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Balzano contro Dragoni: “Gli israeliani rivotano Netanyahu? Sono come i tedeschi se avessero riscelto Hitler nel ’45”

30 October 2026 at 16:51

Scontro furibondo a Battitori liberi, su Radio Cusano, tra Savino Balzano, conduttore della trasmissione insieme a Gianluca Fabi, e Fabio Dragoni, firma di Libero. A incendiare il confronto sono le elezioni in Israele, sulle quali Dragoni osserva: “Netanyahu ha perso la maggioranza, ma non nella maniera così trascendentale come tutto il mondo occidentale, salvo poche eccezioni, sperava o credeva. Noi continuiamo a non capire Israele, perché viviamo la vicenda Israele-Gaza con i nostri occhi. Le sirene le sentono in Israele, nei rifugi scendono gli israeliani. Gli israeliani ragionano con un’altra logica, sono uno Stato in guerra perenne e non si fanno le pippe mentali che ci facciamo noi accapigliandoci tra pro-Pal e pro-Israele”.
Dragoni cita un articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera e il risultato elettorale degli arabi israeliani: “Alla faccia di chi dice che in Israele c’è l’apartheid, abbiamo avuto una grande dimostrazione di democrazia. Vorrei capire quando ci saranno le elezioni in Libano e in tante altre parti”.

Balzano interviene immediatamente: “Le elezioni non sono l’elemento che consente necessariamente di distinguere il bene dal male. Partiamo da questo presupposto”.
Dragoni lo interrompe accusandolo di affrontare la questione come una tifoseria, ma lo scrittore respinge l’obiezione e porta il confronto sulla responsabilità politica degli elettori israeliani: “Con queste elezioni in Israele deve cadere l’ipocrisia di chi dice: ‘Non dovete parlare di Israele, ma del governo israeliano; non dovete parlare degli israeliani, ma di Netanyahu‘. No. Che sia bene o che sia male, in questo momento c’è un’unione delle responsabilità“.
E aggiunge: “Dopo aver visto tutto quello che è successo, e gli israeliani l’hanno visto perché ci sono i social, i video, la rete è piena di quello che è successo a Gaza e in Cisgiordania, se scelgono di rivotare Netanyahu significa che sono con Netanyahu, che sono d’accordo con lui, che sottoscrivono quello che decide. Dire che non bisogna coinvolgere il popolo israeliano era una boiata e si capiva già prima. Adesso non si può più dire. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che le responsabilità sono in solido”.

Poi arriva il paragone destinato a far esplodere definitivamente la discussione. Balzano richiama la Germania del 1945 e immagina cosa avrebbe significato un eventuale nuovo voto a favore di Adolf Hitler dopo gli orrori del nazismo: “Queste elezioni in Israele possono essere paragonate alla situazione nella quale i tedeschi avessero votato per Hitler nel ’45. Perché se lo voti negli anni Venti o nel ’33 puoi non sapere quello che farà, ma ora lo sai. Anche la Germania era in guerra, anche i tedeschi andavano nei rifugi, anche i tedeschi sopportavano i bombardamenti. Se nel ’45 avessero rivotato Hitler, avrebbero condiviso le responsabilità dei nazisti. Ed è quello che sta facendo il popolo israeliano, o perlomeno la maggioranza del popolo israeliano”.

Dragoni contesta il paragone e torna a insistere sulla condizione di pericolo vissuta dalla popolazione israeliana: “Sbagli, continui a perpetrare il tuo errore. Non ti immedesimi minimamente in ciò che vivono gli israeliani. Continui a non capire che quello è uno Stato in guerra e che non ragionano con le nostre categorie”.
Balzano ribalta l’accusa, chiamando in causa le sofferenze dei palestinesi e contestando con durezza la prospettiva adottata dal giornalista di Libero. “Sei tu che continui a non immedesimarti in ciò che patiscono le vittime di quello Stato terrorista. Sei tu che non ti immedesimi in ciò che patiscono le vittime di quello Stato neonazista che è Israele. Questo è l’errore, ed è tuo, non mio. C’è un genocidio e dinanzi a un genocidio c’è poco da dire“.
Dragoni insiste: “Gli israeliani capiscono meglio di te, perché le sirene suonano a loro, non a te. Capito?”.
“Con ‘ste sirene avete rotto il cazzo – replica lo scrittore – Hanno spianato Gaza, me ne sbatto i coglioni delle sirene di Tel Aviv, capito?”.

La firma di Libero contesta anche l’utilizzo della parola genocidio e chiama in causa Hamas, Hezbollah e l’Iran: “L’unico genocidio proclamato è quello di tante frange islamiche nei confronti di Israele, a partire da Hamas. Lo dico a voi, che provate una pulsione orgasmica per la parola ‘genocidio'”.
“Mi viene da ridere, ma ora il genocidio l’hanno fatto i palestinesi?”, ribatte Balzano.
“Ho detto proclamato”, precisa Dragoni.
“Ma mai realizzato”, replica il saggista.
“Allora Israele si deve sentire in colpa per non essersi fatto distruggere?”, rilancia Dragoni.
“No, Israele si deve sentire in colpa per aver perpetrato un genocidio a Gaza“, risponde Balzano.

La tensione raggiunge il culmine nell’ultimo scambio, quando Dragoni sostiene che gli unici a volere un genocidio siano “Hamas, Hezbollah e l’Iran”. Balzano torna ad attaccare duramente lo Stato israeliano e il suo esercito, ricorrendo a un ulteriore paragone con il nazismo: “Ma come fai a difendere Israele in questo contesto? Adesso la divisa delle SS di Hugo Boss se la sono messa loro addosso, e questo è il paradosso: l’Idf come le SS. Uguale”.
A chiudere il confronto, ormai incandescente, arriva la battuta sarcastica di Gianluca Fabi: “Caro Mossad, volevo solo dire che io mi dissocio “.

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Conte, Cacciari e Mauro Corona ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 31 ottobre. Con Travaglio e Scanzi

By: F. Q.
30 October 2026 at 12:00

Il racconto dell’attualità è protagonista il sabato in prima serata sul Nove con il talk di confronto, discussione e approfondimento “Accordi & Disaccordi”, condotto da Luca Sommi.

Sabato 31 ottobre alle 21:30 sono ospiti il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, il filosofo Massimo Cacciari e lo scrittore Mauro Corona.

Tra i temi della conversazione i risultati delle elezioni in Israele e la manovra di bilancio italiana che approda alle Camere prima dell’approvazione finale entro Natale.

Nel corso di ogni puntata, come da tradizione, gli interventi del direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e del giornalista Andrea Scanzi, per analizzare cronaca, potere e società.

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Israele al bivio: l’autogol dell’opposizione fa il gioco di Netanyahu. E ora l’attacco all’Iran è più vicino

29 October 2026 at 11:20

Scrivo questo post con grande rammarico, ma con una netta consapevolezza del quadro politico israeliano all’indomani di queste elezioni. Pare che una grande fetta dell’elettorato viva consapevolmente accettando la minaccia di un isolamento internazionale, di sanzioni economiche, di un conflitto perenne e di ben sei o sette fronti aperti con i paesi vicini o lontani. Altrimenti l’esito di questo voto non sarebbe spiegabile.

Benjamin Netanyahu – il principale responsabile, come primo ministro, della sciagura del 7 ottobre e del massacro compiuto da Hamas; colui che ha rifiutato qualsiasi commissione d’inchiesta; colui che a due o tre giorni dalle urne ha proposto come soluzione economica il passaggio a un’economia basata sulle criptovalute; colui che alla vigilia del voto ha diffuso un’immagine creata dall’intelligenza artificiale che mostrava Tel Aviv sotto una bomba atomica iraniana – questo leader politico non solo non ha perso il suo potere, ma ha riscosso un ampio consenso.

Che cosa possiamo dedurre da questo esito? A mio avviso, che molti israeliani non comprendono la reale posizione internazionale del proprio paese e, con il loro voto, finiscono per attirare sanzioni, minacce e guerre. Dopo il risultato di martedì notte, Netanyahu si sentirà autorizzato dal suo popolo – che è anche il mio – a sferrare all’Iran quello che definirà un “attacco preventivo”. Se a questo aggiungiamo l’incertezza del quadro politico americano, vediamo come ancora una volta il Medio Oriente rischi di incendiarsi.

