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Cosimo Ferri torna al Csm: l’inaffondabile ex politico simbolo dello scandalo Palamara eletto tra i nuovi consiglieri togati

29 October 2026 at 16:42

“La magistratura ha eletto un soggetto che ha contribuito a radere al suolo la credibilità della magistratura. Bella figura. Auguri a tutti per i prossimi anni”. Lo sfogo di un giudice fiorentino in uno dei maggiori gruppi WhatsApp delle toghe riassume il paradosso dell’eterno Cosimo Ferri, che rientra a suon di voti al Consiglio superiore della magistratura, dove vent’anni fa iniziò la sua lunga carriera nei palazzi del potere. L’inaffondabile politico con la toga, soprannominato “il geco” dai berlusconiani, è uno dei venti nuovi consiglieri togati eletti dai magistrati nel voto di domenica e lunedì: ex deputato renziano e sottosegretario alla Giustizia in tre governi, a lungo leader della corrente “di destra” di Magistratura indipendente, Ferri è stato il dominus insieme a Luca Palamara del mercato delle nomine giudiziarie emerso con lo scandalo dell’hotel Champagne. A differenza di Palamara, però, è uscito indenne da quella vicenda grazie allo status di parlamentare: la Camera ha negato al Csm l’uso delle intercettazioni, salvandolo da una probabile radiazione. Così, tornato giudice in Corte d’Appello a Roma, l’ex politico ha voluto testare la sua popolarità tra i colleghi candidandosi per il Consiglio in autonomia, senza l’appoggio della sua ex corrente (che anzi lo ha osteggiato). E ha vinto la scommessa: un esito paradossale per un simbolo di quel “sistema Palamara” che i magistrati, durante la campagna per il No al referendum sulla riforma Nordio, giuravano di essersi messi alle spalle.

Ferri ha portato a casa il seggio grazie al contributo fondamentale dei suoi “gregari“: quattro giudici candidati in collegi diversi dal suo, ma che hanno contribuito alla sua elezione tramite il meccanismo di “apparentamento” previsto dalla legge elettorale. Una strategia attentamente studiata per approfittare del complicato sistema voluto dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia, che prevede una quota proporzionale di cinque seggi accanto ai 15 assegnati con metodo maggioritario. L’ex sottosegretario ha totalizzato 258 voti nel collegio 2 dei giudici di merito (Liguria, Toscana, Umbria e Lazio), a cui si aggiungono quelli dei candidati a lui collegati, sconosciuti portatori d’acqua che però, grazie all’importante sponsor, hanno ottenuto risultati di tutto rispetto. Elisabetta Scolozzi, giudice del Tribunale di Belluno, ha raccolto 104 voti nel collegio 1 (Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia); nel collegio 3 (Emilia-Romagna, Marche, Sardegna, Abruzzo e Campania) ne ha avuti Annarita Donofrio, giudice della Corte d’Appello di Bologna, e altri 7 Giacomo Gasparini della Corte d’Appello di Ancona; nel collegio 4 Vincenzo Depalma, giudice della Corte d’Appello di Bari (di cui Ferri è stato testimone di nozze), è arrivato a quota 64. In totale fanno 562 voti, sufficienti a garantire al più votato di loro, cioè ovviamente il “geco”, uno dei cinque seggi “di recupero” assegnati col proporzionale.

Per il resto, il voto dei magistrati consegna un trionfo alla sinistra giudiziaria, che porta a casa 11 seggi su venti. Il gruppo più numeroso nel nuovo Csm sarà il “correntone” progressista di Area, con sette eletti: la giudice di Cassazione Egle Pilla, i pm Eugenio Albamonte (Direzione nazionale antmafia) e Gianluca De Leo (Palermo), i giudici Chiara Gallo (Roma), Roberto Arata (Torino) e Cristina Ornano (Cagliari). Porta a casa quattro consiglieri, invece, la lista-novità di queste elezioni, nata dall”unione tra “Autogoverno diffuso“, rete di candidati che fa capo al consigliere uscente Roberto Fontana, e Magistratura democratica (Md), storica corrente “di sinistra”. In quota “Autogoverno diffuso” passano il sostituto pg di Cassazione Giovanni Nardecchia (a sorpresa il più votato della Suprema Corte) la pm di Milano Roberta Amadeo e il giudice di Verona Pier Paolo Lanni; per Md c’è il giudice di Roma Glauco Zaccardi. Il consigliere uscente Fontana (pm di Milano storicamente vicino a Md ma eletto come indipendente) esprime “soddisfazione” per un risultato che, dice, “crea le condizioni per dare continuità alla mia esperienza, improntata al rigetto delle logiche di schieramento precostituito, ponendo sempre al centro i contenuti”.

Da parte loro, i “centristi” di Unità per la Costituzione confermano i quattro eletti dell’ultimo Consiglio: passano il pm napoletano Giuliano Caputo e i giudici Daniela Monaco Crea (Catania), Pietro Indinnimeo (Salerno) e Valeria Ciampelli (Roma). I grandi sconfitti, invece, sono i conservatori di Magistratura indipendente che passano da sette seggi a quattro, azzoppati dalla corsa dei “ferriani” e dal fuoco amico dell’ex segretario Claudio Galoppi. Per la ex corrente di Ferri i nuovi consiglieri sono il pm Stefano Buccini (Venezia) e i giudici Ernesta Occhiuto (Milano), Maria Ilaria Romano (Benevento) e Maria Tiziana Balduini (Roma, già consigliera togata tra il 2021 e il 2023).

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Ilva, è finita: la Cassazione conferma lo stop agli altiforni. “La produzione deve rispettare salute e ambiente”

29 October 2026 at 13:33

I giochi sono fatti: l’Ilva è finita e gli altiforni resteranno spenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso straordinario confermando la sospensione dell’area a caldo della fabbrica di Taranto, decretando – sostanzialmente – la fine dell’impianto siderurgico a ciclo integrale. La Suprema Corte ha rigettato tutti motivi avanzati dalle due società, sia sotto il profilo della competenza della giustizia ordinaria in materia di disapplicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale che nel merito delle questioni sollevate dall’associazione Genitori Tarantini nell’azione inibitoria collettiva e accolte dalla Corte d’Appello di Milano lo scorso 27 luglio: confermata la pericolosità attuale delle 2.140 tonnellate di amianto presenti nei cowpers degli altiforni, i giudici hanno spiegato che è perfino superfluo discutere la questione delle emissioni di polveri sottili dai camini.

Nelle 70 pagine della sentenza si legge che “l’ordine impartito dai giudici non determina di per sé alcun effetto segregativo sui beni dell’impresa, incidendo solo sulle modalità di esercizio dell’attività produttiva, che per fini superiori deve essere svolta nel rispetto e a protezione di beni di rango costituzionale, come la salute e l‘ambiente”. In sostanza, la Cassazione – riunita a Sezioni unite – ha confermato quanto già sostenuto in due gradi di giudizio dai magistrati milanesi, cioè che il diritto alla salute è in ogni caso preminente sulla libertà d’impresa: esistono “pericoli ‘gravi e rilevanti'” che “impongono la sospensione dell’attività” senza violare il principio di proporzionalità, “tenuto conto anche dell’annoso protrarsi della vicenda”, si legge nelle motivazioni. I giudici di merito, viene spiegato nella sentenza, hanno operato in modo “corretto e ragionevole” e “faticoso bilanciamento degli interessi”.

