Sweetgreen is rolling out a new pay and incentive plan for 2027.
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Sweetgreen just rolled out a new incentive and compensation plan for restaurant managers.
A higher base salary and new revenue-share bonus could push top performers above $200,000.
"As we approach 300 restaurants, we're betting big on our Head Coaches," CEO Jonathan Neman said.
Sweetgreen restaurant managers are about to see some more sweet green.
The salad bowl chain said Tuesday it is rolling out a new compensation and incentive plan for the new year that would raise annual pay for managers of high-performing locations to more than $200,000.
"This sets Sweetgreen up to be in the top tier of restaurants for total compensation for general managers," chief operating officer Jason Cochran told Business Insider. "Our ability to be able to attract, retain, and also inspire many of our internal team members to want to be head coaches — I think it's going to be meaningful for many years to come."
Managers need to have at least three years on the job to be eligible for the highest pay bands, and a new revenue-share bonus will directly reward leaders when their location beats it sales goals, the company said. Managers may also receive shares of Sweetgreen stock based on their performance.
Cochran said the typical tenure of restaurant managers ranges from three months to 10 years, and that store teams consist of about 25 to 50 employees.
"One of the shift leads was telling me they heard the news and how excited they were for their career at Sweetgreen," he said. "She's been with us six years."
The company also said the changes at the top are part of a larger push to improve talent retention and training within the chain.
"Great leaders build great teams, and great teams build a great business. As we approach 300 restaurants, we're betting big on our Head Coaches," co-founder and CEO Jonathan Nemen said in a statement. "The restaurant industry has always been one of the great engines of opportunity, and we want to make that real for thousands of people."
I pannelli fotovoltaici possono aiutare gli agricoltori. L’agrivoltaico infatti potrebbe contribuire a prevenire l’abbandono dei terreni agricoli, diventando una fonte di energia e allo stesso tempo una barriera protettiva per i raccolti. L’agrivoltaico permette di integrare la produzione alimentare con la produzione di energia rinnovabile e nella pratica consiste nell’installazione di pannelli fotovoltaici sopra o tra le coltivazioni agricole.
Secondo uno studio del 2023, l’Europa ha il potenziale per generare una quantità di energia elettrica pari a 25 volte il suo attuale fabbisogno tramite l’agrivoltaico o fotovoltaico agricolo. L’agrivoltaico ha un grande potenziale sia in termini di benefici economici sia ambientali, perché permette di ridurre la superficie necessaria per generare energia dal solare. Non tutti però sono d’accordo, perché questo sistema potrebbe “ignorare i reali problemi”.
Trasformare l’Europa in una potenza solare
L’Europa può diventare una potenza solare e a dircelo è stato persino Elon Musk, quando lo scorso gennaio ha affermato come le zone scarsamente popolate di Sicilia e Spagna potrebbero teoricamente generare l’energia solare sufficiente per tutto il continente.
Uno scenario non lontano dalla realtà che aziende come Amazon e Apple stanno cercando di realizzare. Infatti queste multinazionali hanno firmato contratti per l’acquisto di energia da grandi progetti agrivoltaici con capacità di oltre 150 MW, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 100.000 famiglie italiane.
Euronews ricorda anche come l’Europa stia già finanziando il progetto AgriSol, un investimento di 1,9 milioni di euro per progetti agrivoltaici in Spagna e in Italia. La sola Italia ha ottenuto 1,7 miliardi di euro di aiuti proprio per l’iniziativa.
L’impatto sull’agricoltura
Da una parte ci sono le promesse di un continente capace di sostentarsi solo con l’energia rinnovabile, dall’altra c’è il reale impatto di questa corsa. Le normative europee infatti limitano l’utilizzo di grandi campi per gli impianti fotovoltaici, lasciandoli all’agricoltura.
Anche i progetti agrivoltaici hanno dei limiti. In Francia, per esempio, i progetti devono mantenere almeno il 90% della produzione agricola rispetto ai rendimenti di riferimento stabiliti a livello locale, mentre in Italia la percentuale è del 70%.
La chiave, come spiega Pilar Flores, coordinatrice del progetto agrivoltaico finanziato dall’Unione Europea presso l’Istituto Murciano per la Ricerca e lo Sviluppo Agricolo e Ambientale, è garantire una perdita minima di terreno coltivabile.
Quali sono i vantaggi per gli agricoltori?