L’elettorato di Netanyahu è un fenomeno peculiare. Stanotte, mentre seguivo l’evoluzione dei dati dagli exit poll fino ai risultati reali, mi è tornato in mente un evento storico traumatico che tutti i lettori conoscono bene. Netanyahu vinse le elezioni per la prima volta dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin: si candidò contro Shimon Peres, premio Nobel e statista di caratura mondiale, riuscendo a prevalere a pochi mesi dall’uccisione di Rabin per mano di un terrorista dell’ultradestra.

Perché collego quell’evento al voto di oggi? Perché l’elettorato di Netanyahu ragiona esattamente come la tifoseria di una squadra di calcio: non c’è un’analisi razionale sull’operato del governo, sull’andamento dell’economia, sulla sicurezza reale dei cittadini, sulla qualità del sistema scolastico o sulle pensioni. Nonostante negli ultimi quattro anni tutti questi ambiti abbiano registrato fallimenti, gli elettori non valutano questi aspetti: tifano per Netanyahu a prescindere dal piano politico.

La prova è semplice: solo tre o quattro giorni fa, Netanyahu ha ammesso apertamente che Israele rischia le sanzioni e che gli Stati Uniti stanno cambiando atteggiamento, sostenendo che tali sanzioni si potrebbero aggirare con le criptovalute. Poi ha agitato la minaccia dell’atomica iraniana, dimenticando che solo sei mesi fa dichiarava che gli attacchi preventivi avevano già distrutto ogni capacità nucleare dell’Iran. La logica e la verità sono diventate del tutto opzionali per questo elettorato.

Nella giornata di giovedì terminerà lo scrutinio delle elezioni israeliane. Nel momento in cui scrivo si sta verificando l’esito delle ultime 400.000 buste, ma non è un motivo per sperare in un cambiamento per come lo avevamo immaginato. Adesso il blocco di Netanyahu ha 53% e il blocco di Eisenkot ha 48. I dati ufficiali definitivi non cambieranno questo esito: nelle campagne precedenti le “doppie buste” (il sistema per il voto a distanza o fuori sede) hanno sempre mostrato una leggera tendenza verso la destra.

La parola cambiamento è tornata molto in queste settimane. Se veramente le forze democratiche, che nella società israeliane credono in uno Stato democratico e liberale, vogliono operare un reale cambiamento, allora devono invitare i partiti arabi – che sono i grandi vincitori di quest’ultima tornata elettorale – a governare insieme con il blocco di Eisenkot. Vorrei aggiungere, come israeliano che vive fuori del suo paese, nella cosiddetta “diaspora”, che se nell’establishment occidentale qualcuno avesse osato dire sugli ebrei le cose che i partiti legittimi di governo, ma anche di opposizione, dicono degli arabi israeliani, allora tutti noi ebrei della diaspora grideremmo all’antisemitismo: è ora di finirla con questa retorica e andare verso il cambiamento perché a mio avviso è l’unica strada per il futuro di Israele. Scelte diverse porteranno a un paese boicottato, invischiato in guerre continue con i suoi vicini, senza più alcuna prospettiva di pace.

Ma c’è un’altra questione che va analizzata con pari durezza: anche il cosiddetto “blocco del cambiamento” – i partiti di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – ha commesso un errore politico gravissimo e imperdonabile. Rifiutando a più riprese qualsiasi ipotesi di governo con i partiti arabi, hanno ceduto a pregiudizi ideologici e compiuto un autogol strategico clamoroso. Nel tentativo di escludere dall’esecutivo i rappresentanti del 20% della popolazione israeliana, hanno finito per fare il gioco di Netanyahu. Se i partiti che intendono fermarlo si alleassero con i partiti arabi israeliani, avrebbero i numeri per bloccare la formazione di un nuovo governo di destra o di estrema destra.

Il modo in cui è stata trattata la popolazione araba israeliana in questi ultimi anni è intollerabile: un clima di aperto disprezzo e ostilità. La violenza e gli omicidi all’interno di questa comunità hanno raggiunto livelli mai visti prima. E il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha agito deliberatamente in questa direzione, considerando gli arabi israeliani come quinte colonne o collaboratori dei palestinesi. Ogni giorno si assiste a incursioni nei territori e ad azioni alimentate da frange estremiste armate.

Tutto ciò è gravissimo. I partiti arabi hanno ottenuto un’alta affluenza perché i cittadini sono usciti a votare per rispondere alle offese di Ben-Gvir. Rifiutarsi di collaborare con loro solo perché arabi è di una cecità politica inaccettabile per uno Stato che ospita una minoranza così consistente. Gli israeliani devono decidere se vogliono vivere in un paese in cui tutte le rappresentanze politiche legittime possono governare, o se intendono affermare che il 20% della popolazione ha diritto di voto ma non di governo. Agli occhi del mondo, questo è l’ennesimo segnale di una società discriminatoria con venature di apartheid — una deriva che non aiuta Israele e che, al contrario, aumenta i rischi per le comunità ebraiche in tutto il mondo.

L’atteggiamento verso la popolazione araba mi sdegna profondamente anche per un motivo molto concreto, legato al sistema sanitario: oltre il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali israeliani sono arabi, così come quasi il 50% dei farmacisti. Sono loro a curare i nostri anziani, i nostri genitori e i nostri figli, e lo fanno con immensa dedizione.

Una società che affida la propria salute a questi professionisti e poi nega valore politico al loro voto si macchia di un’ipocrisia inaccettabile, riducendoli a semplici servitori utili nel momento del bisogno. E così facendo, ci si consegna nuovamente nelle mani di Netanyahu e dell’estrema destra.

Tuttavia, temo che nei prossimi giorni Netanyahu possa ritenere legittimato un attacco all’Iran. E il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che prima delle elezioni aveva sollevato forti perplessità evidenziando come l’azione non fosse dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, si troverà ora nell’impossibilità di frenarlo, poiché il voto popolare viene usato per legittimare l’ennesima escalation. A Netanyahu poco importa se l’intelligence americana conferma che non ci sono movimenti o minacce imminenti nei siti nucleari iraniani: gli basterà appagare le aspettative della sua tifoseria elettorale.

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Israele, dal Likud accuse di “brogli” e la Commissione chiede di indagare su presunte interferenze del Qatar. La replica delle liste arabe: “Vogliono ribaltare l’esito del voto”

29 October 2026 at 11:04

Meno di due giorni dopo la chiusura dei seggi, in Israele è il momento delle trattative e dei veleni. In un contesto ricco di incognite e di insidie. Ieri, a scrutini avanzati, il premier Benjamin Netanyahu e le forze di estrema destra avevano lanciato accuse di brogli elettorali contro i partiti arabi, vera rivelazione di queste legislative. Oggi il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di indagare su presunte interferenze straniere e corruzione elettorale.

“Sono stato informato di gravi sospetti riguardanti un’influenza indebita sulle elezioni, esercitata attraverso finanziamenti provenienti da entità straniere che agiscono contro gli interessi di Israele“, ha affermato Sohlberg, sottolineando di “non poter confermare la fondatezza di tali sospetti”. Tuttavia, ha aggiunto, “ritengo che, trattandosi di entità straniere, vi sia l’obbligo di condurre un’indagine approfondita“. I risultati dell’indagine devono essere presentati entro una settimana, ha chiesto il capo della Cec allo Shin Bet.

Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, lo Shin Bet ha avviato un’indagine con il sospetto di un coinvolgimento del Qatar. Secondo i sospetti, il Qatar avrebbe trasferito “somme di denaro molto ingenti” per influenzare i risultati delle elezioni che si sono svolte martedì.

Il quadro uscito dal voto del 27 ottobre per rinnovare la Knesset è uno stallo in cui nessuna coalizione detiene i 61 seggi per governare, con il blocco di Benjamin Netanyahu in vantaggio (53 seggi) su quello dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot (fermo a 48). Ma il dato più rilevante è il boom delle liste arabe, che questa volta hanno abbandonato il tradizionale boicottaggio e mobilitato gli elettori nella speranza di archiviare il governo Netanyahu. Uno strategia che li ha portati a raddoppiare i seggi, conquistandone 19. Il loro appoggio consentirebbe quindi al blocco anti-Bibi di formare un esecutivo.

Questa opzione, sebbene difficile da percorrere a causa delle resistenze di alcuni esponenti della coalizione, lascerebbe fuori dai giochi l’attuale premier. Ed è per questo che l’estrema destra, con il Likud in testa, già ieri ha scatenato tutta la potenza di fuoco della sua macchina politica. Netanyahu ha parlato di un “governo pericoloso” qualora fossero state coinvolte le forze arabe. Mentre il suo partito ha accusato di “brogli” ed elezioni rubate da chi “sostiene il terrorismo”.