Per la Suprema Corte, innanzitutto, non c’era alcun vizio – come reclamavano Ilva e Acciaierie d’Italia – legato alla legittimità del Tribunale di Milano, poiché si è limitato a disapplicare l’Autorizzazione integrata ambientale in via incidentale, con effetti limitati alle parti, e a inibire alle società la prosecuzione di condotte nocive. La competenza, dunque, non era del Tribunale amministrativo regionale poiché i Genitori Tarantini chiedevano non l’annullamento dell’Aia ma di inibire una condotta privata pregiudizievole per la salute dei cittadini: “Si tratta dunque di un diritto soggettivo, costituzionalmente tutelato” e quindi la giurisdizione è del “giudice ordinario”, ha sentenziato la Cassazione.

Il decreto di sospensione dell’attività dell’area a caldo disposto dalla Corte di Appello di Milano, quindi, resta in vigore: toccherà ora ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, società gestore dello stabilimento, spegnere definitivamente gli impianti che erano stati posti in preriscaldo, cioè in una condizione di stand-by che avrebbe permesso un’eventuale ripartenza senza danni qualora la Cassazione avesse cancellato l’ordine dei giudici milanese. Tecnicamente, l’acciaieria potrebbe ricominciare a produrre qualora risolvesse i problemi che hanno portato all’inibitoria, ma i tempi lunghi e la condizione degli impianti sanciscono di fatto la fine della fabbrica, che aveva iniziato la sua produzione nel novembre 1964. Si apre ora una partita occupazionale e industriale che riguarda quasi 9.000 lavoratori diretti e circa 20mila considerando l’indotto.

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La scarcerazione di Siher è motivata con attenzione ai principi di diritto. Checché ne dica Meloni

29 October 2026 at 13:22

di Carlo Sorgi*

La Gip di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, accusato di istigazione per delinquere aggravata dalle finalità terroristiche e di partecipazione violenta alle manifestazioni pubbliche per aver creato sui social il “Movimento 17 ottobre”. La sezione distrettuale antiterrorismo della Procura di Milano aveva chiesto la custodia cautelare in carcere. Il fermo non è stato convalidato e non sono adottate misure cautelari.

Con un video diffuso sui social per attaccare ancora una volta frontalmente una decisione giudiziaria, Giorgia Meloni senza mezzi termini ha definito “vergognosa” l’ordinanza del Tribunale, parlando di un atto che finisce per “mortificare in modo insopportabile il lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Viminale”. Per Meloni, decisioni di questo tipo metterebbero infatti in discussione “la capacità stessa di uno Stato normale di difendere le persone perbene dai raid violenti che colpiscono le città”. Alle parole di Meloni e di altri esponenti politici, ha risposto con un comunicato stampa ufficiale la presidenza del Tribunale di Milano: “Dichiarazioni politiche irricevibili che evidenziano la scarsa conoscenza degli istituti giuridici di uno stato di diritto. Il giudice è terzo e soggetto soltanto alla legge”.

Esaminiamo le contestazioni formulate nei confronti di Youssef Siher e le motivazioni della Gip milanese. La prima contestazione è quella di istigazione a delinquere (art. 414 C.P.) che – spiega il giudice – è un reato di pericolo concreto, cioè idoneo a provocare la commissione di delitti, sicché “la compressione del diritto di libera espressione delle proprie opinioni è ammissibile solo quando venga effettivamente in gioco la tutela di altri beni costituzionalmente protetti e, in particolare, quello della sicurezza pubblica”. Negli scritti dell’indagato ci sono dichiarazioni con toni aspri e espressioni volgari (“lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”), ma non accompagnate da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere.

La pubblicazione del “vademecum di incitamento a tecniche di guerriglia urbana ispirato alla Rivoluzione egiziana del 2011” era parziale, senza la parte (che Siher aveva nel proprio computer ma non condiviso) con consigli potenzialmente più aggressivi verso le forze dell’ordine. Questa riduzione appare, per il giudice, indicativa delle modalità di protesta collettiva che si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza. In ogni caso “nei post e nei comunicati pubblicati, Siher non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”.

Le condotte di Siher, quindi, “oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile’, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, ma sono espressione della sua ferma volontà di avviare una stabile forma di protesta a fronte di problematiche socio-economiche che, secondo il suo pensiero, non trovano risposta nelle attuali politiche governative.”

Le osservazioni formulate valgono ad escludere anche la configurabilità del nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, art. 420 bis C.P., introdotto con il decreto sicurezza 190/2026, l’ottavo del Governo Meloni. Conseguentemente niente gravi indizi di reato, niente convalida dell’arresto, niente misure cautelari.

Per completezza il Gip esclude anche il pericolo di fuga, una delle condizioni per i provvedimenti di custodia cautelare. In effetti Siher non era a casa quando la Polizia lo aveva cercato ma era stata la sua famiglia a dire alle Forze dell’Ordine che da un po’ di tempo Siher stava con la moglie da loro amiche a Milano, dove era stato infatti trovato.

Prima di parlare bisogna conoscere i fatti e questo vale in particolare per chi ha incarichi pubblici rilevanti. Il provvedimento del Giudice di Milano appare motivato con attenzione ai principi di diritto, non solo di quello penale ma anche dei fondamentali diritti della persona della nostra Costituzione.

Se torniamo con la mente alla recente storia del referendum sulla Magistratura, questo caso rappresenta una conferma dell’assunto della totale indipendenza dei giudici rispetto ai pm, che era stata una delle critiche alla base della riforma costituzionale rigettata dal referendum con il suo NO, e ci lascia immaginare cosa sarebbe successo se fosse passata la riforma con una presenza dell’esecutivo certamente più ingombrante sulla Magistratura e tale da ridurne l’indipendenza.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso

29 October 2026 at 10:07

Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.

Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.

La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.

Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.

Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.

Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.

Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.

Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.

Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.

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Meloni scopre che la giustizia è indipendente, e la prende malissimo

29 October 2026 at 03:45

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Primo Ministro belga, Bart De Wever a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 07 Settembre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets Belgian Prime Minister Bart De Wever at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday September 07 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Con il violento attacco alla gip di Milano Tiziana Landoni, che ha ordinato la scarcerazione di Youssef Siher, presunto «cervello» dei disordini di piazza, Giorgia Meloni ha dato un nuovo imprinting alla sua campagna elettorale. Non ci voleva un genio per capire che l’arresto di Siher era buono giusto per i titoli della Verità, Libero e Giornale. Che la Procura non aveva niente in mano.

Ma nel quadro della campagna law and order all’amatriciana, la presidente del Consiglio non ha esitato a invadere l’autonomia della magistratura, di fatto intimidendo i giudici che in futuro dovessero trovarsi in una situazione analoga.

La realtà ha inoltre contraddetto in modo clamoroso l’assunto già berlusconiano e poi fatto proprio da questo governo che varò la legge sulla separazione delle carriere – poi bocciata dal popolo – in base al quale pm e gip sono sempre e comunque sodali: ieri il gip ha dato torto alla Procura sulla base di sue autonome valutazioni in ossequio al codice che prevede un giudice a Berlino, come si suol dire. Meloni presa in castagna, dunque, in punto di diritto.

Senonché il fatto politico è pure più importante perché la vicenda fa capire che la presidente del Consiglio intende proporsi all’elettorato come quella che, più di Matteo Salvini e soprattutto più di Roberto Vannacci, vuole perseguire i terroristi, veri o presunti non importa, «in tutto il globo terraqueo», come ebbe a dire dopo la strage di Cutro, cioè senza star tanto lì a sottilizzare. Perché la paura mobilita, l’indignazione compatta, l’emergenza mette a tacere le domande scomode. E perché, quando la politica non riesce a risolvere i problemi, può sempre provare a convincere gli elettori che il problema siano i giudici.

