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Meloni, Schlein e la stranezza delle loro molte convergenze

27 October 2026 at 03:45

Se lo Stabilicum non dovesse assegnare il premio, l’unica maggioranza possibile a due partiti sarebbe quella tra Fdi e Pd. Fantapolitica, ma che dice molto su quanto i perni del bipolarismo italiano siano più vicini di quanto si pensi

Proviamo a giocare con i numeri. Lo Stabilicum assegna un premio di settanta deputati e trentacinque senatori alla coalizione che supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere. Se nessuno ci arriva, o se Camera e Senato producono esiti diversi, la legge torna a essere un proporzionale puro, con le soglie del Rosatellum: tre per cento per le liste, dieci per le coalizioni.

Oggi i sondaggi danno centrodestra e campo largo intorno al 43-44 per cento. Il premio, quindi, scatterebbe. Ma basta uno scarto di un punto, o un risultato diverso al Senato, per finire nello scenario opposto. E in quello scenario, applicando le soglie e la redistribuzione interna alle coalizioni ai sondaggi più recenti, nessuno dei due blocchi arriva alla maggioranza.

Tra le decine di combinazioni aritmeticamente possibili, una sola tiene insieme due partiti soltanto: Fratelli d’Italia più Partito democratico, con circa duecentotré seggi su quattrocento, appena sopra la soglia della maggioranza. È una proiezione lineare, che ignora il riparto per circoscrizioni e i resti, e due seggi di margine stanno dentro qualsiasi errore di stima. Ma il dato politico resta. Nella teoria delle coalizioni minime, quella tra Meloni e Schlein sarebbe la più economica. E non solo sul piano dei numeri.

Non sarebbe la prima volta che il Pd governa o tratta con il principale partito della destra. Nel 2011 sostenne il governo Monti insieme al Pdl. Nel 2013, dopo un voto senza vincitori, nacque il governo Letta: Pd e Pdl nello stesso esecutivo, con la benedizione del Quirinale. Durò come larga intesa pochi mesi. A novembre Berlusconi decadde dal Senato, riportò Forza Italia all’opposizione e lasciò ad Alfano il compito di tenere in piedi la maggioranza.

Poi arrivò il Nazareno. Nel gennaio 2014 Renzi e Berlusconi siglarono un patto sulle regole del gioco: la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. Si ruppe un anno dopo, sull’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.

La lezione di quei precedenti è chiara. In Italia le convergenze tra centrosinistra e destra sono nate su due terreni: il primo è l’emergenza, come con Monti; il secondo le regole istituzionali, come con il Nazareno. Si sono poi sciolte su un evento simbolico, una decadenza o un’elezione presidenziale.

Oggi tra Pd e Fratelli d’Italia il quadro è rovesciato. I due partiti convergono su quasi tutto ciò che riguarda la collocazione internazionale e la politica economica. Si dividono proprio lì dove il Nazareno aveva trovato l’accordo, ossia sulle istituzioni.

Relativamente alle grandi coordinate di sistema, Pd e Fratelli d’Italia stanno nello stesso perimetro. Entrambi sostengono l’Ucraina, entrambi accettano i vincoli di bilancio europei. Nessuno dei due coltiva più tentazioni antieuropeiste, a partire dall’uscita dall’euro che per anni ha fatto parte del lessico della destra sovranista, anche meloniana.

Al governo, Fratelli d’Italia ha portato avanti una politica fiscale prudente, nella sostanza non lontana da quella che avrebbe fatto il Pd. Prudente, non virtuosa: il deficit 2025 si è fermato al 3,1 per cento del Pil, e l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo slitta al 2027. Ma con un avanzo primario dello 0,8 per cento, la rotta è quella di chi non vuole porsi in contrasto aperto con Bruxelles. Sull’Ucraina, poi, la linea di Meloni è stata più netta di quella di una parte del centrosinistra, dal Movimento 5 stelle ad Alleanza Verdi e Sinistra.