I media israeliani riferiscono che il Likud ha trasmesso alla Commissione elettorale centrale del materiale che, secondo il partito, comprenderebbe “registrazioni dirette di persone appartenenti alla comunità araba che avrebbero ammesso di aver corrotto elettori mediante buoni carburante e denaro contante”. Il dito viene puntato anche in questo caso su presunti finanziamenti arrivati da Turchia e Qatar. “Si tratta si tratta di un attacco alla democrazia volto a portare alla presa di controllo della Knesset da parte di potenze straniere, all’islamizzazione di Israele e al rovesciamento del governo di destra, al fine di provocare la ritirata e la sconfitta dell’Idf su tutti i fronti, in primis l’Iran” sostiene il partito guidato da Netanyahu che ha già soprannominato la vicenda Ra’amgate (dal nome del partito Ra’am).

”In Israele, la parte sconfitta costruisce una calunnia razzista e incita le forze di sicurezza a usare la forza per ribaltare il verdetto popolare” ha replicato su X Sami Abou Shahadeh, leader di Balad, uno dei partiti arabi che formano la Lista Unita. ”Non dobbiamo permettere all’estrema destra di rubare le elezioni o di trascinare il Paese verso una nuova tornata elettorale basandosi su accuse inventate e deliranti”, ha aggiunto in merito alle contestazioni del Likud sulla presunta corruzione elettorale.

Nel frattempo, sono stati arrestati 4 sospettati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto pagamento di denaro in cambio di voti a favore del partito Ra’am, dopo i tre arresti avvenuti il 27 ottobre.

Una fonte della sicurezza interna ha specificato alla tv pubblica israeliana Kan che l’indagine per presunta corruzione elettorale era stata avviata prima delle elezioni: “Si tratta di un’indagine aperta nelle ultime due settimane sulla base di informazioni di intelligence attendibili. Sappiamo che c’è qualcosa che non va e stiamo indagando seriamente per fare piena luce sulla questione. Nei prossimi giorni la situazione si chiarirà” ha dichiarato all’emittente.

Il leader del Blocco del cambiamento, Eisenkot, ha detto di essere “in contatto con le autorità competenti” e di ricevere “aggiornamenti in merito ai sospetti di interferenze straniere nelle elezioni”. Allo stesso tempo ha messo in guardia dalla strumentalizzazione politica. “Non si deve permettere a esponenti politici di sfruttare questa situazione per influenzare la data dell’insediamento della 26ma Knesset, il Parlamento israeliano”. Sulla stessa linea il presidente israeliano Isaac Herzog che ha chiesto di “non infangare un’intera comunità che ha cercato di esercitare il proprio diritto di voto e di prendere parte attiva alla democrazia”.

Intanto, sul fronte del conteggio dei voti c’è ancora una variabile da considerare, anche se nelle previsioni non dovrebbe essere determinante: le cosiddette “doppie buste“, con le preferenze di militari, detenuti, diplomatici in servizio all’estero e ad elettori impossibilitati a votare nel seggio. Sono stimate tra le 430mila e 480mila e finora ne sono state scrutinate meno di 30mila. Tra queste schede il partito del premier è in testa, seguito dal movimento Yashar di Eisenkot. Secondo la Commissione elettorale lo spoglio dei voti potrebbe essere terminato entro questo pomeriggio.

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Elezioni in Israele, Netanyahu non molla Ben Gvir e Smotrich: “Restiamo uniti”. Ma per un governo di estrema destra mancano i numeri

29 October 2026 at 06:13

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato ieri sera con i suoi partner di estrema destra, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, promettendo di mantenere unito il loro blocco, secondo quanto riportato dai media israeliani. Il blocco di Netanyahu, che comprende il suo partito Likud e le fazioni ultraortodosse, nonché Otzma Yehudit di Ben Gvir e il Sionismo Religioso di Smotrich, dovrebbe conquistare 53 seggi nelle elezioni di ieri, un numero considerevolmente inferiore alla maggioranza di 61 seggi. Anche gli oppositori di Netanyahu sono divisi, il che alimenta le speculazioni su un possibile governo di unità nazionale, una prospettiva che potrebbe vedere Netanyahu abbandonare i suoi alleati di estrema destra. Netanyahu, tuttavia, avrebbe detto a Ben Gvir e Smotrich: “Siamo uniti e resteremo uniti”, secondo quanto riportato dal canale televisivo filogovernativo Canale 14.

Nessuno dei due principali blocchi ha abbastanza voti per governare. E nessuno, sulla carta, vuole chiedere ai partiti arabi quei voti preziosi per costruire una maggioranza solida, almeno numericamente. Dunque non è un caso che il presidente Isaac Herzog si sia augurato che le forze politiche partecipino alle consultazioni, la settimana prossima, con “mente aperta“. E di flessibilità ne servirà molta.

Con oltre l’85% delle schede scrutinate, il partito Likud del premier Benjamin Netanyahu si conferma primo con 26 seggi, e il suo blocco di destra e con gli ultraortodossi può contare su 53 seggi. Ben al di sotto dei 61 necessari per avere una maggioranza nel parlamento di 120 deputati. Sul fronte dell’opposizione, il partito Yashar guidato dall’ex capo di Stato maggiore dell’Idf Gadi Eisenkot si attesta come secondo con 21 seggi. In totale il cosiddetto ‘blocco di cambiamento’ sionista anti-Netanyahu ha 48 seggi, di nuovo molti meno del necessario. Determinanti si sono rivelati in partiti arabi, con la Lista Comune che si è assicurata 12 seggi e Ra’am 7.

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Israele, i possibili scenari post-voto: accordo con le liste arabe o lo spettro di un nuove elezioni entro pochi mesi

28 October 2026 at 10:01

Il conteggio del voto reale delle elezioni del 27 ottobre in Israele ha sgonfiato in parte le speranze dei partiti ebraici che hanno fatto campagna contro Netanyahu, quello che è stato chiamato il blocco del cambiamento o anche semplicemente l’opposizione. Mentre i voti continuano a essere scrutinati e i risultati si prevede tarderanno ad arrivare – forse giovedì o addirittura più avanti – per via dei tanti voti per corrispondenza dei soldati e dei difficili calcoli rispetto ai partiti che hanno o meno superato la soglia di maggioranza, risulta chiaro che il Likud di Benjamin Netanyahu resta il partito più votato in Israele. Anche con la campagna di massa che ha portato un record di cittadini al voto come non si vedeva dal 1999 e anche dopo i disastrosi, quattro anni di governo Netanyahu segnato dal 7 ottobre e dalla Guerra a Gaza.

Il Likud è vicino ad assicurarsi 27 seggi al parlamento, e anche se le altre liste di estrema destra che fanno parte della maggioranza che sostiene il premier non brillano, il totale arriva comunque a 54 seggi. Uno stacco significativo rispetto ai 48 che l’opposizione a Netanyahu riesce a contare. C’è un dato però che sempre più chiaramente si afferma come quello determinante di questa tornata elettorale, ed è un storico a modo suo, anche se è tutt’altro che chiaro la direzione che potrà prendere e cosa significherà per il futuro del paese. È quello dell’exploit delle liste arabe, la Joint list che contiene all’interno Partiti anti sionisti israeliani e palestinesi e il partito comunista, e poi la lista islamica conservatrice di Mansour Abbas, Ra’am. La lista unita delle sinistre ha più che raddoppiato i suoi voti ed è proiettata come terzo partito del paese, con 12 seggi, mentre anche il Ra’am, che in passato è già sceso ad accordi politici per entrare in una maggioranza di governo quando era premier Naftali Bennet, viaggia fra 6 e 7 seggi.

Il totale delle liste arabe quindi è determinante, sono 19 seggi che non vengono calcolati nel novero di quelli dell’opposizione tradizionale a Netanyahu, ossia i partiti che si riconoscono in un sismo di sinistra di centro o di centrodestra, e però l’alleanza fra i due blocchi potrebbe determinare una maggioranza chiara. Tutto questo, però, solo in teoria, perché non è mai successo e portare i palestinesi della lista unita dentro una maggioranza di governo è ancora un tabù anche per la maggioranza delle forze di opposizione Netanyahu. In particolare per Avigdor Liberman e anche per la base, se non proprio per Yashar di Gadi Eisenkot che si è piazzato secondo per preferenze dopo Netanyahu.