Il trentenne Siher, le cui opinioni fanno orrore, è stato in questi giorni dipinto come il Mostro alla guida delle violenze e come tale ritenuto pericoloso: il che, alla giudice per le indagini preliminari, non risulta. E va detto che non spetta a Giorgia Meloni vagliare le richieste di una Procura della Repubblica. Né tantomeno emettere addirittura una condanna di primo grado. Invece, nel video pubblicato in rete a tempo di record, la premier ha emesso il verdetto assumendo in toto il parere della Procura: «È vergognosa» la scelta di scarcerare Siher, «accusato di essere il gestore della pagina Telegram “Movimento 17 ottobre”, cioè la pagina che incitava l’organizzazione di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali a Milano».

È la solita confusione, del tutto voluta, per fare un po’ di propaganda securitaria. È il paradosso di una premier che si proclama paladina della legalità e, nel momento in cui una decisione giudiziaria non le piace, sembra considerare la legge un’opinione e il giudice un dipendente da richiamare all’ordine. Il trentenne era appunto “accusato”. La gip non lo ha “assolto”, ha solo non riconosciuto che sussistono i motivi previsti dalla legge per tenerlo in carcere.

L’antifona della meloniana campagna d’inverno perciò è questa: faccia feroce, calpestamento dei limiti del proprio ambito, semina di tensione. Giorgia-don Chisciotte è dunque partita lancia in resta contro i mulini a vento della giurisprudenza e dell’evidenza per ergersi a paladina della linea dura. E con la fortuna che ha non si può escludere che i pro-Pal più violenti rialzino la testa al grido di «ebrei tutti fascisti» dopo il voto in Israele che non ha cacciato Benjamin Netanyahu.

Una risacca violenta potrebbe aiutare una Meloni a caccia dei voti securitari e fascistoidi di Vannacci, uno dei suoi principali assilli in vista del voto. Alla faccia delle garanzie dei cittadini, nel nome dell’ennesima caccia alle streghe.

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Il Giornale contro la gip di Siher: “Firmò un appello per Gaza”. Ma c’era anche la firma della pm che ha chiesto il carcere

28 October 2026 at 19:52

“Esclusivo – La toga che ha liberato Siher ha firmato un appello per Gaza“. Non si è fatto attendere il dossieraggio nei confronti di Tiziana Landoni, la gip di Milano che ha rimesso in libertà il 30enne accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Nel tentativo di mettere in dubbio l’imparzialità della giudice, però, tutto ciò che la stampa di destra ha trovato è la sua firma in calce a un “Appello di giuristi per Gaza”, pubblicato a settembre per invocare “la tutela dei diritti umani e la persecuzione dei crimini contro l’umanità” compiuti da Israele nell’enclave palestinese. Secondo Il Giornale, che pubblica la “notizia”, questa circostanza dovrebbe “far riflettere sulla decisione” adottata. Per quale motivo? L’articolo non lo dice, ein effetti risulta assai difficile trovare ragioni di inopportunità nel testo dell’appello, che si limita a ricordare l’impegno della comunità internazionale al perseguimento dei crimini di guerra e contro l’umanità, contenuto nel Preambolo dello Statuto della Corte penale internazionale. Soprattutto, però, il quotidiano omette – o forse non conosce – un elemento che smonta la tesi implicita nel pezzo: a firmare quell’appello, infatti, fu anche Francesca Crupi, la pm che ha disposto il fermo nei confronti di Siher e avrebbe voluto per lui la custodia cautelare in carcere. A dimostrazione che schierarsi contro il genocidio di Gaza non vuol dire necessariamente essere amici dei delinquenti.

Ecco il testo integrale dell’appello:

Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione. Come giuristi, sentiamo il dovere di ricordare che lo Stato italiano, per Costituzione e per legge, e con l’adesione a trattati e convenzioni, ha scelto la tutela dei diritti fondamentali e la persecuzione dei crimini internazionali. Le ragioni di questa scelta sono tra l’altro compendiate nello Statuto della Corte penale internazionale, firmato a Roma nel 1998, sottoscritto da 125 Paesi, e ratificato con legge dello Stato nel 1999. Vogliamo ricordare queste ragioni, unitamente ai rappresentanti dell’avvocatura e dell’università che vorranno aderire, leggendo ogni giorno – nelle aule d’udienza e in quelle universitarie – il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale, per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili.

Seguiva il testo che i firmatari si proponevano di leggere all’inizio di ogni udienza.

“Preliminarmente, il Tribunale intende oggi ricordare quanto enunciato nella Legge 12 luglio 1999, n. 232, di ratifica ed esecuzione dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale, e segnatamente nel suo Preambolo.

“Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto;

Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità;

Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo;

Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti e che la loro repressione deve essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati in ambito nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale;

Determinati a porre termine all’impunità degli autori di tali crimini contribuendo in tal modo alla prevenzione di nuovi crimini;

Rammentando che è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”,

procediamo con la trattazione dell’odierna udienza”.

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Acciaierie Venete, condannato in appello il presidente Banzato per la morte di due operai. Attesa la sua nomina a capo di Federacciai

28 October 2026 at 18:16

Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete, è stato condannato anche in Corte d’Appello per la morte di due operai avvenuta nel 2018 a seguito di un incidente in uno degli stabilimenti del gruppo, alla periferia di Padova. Una colata di metallo liquido li aveva investiti per il cedimento di un grande contenitore trasportato sopra le loro teste. I giudici hanno confermato la pena di 2 anni e 6 mesi per l’imprenditore, mentre hanno ridotto a due anni (sei mesi in meno) la condanna di Giorgio Zuccaro, direttore dello stabilimento all’epoca dell’incidente. È stato assolto per non aver commesso il fatto Giancarlo Tonoli, che in primo grado si era visto infliggere 4 anni e 6 mesi, in quanto consigliere incaricato dei collaudi della società friulana Danieli Centro Cranes. Il Tribunale aveva fissato una sanzione pecuniaria di 100mila euro a carico di Acciaierie Venete, nonché di 229mila euro per Danieli&C e di 94mila euro per Danieli Centro Cranes. Soltanto al prima è stata confermata, assieme al divieto a contrarre con la pubblica amministrazione per 8 mesi. Revocate le sanzioni a carico della Danieli, che non è stata ritenuta responsabile del cedimento della siviera che aveva realizzato.

La conferma della condanna per Banzato avviene a poche settimane dall’assemblea di Federacciai che dovrebbe nominarlo presidente nazionale, in base a una designazione ufficiale del consiglio generale di qualche mese fa. Prevista per fine ottobre, l’assise imprenditoriale è stata rinviata a seguito della morte sul lavoro di un operaio di 47 anni, avvenuta il 20 ottobre nello stabilimento di Acciaierie Venete a Sarezzo, in provincia di Brescia. Federacciai aveva motivato il rinvio quale “segno di rispetto e partecipazione al dolore per quanto accaduto”.

L’incidente nello stabilimento di Padova si era verificato il 13 maggio 2018. Il cedimento di un perno aveva fatto crollare una siviera contenente 90 tonnellate di acciaio fuso. Gli effetti erano stati disastrosi per due dipendenti: Sergiu Todita di 39 anni era morto dopo un mese di agonia, Marian Bratu di 44 anni dopo sette mesi nel Centro Grandi Ustionati di Padova. Due operai erano rimasti feriti. Un altro grave incidente si è verificato nell’ottobre 2023 nello stesso stabilimento, con quattro operai finiti all’ospedale per la fuoriuscita di metallo fuso.

La sentenza di primo grado a carico di Banzato aveva censurato l’organizzazione delle lavorazioni, “una procedura orientata ad una maggiore efficienza del ciclo produttivo a scapito della sicurezza dei propri lavoratori”. Infatti, durante lo spostamento delle siviere i lavoratori dovrebbero allontanarsi dall’area, in modo da ridurre il rischio in caso di malfunzionamenti. Un tecnico Spisal aveva calcolato che tale tempo di sicurezza avrebbe aumentato “di circa il 23 per cento le ore lavorate”. Il giudice aveva scritto: “E’ innegabile che un risparmio non modesto sia stato conseguito per la mancata implementazione della norma. Al risparmio sul costo del lavoro va aggiunto quello relativo ai mancati investimenti per implementare la procedura di sicurezza”. Per questo le condanne (ora confermate) avevano riguardato non solo il direttore dello stabilimento, ma anche il presidente della società.