Sono, in sostanza, due partiti responsabili. La convergenza è reale, ed è il frutto della conversione di Fratelli d’Italia, un partito che ha sacrificato la propria retorica sovranista sull’altare della ricerca di cultura di governo.

Le vere distanze strutturali, ad oggi, rimangono tre, e nessuna riguarda i temi su cui di solito si concentra la polemica.

La prima è istituzionale. Fratelli d’Italia ha fatto del premierato una bandiera. Il Pd, al contrario, si è attestato su una difesa conservatrice dell’impianto costituzionale esistente. Il referendum sulla riforma della giustizia lo ha mostrato con chiarezza, col conservatorismo costituzionale del Pd premiato dagli elettori. Resta la distanza più difficile da colmare, e il punto esatto in cui il Nazareno si rovescia: allora l’accordo era sulle regole, oggi le regole sono il terreno dello scontro.

La seconda riguarda l’idea di Europa. Il Pd resta europeista in senso stretto, con un’ottica più federale, a partire dal superamento del diritto di veto. Meloni rimane ancorata all’idea di una confederazione di Stati sovrani. È una differenza reale, ma non insormontabile, perché sul metodo dell’integrazione una sintesi si può trovare, come dimostra la tessitura dei rapporti quotidiani tra Palazzo Chigi e Bruxelles.

La terza riguarda i compagni di viaggio. Non convince chi contesta a Fratelli d’Italia il rapporto mai del tutto chiuso con l’eredità missina, il presunto tentativo di controllo sull’informazione o la linea sui diritti civili. Ma il problema si concentra in realtà su alcune scelte di campo che restano. A gennaio Meloni è comparsa nello spot elettorale di Viktor Orbán: una scelta da rigettare, divenuta per di più una scommessa persa. Lo stesso vale per il rapporto ondivago con Donald Trump, complicato da gestire per chi governa, ma ancora ambiguo.

Sul Pd, il punto debole non sta tanto nel partito in sé quanto nel suo ruolo di perno della coalizione. Sono gli alleati a rendere poco credibile il disegno del campo largo, e a pagarne il prezzo sono per primi gli stessi dem. Sulle questioni cardine, dall’Ucraina alla collocazione internazionale, il Movimento 5 stelle e Avs restano partner meno affidabili. Il Pd ne è sostanzialmente vincolato.

Fratelli d’Italia sembra, a prima vista, aver risolto meglio il problema. Meloni ha addomesticato la Lega di Salvini, oggi svuotata e indebolita. Ma l’elettorato sovranista si è, almeno in parte, spostato in direzione Vannacci, che corre fuori dalla coalizione ma rimane il partner che servirebbe a Meloni per arrivare alla maggioranza se il premio non scattasse.

La simmetria, insomma, regge. Due partiti-perno tutto sommato responsabili, ciascuno legato ad alleati meno affidabili proprio sulle questioni che più di tutte contano. Con una differenza: il Pd ha la sua zavorra dentro la coalizione, Fratelli d’Italia ce l’ha in parte dentro e in parte appena fuori dalla porta.

La seconda convergenza, speculare alla prima, è quella tra gli alleati dei due perni: le ali. A luglio, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione sui progressi dell’Ucraina verso l’adesione. Tra i contrari, fianco a fianco, Movimento 5 stelle, Lega e Futuro Nazionale, con Avs astenuta. A favore Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Pd. A giugno, alla Camera, cinquestelle e vannacciani chiedevano entrambi lo stop agli aiuti militari a  Kyjiv, mentre la Lega che a Roma vota con la maggioranza in Europa finisce per votare con il Movimento.

È il grande marasma della politica italiana. Sul tema che più di ogni altro dovrebbe definire un’alleanza di governo, la frattura passa tra i perni e le ali. E le ali dei due schieramenti si somigliano più di quanto somiglino ai rispettivi alleati.

