10 trend che guideranno l’economia circolare

È dall’incrocio tra studi internazionali, scenari economici e geopolitici ed esperienza sul campo che l’Osservatorio BrianzAcque ha individuato 10 macro-trend destinati a guidare l’economia circolare globale nel prossimo decennio.

1. Passaporto Digitale dei Prodotti: ogni prodotto sarà sempre più accompagnato da una vera identità digitale. QR code, tag RFID e altri sistemi di tracciabilità permetteranno di conoscere composizione dei materiali, provenienza delle materie prime, impronta di carbonio e indicazioni per riparazione, riuso e riciclo.

2. Intelligenza artificiale nella selezione dei rifiuti: AI, computer vision, deep learning e robotica avanzata stanno trasformando gli impianti di trattamento. Gli algoritmi possono identificare e separare differenti polimeri plastici, metalli ferrosi e non ferrosi e frazioni tessili, aumentando la qualità e il valore delle materie prime seconde.

3. La simbiosi industriale tra acqua, rifiuti ed energia: depuratori, impianti di trattamento e sistemi energetici sono destinati a integrarsi sempre di più. I fanghi della depurazione possono contribuire alla produzione di biogas e biometano, mentre il calore in eccesso può essere recuperato per il teleriscaldamento o altri processi industriali.

4. Dal prodotto al servizio: con i modelli Product-as-a-Service, il consumatore non acquista necessariamente il bene, ma il servizio che quel bene garantisce. Se il prodotto resta sotto la responsabilità del produttore, diventa conveniente realizzarlo in modo che sia più duraturo, riparabile, aggiornabile e facilmente disassemblabile.

5. Automotive circolare e Battery Passports: la mobilità elettrica rende strategica la gestione circolare delle batterie. Crescono i sistemi di tracciabilità di litio, cobalto e nichel, insieme al remanufacturing e ai progetti di “second life”, che consentono di utilizzare le batterie per lo stoccaggio energetico prima del riciclo finale.

6. Upcycling dei polimeri e riciclo avanzato: pirolisi e depolimerizzazione permettono di recuperare valore anche dalle plastiche più complesse e contaminate, superando alcuni limiti del riciclo meccanico tradizionale e ampliando la quantità di materia che può tornare nei cicli produttivi.

7. Ecodesign modulare: il riciclo comincia dalla progettazione. I prodotti vengono concepiti considerando già all’origine manutenzione, riparazione e fine vita, con più componenti modulari, sostituibili e recuperabili e meno accoppiamenti difficili da separare.

8. Il recupero delle acque di processo: nei settori ad alto consumo idrico, dalle industrie tessili alla chimica, dalla carta alla metallurgia, sistemi avanzati di filtrazione e osmosi inversa consentono di depurare e riutilizzare l’acqua nei processi produttivi, riducendo prelievi e scarichi.

9. Logistica inversa predittiva: la logistica dovrà gestire non soltanto l’arrivo dei prodotti sul mercato, ma anche il ritorno di merci obsolete, imballaggi riutilizzabili e beni a fine vita. Cloud, sensoristica IoT e analisi predittiva potranno ottimizzare questi flussi e rendere più stabile l’approvvigionamento di materiali recuperati.

10. Bioraffinerie dagli scarti organici: rifiuti organici e scarti dell’industria agroalimentare possono diventare materia prima per nuove filiere. I processi biotecnologici consentono di ricavarne biometano, intermedi chimici, bioplastiche e molecole ad alto valore aggiunto, utilizzabili anche nei settori farmaceutico e cosmetico.

Una nuova economia degli scarti

Il filo conduttore dei dieci trend è il superamento del modello lineare. Rifiuti, acqua, energia e materiali non vengono più considerati soltanto elementi da smaltire o consumare, ma risorse da recuperare e rimettere in circolo. Per l’Osservatorio BrianzAcque, è questa la trasformazione destinata a caratterizzare i prossimi anni: una convergenza sempre più stretta tra sostenibilità ambientale, sicurezza delle risorse, innovazione industriale e sviluppo economico dei territori.