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Elezioni Csm, sorpresa in Cassazione: il più votato è l’indipendente Nardecchia. Resta fuori la “destra” di Mi con Casciaro

28 October 2026 at 15:43

È stato un mini-terremoto il primo verdetto, uscito mercoledì mattina, dell’elezione dei membri togati del nuovo Consiglio superiore della magistratura. Il candidato indipendente progressista Giovanni Nardecchia, sostituto procuratore generale in Cassazione, è stato a sorpresa il più votato nel collegio unico nazionale che elegge i due consiglieri magistrati (su venti) riservati alla Suprema Corte: Nardecchia, 62 anni, ha ottenuto 1.759 voti, scalzando uno dei favoriti della vigilia, il giudice ed ex segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati Salvatore Casciaro, candidato per i “conservatori” di Magistratura indipendente (Mi). Casciaro si è piazzato terzo con 1.704 voti, appena sei in meno della giudice Egle Pilla di Area, la maggiore corrente progressista, che si è aggiudicata il secondo seggio a quota 1.710. La “sinistra giudiziaria” conquista così entrambi i primi due posti in palio: anche Nardecchia infatti è un magistrato di orientamento progressista, a lungo aderente al Movimento per la giustizia fondato da Armando Spataro e Giovanni Falcone. La sua candidatura è stata lanciata dalla rete “Autogoverno diffuso”, che si rifà all’esperienza del consigliere uscente Roberto Fontana, ma ha ottenuto il sostegno anche di Magistratura democratica, storica corrente “di sinistra”.

Il risultato è traumatico per Magistratura indipendente, che storicamente ha sempre occupato uno dei due seggi di Cassazione. Casciaro, che era uno dei candidati di punta dei conservatori, è stato azzoppato dal “fuoco amico” di Luisa De Renzis, sostituta pg vicina alla corrente ma candidata in solitaria con l’appoggio dell’ex segretario Claudio Galoppi (già consigliere giuridico della ministra Elisabetta Casellati ai tempi in cui era presidente del Senato). De Renzis, arrivata quinta su sei candidati, ha ottenuto ben 992 voti sottratti in buona parte a Mi: la sua corsa – sostenuto anche dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – era d’altra parte considerata un cavallo di Troia per danneggiare il gruppo, favorendo un ritorno in sella di Galoppi contro l’attuale dirigenza “rinnovatrice” (il cui volto simbolo è il preisdente dell’Anm Giuseppe Tango). Ottimo anche il risultato di Elisabetta Ceniccola, sostituta pg candidata per i “centristi” di UniCost, quarta con 1.308 voti; ultimo con 202 voti invece è arrivato il giudice Luca Lorenzetti, della lista “anti-correnti” AltraProposta, che ha sorteggiato i propri candidati di fronte a un notaio.

Più prevedibili i risultati, arrivati a metà pomeriggio, del primo dei due collegi per i posti riservati ai pm, che al Csm hanno cinque seggi. Nel collegio 1 (Liguria, Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Toscana) al primo posto si è piazzato Stefano Buccini di Magistratura indipendente, sostituto procuratore a Venezia, con 941 voti; insieme a lui, secondo con 926 voti, passa Eugenio Albamonte di Area, pm alla Direzione nazionale antimafia e in passato presidente dell’Anm. Porta a casa un ottimo risultato anche la candidata di “Autogoverno diffuso”, la pm di Milano Roberta Amadeo, che con 902 voti potrebbe essere eletta come migliore terza: dipenderà dai risultati del collegio 2 (Marche, Abruzzo, Lazio, Emilia-Romagna, Umbria, Campania, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, Sardegna), attesi entro stasera. Più staccata Rosalia Affinito, pm di Roma in corsa per UniCost, ferma a 755 voti; seguono Giacomo Pestelli (Firenze) di AltraProposta, con 219 voti, e Maria Cardellicchio (Milano), indipendente, con 57.

In Parlamento, nel frattempo, è andata come previsto a vuoto la prima votazione per l’elezione dei dieci componenti “laici”, avvocati e professori scelti dalle Camere in seduta comune. La maggioranza richiesta era di tre quinti dell’assemblea, che si abbasserà a tre quinti dei votanti a partire dal terzo scrutinio.

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Corte costituzionale, Francesco Viganò è il nuovo presidente: il professore scelto da Mattarella prende il posto di Amoroso

28 October 2026 at 13:44

Sarà Francesco Viganò il nuovo presidente della Corte costituzionale. La Corte, riunita in camera di consiglio, lo ha eletto all’unanimità come successore di Giovanni Amoroso, che il 14 novembre terminerà il suo mandato di nove anni. Sessant’anni, milanese, Viganò è professore di Diritto penale all’Università Bocconi: nominato alla Consulta nel marzo 2018 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ne è vicepresidente dal gennaio 2025.

Tra le sentenze più importanti firmate recentemente da Viganò c’è quella che ha sancito la legittimità costituzionale dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, cancellato dalla legge Nordio del 2024, pur sottolineando gli “indubbi vuoti di tutela penale” lasciati dalla riforma. Il neo-presidente incontrerà la stampa la mattina di lunedì 16 novembre, dopo il suo insediamento. La sua sarà una presidenza breve: il suo mandato infatti scadrà tra pochi mesi, l’8 marzo 2027.

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“Ha evocato azioni di ‘disobbedienza civile’, non ha istigato alla violenza”: la gip smonta la ricostruzione della Procura e scarcera Youssef Siher. Le motivazioni

Nessun presupposto di pericolo di fuga che avrebbe dovuto giustificare il fermo e neppure sussistono gravi indizi di colpevolezza con riferimento ai reati contestati. Con queste motivazioni la gip del tribunale di Milano, Tiziana Landoni, ha scarcerato Youssef Siher, rigettando sia la richiesta di convalida del fermo che l’applicazione della misura in carcere. L’ordinanza smonta punto per punto la ricostruzione della Procura, che accusa il 30enne ricercatore di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Lo fa evidenziando i numerosi dubbi subito emersi in merito accuse mosse al 30enne. Siher lascia così il carcere di San Vittore dove è stato detenuto per quattro giorni.

Nessuna istigazione a delinquere

La giudice per le indagini preliminari argomenta la sua decisione. “Le condotte poste in essere dall’indagato, così come risultanti dalle acquisizioni investigative dianzi richiamate, non sono, allo stato, sussumibili, nel delitto di istigazione a commettere reati“, scrive nell’ordinanza. Dalle indagini è emerso da subito – da “controlli urgenti esperiti il 20.10.2026” – che il 30enne risultava essere l’amministratore del gruppo Telegram e del profilo Instagram denominato “Movimento 17 ottobre“, “creati a seguito degli accadimenti del 17 e 18 ottobre 2026″. Ma in questi contesti l’indagato non ha mai istigato alla violenza, evidenzia la gip Landoni. Nell’ordinanza vengono citate, ad esempio, alcuni post con le frasi “lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove” e “Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame“. “Orbene – scrive la gip – la condivisione da parte dell’indagato di tali asserzioni con numerosi utenti non può ritenersi integrante il delitto di istigazione a commettere delitti contro l’ordine pubblico”. “Si tratta, senz’altro, di affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale Governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari. Vi è, inoltre, una ferma presa di posizione dinnanzi a politiche non condivise e ritenute dannose per il futuro dell’Italia, che sfocia in una generica “dichiarazione di guerra” ad un “presente infame” (e non nei confronti delle istituzioni dello Stato), non accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente o in altro modo costituenti reato, tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere”, si legge.