La situazione è sospesa, non in stallo, ma c’è tempo per riflessioni e trattative. Netanyahu non ha i numeri per formare una maggioranza che richiede almeno 61 seggi all’Knesset e l’opposizione non è d’accordo sul dialogo con le liste arabe. Ma ci sono dei tempi tecnici che possono aiutare i leader a negoziare. Innanzitutto, i risultati ufficiali non saranno certificati prima del 4 novembre, e solo dopo una settimana da questa data il presidente Isaac Herzog assegnerà l’incarico di formare una maggioranza a uno degli sfidanti. Per legge non ha l’obbligo di affidarlo al primo arrivato alle consultazioni, ma deve dare il mandato alla figura che ritiene avere più probabilità di costruire un governo stabile. Potrebbe essere quindi Gadi Eisenkot.

Le norme danno all’incaricato fino a 42 giorni di tempo per formare una maggioranza. Di solito le verifiche durano due settimane. Poi il mandato torna al presidente che ha la facoltà di affidarlo a un secondo candidato, dopo di che la questione alla Knesset. A quel punto, se non si riuscirà a trovare una maggioranza di 61 voti per indicare un altro premier potenziale si dovrà necessariamente sciogliere e convocare nuove elezioni. Il calendario che porta a una seconda tornata elettorale entro pochi mesi in Israele, dopo quattro anni di turbolenze, quindi è già segnato. Ma nel frattempo è tornata in primo piano la questione palestinese, in Israele, stavolta declinata come la questione dell’accesso alla politica e ai vertici della società da parte della comunità di palestinesi che vivono stabilmente in Israele, ne sono cittadini e hanno diritto di voto. E per la prima volta da quando partecipano alle elezioni, hanno deciso in massa di provare a cercare una svolta attraverso il voto democratico.

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Belgrado, attacca poliziotto con il coltello davanti all’ambasciata di Israele: ucciso. “E’ un minore sostenitore dell’Isis”

28 October 2026 at 09:12

Un tentato assalto con il coltello a un agente di polizia davanti all’ambasciata di Israele, terminato con l’uccisione dell’assalitore. E’ accaduto poco dopo mezzanotte a Belgrado. “Un minore, la cui identità non è ancora stata accertata ma che si presume sia originario di Sabac (città della Serbia occidentale, ndr), ha aggredito un membro della gendarmeria usando due coltelli e gridando ‘Allah Akbar'”, ha dichiarato il ministro dell’Interno serbo, Ivica Dacic, parlando di “attacco terroristico“.

L’agente, ha precisato il dicastero, ha ucciso l’assalitore per legittima difesa, ma è rimasto leggermente ferito al volto da una coltellata. I servizi di sicurezza tenevano sotto controllo l’aggressore, noto per essere un sostenitore dello Stato Islamico: “Sul suo profilo Instagram apparivano una bandiera nera e l’emblema dello Stato Islamico”, ha aggiunto Dacic. Il livello di minaccia terroristica è stato portato al massimo, ovvero in “allerta rossa“, ha reso noto il ministro. “Ciò comporta controlli di sicurezza più rigorosi e una maggiore presenza delle forze dell’ordine in siti sensibili, incluse infrastrutture e luoghi frequentati da grandi folle”, ha affermato.

Le foto della polizia mostrano la guardiola all’esterno dell’ambasciata e l’area transennata, con agenti in tenuta antisommossa. L’attacco è giunto poco dopo le elezioni di martedì in Israele e pochi giorni dopo le decisive elezioni parlamentari anticipate tenutesi domenica, in cui l’ex presidente Aleksandar Vucic, al potere da lungo tempo, è stato sconfitto dal movimento guidato dagli studenti dopo quasi due anni di proteste contro di lui. Ora il paese si trova dinanzi al difficile compito di formare un nuovo governo.

L’ambasciata israeliana a Belgrado era già stata presa di mira in passato. Nel giugno 2024, un aggressore armato di balestra aveva ferito gravemente un agente di polizia, per poi essere ucciso dagli agenti. L’uomo, un 25enne originario di un villaggio vicino a Belgrado, si era convertito all’Islam abbracciando posizioni estremiste. La sede diplomatica si trova non lontano dall’ambasciata degli Stati Uniti, in un quartiere esclusivo di Belgrado. È sorvegliata da un’unità di polizia d’élite composta da agenti armati di armi automatiche. La Serbia ha sempre mantenuto stretti rapporti con Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha confermato un “tentativo di attentato terroristico” nei pressi della propria ambasciata a Belgrado, aggiungendo che nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e che l’incidente è oggetto di indagine. “L’aggressore è stato neutralizzato dalla polizia locale. Nessun membro del personale dell’ambasciata è rimasto ferito e la sede diplomatica era chiusa al momento dell’incidente, avvenuto a tarda notte. L’incidente è attualmente oggetto di indagine da parte delle autorità competenti”, ha scritto il ministero su X.

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Il grido di Netanyahu al telefono con un attivista: “Perché gli ultraortodossi non vanno a votare? Sono pazzi? Moriremo tutti!”

27 October 2026 at 22:20

“Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”. E’ il grido che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto, parlando al telefono, contro un attivista ultraortodosso, un’ora e mezzo prima che chiudessero i seggi. Durante la chiamata, registrata e diffusa da Ynet, il capo del governo chiedeva all’attivista per quale motivo gli elettori ebrei ultraortodossi non si recassero ai seggi. “Cosa sta succedendo con gli Haredim?”, si sente il premier chiedere al telefono. Itche Dzalovsky, gestore di una linea telefonica per ultraortodossi, risponde: “Quello che sta succedendo è che sono molto arrabbiati perché, fino ad oggi, tutte le promesse sulla coscrizione e sulla comunità ultraortodossa”… Netanyahu lo interrompe, gridando: “Ditemi, sono pazzi? Vogliono un governo di sinistra? Sono pazzi? Moriremo”.

Dzalovsky, membro della comunità chassidica di Ger, ha cercato di spiegare: “Vogliono un governo che mantenga le promesse fatte più volte”. Netanyahu ha continuato a gridare con rabbia: “Vogliono morire? Vogliono distruggere il mondo della Torah e non si fanno avanti? Questo è quello che voglio sapere”. L’attivista ultraortodosso ha replicato: “Vogliono che gli ebrei ultraortodossi possano osservare la Torah e i suoi comandamenti nel profondo della loro anima, senza che la loro religione venga calpestata”. Ancora Netanyahu: “Quindi, in breve, non andranno a votare. È questo che chiedo. Non andranno a votare. È questo il punto?”. Dzalovsky: “Vogliono andare a votare, ma solo dopo aver visto quelle promesse mantenute nel tempo”. Netanyahu ha risposto: “Cosa intende con ‘promesse mantenute’? Tra un’ora e mezza insedieranno un governo guidato da Mansour Abbas, che dice di voler distruggere il mondo della Torah”. Netanyahu si riferiva al leader del partito arabo islamista Ra’am. “Ma sono quattro anni che le promesse vengono costantemente infrante”, ha ribattuto l’attivista. Il dialogo serrato è continuato a suon di “Andranno a votare?” e “Non hanno visto mantenere le promesse”. “C’è qualcosa che possiamo fare ora, con un’ora e mezza rimasta?” chiede ancora il capo del governo. E Dzalovsky: “Penso che se chiami e prometti di fornire garanzie ai rabbini più importanti, ai membri del Consiglio dei Saggi della Torah e ad altre autorità rabbiniche…”. Netanyahu interruppe: “Ora darò loro delle garanzie, con un’ora e mezza ancora da giocare, dimmi?”. “Ciò che non è stato fatto per quattro anni è certamente molto difficile da fare ora” è l’ultima risposta, di logica stringente.

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“Stavolta sarà diverso, prevedo l’affluenza più alta di sempre tra gli arabi”: intervista al candidato escluso dalle elezioni israeliane Abu Shehadeh

27 October 2026 at 17:48

“Stavolta sarà diverso, vedrete”. Sami Abu Shehadeh non si è perso un evento e ha passato le giornate a battere le città della comunità araba israeliana, soprattutto nel centro nord del Paese, insieme alla coalizione della sinistra che va sotto il nome di Joint List. Anche se non è più il numero due della lista. L’ex deputato e leader del partito nazionalista palestinese, e anti sionista, Balad, si è ritirato dalla corsa elettorale quando è stato chiaro che la Corte suprema di Gerusalemme non avrebbe ribaltato la decisione della Commissione elettorale israeliana di escluderlo a causa di un articolo scritto a caldo sul 7 ottobre. “Incontro persone ogni giorno, la gente vuole andare a votare stavolta e pare che avremo l’affluenza più alta di sempre, e forse la Joint List avrà 10 seggi”. Ma quando gli si chiede se il partito è pronto a sostenere Gadi Eisenkot per formare una maggioranza anti Netanyahu, Shehadeh risponde con un sospiro e uno sguardo di disapprovazione bonaria. “Perché vi ostinate a trattare Israele come uno Stato normale?”

