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Nucleare, l’ultima di Pichetto sul deposito: “Se non arrivano candidature, ci sono le aree militari”. Ma dimentica la lezione di Scanzano

28 October 2026 at 14:52

Deposito nazionale delle scorie nucleare, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ne spara un’altra: “Stiamo riaprendo la fase delle candidature (dei Comuni per ospitarlo, ndr). Se non ci fossero candidature, ci sono le aree militari”. Lo ha detto, intervenendo all’Assemblea di Confindustria Energia, a Roma. Premessa: l’Italia ha bisogno di quel deposito per non essere costretta a continuare a pagare a caro prezzo lo stoccaggio tra Francia e Regno Unito e per tenere le scorie in un posto più sicuro almeno rispetto ai depositi temporanei. Ma le parole del ministro aprono all’ennesima ipotesi ventilata negli ultimi anni, anche dallo stesso Pichetto Fratin. Il fatto è che la partita delle candidatura è da giocare tutta in salita. Una manciata di giorni fa, nel corso di un incontro organizzato alla Provincia di Viterbo, il territorio ha fatto fronte comune: nessuno dei siti della Carta Nazionale delle Aree Idonee (Cnai) individuati nella Tuscia – che sono ben 21 su un totale di 51 – rispetta i criteri di sicurezza richiesti. Da anni comitati, sindaci, Provincia di Viterbo e associazioni osteggiano l’ipotesi che il deposito possa finire nel Viterbese, tanto che a giugno scorso la protesta è arrivata anche nella Capitale. Così Pichetto esplora nuove possibilità, ossia le aree militari. Ma dimentica la storia recente del Paese. Perché c’è un precedente storico: non riguarda un sito militare, ma una decisione calata dall’alto, quella sì.

Il ministro Pichetto Fratin la spara grossa ma dimentica la lezione di Scanzano

Era il 2003, quando con il decreto-legge 314 il Governo Berlusconi dell’epoca decise d’imperio che le cave di salgemma di Terzo Cavone, a Scanzano Jonico (Matera), in Basilicata, avrebbe ospitato il sito nazionale per le scorie nucleari accumulate dalla dismissione delle centrali italiane e da attività di ricerca. Il decreto era intitolato “Disposizioni urgenti per la raccolta, lo smaltimento e lo stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi” e definita il deposito come un’“opera di difesa militare di proprietà dello Stato”. Il sito quindi, come assicurava il governo non si sa su quali basi, avrebbe dovuto accogliere “in condizioni di massima sicurezza” scorie di seconda e terza categoria, rispettivamente quelle di bassa e media attività e quelle di alta attività che richiedono migliaia di anni per perdere pericolosità. Sono, per intenderci, le scorie che in futuro verranno trasferite definitivamente in un deposito geologico a centinaia di metri di profondità. Quella decisione, presa senza consultare la popolazione locale, scatenò una rivolta popolare di massa, mobilitazione che durò 15 giorni. Iniziò la mattina del 13 novembre, quando i cittadini della Basilicata appresero dai giornali del decreto. I primi blocchi furono organizzati il giorno stesso da un comitato spontaneo di cittadini, agricoltori e sindaci. La protesta si trasformo in pochi giorni in una insurrezione pacifica di tutta la regione: venne occupata la strada statale 106 Jonica che collega Taranto a Reggio Calabria, oltre alla stazione di Metaponto. Vennero montate tende sui binari e la popolazione si organizzò in turni di giorni e turni di notte, cucinando in strada e offrendo solidarietà a chi manifestava. Il 23 novembre 2003, il momento storico, la ‘Marcia dei centomila’, un corteo sterminato sul litorale ionico. Alla fine, il secondo Governo Berlusconi dovette arrendersi: il 27 novembre il decreto venne emendato in Parlamento, ma il riferimento a Scanzano Jonico fu ufficialmente cancellato dal testo.

L’extrema ratio e le altre proposte (con meno ratio) di Pichetto

La domanda è lecita: cosa sarebbe accaduto se le comunità locali non fossero insorte? Di fatto, da allora, è nato un certo orientamento tecnico all’interno dei vari ministeri secondo cui, senza il consenso della popolazione, l’extrema ratio potrebbe essere la zona militare off-limits. Un’area su cui sindaci e presidenti delle province vari non hanno potere, ma comunque un’area del territorio, in alcuni casi interne agli stessi centri urbani. Lo sa bene Pichetto che, prima di parlare delle aree militare, le ha dette tutte. Una delle proposte più eclatanti è stata quella di cui ha parlato a settembre 2024: “Il deposito delle scorie nucleari non lo vuole nessuno? E allora ne facciamo tre: uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud. E i rifiuti più radioattivi, quelli delle vecchie centrali, li lasciamo all’estero. A pagamento”.