“Evoca azioni di disobbedienza civile”

Tra l’altro, sottolinea la gip, “dai contenuti pubblicati da Siher all’interno del gruppo Telegram ‘movimento 17 ottobre’ emergono le modalità di protesta avverso le attuali politiche governative indicate dal medesimo agli utenti, le quali, oltre ad evocare azioni di ‘disobbedienza civile‘, non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali, capaci di sensibilizzare e coinvolgere il maggior numero possibile di persone“. Non solo. Se qualche utente ha menzionato comportamenti violenti nella chat di Telegram “Siher non risulta aver caldeggiato o in qualche modo sostenuto” queste affermazioni “né modificato le forme di mobilitazione collettiva in precedenza esposte”.

Il pdf con le “istruzioni”

La giudice approfondisce anche la vicenda del file pdf condiviso dal 30enne il 22 ottobre “Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011″. Si tratta, viene evidenziato, di quattro pagine “estrapolate da un più ampio file rinvenuto all’interno del Notebook in uso al predetto che non risulta essere stato integralmente pubblicato dall’indagato all’interno del gruppo Telegram”. E le pagine condivise nella chat, rimarca la gip, “non contengono riferimenti a strumenti offensivi da utilizzare nel corso delle manifestazioni contro le Forze dell’Ordine, né istruzioni per reagire dinnanzi al lancio di lacrimogeni. Tali indicazioni – viene spiegato nell’ordinanza – sono riportate nel file contenente il ‘vademecum’ integrale rinvenuto all’interno del Notebook dell’indagato, ma non risultano essere state da quest’ultimo pubblicate all’interno del gruppo Telegram”. Quindi il testo finale è depurato e riporta solamente una “guida pratica per la difesa in piazza” con atti di disobbedienza civile. “Il che, peraltro, appare essere un dato indicativo delle modalità di protesta collettiva che il medesimo si era proposto di organizzare, le quali non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza”, sottolinea la giudice.

L’aggravante del terrorismo

“Nei post e nei comunicati pubblicati l’indagato non prospetta mai l’attuazione di azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti reato, né risulta essersi ispirato alle gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026, neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte”, si legge ancora. Esclusa anche l’aggravante del terrorismo o il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche introdotto con il decreto sicurezza (ed entrato in vigore 24 ore prima del fermo del 30enne). “Le condotte poste in essere dal medesimo, tenuto conto delle modalità di esplicazione delle stesse, non potrebbero ritenersi tali da arrecare un grave danno allo Stato (non pare essere, invero, di dimensione necessariamente macroscopica l’offesa dalle stesse potenzialmente creata), né risultano essere state compiute allo scopo di intimidire la popolazione nei termini dianzi detti, suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante, considerati gli stessi propositi esternati dal medesimo nei due comunicati pubblicati all’interno del Gruppo Telegram e il tentativo di promuovere la formazione di una coscienza collettiva, coinvolgendo anche persone non appartenenti a realtà politiche”.

Non voleva fuggire

Per questo la gip respinge la richiesta di misura cautelare in carcere e rimette in libertà Youssef Siher, non convalidando neppure il fermo di sabato scorso. “Non è ravvisabile il presupposto del pericolo di fuga che deve giustificare l’applicazione della misura precautelare disposta dal Pubblico Ministero nei confronti dell’odierno indagato”, sottolinea la giudice nell’ordinanza ricordando che il 30enne “è nato in Italia, è titolare di regolari documenti identificativi ed è radicato nel territorio dello Stato, dove dimora con la moglie e la figlia e risulta svolgere attività lavorativa”. Tra l’altro a comunicare agli investigatori che Siher si trovava a Milano a casa di un’amica erano stati i suoi stessi genitori, quando gli agenti sono arrivati nella loro abitazione per effettuare una perquisizione. E “non può ritenersi” che Siher “si fosse appositamente recato presso l’abitazione” dell’amica “con l’intento di sottrarsi alle investigazioni a suo carico (non risulta che il predetto ne fosse a conoscenza) e rendersi irreperibile“. Per questo anche la convalida del fermo viene respinta.

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Youssef Siher torna libero: la gip rigetta la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura in carcere

28 October 2026 at 12:06

Youssef Siher torna libero. È questa la decisione, secondo fonti legali, del gip Tiziana Landoni che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla pm Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta con il procuratore Marcello Viola. L’ordinanza smonta punto per punto la ricostruzione della Procura: “Ha evocato la ‘disobbedienza civile’, non ha istigato alla violenza”, scrive la giudice. Immediatamente dopo la diffusione della notizia, Giorgia Meloni interviene con un video accusando la gip: “Siher ha organizzato le manifestazioni che hanno portato alle devastazioni”. Ma la premier afferma il falso: la sua pagina social è stata aperta solo dopo gli incidenti, come hanno accertato gli inquirenti.

Il 30enne, amministratore dei canali social del “Movimento 17 ottobre“, è stato fermato il 24 ottobre con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (quest’ultimo reato introdotto con il decreto sicurezza entrato in vigore poche ore prima del fermo). Il procuratore Marcello Viola e la pm Francesca Crupi avevano chiesto la convalida e l’applicazione della misura cautelare in carcere contestando il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato.

Inizialmente presentato da media e commenti dei politici come “l’ideatore” degli scontri e delle devastazioni del weekend precedente a Milano, dalla lettura del decreto di fermo erano emersi numerosi dubbi sulle accuse mosse al 30enne. A partire dal fatto che le pagine social sono state aperte dopo gli scontri (che, infatti, non vengono contestati a Siher). Nonostante questo l’argomento è ancora rilanciato oggi da Meloni. In più, dall’analisi della chat su Telegram, è emerso che solo l’1% dei post era per la violenza (nessuno dei quali condiviso dallo stesso 30enne).

Durante l’udienza di convalida, che si è tenuta martedì nel carcere milanese di San Vittore dove Siher si trova detenuto da sabato scorso, il 30enne si è avvalso della facoltà di non rispondere. I suoi avvocati, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, avevano ribadito che il loro assistito “non ha fatto niente. Non c’è stata alcuna condotta istigatoria alle violenze, non c’è il terrorismo, non c’è alcun reato e noi nell’udienza abbiamo contestato le imputazioni dal punto di vista del diritto“, hanno spiegato. Anche per la gip non sussistono gravi indizia di colpevolezza e Siher, per questo, è stato scarcerato.

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Processo Hydra, si pente Giancarlo Vestiti: è considerato il referente del clan Senese in Lombardia

28 October 2026 at 11:57

Giancarlo Vestiti, l’uomo incaricato da Michele Senese di dare vita al nuovo consorzio di mafie, così come spiegato dal collaboratore Gioacchino Amico, inaspettatamente questa mattina durante l’udienza del processo Hdra dove è imputato ha cambiato il legale. A difenderlo non sarà più il suo storico difensore Mario Marino, che peraltro difende ancora Emanuele Gregorini, alias Dollarino, altro uomo collegato al clan Senese, ma l’avvocato del foro di Torino Gianluca Orlando. Una scelta inaspettata. Un vero colpo di scena. Che fa pensare alla scelta di collaborare con la Procura di Milano. E come lui anche i suoi figli hanno cambiato il legale. Allo stato la notizia di una possibile collaborazione non è emersa ufficialmente dall’udienza. La Procura non dà conferma del pentimento. La scelta di collaborazione di Giancarlo Vestiti è iniziata a girare questa mattina in aula ma del tutto informalmente. Se così fosse sarebbe un vero colpo di scena nel processo. Giancarlo Vestiti infatti è ritenuto il vero artefice della nascita del nuovo sistema mafioso lombardo. In più è considerato il fiduciario diretto di Michele Senese al Nord e non solo, in contatto con il mondo politico e con i livelli più alti della criminalità organizzata.