L’agrivoltaico può essere una scelta vantaggiosa per diversi agricoltori. A seconda dei casi, infatti, l’agrivoltaico può migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua, proteggere i raccolti dalle condizioni meteorologiche e aumentare la produttività dei terreni. Se si inizia a pensare agli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli come a un sistema per proteggere questi ultimi dai cambiamenti climatici, allora l’agrivoltaico può diventare un vantaggio reale per gli agricoltori, pur riducendo leggermente la percentuale di terreno dedicata alla sola coltivazione.
L’agrivoltaico infatti rappresenta uno strumento fisico per evitare l’abbandono dei terreni, ridurre i cali di profitto per gli agricoltori e proteggere i campi da caldo e piogge eccessive. I pannelli banalmente proiettano ombra, riducendo l’evaporazione e quindi aiutando il terreno a trattenere l’umidità.
Quali sono gli svantaggi?
La verità è che i benefici descritti non sono garantiti. “Tutte queste opportunità vengono talvolta presentate come se fossero scontate, ma dipendono dal sistema agrivoltaico utilizzato e dalle caratteristiche del territorio”, spiega Flores.
In alcuni casi i territori vengono sottoposti a uno stress aggiuntivo in presenza di pannelli fotovoltaici e quindi bisogna analizzare caso per caso per capire se ci siano vantaggi o meno. È della stessa opinione il presidente dell’Associazione Rurale Italiana, Fabrizio Garbarino:
L’agrivoltaico sta approfittando della crisi del settore agricolo in Italia, mentre dovremmo concentrarci su soluzioni concrete per prevenire l’abbandono dei terreni agricoli.
Le grandi aziende tecnologiche promettono risultati anche per gli agricoltori, ma come abbiamo visto non sono scontati. In uno studio del 2025 si è scoperto che l’agrivoltaico favorisce i grandi agricoltori, i proprietari terrieri e gli investitori, a scapito dei piccoli agricoltori e delle comunità locali.
I motivi sono gli elevati costi iniziali e le lunghe attese per l’allacciamento alla rete elettrica. In Italia circa 775 milioni di euro di fondi pubblici destinati ai progetti agrivoltaici sono stati impiegati su larga scala, su proprietà di multinazionali straniere e non dei piccoli agricoltori. I grandi investitori così si insediano in luoghi che spesso non conoscono e ottengono solo i benefici economici della produzione energetica, non garantendo lo stesso risultato agli agricoltori che quel terreno lo hanno ceduto.
L’agrivoltaico ha il potenziale per essere un beneficio per entrambe le parti, per chi investe nell’energia e per chi coltiva la terra, ma deve partire da una coordinazione comune, senza mai smettere di pensare al terreno e alla comunità locale.
ANBI, prevenzione del rischio idrogeologico: semplificare la gestione dei sedimenti per migliorare la manutenzione dei corsi d’acqua e prevenire le alluvioni
Semplificare le procedure burocratiche per la gestione dei sedimenti non pericolosi e migliorare la manutenzione delle infrastrutture idrauliche, con l’obiettivo di rafforzare la prevenzione del rischio idrogeologico e garantire maggiore sicurezza ai territori. Sono queste le principali richieste avanzate dall’ANBI, durante un’audizione presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati.
L’associazione ha espresso una valutazione complessivamente positiva del decreto sulle disposizioni urgenti in materia ambientale, presentando alcune proposte di modifica per rendere più efficienti gli interventi di manutenzione della rete idraulica. Secondo ANBI, la priorità è migliorare le infrastrutture esistenti, riducendo gli ostacoli amministrativi che spesso rallentano le operazioni necessarie a garantire il corretto deflusso delle acque.
In particolare, l’associazione chiede di modificare alcune disposizioni del Testo Unico Ambientale per consentire ai Consorzi di bonifica di spostare o estrarre sedimenti non pericolosi attraverso procedure semplificate, anche utilizzando terreni agricoli vicini agli alvei senza comprometterne le attività. ANBI propone inoltre che tali materiali, quando movimentati all’interno delle acque superficiali o nelle vicine pertinenze idrauliche, non siano considerati rifiuti, evitando così ulteriori adempimenti burocratici.
“Vogliamo così porre fine alle incertezze operative che, complici le lungaggini burocratiche, accentuano le criticità idrauliche e sono state anche concause di alcuni eventi dalle disastrose conseguenze per i territori e le loro comunità“, ha dichiarato Francesco Vincenzi, presidente di ANBI.