A FdI manca forse l’ultimo salto per diventare quel partito conservatore di massa che la destra italiana non ha mai avuto. L’abbandono definitivo di certi compagni di viaggio, una scelta di campo senza ambiguità in Europa. Ma la strada è stata presa. Il Pd, dal canto suo, dovrà decidere se la sua cultura di governo vale più della coalizione che oggi la tiene in ostaggio, inseguendo il tentativo di imporre una vocazione maggioritaria, accantonando la rincorsa continua al movimentismo pentastellato, a tratti reazionario.

Nessuno, oggi, propone una grande coalizione tra Meloni e Schlein, ipotesi che rimane nell’alveo di una bizzarria politica di fondo, anche perché i due partiti hanno costruito la propria identità sulla reciproca delegittimazione, e lo Stabilicum è stato scritto proprio per evitare che il problema si ponga.

La domanda vera a questo punto diventa: perché un sistema bipolare costringe i due partiti più vicini sulle scelte di fondo agli antipodi, a combattersi aspramente, mentre li lega ad alleati che su quelle stesse scelte non sono affidabili?

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Le elezioni possono sconfiggere gli autocrati ma non bastano a ricostruire la democrazia

24 October 2026 at 03:45

Nel 1974 la Rivoluzione dei garofani apriva in Portogallo quella che Samuel Huntington avrebbe chiamato la «terza ondata di democratizzazione». Più di cinquant’anni dopo, quei guadagni sono quasi interamente svaniti. È la conclusione del decimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Gothenburg, il più ampio database al mondo sulla qualità democratica: oltre 4.200 esperti, più di 600 indicatori, 202 Paesi osservati dal 1789 a oggi. A fine 2025 il mondo conta 92 autocrazie e 87 democrazie; per il secondo anno consecutivo, le prime superano le seconde. Il 74 per cento della popolazione mondiale, circa sei miliardi di persone, vive in regimi autocratici. Solo il 7 per cento, 600 milioni, vive in una democrazia liberale: il dato più basso da oltre mezzo secolo.

C’è poi un dato che misura la dinamica del fenomeno. Sono 44 i Paesi oggi in un episodio di autocratizzazione, quasi un quarto delle nazioni del pianeta. Ospitano il 41 per cento della popolazione mondiale – 3,4 miliardi di persone, contro il 9 per cento del 2005 – e il 39 per cento del Pil globale. I Paesi che si stanno democratizzando sono appena 18 e insieme fanno il 5 per cento degli abitanti della Terra.

Secondo una ricerca del gruppo V-Dem citata nel rapporto, l’ondata attuale supera per durata, estensione e intensità quella degli anni Trenta. E la prima vittima è quasi sempre la stessa: la libertà di espressione, in peggioramento in 44 Paesi. La censura dei media è la tattica preferita da tre autocratizzatori su quattro, seguita dalla repressione della società civile, che colpisce ormai il 68 per cento dei casi.

Il capitolo più impressionante riguarda gli Stati Uniti. Nel 2024 il loro Liberal Democracy Index valeva 0,75; a fine 2025 è sceso a 0,57: meno 24 per cento in un solo anno, dal ventesimo al cinquantunesimo posto su 179 Paesi. È il calo annuale più ampio dell’intera serie storica americana, che V-Dem ricostruisce dal 1789. Gli Stati Uniti non sono più classificati come democrazia liberale, ma come democrazia elettorale. Il livello raggiunto è quello del 1965, l’anno del Voting Rights Act. Ma il paragone è ingannevole, e gli stessi autori lo avvertono. Allora il deficit era legale, ossia l’esclusione di milioni di cittadini dal voto e dai diritti civili. Oggi è istituzionale, figlio di un esecutivo che concentra potere svuotando i contrappesi.