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Blitz anti ‘ndrangheta nella Sibartide: 41 arresti, c’è anche il sindaco di Corigliano-Rossano Flavio Stasi

28 October 2026 at 08:42

Flavio Stasi, sindaco di Corigliano–Rossano (Cosenza), e Damiano Pepe, presunto boss di Cassano all’Ionio. Ci sono anche loro tra i 41 arrestati, di cui 24 di custodia in carcere e 17 agli arresti domiciliari, nella mattinata di oggi nella Sibartide, svolta dai Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale e del Comando Provinciale di Cosenza. Le misure sono arrivate nei confronti di altrettanti soggetti indagati per i reati di associazione di tipo mafioso, omicidio, detenzione e porto di armi da fuoco, estorsione, rapina, furto, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tutti aggravati da metodo e/o finalità mafiose, nonché patto elettorale politico mafioso.

Tra questi c’è anche il sindaco di Corigliano–Rossano (Cosenza), al secondo mandato ed esponente di Alleanza Verdi e Sinistra, posto agli arresti domiciliari. Nell’operazione risulta coinvolto e finito ai domiciliari anche un altro esponente della politica cittadina, il consigliere comunale di Forza Italia Pietro Lucisano. Nell’ambito del maxi blitz antimafia nella Sibaritide c’è appunto anche Pepe, indicato dagli inquirenti come elemento di spicco della consorteria Abbruzzese–Pepe, rimasto ferito lo scorso 24 ottobre in un agguato in contrada Lattughelle nel quale è stata uccisa la moglie Silvana Sibarelli. L’operazione, firmata dal gip di Catanzaro Fabiana Giacchetti su richiesta dei pm della Dda Alessandro Riello e Stefania Paparazzo guidati dal procuratore Salvatore Curcio, ha colpito i vertici dell’organizzazione e le presunte ramificazioni politiche.

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Femminicidio Ilaria Sula, Samson condannato all’ergastolo. Il padre della vittima: “Giustizia è stata fatta”

27 October 2026 at 17:17

È stato condannato all’ergastolo Mark Antony Samson, reo confesso dell’omicidio della sua ex fidanzata Ilaria Sula, uccisa il 25 marzo dello scorso anno nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano a Roma, con tre coltellate al collo e abbandonata in una valigia in fondo a un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. È la decisione dei giudici della Terza Corte di Assise di Roma al termine della camera di consiglio durata tre ore. I giudici, come chiesto dalla procura di Roma, oltre alle accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere, hanno riconosciuto le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della relazione affettiva con la vittima.

“Questo non è stato un delitto di impeto” e “Samson (non presente in aula) non si è mai pentito per quanto compiuto continuando a pensare che Ilaria Sula meritasse quella fine“, ha detto in sede di repliche il pm Maria Perna. “Ho ancora presente quel cadavere nel dirupo e le condizioni in cui era. Samson non ha mai detto la verità e ha continuato a mentire per non ammettere la premeditazione del delitto“, ha aggiunto la rappresentante dell’accusa. In aula tanti i parenti, gli amici con indosso una maglietta con il volto di Ilaria.

“È stata fatta giustizia ma l’ergastolo vero ce lo abbiamo noi, io e mia moglie. Lui ancora respira, mia figlia non respira più. È un momento importante per la giustizia, io ho sempre avuto fiducia nella giustizia e non sono stato abbandonato“, ha affermato Flamur Sula, il padre di Ilaria, dopo la lettura della sentenza nell’aula bunker di Rebibbia con la condanna all’ergastolo per Mark Samson. “Agli amici di Ilaria e in generale ai ragazzi dico di rispettarvi l’uno con l’altro, di parlare con i genitori, non state zitti”, ha aggiunto poco dopo la madre, visibilmente provata, che ha rivolto un appello ai giovani: “Rispettate le donne, amatele”. Più tardi, sorretta dal marito e in lacrime, ha detto: “Ora lei è in pace”.

Dall’analisi del cellulare dell’indagato sono emersi una serie di elementi che fanno supporre che l’aggressione a colpi di coltello fosse frutto di un’azione premeditata. “O torna con me o la uccido”, scriveva ad un amico Samson: un chiaro progetto di femminicidio. La versione fornita dal ragazzo, nel corso della sua confessione fiume dopo il fermo, non ha convinto chi indaga. Il giovane ha spiegato di avere aggredito la sua ex la mattina del 26 marzo, dopo che la ragazza era rimasta a dormire da lui. “Siamo rimasti a parlare, si era fatto tardi – ha sostanzialmente detto il giovane agli inquirenti – e Ilaria ha deciso di rimanere a dormire da me perché non c’erano più bus che la riportassero a casa“. Samnson ha sostenuto di avere portato la colazione in camera a Ilaria la mattina successiva e di averla colpita dopo aver letto sul cellulare della ragazza alcuni messaggi di un altro giovane.

Dopo il brutale delitto, il giovane ha ripulito la scena del crimine, aiutato dalla madre Nors Man Lapaz, accusata poi di concorso nell’occultamento di cadavere. Per il pm, l’imputato è un soggetto “abituato a mentire, manipolatore, ipocrita. Aveva intrappolato Sula in una relazione, aveva il controllo della sua vita”. Nel corso della requisitoria la Procura ha affermato che “Ilaria è stata stordita a pugni e poi accoltellata“, l’imputato “non ha avuto pietà di lei quando l’ha buttata via come un rifiuto. Non ha avuto pietà di Ilaria perché dopo averla uccisa l’ha denigrata e offesa. Non ha avuto pietà quando dopo l’omicidio è andato a mangiare una piadina come se nulla fosse“. A seguire l’udienza finale anche gli studenti della Sapienza che hanno inviato una missiva ai genitori di Ilaria. “Il dolore che avete provato non si può spiegare, vedersi portare via l’unica cosa per cui vale la pena vivere: una figlia. Ma tutto questo dolore non è vano, è una forza che deve essere trasformata in giustizia, che deve far ricordare il nome di Ilaria, che risuona nei vostri e nostri cuori ogni giorno”, si legge nella lettera.

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Abderrahim Fakir morto durante un controllo di polizia: “Tre le concause, anche lo schiacciamento”. La relazione dei consulenti della Procura

27 October 2026 at 15:01

Non un’unica causa della morte, ma tre concause. Secondo quanto trapela, sono queste le conclusione presenti nella relazione della consulenza tecnica sulla morte di AbderrahimFakir avvenuta 19 luglio scorso durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna. La relazione, nelle mani dei pm della Procura di Bologna, rivela che l’insufficienza respiratoria acuta che ha provocato il decesso del 42enne sarebbe stata causata da tre elementi che hanno contribuito e sono quindi individuati come concause: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona del corpo mentre i due poliziotti lo tenevano fermo a terra, l’assunzione di cocaina e problemi cardiaci.

La causa della morte di Abderrahim Fakir è “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia“. Al determinismo del decesso “su base ipossica” hanno contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia (effetto dell’intossicazione acuta da cocaina) nonché la posizione prona“: scrivono così i consulenti dei Pm di Bologna, nelle conclusioni della relazione. Le analisi, poi, “hanno messo in evidenza un esteso quadro traumatico di natura contusiva” che “non ha avuto un ruolo nel determinismo del decesso”.

Spetterà adesso ai magistrati che si occupano del caso – la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti – valutare se la consulenza affidata al pool di esperti, e la relazione di quasi 200 pagine, mette o no una parola definitiva su questo aspetto. I tre magistrati hanno fissato un incontro per mercoledì, in cui si confronteranno per capire come procedere e valutare l’incisività di un dato rispetto ad un altro, per poi passare alla fase successiva.