Se non è normale cos’è allora?

Uno Stato razzista, una società che ha commesso un genocidio nel sostanziale consenso generale. Tutti i leader ebrei sionisti dicono chiaramente che non vogliono arabi nel loro governo: rivendicano apertamente il loro razzismo. È un fenomeno che fa male sempre, non solo quando è antisemitismo. La maggior parte dei leader politici ebrei incitano all’odio contro i nostri medici, i nostri insegnanti, i nostri studenti nelle università. Ci impediscono di parlare arabo. È una società folle e violenta. Tutti vengono attaccati. E la gente è terrorizzata e vuole fermare questo spargimento di sangue.

Quindi quale ruolo si immagina per la Joint List nella prossima Knesset? Non c’è neanche un partito dei 37 candidati con cui un dialogo è possibile?

Il nostro ruolo è fermare l’emorragia nella nostra comunità. Lasci stare i 37 partiti, le liste che supereranno la soglia di sbarramento sono 10, e 8 di queste sono di destra o estrema destra. Entrambi gli schieramenti dicono che non ci vedono come attori legittimi nel sistema politico. Sia Eisenkot sia Netanyahu fanno a gara a chi odia di più gli arabi, a chi vuole più guerre, più violenza. La situazione è molto complicata, e pure i Democratici di Yair Golan non sono meno razzisti. Infatti hanno partecipato la mia squalifica dalle elezioni.

Esclusione che di fatto lei ha accettato, e ha ritrattato in parte quello che ha scritto sul 7 ottobre. Oggi lo rifarebbe?

Il punto è questo: sono il leader di un partito politico e sono stato bandito dalle elezioni perché ho idee politiche diverse dalla maggioranza. Sono un attivista per i diritti umani in una società che ritiene legittima l’occupazione, il genocidio, il terrore contro una parte della sua popolazione. Questo è legittimo, invece chi parla di pace, libertà, giustizia e uguaglianza non lo è. A chiedere la mia esclusione sono stati due terroristi suprematisti ebrei: uno è Itamar Ben-Gvir, che conoscete bene, l’altro è Be’ev Wolf, che oggi è avvocato ma nel 1992 piazzava le bombe nelle auto dei palestinesi ed è stato condannato per l’uccisione di un palestinese. Questi due fascisti sono considerati legittimi candidati, io no.

Cosa la rende sicuro che la comunità palestinese-israeliana, che storicamente è poco propensa a votare, stavolta andrà alle urne?

Per effetto del razzismo che ho descritto prima. Stavolta prevediamo che quasi il 70% degli arabi andrà a votare, rispetto al solito 50%.

Una parte voterà per il vostro concorrente Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Neanche lui è un possibile alleato?

Non condivido il metodo e l’agenda politica di Mansour. È un leader religioso, un imam, il suo è un movimento religioso islamico. Ma i suoi elettori e il popolo che lo sostiene sono la nostra gente: abbiamo idee diverse, ma cerchiamo entrambi di fare del bene alla nostra comunità.

Di cosa ha bisogno questa comunità, i giovani in particolare, anche per sfuggire alla radicalizzazione?

Di due cose molto chiare. Primo, la sicurezza: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché a causa delle politiche razziste Israele è diventata la società molto pericolosa per le minoranza araba e siamo diventati la quarta comunità al mondo per tasso di mortalità rispetto al numero della popolazione. La seconda richiesta sono le case. Rappresentiamo il 20% della popolazione, 2 milioni di persone e 1,2 milioni di elettori, ma viviamo solo sul 3% del territorio. Senza terra non si può sviluppare una comunità umana, servono terre dove costruire una casa, una scuola, un asilo o una fabbrica. Serve un piano di riforma dell’abitare

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Israele, seggi aperti: 7 milioni al voto per rinnovare la Knesset, ma è un referendum sul destino di Netanyahu

27 October 2026 at 07:49

Gli israeliani hanno iniziato a votare per le prime elezioni legislative dopo l’attacco del 7 ottobre, una tornata elettorale convocata per la formazione della 26ma Knesset ma vista come un referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu dopo 17 anni di governo quasi ininterrotto. I seggi hanno aperto alle 7 locali (le 6 in Italia): circa 7,3 milioni di israeliani sono chiamati alle urne fino alle 22 (le 21 in Italia) per una consultazione che si preannuncia molto combattuta tra la coalizione di destra ed estrema destra di Netanyahu (leader del Likud e premier più longevo della storia del Paese) e il principale blocco di opposizione, guidato dall’ex capo dell’esercito, il centrista Gadi Eisenkot., leader del partito Yashar! (Onesto).

In lizza ci sono 36 partiti, di cui solo 13 vengono rilevati nei sondaggi perché superano la soglia di sbarramento al 3,25%. Gli exit poll verranno annunciati immediatamente con la chiusura delle urne, ma i risultati finali saranno ufficializzati solo otto giorni dopo il voto, il 4 novembre. Il conteggio delle “buste doppie” – ossia di chi vota lontano dal proprio luogo di residenza, come soldati, diplomatici, persone ospedalizzate – richiede più tempo e in passato ha ribaltato i risultati emersi dagli exit poll iniziali.

In un sistema proporzionale puro a collegio unico, determinante per la distribuzione dei 120 seggi della Knesset è l’affluenza al voto che quest’anno, nelle prime elezioni dopo tre anni di guerra, è prevista essere particolarmente alta: i sondaggisti rilevano che il 74% della popolazione ha espresso la volontà di andare a votare. Alle ultime elezioni del 2022 l’affluenza fu del 70%.

Secondo i dati dell’Israel central bureau of statistics, il 77% degli elettori residenti in Israele sono ebrei. Gli arabi israeliani sono il 18%, un altro 5% è classificato come “altro”. Tra questo “altro” ci sarebbero anche i drusi del Golan: per anni hanno boicottato le elezioni, ma dopo gli attacchi in Siria dell’Idf per proteggere i drusi di Sweida, questa volta voteranno. Anche per Netanyahu.

I cittadini arabi di Israele hanno pieno diritto di voto. I palestinesi che vivono in Cisgiordania invece non possono, a meno che non possiedano la cittadinanza israeliana, ma è raro. A Gerusalemme Est, solo i residenti che hanno acquisito la cittadinanza (circa il 5% nel 2022) ne hanno diritto. Una fatwa emessa dalle autorità religiose palestinesi nel 2019, ma esistente dal 1967, non consente di prendere la cittadinanza israeliana e votare poiché verrebbe inteso come un riconoscimento dello Stato di Israele.

Gli arabo-israeliani sono rappresentati alle elezioni dalla Lista Unita (coalizione di tre partiti arabi, Balad, Tàal e Hadash). L’altro partito arabo è Ràam, guidato dal medico e imam Mansour Abbas, con numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, già alto commissario di polizia. Secondo le ultime rilevazioni, concluse venerdì, Lista Unita ha 9 seggi, mentre Ràam ne ha 5. A urne chiuse, potrebbero dare sostegno esterno a Eisenkot.

Il partito del falco Bezalel Smotrich, Sionismo religioso (che rappresenta i coloni più oltranzisti) si è alleato con la piccola fazione di destra estrema ‘Zehut Yehudit’: i sondaggi lo danno a 6 seggi . Shas, degli ultraortodossi sefarditi del rabbino Arieh Deri, alleato di ferro di Netanyahu, otterrebbe 8 seggi. Mentre l’altro partito religioso, Yahadut Hatorà (‘Ebraismo della Torà), degli ashkenaziti, mantiene i suoi 7 seggi e la futura alleanza è tutta da vedere. Otzmà Yehudit di Itamar Ben Gvir, nei sondaggi prende 8 seggi. Ma le sue plateali provocazioni gli hanno inimicato gli americani. E ora Netanyahu sembra volerlo tenere a distanza.