I dati scompongono bene il meccanismo. I vincoli legislativi sull’esecutivo passano da 0,86 a 0,61, perdendo un terzo del loro valore e toccando il minimo da oltre cent’anni: un Congresso a maggioranza repubblicana che ha approvato 49 leggi, quasi tutte minori, mentre il presidente firmava 225 ordini esecutivi. La libertà di espressione scende da 0,94 a 0,73, il punto più basso dal dopoguerra. Diritti civili e uguaglianza davanti alla legge tornano ai livelli di fine anni Sessanta. A colpire è soprattutto la velocità. Viktor Orbán ha impiegato oltre quattro anni per produrre un calo comparabile; Aleksandar Vučić, otto; Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan, circa un decennio. A Washington è bastato un anno. Il rapporto osserva che una caduta così ripida, in genere, si registra solo dopo un colpo di Stato.

Resta un dettaglio decisivo: quello di un indice non crollato ancora di più solo perché le componenti elettorali vengono rivalutate negli anni di voto. Il punteggio 2025 riflette le elezioni del 2024, giudicate libere e regolari. Per questo le elezioni di midterm del 3 novembre saranno il vero banco di prova. E i segnali non sono rassicuranti: richieste del Dipartimento di Giustizia sulle liste elettorali di quasi tutti gli Stati, 24 Stati citati in giudizio per aver rifiutato, una perquisizione dell’Fbi negli archivi elettorali della contea di Fulton, in Georgia, e il 40 per cento dei funzionari elettorali che ha lasciato l’incarico dal 2020.

Per quel che riguarda l’Unione europea, l’autocratizzazione tocca oggi sette Stati membri. Tra i dieci nuovi autocratizzatori individuati quest’anno, cinque sono europei: Croazia, Italia, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito (extra-Ue). In Europa occidentale e Nord America la Grecia era l’unico caso; ora si aggiungono Italia, Regno Unito e Stati Uniti, che insieme pesano per il 59 per cento della popolazione della regione.

Va precisato cosa significa. L’Italia rimane una democrazia liberale, trentasettesima al mondo con un indice di 0,64, ma nella fascia di incertezza che la avvicina alla categoria inferiore. L’episodio di arretramento viene fatto partire dal 2021 e il calo rispetto al 2015 è statisticamente significativo. Non siamo l’Ungheria di Orbán né la Slovacchia di Robert Fico, ma siamo nella lista. Le voci che spiegano il dato sono quelle dell’informazione. L’Italia compare tra i Paesi in cui cresce l’autocensura dei media e tra quelli in cui aumenta lo sbilanciamento dell’informazione a favore di chi governa. Sono esattamente gli indicatori che, secondo V-Dem, cedono per primi.

C’è anche un contrappeso metodologico da tenere presente, e lo offrono gli stessi principal investigator di V-Dem in un commento allegato al rapporto. Le soglie che definiscono un «episodio» sono in parte arbitrarie; tra 2024 e 2025 il punteggio di 175 Paesi su 179 non è cambiato in modo significativo; le medie pesate per popolazione amplificano il peso di giganti come India e Stati Uniti. Proprio perché i cambiamenti sono lenti e poco visibili, accorgersene presto è l’unico modo per non doverli constatare a cose fatte.

Il rapporto contiene anche un dato fondamentale per chi fa politica: circa il 70 per cento degli episodi di autocratizzazione della terza ondata è stato poi invertito. V-Dem li chiama U-turn, inversioni a U. Va tenuto insieme all’altro elemento, meno consolatorio: quando una democrazia comincia a scivolare, nel 54 per cento dei casi finisce per crollare.

Le ricerche del gruppo di Gothenburg individuano tre fattori ricorrenti nelle inversioni riuscite. I freni istituzionali – quindi integrità elettorale, magistratura indipendente, un Parlamento che controlla davvero – sono le istituzioni che rallentano l’aggressione. Negli Stati Uniti il rapporto indica la Corte Suprema e il federalismo, cioè governi e tribunali statali che amministrano il voto.