Un altro punto riguarda la gestione degli eventi imprevedibili legati alla crisi climatica, come la proliferazione di specie aliene invasive negli ecosistemi acquatici. Su questo fronte, ANBI propone di consentire ai Comuni di avvalersi, attraverso apposite convenzioni, delle competenze dei Consorzi di bonifica, favorendo interventi più tempestivi e un migliore coordinamento tra amministrazioni, soprattutto quando le criticità interessano più territori. L’obiettivo è rafforzare la prevenzione attraverso una manutenzione programmata e una maggiore collaborazione tra enti locali e Consorzi di bonifica, valorizzando le competenze già presenti sul territorio.
“Il nostro obiettivo è creare connessioni sempre più agili con la riconosciuta competenza operativa e la profonda conoscenza dei territori, presente nei Consorzi di bonifica“, ha sottolineato Massimo Gargano, direttore generale di ANBI, ribadendo che “una programmazione stabile della manutenzione del territorio è un’esigenza ineludibile“.
Bologna si conferma la città più smart d’Italia per il secondo anno consecutivo. A completare il podio della settima edizione del City Vision Score 2026-27 ci sono Pordenone, che compie un salto in avanti passando dall’ottavo al secondo posto, e Casalecchio di Reno, comune alle porte del capoluogo emiliano.
Il verdetto della graduatoria, presentata a Padova durante gli Stati generali delle città intelligenti, incorona nuovamente il Nord e traccia una mappa dell’innovazione nei territori italiani che riflette le croniche condizioni territoriali.
Cos’è City Vision Score
L’indice, curato dalle società Blum e Prokalos, misura il grado di intelligenza dei comuni italiani analizzando la totalità delle 7.896 realtà amministrative presenti sul territorio nazionale.
I tre centri urbani che guidano la graduatoria hanno ottenuto punteggi ai vertici della scala di valutazione (da 10 a 100): Bologna ha conquistato il punteggio pieno di 100 punti, seguita a brevissima distanza da Pordenone con 99,96 punti e da Casalecchio di Reno a quota 99.
I sei criteri di valutazione
La misurazione del livello di digitalizzazione e innovazione si basa su 30 indicatori analitici, ripartiti su sei dimensioni cardine della trasformazione urbana:
l’efficienza amministrativa, la digitalizzazione dei servizi pubblici e la trasparenza;
la vitalità del tessuto imprenditoriale, l’innovazione e la capacità di attrarre investimenti;
sostenibilità ambientale, gestione dei rifiuti e politiche energetiche;
qualità della vita, sicurezza, offerta culturale e inclusione sociale;
infrastrutture di trasporto sostenibile, mobilità elettrica e connessioni stradali;
competenze digitali dei cittadini, istruzione e capitale umano.
La top 10 delle città più smart d’Italia
Nove dei primi dieci comuni appartengono al Nord Italia, evidenziando una marcata concentrazione geografica dei centri ad alta tecnologia. Di seguito la classifica dei primi dieci comuni italiani:
Bologna, con 100 punti;
Pordenone, in Friuli-Venezia Giulia, con 99,96 punti;
Casalecchio di Reno, in Emilia-Romagna, con 99,00 punti;
Bergamo (Lombardia);
Brescia (Lombardia);
Rovereto (Trentino-Alto Adige);
Agrate Brianza (Lombardia);
Firenze;
Milano (Lombardia);
Udine (Friuli-Venezia Giulia).
Le città del Centro e del Sud Italia dove sono?
Dietro i successi dei primi dieci centri emerge una verità ormai cronica: il Centro e il Mezzogiorno restano completamente esclusi da qualsiasi caratterizzazione delle smart city. Nelle prime cento posizioni figurano 91 comuni del Nord e 9 del Centro, nessun comune del Sud o delle Isole.
Per trovare la prima realtà meridionale occorre scendere fino alla 301esima posizione, occupata da Pescara, che risulta anche l’unico comune di tutto il Sud a rientrare tra i primi 500. Per trovare la prima città insulare si deve arrivare all’865esimo posto con Cagliari, seguita da Bari al 1.456esimo posto, Avellino al 1.671esimo e Lecce al 1.688esimo.
Un’Italia a due velocità
Anche la media dei punteggi evidenzia la spaccatura. Mentre il Nord viaggia a una media di 63,2 punti, con il Nord-Est in vetta a 67,7, e le città del Centro si attestano a 57,1, il Sud si ferma a 37,8 punti.
L’Italia continua ad andare a due velocità, e senza un rafforzamento della capacità amministrativa e investimenti mirati al Mezzogiorno, i progetti di transizione digitale, energetica e ambientale rischiano di essere una realtà solo per una parte del Paese.