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Gli israeliani tornati a casa per votare: “Le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese, importante dare un segno”

27 October 2026 at 06:54

Yuval e Noa non potevano perdere l’occasione. Sono rientrati dai Paesi Bassi apposta per votare, alle elezioni di martedì 27 ottobre in Israele, che potrebbero portare alla fine della lunga traiettoria di potere di Benjamin Netanyahu. “Sono andato via da Israele l’anno scorso per cercare un posto più sicuro di questo, ho capito che le politiche di questo governo stanno cancellando il Paese: presto non avremo più un posto dove tornare”.

Come Yuval, sono almeno 67mila gli israeliani residenti all’estero che hanno coraggio e un volo per Israele per infilare nell’urna la loro preferenza. In almeno 67mila sono stati aiutati da Fly&Vote, un programma dell’ong americana Aid Coalition per sensibilizzare gli israeliani all’estero ad andare a votare. Netanyahu li teme, perché sa che molti di loro porteranno voti ai suoi oppositori, per questo ha cercato, senza successo, di far chiudere l’ong. Ma per Yuval, Noa e gli israeliani come loro, questo sarà l’ultimo atto prima di venire battuto alle elezioni.

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Gli israeliani arrivati dall’estero contro Netanyahu: “Se resta Bibi, non avremo più un Paese dove tornare” – Il reportage

27 October 2026 at 06:54

A cena a casa di Yael Goldberg si parlano quattro lingue, da un paio di giorni. “Sono arrivati ​​in sette per votare, ci siamo arrangiati”. Eithan è partito dal Portogallo con un volo low cost, lasciando a casa moglie e figli, “spostarci in quattro sarebbe costato troppo, almeno uno di noi due doveva partecipare”. Rachel ha deciso solo sei mesi fa di lasciarsi alle spalle tutto, a Tel Aviv, e trasferirsi vicino Roma “e quasi dimenticare di essere israeliana, evito di stare neanche con la comunità degli espatriati”, ma è dovuta tornare prima del previsto, per votare e per cercare di affittare il suo appartamento almeno per un anno. Noa alle elezioni non ha mai votato, in Israele non ci ha neanche mai vissuto, tolti alcuni anni da piccola, ma ad Amsterdam ha conosciuto Yuval e si è legata a lui, che viene da una famiglia progressista di Tel Aviv e l’anno scorso ha fatto la scelta di lasciare il Paese “per andare in un posto dove non si parla soltanto di guerra e sopravvivenza”. Non ce l’ha fatta ad arrivare il figlio di Lizzie Doron, autrice israeliana nota anche in Italia per il suo romanzo Cinecittà in cui confronta la sua esperienza di figlia di sopravvissuti all’Olocausto con quella di un palestinese di Silwan vissuto sotto occupazione. “Ha deciso due giorni fa, e i voli da Berlino erano già tutti pieni”.

È un fenomeno non inedito, su circa 7,3 milioni di israeliani con diritto di voto circa 810 mila risiedono ufficialmente all’estero, il voto per corrispondenza non esiste e possono votare da fuori i confini solo diplomatici e militari. Ma stavolta ha preso misure inedite, e preoccupa Benjamin Netanyahu perché tanti, non lo nascondono, sono rientrati per qualche giorno solo per mandarlo a casa. Un indizio di questa tendenza lo fornisce i numeri degli iscritti all’American–Israel Democracy (Aid) Coalition, che nel 2023, durante i mesi turbolenti delle proteste contro la riforma della giustizia tentata dal governo Netanyahu e prima del 7 ottobre, ha creato l’iniziativa Fly&Vote per incoraggiare i cittadini israeliani all’estero a prendere parte alle scelte politiche israeliane. Secondo Aid, 67mila israeliani hanno preso un aereo per rientrare in Israele e votare oggi. La metà dagli Usa, un altro 37% da Europa Uk inclusa, tre quarti di loro non lo aveva fatto nel 2022. “Quando abbiamo creato Fly&Vote avevamo l’impressione che ci sarebbero state elezioni imminenti e che sarebbe stato importante aumentare la consapevolezza degli israeliani all’estero rispetto alla possibilità di votare”, racconta Ora Peled-Nakash di Aid. Da allora sono passati più di tre anni.

A Netanyahu l’organizzazione non è mai andata giù. Nonostante in passato abbia provato a far passare una leggere per correggere quest’altra unicità di Israele nel panorama delle democrazie occidentali e consentire ai residenti all’estero un voto per corrispondenza, quest’anno si è schierato contro l’idea. Il motivo sta nei sondaggi: si stima che gli espatriati non siano più radicali di destra amici el Likud, come negli anni 90, ma per lo più progressisti. Il Likud ha provato a denunciare Fly&Vote in tribunale accusandolo di corrompere gli israeliani offrendo loro biglietti aerei in cambio di un voto anti–governativo. “Non paghiamo i voli a nessuno, facciamo solo informazione”, dice Ora. Le cause sono state ritirate prima ancora di arrivare sul tavolo dei procuratori perché considerati incoerenti. Un charter, Fly&Vote lo ha anche pagato: per rimpiazzare un volo Tap dal Portogallo che avrebbe lasciato a piedi centinaia di israeliani.

I politologi invitano alla cautela: tra i votanti esteri vanno calcolati anche molti haredi, ultraortodossi, che arrivano da Brooklin e dagli States. Ma è un dato di fatto che dal 2023 il saldo migratorio israeliano è negativo nonostante l’alyiah, come non è mai stato. Il Paese di arrivi e partenze per eccellenza, dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza ha perso 20 mila cittadini l’anno, almeno. Shlomit, di Haifa, per esempio è partita con il marito a Manchester a settembre 2023. Motivo: il “costo della vita. Con due figli e pur avendo buoni lavori nel settore del Tech, non arrivavamo a fine mese”. Poi c’è stato il 7 ottobre e il seguito. Ora è la prima occasione per interrompere questa corsa su un piano inclinato”.

“Ho detto a mio marito: stavolta ci vado anche a nuoto, se necessario!”. Assicura che come lei tanti israeliani dal Regno Unito hanno preso voli in cerca di un “cambiamento, una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, un governo che lavori per noi e si prenda le sue responsabilità”. Sembrano le parole di Gadi Eisenkot o di un altro dei leader del campo “anti–Netanyahu”. Musicista uscito dal 1997 per gli Usa, anche Shai ha sentito la stessa urgenza: “I miei figli vanno a scuola a New York e subiscono l’effetto delle decisioni di Netanyahu. Tutta la comunità ebraica li subisce: se è aumentato l’antisemitismo il motivo è a Gerusalemme, non altrove”.

Finora era rientrato per votare solo nel 2015. “Sono sconvolto e mi vergogno di quello che è successo dal 7 ottobre in poi. Compreso il modo in cui Israele ha condotto la a Gaza. Non ho mai visto un premier che resta in carica dopo una cosa del genere. Dobbiamo sbarazzare di questo regime e cercare una nuova rotta, verso la pace. Spero che gli israeliani capiscano che non c’è alternativa a collaborare con i partiti arabi: rappresentano il 20% della popolazione“. È lo stesso pensiero che formula Yuval, che ce l’ha con Netanyahu perché ha rovinato la vita agli ebrei in giro per l’Europa: “Io protesto dal 2015, Israele deve parlare di pace, non continuamente di guerra e sopravvivenza. Sento che se Netanyahu vince di nuovo in poco tempo non avremo più un Paese dove tornare”.

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Haifa, la rabbia e i dubbi degli israelo-palestinesi: “In massa a votare contro Netanyahu, ma nella nuova Knesset nessuno sarà davvero la nostra voce”

26 October 2026 at 16:59

Sul gradino della frutteria tra via Wadi e via Hadad, Ahmad fuma seduto. Clienti non se ne vedono, di domenica mattina nel centro storico di Haifa: nella parte più antica della città, quella dove nel ’48 quello che rimaneva della comunità palestinese fu relegata dopo la Nakba, è questo il giorno in cui i negozi sono chiusi e la gente resta a riposo. Non il sabato ebraico, non il venerdì musulmano, o non solo. Fuori è estate, dentro il negozio saranno 17 gradi, l’aria condizionata si sente anche all’esterno, fino alla prima fila di cassette di arance. Dietro le spalle compare Oren, deve comprare una cassa d’acqua: su al primo piano del palazzo di fronte, nella sede del partito comunista e della Joint List i militanti sono rimasti a secco. La loro domenica prima delle elezioni è fatta di fogli Excel con liste di persone, numeri e indirizzi, volantini e adesivi da piegare prima di uscire per l’ultimo volantinaggio che la legge che regola la campagna elettorale permetter di fare. “C’è molto da lavorare, questa volta l’affluenza sarà altissima, dobbiamo indirizzare il nostro messaggio il più possibile”, spiega Reem, responsabile della sezione. Ha gli occhi azzurri, quarant’anni l’accento americano, si riconosce come palestinese: “Il nostro è sempre stato un partito arabo-ebraico per definizione, siamo internazionalisti”.