C’è poi il motore sociale: un’opposizione unita, una società civile attiva, media indipendenti, mobilitazione pacifica e continua. Infine, il tempo. La maggior parte delle inversioni avviene entro la fine del primo ciclo elettorale; dopo, il potere si consolida e la finestra si restringe.

Gli esempi non mancano. In Polonia, la coalizione guidata da Donald Tusk ha interrotto nel 2023 otto anni di governo PiS. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto nel 2022 con una coalizione di nove partiti e Jair Bolsonaro è stato condannato. In Guatemala, Bernardo Arévalo si è insediato nonostante i tentativi di rovesciarne l’elezione. In Corea del Sud, le istituzioni hanno respinto la legge marziale di Yoon Suk Yeol.

E c’è un caso arrivato dopo la chiusura del rapporto, che ne conferma le argomentazioni. Il 12 aprile scorso, l’Ungheria, prima nella classifica degli autocratizzatori e autocrazia elettorale dal 2018, ha mandato a casa Orbán dopo sedici anni. Il Tisza di Péter Magyar ha conquistato la maggioranza dei due terzi, con un’affluenza record, oltre il 77 per cento. Un’opposizione finalmente unificata, un voto di massa, un campo ancora sufficientemente aperto. I tre ingredienti di V-Dem, visti all’opera nel caso più difficile d’Europa.

Attenzione però a scambiare l’alternanza per riparazione. La Polonia, dopo due anni, resta sotto i livelli democratici del 2015, perché smontare la cattura dello Stato si è rivelato più lento che costruirla. E lo Zambia, inversione celebrata nel 2021, è tornato a scivolare verso l’autocrazia elettorale. Vincere le elezioni resta insomma condizione necessaria, ma non sufficiente.

Il valore del rapporto V-Dem sta proprio nella capacità di diagnosi, che arriva precocemente. Le autocrazie del ventunesimo secolo nascono da un’erosione graduale: un’informazione più docile, un Parlamento che smette di controllare, una società civile messa sotto pressione. Processi lenti, quasi impercettibili, che possono diventare irreversibili. Per gli Stati Uniti le elezioni di midterm saranno il momento della verità. Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è invece che le leve funzionano finché il campo resta aperto. Difendere l’indipendenza dei media, la forza dei contrappesi, l’unità di chi si oppone e la capacità di agire presto è manutenzione ordinaria. E come ogni manutenzione, costa molto meno farla prima.

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A Orvieto i riformisti vogliono dare al centrosinistra un metodo per governare

20 October 2026 at 03:45

Domenica scorsa, alla Nuvola dell’Eur, l’Assemblea nazionale del Partito democratico ha prorogato all’unanimità il mandato della segretaria nel caso in cui la scadenza cada in un anno di elezioni politiche. E ha approvato un ordine del giorno che stabilisce che, se ci saranno primarie di coalizione, il Pd presenterà una sola candidata: Elly Schlein. Su questo secondo punto i voti sono stati 578 a favore e 3 contrari; 26 gli astenuti. E gli astenuti sono i riformisti: a spiegarne le ragioni, a nome dell’area, è stato Lorenzo Guerini. Quella scelta, secondo la minoranza, forza lo statuto del partito.

Il 24 e 25 ottobre, nell’aula magna del Centro Studi «Città di Orvieto», quella stessa area si ritrova fuori dal perimetro del Nazareno, insieme a pezzi di riformismo che nel Pd non sono mai entrati o ne sono usciti. Libertà Eguale e Base Italia tengono congiuntamente le loro assemblee nazionali con un titolo che, letto dopo le ultime vicende, suona quasi come una replica: «Riformisti, un passo avanti» – lungi comunque dal voler essere un regolamento di conti interno, piuttosto un rilancio.