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Crisi climatica, 3 milioni di vittime in otto anni solo per il caldo estremo. L’allarme di Lancet: “Si dichiari l’emergenza sanitaria”

28 October 2026 at 10:05

Molti danni alla salute legati al climate change si stanno aggravando più rapidamente rispetto a 10 anni fa perché le azioni per il clima non sono riuscite a tenere il passo. Basti pensare che, dopo l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi del 2015, la media annuale dei decessi legati al caldo è aumentata di quasi il 36% a livello globale. Tra il 2016 e il 2023 si stima che il caldo estremo abbia causato quasi 3 milioni di decessi, 710 mila nel solo 2023, di cui oltre il 70% attribuibile ai cambiamenti climatici causati dall’uomo. Per questa ragione “il cambiamento climatico deve essere formalmente dichiarato un’emergenza sanitaria globale” e la salute deve influenzare sia le politiche climatiche sia le priorità di finanziamento per la prevenzione del climate change. È questo l’appello lanciato dagli esperti alla luce del decimo rapporto ‘The Lancet Countdown on Health and Climate Change’, frutto del lavoro di 146 ricercatori provenienti da oltre 100 istituzioni di più di 30 Paesi, coordinato dall’University College London e realizzato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità. Il report monitora 54 indicatori relativi agli impatti del cambiamento climatico e agli effetti delle azioni per il clima sulla salute, inclusi quattro nuovi indicatori che riguardano la disponibilità di acqua nel territorio, la valutazione dell’impronta di gas serra del settore sanitario, i finanziamenti per la ricerca sanitaria legata al clima e l’impegno legislativo sui temi della salute e del cambiamento climatico.

I piani di adattamento e il trattato contro i combustibili fossili

Il lavoro è stato pubblicato in vista della 31esima Conferenza Onu Cop31, che inizierà il 9 novembre in Turchia ma anche a poche ore dalla presa di posizione della Commissione Ue. Il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato da Bruxelles, infatti, prevede che siano i singoli Paesi a elaborare i piani strategici per adattarsi all’aumento delle temperature globali . E, per la cronaca, sempre in vista della Cop, per la quarta volta nella storia il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione in cui chiede che sia adottato un trattato di non-proliferazione dei combustibili fossili appoggiato, tra gli altri, proprio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Gli sforzi insufficienti analizzati nel rapporto

Dal rapporto emerge quanto gli investimenti in energie pulite, la preparazione dei sistemi sanitari e la regolamentazione a tutela della salute, che pure hanno apportato benefici alle comunità locali, non sono comunque riusciti a compensare i danni in rapida crescita causati dai cambiamenti climatici indotti dai combustibili fossili. Nel 2025 una siccità estrema ha colpito quasi il 52% delle terre emerse del pianeta per almeno un mese (il secondo livello più alto mai registrato), mentre una nuova analisi basata su immagini satellitari suggerisce che, dal 2003, l’80% delle terre emerse ha subito variazioni significative nei modelli di aumento delle condizioni di accumulo di acqua sotterranea, sia secca che umida, con implicazioni per la sicurezza alimentare e i servizi igienico-sanitari. A livello globale, gli investimenti nelle energie pulite hanno raggiunto la cifra record di 2,1 trilioni di dollari nel 2025, quasi il doppio di quanto investito nei combustibili fossili, e un’aria più pulita ha evitato circa 323mila decessi l’anno in almeno 77 Paesi in cui l’inquinamento atmosferico derivante dai combustibili fossili è diminuito dal 2016. Eppure, nonostante questa nota positiva, i combustibili fossili forniscono ancora oltre l’80% dell’energia mondiale e le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas sono in procinto di superare del 150% i livelli di produzione compatibili con un aumento della temperatura di 1,5°C entro il 2040, rispetto al 138% dell’anno scorso. “Adesso abbiamo la prova che l’azione climatica incentrata sulla salute funziona: aria più pulita, sistemi sanitari e di allerta più resilienti proteggono la salute e salvano vite umane in tutto il mondo” spiega Anthony Costello, co-presidente del Lancet Countdown, ma “il ritmo e la portata della riduzione delle emissioni rimangono completamente sproporzionati rispetto al ritmo e alla portata del danno”.