Alle pareti ci sono foto di Lenin e Marx. C’è anche una bandiera della Palestina, che a un certo punto qualcuno scosta per far risaltare nelle foto lo stemma storico del partito con la falce e martello. Passare il messaggio, significa, per questi militanti, anche capitalizzare la rabbia di una comunità araba. “C’è molta frustrazione per le politiche del governo estremista e fascista guidato da Benjamin Netanyahu. Ma non parliamo solo a loro, abbiamo il sostegno di tanti ebrei che vogliono la pace e la fine dell’occupazione della Palestina. Guerra e occupazione sono il motore delle disuguaglianze sociali, dal costo della vita alla demolizione delle case palestinesi la battaglia è una sola”, continua Reem. Ha fretta, deve dare le consegne a Gaja e Saar, ventenni al primo voto nazionale, un computer e molto entusiasmo.

Ad Haifa la sinistra israeliano-palestinese va piuttosto bene: alle ultime elezioni le varie sigle della sinistra hanno preso quasi il 60% in totale, soprattutto qui nel quartiere di Wadi Nisnas, e le sigle che oggi corrono nella Lista Unita hanno superato il 10%. Ma di solito l’affluenza nella comunità araba non superava il 55%, mentre il 27 ottobre tutti si aspettano che raggiunga al 70%, forse più. Come la Joint List, anche Ra’am, la lista islamica conservatrice dell’imam Mansour Abbas punta a raccogliere questi voti, soprattutto nelle comunità rurali.

“La comunità andrà a votare in massa, anche se non è convinta dei programmi e dei partiti. E a differenza del passato, voteranno meno i partiti ebraici della sinistra e più quelli che si identificano con la comunità palestinese. Gli elettori vogliono farla finita con Netanyahu, ma ancor di più vogliono cacciare Itamar Ben-Gvir dal ministero della polizia, viste le violenze che ha fomentato”, valuta Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, la voce di riferimento dei palestinesi in Israele. “I temi principali da queste parti sono tre: la criminalità organizzata, che il governo ha lasciato proliferare per razzismo, la guerra a Gaza e l’occupazione e infine la discriminazione sociale, il diritto all’abitare che viene negato e le case palestinesi demolite”. I palestinesi con diritto di voto in Israele sono 1,2 milioni, su una popolazione che ne conta due, una minoranza consistente, tra un terzo e un quarto del Paese, che finora è rimasto escluso dai governi. Alla fermata arriva un autobus con un cartellone elettorale di Ben-Gvir sul retro. Il successivo porta la foto di Gadi Eisenkot.
Haifa non è Nazareth e Uma el Fahem (dove la Joint List è fortissima): la comunità palestinese è storica e salda, ma oggi è una città mista a maggioranza ebraica, ma è anche da molti considerata un modello della convivenza. Il filosofo Omri Bohem ha perfino proposto in un saggio recente di ribattezzare così lo Stato federale binazionale che tanti, a sinistra, vorrebbero sostituire a Israele e anche alla teoria stantia dei due Stati: “Repubblica di Haifa”. Reem è scettica: “Forse è un modello di tolleranza, sicuramente la città è rimasta coesa anche dopo il 7 ottobre, ma la discriminazione non è sparita”. Non è d’accordo neanche Osama, da dietro il bancone di una gelateria di Silkin Street, la via degli hipster a 20 minuti a piedi in salita dalla vecchia Haifa, vicino all’altrettanto storico Talpiot market. “Voterò per la Joint List, ma solo perché non abbiamo alternativa”. Viene dal villaggio cristiano Eliabun, laureato in medicina a trent’anni è finito a lavorare come gelataio da “Boza”, una catena fondata nel kibbutz progressista di Sasa, al confine col Libano, e gestita da un ceo ebreo e uno palestinese che promuove la convivenza attraverso il gelato. “Mio cugino era deputato nella Joint List”, Hanna Swaid, continua aprendo Instagram. Ha appena servito una vaschetta di caffè al cardamomo, pistacchio e yogurt all’olio d’oliva e zatar, a un cliente poco incline alla conversazione. “Voglio fare un post critico sotto questo discorso di mio cugino: non va bene che continuino a dire ‘non potremo fare molto nella nuova Knesset’. Ci serve più della loro buona volontà”. Giorni fa, Osama si è ritrovato Bezalel Smotrich davanti. “È entrato nella sinagoga qui a fianco, quando è uscito gli abbiamo fischiato. Netanyahu non è mai venuto”. Forse non a Silkin street, ma la destra estrema non manca neanche ad Haifa. Come l’indifferenza “Fuck the elections, adesso ho problemi a casa”, dice un commerciante di telefonia, una stella di David vistosa al collo. “Cosa farò? Soldi, prima della crisi economica che scoppierà il 28 ottobre”, dice il gestore del negozio vicino.

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Israele, Netanyahu a 48 ore dal voto: “Se non vinco si rischia la seconda Shoah”. E posta una foto fake dell’atomica su Tel Aviv

25 October 2026 at 14:42

Un fungo atomico che si leva, mentre l’onda d’urto dell’ordigno si propaga su Tel Aviv radendola al suolo. A 48 ore dalle elezioni parlamentari che decideranno del suo futuro, Benjamin Netanyahu sceglie ancora una volta il linguaggio della paura per indicare nell’Iran un “pericolo esistenziale reale e concreto”. Il primo ministro israeliano ha postato su X un’immagine generata con l’intelligenza artificiale per rilanciare uno scritto attribuito a Yuval Bloomberg, autore del libro The Oslo Trap, nel quale il commentatore analizza in chiave fortemente critica gli Accordi di Oslo del 1993, sostenendo che le concessioni e la ricerca di una pace illusoria abbiano gravemente compromesso la sicurezza e l’identità dello Stato ebraico.

“Leggete le cose importanti di Yuval Blumberg”, scrive il leader del Likud, postando un testo in cui si legge: “Lo Stato di Israele si trova in un pericolo esistenziale reale e concreto. Tutto è così futile di fronte al pericolo esistenziale dell’Iran e dell’asse sciita. Le tempeste inscenate e inventate di volta in volta sono pensate per distogliere l’attenzione dalla cosa più importante: terminare il lavoro in Iran“, si legge, in riferimento alla guerra scatenata contro Teheran da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio.

“Abbiamo altri due anni di Trump per finire il lavoro in Iran, e non si sa cosa succederà dopo, che si tratti di Kamala Harris o di qualche candidato mediocre qualunque. Questa è la finestra temporale che ci resta per completare il lavoro necessario a garantire la nostra esistenza fisica per gli anni a venire. Tutte le risorse dello Stato necessarie devono essere investite in questa missione. Qatar, ultraortodossi, Orich, reclutamento, avvisi (sul 7 ottobre, ndr) – dice ancora il testo, in riferimento agli scandali politici e alle difficoltà che Netanyahu ha affrontato nell’ultimo mandato -. Tutto è un enorme schermo di fumo per nascondere l’unico argomento che svetta su tutti gli altri con un margine enorme”. Quale? La necessità di portare a termine la guerra all’Iran e rovesciare il regime degli ayatollah.

“Le generazioni future non ci perdoneranno se mancheremo la finestra di opportunità storica che ci permette di tentare e completare la missione più critica che il nostro generazione affronta – si legge ancora -. Non accadrà con un primo ministro tenuto per la gola dai Fratelli Musulmani e dai loro complici terroristi. Non accadrà con un primo ministro incapace di alzare il telefono e condurre una conversazione intima e continua con Trump”.

Quindi l’evocazione della minaccia peggiore e più temuta dal popolo israeliano: “L’odio per Netanyahu, per quanto possa essere mondo e dintorni per un intero campo, non aiuterà contro la bomba iraniana. Chiunque si preoccupi della propria esistenza fisica, di quella della sua famiglia e dei suoi cari – conclude il testo -, dovrebbe tremare la mano prima di votare qualcuno che non sarà in grado di completare la missione, condannando così se stesso e la sua famiglia al pericolo di una seconda Shoah, a causa del suo odio politico o di una stupida e insignificante tempesta emotiva”.