Orvieto è da più di venticinque anni la casa di Libertà Eguale, l’associazione di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini e Claudia Mancina, nata dall’incontro tra la tradizione migliorista del Pci, il cattolicesimo democratico e il socialismo riformista. È il luogo in cui, edizione dopo edizione, la sinistra di governo ha discusso di riforme istituzionali, di mercato e di Europa senza il riflesso condizionato della demonizzazione dell’avversario.

La novità di quest’anno è la presenza di Base Italia, start-up civico-politica coordinata da Marco Bentivogli, che porta l’esperienza di un riformismo cresciuto fuori dai partiti, tra mondo del lavoro, innovazione e attivismo politico continuo. In sostanza, il riformismo italiano, ancora frammentato in correnti, associazioni e sigle, prova a darsi un’infrastruttura comune.

Il programma delle giornate va letto come architrave politico. I quattro focus tematici del weekend coincidono, presi singolarmente, con i nodi su cui l’alleanza progressista è più fragile, che rischiano di diventare vere e proprie fratture. Si comincia sabato mattina con l’Ucraina, con Paolo Gentiloni, Lia Quartapelle e Tonini. Il sostegno a Kyiv in apertura, nel momento in cui la coalizione alternativa a Giorgia Meloni tiene dentro sensibilità molto distanti sulla politica estera e sulla difesa europea, significa dire che per i riformisti la collocazione internazionale dell’Italia è precondizione, ben oltre l’idea di un capitolo da negoziare a valle del programma.

Nel primo pomeriggio, focus sulle istituzioni, moderato da Emilia Patta. Tavolo con Peppino Calderisi, Ceccanti, Cesare Salvi e Marcello Pera. Dibattito tra esperti che arriva in una fase in cui la maggioranza ha approvato la sua riforma elettorale, sulla quale la Corte costituzionale è attesa a pronunciarsi entro la fine di gennaio. Proprio sulle regole, l’opposizione ha spesso scelto la battaglia a prescindere, a volte fuori dalla concretezza delle cose. Orvieto prova a rivendicare un’altra postura: quella di chi le riforme le contesta nel merito perché ha una propria idea di come dovrebbero essere fatte, di come migliorarle.

A pomeriggio inoltrato, si parla di energia con Federico Testa e Carlo Stagnaro, con le conclusioni di Morando. Domenica mattina tocca al governo dell’economia, con Bentivogli, Sandro Trento, Marco Leonardi e Giorgio Gori, con chiusura finale affidata a Mancina. Energia ed economia sono i due terreni su cui la distanza tra una sinistra che inizia dalla redistribuzione e una che parte da crescita e opportunità diventa una caratterizzazione di policy: costi e sicurezza degli approvvigionamenti, produttività, salari, politica industriale.

Orvieto, in ogni caso, si pone l’obiettivo di non offrire soltanto una proposta, ma ancor più un metodo. Il riformismo, prima di essere un’etichetta di collocazione, è un modo di costruire le scelte pubbliche. Si parte dai problemi e non dalle appartenenze, si mettono le soluzioni alla prova dei numeri e della fattibilità, si accetta il confronto con chi la pensa diversamente, avversario compreso – perché una riforma che non regge alla critica non regge nemmeno alla prova del governo.

Ogni focus ha un perimetro definito, i relatori sono scelti per competenza, ai tavoli siedono anche voci lontane dal centrosinistra. È un metodo esportabile, ed è forse ciò di cui l’alternativa a Meloni ha più bisogno. Un cammino per arrivare a un programma che regga l’urto della realtà.

Il secondo elemento riguarda chi propone. Un’iniziativa nata per allargare non può sorgere dentro un partito né attorno a un leader. Chi parte da una sigla o da un nome chiede agli altri di aderire, più che di contribuire. Per essere credibile, deve nascere da realtà dell’associazionismo, dall’attivismo di terzo settore, pur con una caratterizzazione politica evidente e rivendicata. Sono le sole in grado di funzionare da piattaforme programmatiche, luoghi in cui le idee circolano oltre i personalismi e gli ego che da anni paralizzano l’area riformista, condannandola a moltiplicare le sigle invece di sommare i consensi. Che Libertà Eguale e Base Italia abbiano scelto di presentarsi come quel che sono, e cioè associazioni, invece che di conformarsi all’ennesimo cantiere di un nuovo partito, è da questo punto di vista la scelta più politica di tutte.