Le cause del decesso avevano creato uno scontro tra i legali dei familiari della vittima e gli avvocati dei poliziotti. Per Fabio Anselmo, che segue i familiari di Fakir, il quadro emerso dal confronto sarebbe quello di una “morte ipossica da posizione prona”, e ha citato il caso di Riccardo Magherini. Secondo Anselmo la cocaina non avrebbe avuto alcun ruolo: se non quello di aumentare, insieme allo stato di agitazione, il fabbisogno di ossigeno, “di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti”. Anselmo aveva già ricordato che gli esami tossicologici hanno rilevato circa 300 nanogrammi per millilitro di cocaina, che corrisponderebbe “alla metà della quantità che, per letteratura, può essere causa di morte autonoma”. E aveva sostenuto che “senza la componente asfittica non sarebbe morto”. Diametralmente opposta la lettura di Gabriele Bordoni, che assiste i due poliziotti, dopo il confronto con il proprio consulente, il medico legale Matteo Tudini. “La causa centrale dell’ipossia è la droga”, sostiene. E imputa lo stesso sanguinamento rilevato nei polmoni “all’utilizzo smodato della cocaina”, che per Bordoni sarebbe stata rilevata in un valore “superiore di tre volte alla dose letale”.

Nelle prossime ore si comprenderanno le mosse della procura. Al momento ci sono sei persone iscritte nel registro delle annotazioni preliminare, il cosiddetto “scudo” previsto quando c’è una possibile causa di giustificazione, per omicidio colposo: i due agenti intervenuti per bloccare Fakir e i quattro volontari della Croce Rossa arrivati in via Svevo per soccorrerlo quando stava male. I tempi però stanno per scadere (il 19 novembre) e i pm dovranno decidere se indagare le sei persone coinvolte oppure archiviare le posizioni.

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La Russa ritirerà la querela contro Ponzani in cambio di pubbliche scuse: questa destra odia la memoria

27 October 2026 at 11:05

Il signor Ignazio Benito La Russa si è detto disponibile a ritirare la querela contro la “signora” Michela Ponzani in cambio di pubbliche scuse.

La professoressa, storica rigorosa e stimata dalla comunità scientifica per la sua serietà, ha respinto la richiesta, lo ha invitato a querelare, a confrontarsi in tribunale, e a chiamarla professoressa. Non sarà facile per il signor La Russa dimostrare la sua estraneità a quei cortei non autorizzati, compreso quello da dove partirono le bombe che colpirono l’agente Marino.

Sarà il caso di ricordare che il signor La Russa, insieme a Salvini, è stato tra i più attivi nel reclamare ed esibire le teste di Roberto Saviano e Sigfrido Ranucci. Telemeloni ha accolto le loro richieste, ma non sempre si può trovare un cortigiano pronto a inchinarsi. Quelle dichiarazioni la professoressa Ponzani le ha rilasciate durante la trasmissione “Otto e mezzo” condotta da Lilli Gruber, la replica non è stata oscurata, e la professoressa non farà un solo passo indietro.

Sara il caso di ricordare che questa destra odia la memoria, vuole cancellare la matrice, non casualmente proprio il signor La Russa ha più volte minacciato, deriso, diffamato il giornalista Paolo Berizzi, unico cronista sotto scorta in Europa per le minacce ricevute da gruppi nazifascisti. Berizzi ha il solo torto di ricordare ogni giorno le imprese, di ieri e di oggi, di chi non ha mai reciso il legame con Mussolini, Salo, Giorgio Almirante…

Se e quando vi sarà la prima udienza che vedrà di fronte il signor La Russa e la professoressa Ponzani, sarà nostro compito schierare la “scorta mediatica”, non solo per solidarizzare con chi ha respinto arroganza e intimidazione, ma anche per solidarizzare con la Costituzione antifascista.

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Perché secondo me il fermo di Youssef Siher si colloca al di fuori della lettura costituzionale dei reati d’opinione

26 October 2026 at 17:43

Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere (art. 414 CP) e associazione con finalità di terrorismo (art. 270-bis CP) “perché in qualità di amministratore del canale Movimento 17 ottobre presente sulla piattaforma social Instagram, creato a seguito degli scontri e degli atti di devastazione e saccheggio avvenuti il 17 ottobre 2026, pubblicamente istigava a commettere delitti contro l’ordine pubblico, in particolare pubblicava contenuti del seguente tenore: ‘lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’. Fatto aggravato dall’aver commesso il fatto per finalità di terrorismo e attraverso strumenti informatici o telematici. In luogo imprecisato epoca anteriore e prossima al 20 ottobre 2026”.

Così si apre il provvedimento con cui la Procura di Milano ha messo in stato di fermo l’uomo sbattuto sui media come la mente eversiva del Movimento 17 ottobre.

Da oltre mezzo secolo la Corte Costituzionale ha affermato che l’art. 414 del codice penale è violato solamente qualora la manifestazione del pensiero oggetto d’attenzione “per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti” (Sentenza n. 65 del 1970).

Quattro anni dopo una sentenza gemella della Consulta, riguardante un altro articolo del codice penale, ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale della disposizione contenuta nell’art. 415 del codice penale, riguardante l’istigazione all’odio fra le classi sociali, nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità” (Sentenza n. 108 del 1974).

E la Corte di Cassazione nel 2019 ha chiarito l’interpretazione della norma spiegando che il delitto di istigazione a delinquere è un reato di pericolo concreto e non presunto e che quindi per essere configurato richiede un comportamento ritenuto concretamente idoneo, in base a un giudizio ex ante, a provocare la commissione di delitti (Cassazione penale n. 48247).

Questa è la lettura costituzionale dei reati di opinione. Per quanto si sa adesso e sulla base degli elementi finora emersi, quel provvedimento se ne colloca al di fuori. Non basta dire che “dichiariamo guerra a questo presente infame” per diventare dei terroristi che istigano all’eversione.

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Lula sconfigge Bolsonaro e Meta: il voto in Brasile che frena Trump e salva i BRICS

 

di Michele Blanco

Luiz Inácio Lula da Silva è stato ufficialmente rieletto presidente del Brasile, superando al ballottaggio lo sfidante della destra reazionaria e filostatunitense Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti validi contro il 48,21%. Questo esito storico, ratificato dal Tribunale Superiore Elettorale (TSE), va ben oltre la semplice riconferma del leader progressista: segna un netto e definitivo rifiuto popolare del modello economico e politico oligarchico espresso dal clan Bolsonaro. Nelle piazze e nel web si è assistito a una mobilitazione di massa senza precedenti, in cui milioni di persone si sono organizzate spontaneamente per contrastare la propaganda reazionaria e l'inedito "oscuramento digital-mediatico", in una campagna dominata dal desiderio collettivo di giustizia sociale, eguaglianza e autodeterminazione. A San Paolo, nel mezzo dei festeggiamenti della folla, Lula ha parlato stringendo un megafono, ringraziando la gioventù brasiliana scesa in prima linea a difesa dei presidi democratici.