Immediate le reazioni delle opposizioni. “Netanyahu, sei in uno stato di isteria – ha scritto su X Gadi Eizenkot, il principale rivale del premier nell’appuntamento con le urne del 27 ottobre -. Come in ogni campagna elettorale, stai ricorrendo ancora una volta alle solite tattiche: menzogne e allarmismo. Questa volta, minacci i cittadini di Israele prospettando un annientamento di massa, e tutto ciò dopo aver fallito nel raggiungere i tuoi obiettivi bellici nei confronti dell’Iran”. “Hai fallito. E tra due giorni, il popolo di Israele te lo dimostrerà chiaramente alle urne. Formeremo il prossimo governo e guideremo Israele verso la sicurezza e la prosperità”, ha aggiunto.

Yair Golan, da parte sua, ha chiesto che Netanyahu “venga tenuto lontano dai social“. “Lui e il suo entourage hanno perso la testa. La pressione sta aumentando – ha scritto su X il leader dei Democratici – Martedì sostituiremo coloro che seminano il panico e ridaremo a Israele sicurezza e salute mentale”.

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Tel Aviv, in migliaia in piazza contro Netanyahu a tre giorni dalle elezioni

25 October 2026 at 10:41

Migliaia di persone si sono radunate a Tel Aviv per una grande manifestazione antigovernativa, a tre giorni da elezioni generali considerate da molti come un referendum sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Abbiamo bisogno di un governo che abbia a cuore i propri cittadini. Dobbiamo sapere cosa ci ha portato al massacro del 7 ottobre”, ha dichiarato durante la manifestazione Sigal Manzuri, le cui due figlie sono state uccise nell’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023.

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Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto

24 October 2026 at 05:46

Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni israeliane, considerate da molti tra le più importanti nella storia recente del Paese, mi sembra che l’analisi non debba fermarsi alle tradizionali categorie di destra e sinistra. Ci troviamo di fronte a fenomeni che sollevano interrogativi più profondi sul funzionamento della democrazia e sul rapporto tra sicurezza nazionale e interesse politico.

Negli ultimi giorni si è parlato molto dei tentativi del governo guidato da Benjamin Netanyahu di aumentare la tensione con l’Iran. Diverse fonti giornalistiche hanno riferito che aerei da combattimento israeliani si sarebbero avvicinati al confine iraniano per poi rientrare alle basi, senza oltrepassarlo. Secondo alcune ricostruzioni, tale operazione sarebbe stata interpretata da alcuni osservatori come una dimostrazione di forza e da altri come un possibile tentativo di provocare una reazione iraniana.

Non è un segreto che queste elezioni rappresentino una prova cruciale per il governo. A mio avviso, Netanyahu legge i sondaggi, percepisce l’umore del Paese e comprende che il suo lungo ciclo politico potrebbe avvicinarsi alla conclusione. Dopo quasi due decenni in cui è stato la figura dominante della politica israeliana, l’idea di perdere il potere potrebbe apparirgli particolarmente difficile da accettare. A questo si aggiungono questioni che probabilmente continueranno a pesare nel dibattito pubblico anche dopo il voto: le discussioni sulle responsabilità politiche precedenti al 7 ottobre, le future inchieste e le polemiche relative ai rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il Qatar. Sono tutti temi che potrebbero contribuire a un giudizio severo sull’operato del governo.

È in questo contesto che nasce una mia ipotesi personale, sulla quale non pretendo di avere alcuna certezza. Mi chiedo se possa esistere la tentazione di utilizzare una grave crisi militare come strumento per modificare il quadro politico interno. Un conflitto diretto con l’Iran potrebbe infatti creare una situazione di emergenza nazionale tale da spingere verso il rinvio delle elezioni o verso la formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla stessa leadership attualmente al potere.

So bene che si tratta di un’ipotesi grave. In molte democrazie occidentali sarebbe considerata quasi impensabile. Tuttavia, proprio perché Israele sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, ritengo che qualsiasi decisione che possa influire sul regolare svolgimento del processo democratico debba essere osservata con la massima attenzione.

Ciò che trovo significativo è che i principali segnali di cautela sembrano provenire da alcune istituzioni dello Stato. Secondo recenti ricostruzioni giornalistiche, il capo di stato maggiore Eyal Zamir avrebbe sottolineato l’importanza di permettere lo svolgimento delle elezioni senza interferenze e avrebbe espresso preoccupazione per le conseguenze che una nuova guerra potrebbe avere sul processo elettorale.

In definitiva, la questione non riguarda soltanto il destino politico di Netanyahu. Riguarda la capacità delle istituzioni democratiche di resistere alle pressioni generate da una situazione eccezionale e di garantire che decisioni di guerra e di pace vengano assunte esclusivamente per motivi di sicurezza nazionale, e non per esigenze di sopravvivenza politica.

Un elemento che mi porta a pensare che Netanyahu percepisca concretamente il rischio della sconfitta non sono tanto i sondaggi, quanto il modo in cui sta conducendo la campagna elettorale. Guardando la comunicazione del Likud e del governo uscente, colpisce l’assenza quasi totale dei ministri che hanno caratterizzato gli ultimi anni di governo. Figure come Yariv Levin, principale promotore della riforma giudiziaria, o altri ministri che hanno avuto ruoli centrali nella legislatura sembrano improvvisamente scomparsi dalla scena pubblica e dalla propaganda elettorale. Anche il ministro della Difesa viene raramente posto in primo piano. Personaggi che per anni sono stati presentati come colonne dell’azione governativa oggi non vengono quasi mai utilizzati come simboli della campagna.

È una scelta che, a mio parere, suggerisce una certa consapevolezza politica. Se il governo fosse convinto che il proprio operato sia stato giudicato positivamente dagli elettori, sarebbe naturale mettere in mostra i risultati ottenuti, le riforme realizzate e i ministri che le hanno portate avanti. Invece la campagna sembra ruotare quasi esclusivamente attorno alla figura di Netanyahu.

Ancora più significativo è il fatto che il dibattito non sia costruito sui risultati ottenuti dal governo, sui miglioramenti per i cittadini o sui successi amministrativi. Il messaggio centrale appare molto più semplice e radicale: o vince la destra oppure nascerà uno Stato palestinese. Una narrazione fondata principalmente sulla paura e sulla contrapposizione identitaria piuttosto che sul bilancio dell’azione di governo.

A questo clima si sommano gli episodi di violenza sul terreno: gli attacchi nelle aree di Hebron e Nablus riportano subito al centro il tema della sicurezza, immediatamente riassorbito nella retorica di Netanyahu sull’esigenza di una leadership forte. Diventa così sempre più difficile scindere le reali necessità di sicurezza nazionale da un loro uso strumentale nella comunicazione politica.

Anche il livello del confronto pubblico sembra essersi deteriorato. In questi giorni si sono sentite espressioni e attacchi personali che, in una democrazia matura, dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Quando un avversario politico viene ridicolizzato o descritto come una scimmia manovrata da altri poteri, si abbandona il terreno del confronto democratico per entrare in quello della delegittimazione personale.

Per questa ragione ritengo che il tema non siano soltanto le percentuali elettorali o le previsioni dei sondaggisti. Ciò che colpisce è il comportamento stesso della classe dirigente uscente. Se davvero una parte del gruppo di governo arrivasse a considerare accettabile l’uso di una crisi militare per influenzare il calendario politico o il clima elettorale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più grave di una semplice competizione tra partiti.

Naturalmente questa rimane una mia interpretazione e non un fatto dimostrato. Tuttavia la combinazione tra l’estrema personalizzazione della campagna, la scomparsa dalla scena dei principali ministri, il ricorso costante a messaggi di emergenza e il deterioramento del linguaggio politico mi sembrano il segnale di un sistema sotto forte pressione.

Al di là di chi vincerà le elezioni, l’impressione è quella di un Israele attraversato da una profonda sofferenza politica e istituzionale. Una democrazia è solida non quando tutti sono d’accordo, ma quando gli avversari si riconoscono reciprocamente come legittimi. Quando prevale la paura, quando il dibattito pubblico si riduce a scontri personali e quando ogni elezione viene descritta come una battaglia esistenziale, è il tessuto democratico stesso a mostrare segni di affaticamento.

L'articolo Le elezioni in Israele sono cruciali per Netanyahu: l’ombra del conflitto con l’Iran per influenzare il voto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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