Uno sguardo all’Italia

L’Italia è uno dei Paesi più colpiti in Unione Europea. il caldo estremo grava sempre più sulla salute e sui mezzi di sussistenza, con un’esposizione alle ondate di calore nettamente superiore tra i bambini piccoli e gli anziani, un aumento delle perdite economiche dovute ai decessi legati al calore e perdite sostanziali nella capacità lavorativa, in particolare nel settore dell’edilizia. Ma anche in altri ambiti, come ad esempio l’agricoltura (Leggi l’approfondimento). Secondo il report, senza il cambiamento climatico, non si sarebbe mai verificato l’82,7% dei giorni soggetti a ondate di calore a cui la popolazione in Italia è stata mediamente esposta tra il 2021 e il 2025. La perdita potenziale di reddito dovuta alla ridotta capacità lavorativa causata dal calore è stata di 4,6 miliardi di dollari nel 2025. I lavoratori del settore dell’edilizia sono stati i più gravemente colpiti, subendo il 44% delle perdite.

Marina Romanello (direttore esecutivo Lancet Countdown): “È emergenza sanitaria”

“A 10 anni dall’Accordo di Parigi, i nostri risultati sono inequivocabili: i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici stanno crescendo più rapidamente della risposta globale e, in molti casi, stanno addirittura accelerando” afferma Marina Romanello, direttore esecutivo del Lancet Countdown, secondo cui “i progressi sono stati troppo lenti, troppo modesti e non raggiungono coloro che ne hanno più bisogno. Per questo chiediamo che i cambiamenti climatici vengano formalmente riconosciuti come un’emergenza sanitaria globale, con la salute posta al centro di ogni decisione in materia di clima”. I numeri illustrati nel report, continua, “indicano chiaramente un’emergenza” e “i rischi diventano ancora più gravi se si considera come i diversi pericoli interagiscono e si sommano”. Romanello pone l’accento sul fatto che non si tratta di “un peggioramento graduale, ma di un cambiamento improvviso che deve essere riconosciuto come l’emergenza sanitaria globale che è”. La giusta direzione è già nota, il problema è la velocità.

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Lotta a povertà e disuguaglianze, l’Italia è messa peggio di 15 anni fa: arretra su 5 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030

28 October 2026 at 09:02

A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, non solo l’Italia è in netto ritardo rispetto agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), ma nel 2025 sei dei 17 Obiettivi Onu peggiorano. E appare non raggiungibile il 58% dei target quantitativi fissati al 2030 (tra i 38 analizzati) per i vari goal. Un ritardo che si riflette sulla vita delle persone: oltre 5,4 milioni in povertà assoluta, il 94,5% dei Comuni a rischio idrogeologico e quasi un giovane su cinque con disagio psicologico. Il peggioramento relativo all’ultimo anno analizzato, è accentuato per povertà (goal 1) e acqua pulita e servizi igienico-sanitari (goal 6), ma che riguarda anche imprese e innovazione (goal 9), città sostenibili (11), parità di genere (5) e partnership per gli obiettivi (goal 17). Guardando al lungo periodo, però, quindi tra il 2010 e il 2025, per 10 goal su 17 la situazione risulta “insoddisfacente o critica”. È quanto emerge nell’undicesima edizione del Rapporto dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile – Est (ASviS), che valuta l’avanzamento del nostro Paese, dei suoi territori e dell’Unione europea verso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu.

Rispetto al 2010, l’Italia è peggiorata per cinque Obiettivi: sconfiggere la povertà (goal 1), acqua pulita e servizi igienico-sanitari (goal 6), ma anche ridurre le disuguaglianze (goal 10), vita sulla Terra (goal 15), pace, giustizia e istituzioni solide (goal 16). Il dossier – presentato a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati – va letto anche alla luce di quanto sta avvenendo nelle piazze italiane ed europee, perché è nei dati che si trovano le cause del malcontento. “Dei 38 obiettivi analizzati, solo 11 (il 29% del totale) sono raggiungibili o avvicinabili, cinque (il 13%) hanno un andamento discordante e ben 22 non appaiono raggiungibili” spiega Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, secondo cui “stiamo assistendo a una ‘regressione insostenibile’, i cui costi economici e sociali crescono, alimentando sfiducia e tensioni sociali”.