L’autunno è ormai arrivato e, con il graduale calo delle temperature esterne, si avvicina il momento di riaccendere i riscaldamenti. Per le abitazioni e gli uffici dotati di impianti centralizzati l’accensione dei termosifoni è regolata da norme precise legate dislocazione geografica.
Con i prezzi dell’energia sempre al centro dell’attenzione, efficientare l’impianto domestico rappresenta la prima vera scelta green ed economica per affrontare i mesi freddi.
Come funzionano le zone climatiche in Italia
L’Italia presenta climi diversi, dalle zone costiere del Sud alle cime alpine. Per questo motivo, la normativa nazionale suddivide i quasi 8.000 comuni italiani in sei zone climatiche, identificate dalle lettere dalla A alla F.
L’assegnazione di un comune a una determinata zona si basa sui Gradi Giorno (GG), l’unità di misura del fabbisogno termico locale: più il clima è rigido, maggiore è il numero di Gradi Giorno e, di conseguenza, più esteso è il periodo d’accensione consentito.
Zona A: clima molto mite (fino a 600 GG)
Zona B: clima mite (da 601 a 1.000 GG)
Zona C: clima temperato (da 1.001 a 1.400 GG)
Zona D: clima temperato freddo (da 1.401 a 2.100 GG)
Zona E: clima freddo (da 2.101 a 3.000 GG)
Zona F: clima molto rigido (oltre 3.000 GG)
Calendario accensione riscaldamenti 2026: le date per zona
Ogni zona climatica prevede una data di inizio e fine esercizio, oltre a un tetto massimo di ore giornaliere di funzionamento:
Zona A
Periodo: dal 1° dicembre al 15 marzo
Ore massime giornaliere: 6 ore
Zona B
Periodo: dal 1° dicembre al 31 marzo
Ore massime giornaliere: 8 ore
Zona C
Periodo: dal 15 novembre al 31 marzo
Ore massime giornaliere: 10 ore
Zona D
Periodo: dal 1° novembre al 15 aprile
Ore massime giornaliere: 12 ore
Zona E
Periodo: dal 15 ottobre al 15 aprile
Ore massime giornaliere: 14 ore
Zona F
Periodo: nessuna limitazione di data
Ore massime giornaliere: nessuna limitazione di ore
I Sindaci hanno la facoltà di modificare (ampliando o riducendo) le date e i tempi di accensione tramite apposita ordinanza comunale in caso di condizioni meteo straordinarie.
Consigli green per risparmiare in bolletta
Oltre al rispetto del calendario, adottare comportamenti virtuosi permette di tagliare i consumi in bolletta.
Attenzione alla temperatura del termostato
Alzare troppo la temperatura non scalda la casa più velocemente ma alza i consumi in bolletta. Secondo le stime dell’ENEA, abbassare il termostato di solo 1 °C permette di ridurre i consumi dal 7% al 10%. La temperatura ottimale negli ambienti interni è compresa tra i 19°C e i 20°C.
Sfrutta le valvole termostatiche
Obbligatorie nei condomini con impianto centralizzato, le valvole termostatiche consentono di regolare il calore stanza per stanza (solitamente su una scala da 1 a 5). Impostale su valori più alti nei locali frequentati, come la zona giorno, e riducile nelle stanze meno usate per evitare sprechi.
Checklist pratica prima dell’accensione
Prima dell’arrivo del freddo intenso, una corretta manutenzione dell’impianto garantisce efficienza e sicurezza. Cosa fare?
Effettuare lo sfiato dell’aria: l’aria accumulata nei tubi durante i mesi estivi impedisce la corretta circolazione dell’acqua calda. Aprire la valvola di sfiato di ogni radiatore lasciando uscire le bolle d’aria fino al deflusso regolare d’acqua può essere molto utile.
Controllare la pressione della caldaia: dopo lo sfiato, è necessario verificare il manometro. A impianto freddo, la pressione ideale deve attestarsi tra 1,2 e 1,5 bar. Se necessario, si può ripristinare il livello agendo sul rubinetto di carico.
Pulire i radiatori: polvere e residui sui termosifoni creano una barriera e peggiorano la qualità dell’aria respirata. Pulirli accuratamente prima di accendere l’impianto è una buona idea.
La Commissione europea propone una riforma degli appalti pubblici. Tra i criteri di aggiudicazione dà più peso a economia circolare e innovazione sostenibile. Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Ecco come salvaguardarle.