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Lotta a povertà e disuguaglianze, l’Italia è messa peggio di 15 anni fa: arretra su 5 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030

28 October 2026 at 09:02

A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, non solo l’Italia è in netto ritardo rispetto agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), ma nel 2025 sei dei 17 Obiettivi Onu peggiorano. E appare non raggiungibile il 58% dei target quantitativi fissati al 2030 (tra i 38 analizzati) per i vari goal. Un ritardo che si riflette sulla vita delle persone: oltre 5,4 milioni in povertà assoluta, il 94,5% dei Comuni a rischio idrogeologico e quasi un giovane su cinque con disagio psicologico. Il peggioramento relativo all’ultimo anno analizzato, è accentuato per povertà (goal 1) e acqua pulita e servizi igienico-sanitari (goal 6), ma che riguarda anche imprese e innovazione (goal 9), città sostenibili (11), parità di genere (5) e partnership per gli obiettivi (goal 17). Guardando al lungo periodo, però, quindi tra il 2010 e il 2025, per 10 goal su 17 la situazione risulta “insoddisfacente o critica”. È quanto emerge nell’undicesima edizione del Rapporto dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile – Est (ASviS), che valuta l’avanzamento del nostro Paese, dei suoi territori e dell’Unione europea verso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Rispetto al 2010, l’Italia è peggiorata per cinque Obiettivi: sconfiggere la povertà (goal 1), acqua pulita e servizi igienico-sanitari (goal 6), ma anche ridurre le disuguaglianze (goal 10), vita sulla Terra (goal 15), pace, giustizia e istituzioni solide (goal 16). Il dossier – presentato a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati – va letto anche alla luce di quanto sta avvenendo nelle piazze italiane ed europee, perché è nei dati che si trovano le cause del malcontento. “Dei 38 obiettivi analizzati, solo 11 (il 29% del totale) sono raggiungibili o avvicinabili, cinque (il 13%) hanno un andamento discordante e ben 22 non appaiono raggiungibili” spiega Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, secondo cui “stiamo assistendo a una ‘regressione insostenibile’, i cui costi economici e sociali crescono, alimentando sfiducia e tensioni sociali”.

Enrico Giovannini: “Scelte politiche dannose”. Gli effetti sui più giovani

“Dietro questi dati ci sono persone, imprese, istituzioni ed ecosistemi che vedono la propria condizione peggiorare o non migliorare anche per scelte politiche dannose o, nella migliore delle ipotesi, miopi” commenta Giovannini. Scelte che privilegiano la condizione dei già ricchi e non dei più poveri, ma anche “il ritorno economico immediato invece che investimenti lungimiranti, vantaggi politici di breve termine, invece che il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e della qualità dell’ambiente”. Sono 1,1 milioni i minori che vivono in famiglie che sono in povertà assoluta, solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato a fronte dell’obiettivo del 45% entro il 2030, la riduzione della dispersione scolastica si accompagna ad un peggioramento delle competenze degli studenti. Circa il 16% degli adolescenti e delle adolescenti e quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni presentano disagi psicologici e oltre 600mila minori sono seguiti dai Dipartimenti di salute mentale. L’ASviS propone un’agenda di interventi da attuare subito e nella prossima legislatura, con particolare attenzione al contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, alla competitività del sistema produttivo, alla transizione ecologica e digitale, alla salute, all’istruzione e al lavoro. Tra le proposte “di sistema” si segnalano l’assunzione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, attualmente oggetto di revisione da parte del Governo.

Gli obiettivi su cui si rallenta di più negli ultimi 15 anni: povertà e acqua

Per quanto riguarda il goal numero 1 (sconfiggere la povertà), il peggioramento è dovuto principalmente all’aumento delle incidenze della povertà assoluta individuale (+2,9%) e di quella relativa (+2,1). Una situazione recentemente raccontata dall’Istat nel suo rapporto sulla povertà assoluta in Italia e nel quale si parla anche di caro vita e povertà alimentare (Leggi l’approfondimento). L’altro goal su cui l’Italia è peggiorata di più nel lungo periodo è quello relativo all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Si è aggravata la dispersione idrica (+7,7% tra il 2010 e il 2022), mentre le disuguaglianze fra i territori, già alte dal 2010, continuano ad aumentare nel tempo. In questo caso, L’obiettivo quantitativo analizzato per il Goal 6 prevede la riduzione del 15%, entro il 2026, della dispersione delle reti idriche rispetto ai valori del 2015. L’indicatore evidenzia gravi criticità, con un valore nel 2022 pari al 42,4% e una dispersione che risulta in crescita, determinando un allontanamento dall’obiettivo.