Poi c’è un tema che non è in scaletta, ma che tutti avranno in testa. Lo dice esplicitamente Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale: oltre ai focus tematici, a Orvieto ci sarà «una riflessione in positivo sul percorso delle forze di opposizione verso una credibile alternativa di governo. Sarebbe funzionale a questo percorso una primaria in tempi ragionevolmente brevi, a doppio turno, col coinvolgimento di tutte le anime del centrosinistra nel loro pluralismo, di cui vari leader devono rappresentare la sintesi».

In tempi ragionevolmente brevi, mentre il Nazareno ragiona su un calendario che porta le primarie a dopo la sentenza della Consulta. A doppio turno, la formula che il Movimento 5 Stelle rifiuta e che il Pd non ha ancora fatto propria. Tutte le anime, all’indomani di un voto che ha ridotto l’anima riformista del Pd a un’astensione di fondo. Altro che tecnicismi: con più candidature in campo, il doppio turno è il meccanismo che consente a un’area minoritaria ma decisiva di pesare due volte, al primo turno con una proposta propria, al secondo indirizzando i propri voti tra i due contendenti principali.

È qui che la composizione della platea si arricchisce. Tra gli interventi previsti ci sono Enzo Bianco, Franco Debenedetti, Benedetto Della Vedova, Graziano Delrio, Piero Fassino, Elisabetta Gualmini, Guerini, Raffaella Paita e Walter Verini. Esponenti dem, di +Europa, di Italia Viva, di Azione. Un riformismo che attraversa i partiti di coalizione e opposizione, invece di abitarne uno solo, dove Orvieto diventa arena comune del riformismo.

«Guardando alla realtà, vedo purtroppo accrescersi la distanza tra le posizioni prevalenti nel centrosinistra di governo europeo (di cui il Pd fa parte) e quelle della costruenda coalizione italiana. Teniamo ora l’Assemblea di Orvieto per tentare una riconciliazione con queste posizioni. Il momento per provare è adesso», spiega a Linkiesta Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale. «Vogliamo insistere per la massima apertura della coalizione sia sul tema della leadership, sia sul terreno programmatico. Una ricerca promossa da Libertà Eguale, in collaborazione con Magna Carta, dimostra che una parte significativa dell’elettorato di centrosinistra si ispira a obiettivi di governo, capaci di realizzare un cambiamento radicale. Se la coalizione si chiude, presentandosi confinata nel segmento della sinistra identitaria, limita le proprie concrete possibilità di vittoria. Aprire sia le primarie per la leadership, sia il lavoro programmatico a tutte le diverse energie è il nostro obiettivo. Ed è la condizione per vincere».

Il riformismo, insomma, si organizza e va organizzato. È la promessa giusta, e anche quella più difficile da mantenere. I riformisti italiani hanno avuto raramente un problema di idee; hanno però avuto a lungo un problema di consenso, di radicamento, di capacità di trasformare la qualità delle proposte in voti e in rapporti di forza. La differenza, questa volta, la farà la capacità di uscire dalla due giorni con qualcosa che somigli a un’idea da percorrere. Una direzione comune su Europa, istituzioni ed economia, una posizione di sintesi sulle regole delle primarie, magari un’indicazione su chi debba portarla.

Il centrosinistra che ha deciso alla Nuvola di semplificarsi attorno a una leadership avrà bisogno, per vincere, di chi parla agli elettori che quella leadership non intercetta. Se Orvieto saprà diventare quel ponte, il passo avanti potrà imprimere davvero un cambio di marcia importante.

I lavori saranno trasmessi in diretta da Radio Radicale.

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