L'ingerenza della Silicon Valley e la guerra algoritmica

La caratteristica più allarmante di questa tornata elettorale è stata l'evidente interferenza asimmetrica delle grandi piattaforme statunitensi. Nelle settimane cruciali del voto, il Partito dei Lavoratori ha formalmente denunciato la multinazionale Meta sia davanti al TSE sia di fronte all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), accusandola di ingerenza elettorale. I tentativi di condizionamento si sono articolati attraverso la penalizzazione occulta degli account (shadowbanning), con i profili ufficiali di Lula su Instagram e WhatsApp sistematicamente limitati nella loro portata algoritmica, spingendo persino dipendenti interni di Meta ad ammettere anomalie a vantaggio dello sfidante di destra. A questo si è aggiunta l'offensiva della disinformazione automatizzata e dei deepfake, che ha costretto il tribunale elettorale a ordinare la rimozione d'urgenza di centinaia di profili falsi. La manipolazione è stata così palese da spingere gli attivisti a manifestare sotto il quartier generale di Meta in Brasile al grido di "Meta não se meta nas nossas eleições", evidenziando il pericolo democratico rappresentato dal potere di una corporation privata di orientare il dibattito pubblico.

Giustizia sociale contro l'austerità neoliberista

Sul piano interno, Lula ha vinto perché il suo mandato ha offerto al popolo la concretezza di un buon governo economico e sociale, antitetico all'austerità e al neoliberismo selvaggio promossi dalle destre. Sotto la guida della presidenza progressista, il PIL brasiliano è tornato a espandersi in modo robusto (registrando un +2,6% nei primi otto mesi dell'anno), trainato da riforme strutturali e investimenti nella transizione ecologica. Inoltre, dopo trent'anni di stallo, l'amministrazione ha ottenuto il via libera dal Congresso per una storica riforma fiscale basata sull'Imposta sul Valore Aggiunto (IVA).

Sul piano sociale, il potenziamento di Bolsa Família, il lancio dell'Alleanza Globale contro la Fame e il rilancio della Farmácia Popular per la distribuzione gratuita di farmaci essenziali hanno garantito una rete di sicurezza alle fasce indigenti. Il fiore all'occhiello dell'azione politica è stato lo smantellamento delle deregolamentazioni lavorative, avviando il percorso istituzionale per abolire lo schema della scala 6x1 e approvando la riduzione della settimana lavorativa da 44 a 40 ore a parità di stipendio, restituendo dignità e tempo di vita a oltre 22 milioni di lavoratori.

Gli equilibri globali: il rafforzamento dei BRICS e la lezione all'Europa

Il trionfo di Lula ridefinisce profondamente anche gli equilibri internazionali, spezzando sul nascere l'asse ultraliberista e reazionario che Washington e Buenos Aires speravano di estendere all'intera America Latina attraverso un'ipotetica vittoria bolsonarista allineata a Donald Trump e Javier Milei. La riconferma della presidenza progressista blinda e rilancia il ruolo del Brasile come pilastro strategico del blocco dei BRICS, proprio mentre il Paese si avvia a celebrare i vent'anni dalla sua fondazione diplomatica. Questo attivismo multilaterale assicura al Sud globale una sponda solida in favore del multipolarismo e dell'autodeterminazione, allontanando il rischio del disallineamento strategico che la destra di Flávio Bolsonaro — intenzionata ad applicare ricette mutuate dalla "motosierra" di Milei — avrebbe inevitabilmente provocato.

Al contempo, l'esito del voto offre un'importante boccata d'ossigeno alle relazioni con Bruxelles, riaprendo una finestra di dialogo paritario e salvaguardando i canali diplomatici legati all'accordo transatlantico UE-Mercosur. Una vittoria che dimostra anche alle sinistre europee una lezione fondamentale: l'avanzata delle destre populiste non si argina assecondando le ricette dell'austerità e del neoliberismo, ma unendo la difesa della democrazia a programmi coraggiosi di giustizia distributiva e centralità dei diritti sociali.

In piena continuità con la postura eversiva dell'estrema destra globale, lo sconfitto Flávio Bolsonaro ha immediatamente contestato l'esito dello scrutinio emesso dal tribunale, richiedendo l'annullamento delle elezioni ed evocando presunte irregolarità nel tentativo di delegittimare il verdetto delle urne, ricalcando la strategia già tentata dal padre Jair nel 2022. I grandi proprietari terrieri e i mercati finanziari hanno fatto muro fino all'ultimo per difendere un modello ingiusto e classista, ma la risposta dei ceti popolari, dei movimenti indigeni e dei lavoratori ha dimostrato che la maggioranza dei brasiliani ha saputo rigettare la natura discriminatoria della proposta oligarchica.

 

Ilva, chiesti gli arresti per l’ex ad Morselli e l’ex capo ispettori di Ispra: “Emissioni truccate e controlli addomesticati”

26 October 2026 at 13:25

Emissioni di CO2 e benzene truccate, da una parte, i controlli addomesticati e le manutenzioni non fatte dall’altra. Sono le due direttrici lungo le quali si muove l’ultima inchiesta della procura di Taranto sull’Ilva. A finire sotto accusa è la gestione di ArcelorMittal e, quindi, l’intera catena di comando scelta dalla proprietà. A iniziare dall’ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli che rischia di finire ai domiciliari e, come lei, anche l’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Alessandro Labile e Francesco Astorri, ex responsabile di Ispra per la valutazione e i controlli degli impianti di interesse strategico nazionale.

A richiedere gli arresti per i tre sono stati i sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, nel frattempo passato alla procura di Lecce, nell’ambito di un’indagine aperta tempo fa, relativa alle quote di Co2 che avrebbe provocato un ingiusto profitto di 342 milioni di euro ai danni dell’Ue e per le manutenzioni mai fatte all’interno dell’impianto pugliese, arrivata a un punto di svolta. I pubblici ministeri hanno chiesto anche dieci interdittive per tre diversi motivi e l’inchiesta conta, in totale, 28 persone indagate e 5 società. Il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano ha disposto gli interrogatori preventivi per il 3 novembre.

A carico di otto persone, la procura contesta l’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro l’ambiente, l’incolumità pubblica e la pubblica amministrazione. Tra le ipotesi contestate, a vario titolo, c’è anche quella di disastro ambientale. Le accuse coprono un periodo temporale che va dal 2019 e al 2024. Astorri, ex capo del nucleo ispettivo di Ispra, è accusato di aver falsato gli esiti dei controlli in fabbrica per favorire l’impresa.

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Femminicidio Giulia Tramontano: riconosciuta la premeditazione per Alessandro Impagnatiello nell’appello bis

26 October 2026 at 12:39

La Corte d’Appello di Milano ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per Alessandro Impagnatiello, condannato in primo e secondo grado per il femminicidio della compagna Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023 a Senago, nel Milanese, mentre era incinta di sette mesi di loro figlio. La decisione arriva alla fine di un secondo processo di appello.

Nel primo processo d’appello, pur confermando l’ergastolo, la Corte non aveva riconosciuto l’aggravante della premeditazione in quanto, secondo i giudici, l’avvelenamento della donna era finalizzato a provocare un aborto, non ad ucciderla. La Procura generale aveva impugnato la sentenza nella parte in cui questa aggravante era esclusa e la Cassazione le aveva dato ragione, disponendo così l’appello bis.

La decisione è fondamentale per ciò che concerne l’esecuzione della pena, poiché comporta un “isolamento diurno di tre mesi“. Tra 45 giorni saranno pubblicate le motivazioni. Applausi e abbracci tra i familiari di Giulia Tramontano e l’avvocato Nicodemo Gentile alla lettura della sentenza. “Penso che Impagnatiello e la sua famiglia dovrebbero essere l’esempio del fallimento sociale”, aveva detto la sorella della vittima prima dell’ingresso in aula.

La procuratrice generale Maria Pia Gualtieri aveva chiesto il riconoscimento dell’aggravante “per mettere a posto le cose e dare il giusto nome” ai fatti, anche se “la decisione non potrà far tornare in vita la povera Giulia Tramontano”, ma è necessaria perché “ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo”. Per Gualtieri, l’aggravante serve a restituire il senso della “brutale personalità” dell’imputato: “Impagnatiello – ha affermato – ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto. Ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l’altra donna”.

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