Gli altri obiettivi su cui l’Italia è peggiorata negli ultimi 15 anni

Per quanto riguarda il goal 10 (ridurre le disuguaglianze), l’Italia dovrebbe ridurre entro il 2030 la disuguaglianza del reddito netto, ai livelli osservati nel migliore dei Paesi europei, ma l’andamento è insufficiente per raggiungere o avvicinare il target. L’indice complessivo peggiora nel lungo periodo (e di nove punti) anche per il goal 15, che riguarda la ‘vita sulla terra’, a causa del continuo aumento del consumo di suolo, il cui indice è passato da 103,1 del 2012 a 106,3 nel 2024. Le differenze fra i territori risultano tra le più ampie rispetto ai 17 SDGs e aumentano nel corso del tempo. In questo caso sono due gli obiettivi monitorati: il primo prevede di azzerare l’aumento del consumo di suolo annuo entro il 2030. La situazione italiana è estremamente critica (Leggi l’approfondimento), in quanto nel periodo considerato il consumo di suolo ha continuato a crescere: nel 2024 sono stati utilizzati 13,3 nuovi ettari di suolo (ogni 100mila) rispetto al 2023. Ameno di interventi drastici di tipo normativo, l’obiettivo non è raggiungibile. E vale lo stesso per il target che prevede di raggiungere la quota del 30% delle aree terrestri protette entro il 2030. Per quanto riguarda il goal 16 (pace, giustizia e istituzioni solide), sono monitorati due obiettivi: il primo prevede di azzerare il sovraffollamento negli istituti di pena entro il 2030. Ma se il fenomeno si è ridotto dal 151% del 2010 al 105% del 2020, negli ultimi cinque anni si è avuto un peggioramento che ha riportato il sovraffollamento al 124%. “Queste dinamiche contrastanti – si spiega nel report – non consentono di valutare la raggiungibilità dell’obiettivo”. Il secondo prevede di ridurre, entro il 2026, del 40% la durata media dei procedimenti civili rispetto al 2019. Anche se si registra una riduzione complessiva della durata dei procedimenti, la tendenza di lungo termine non appare sufficiente ad avvicinare l’obiettivo.

L’Italia rallenta (ma non è sola)

Guardando all’andamento degli ultimi quindi anni, oltre all’arretramento per i cinque obiettivi citati, l’Italia registra una sostanziale stabilità per cinque Goal: sconfiggere la fame (goal 2), salute e benessere (goal 3), imprese, innovazione e infrastrutture (goal 9), città e comunità sostenibili (goal 11) e partnership per gli obiettivi (goal 17). Miglioramenti limitati per altri cinque goal: istruzione di qualità (goal 4), parità di genere (goal 5), energia pulita e accessibile (goal 7), lavoro dignitoso e crescita economica (goal 8) e lotta contro il cambiamento climatico (goal 13), ma con limiti importanti in diversi obiettivi quantitativi. In realtà, aumenti significativi riguardano solo economia circolare (goal 12) e vita sott’acqua (goal 14). Per cogliere l’andamento complessivo del nostro Paese rispetto all’Agenda 2030 è stato anche calcolato, per la prima volta, un indicatore che sintetizza i 17 indici. Tra il 2010 e il 2025, l’indice totale mostra un aumento inferiore ai tre punti percentuali, quindi estremamente contenuto. “Il mondo di oggi è molto diverso da quello che ci eravamo impegnati a costruire con l’Agenda 2030 – spiega Marcella Mallen, presidente dell’ASviS – ogni ulteriore rinvio aumenta i costi sociali, economici e ambientali, soprattutto per i più deboli. Prendere atto di questi risultati deve spingerci a rafforzare l’impegno, non ad abbandonarlo”. Il ritardo italiano non differisce da un quadro europeo e mondiale preoccupante. Nell’Unione europea la quota dei traguardi quantitativi raggiungibili entro il 2030 scende dal 53% al 47% e sette Obiettivi registrano un peggioramento nell’ultimo anno (povertà, salute, istruzione, disuguaglianze, vita sott’acqua, giustizia e istituzioni solide e partnership) e solamente per uno (sconfiggere la fame) si registra un miglioramento. A livello mondiale soltanto il 15% dei Target dell’Agenda 2030 è sulla buona strada per essere conseguito.

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Appalti pubblici più green, ma senza escludere le Pmi

23 September 2026 at 09:12

La Commissione europea propone una riforma degli appalti pubblici. Tra i criteri di aggiudicazione dà più peso a economia circolare e innovazione sostenibile. Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Ecco come salvaguardarle.

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