Enrico Giovannini: “Scelte politiche dannose”. Gli effetti sui più giovani

“Dietro questi dati ci sono persone, imprese, istituzioni ed ecosistemi che vedono la propria condizione peggiorare o non migliorare anche per scelte politiche dannose o, nella migliore delle ipotesi, miopi” commenta Giovannini. Scelte che privilegiano la condizione dei già ricchi e non dei più poveri, ma anche “il ritorno economico immediato invece che investimenti lungimiranti, vantaggi politici di breve termine, invece che il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e della qualità dell’ambiente”. Sono 1,1 milioni i minori che vivono in famiglie che sono in povertà assoluta, solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato a fronte dell’obiettivo del 45% entro il 2030, la riduzione della dispersione scolastica si accompagna ad un peggioramento delle competenze degli studenti. Circa il 16% degli adolescenti e delle adolescenti e quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni presentano disagi psicologici e oltre 600mila minori sono seguiti dai Dipartimenti di salute mentale. L’ASviS propone un’agenda di interventi da attuare subito e nella prossima legislatura, con particolare attenzione al contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, alla competitività del sistema produttivo, alla transizione ecologica e digitale, alla salute, all’istruzione e al lavoro. Tra le proposte “di sistema” si segnalano l’assunzione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, attualmente oggetto di revisione da parte del Governo.

Gli obiettivi su cui si rallenta di più negli ultimi 15 anni: povertà e acqua

Per quanto riguarda il goal numero 1 (sconfiggere la povertà), il peggioramento è dovuto principalmente all’aumento delle incidenze della povertà assoluta individuale (+2,9%) e di quella relativa (+2,1). Una situazione recentemente raccontata dall’Istat nel suo rapporto sulla povertà assoluta in Italia e nel quale si parla anche di caro vita e povertà alimentare (Leggi l’approfondimento). L’altro goal su cui l’Italia è peggiorata di più nel lungo periodo è quello relativo all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Si è aggravata la dispersione idrica (+7,7% tra il 2010 e il 2022), mentre le disuguaglianze fra i territori, già alte dal 2010, continuano ad aumentare nel tempo. In questo caso, L’obiettivo quantitativo analizzato per il Goal 6 prevede la riduzione del 15%, entro il 2026, della dispersione delle reti idriche rispetto ai valori del 2015. L’indicatore evidenzia gravi criticità, con un valore nel 2022 pari al 42,4% e una dispersione che risulta in crescita, determinando un allontanamento dall’obiettivo.

Gli altri obiettivi su cui l’Italia è peggiorata negli ultimi 15 anni

Per quanto riguarda il goal 10 (ridurre le disuguaglianze), l’Italia dovrebbe ridurre entro il 2030 la disuguaglianza del reddito netto, ai livelli osservati nel migliore dei Paesi europei, ma l’andamento è insufficiente per raggiungere o avvicinare il target. L’indice complessivo peggiora nel lungo periodo (e di nove punti) anche per il goal 15, che riguarda la ‘vita sulla terra’, a causa del continuo aumento del consumo di suolo, il cui indice è passato da 103,1 del 2012 a 106,3 nel 2024. Le differenze fra i territori risultano tra le più ampie rispetto ai 17 SDGs e aumentano nel corso del tempo. In questo caso sono due gli obiettivi monitorati: il primo prevede di azzerare l’aumento del consumo di suolo annuo entro il 2030. La situazione italiana è estremamente critica (Leggi l’approfondimento), in quanto nel periodo considerato il consumo di suolo ha continuato a crescere: nel 2024 sono stati utilizzati 13,3 nuovi ettari di suolo (ogni 100mila) rispetto al 2023. Ameno di interventi drastici di tipo normativo, l’obiettivo non è raggiungibile. E vale lo stesso per il target che prevede di raggiungere la quota del 30% delle aree terrestri protette entro il 2030. Per quanto riguarda il goal 16 (pace, giustizia e istituzioni solide), sono monitorati due obiettivi: il primo prevede di azzerare il sovraffollamento negli istituti di pena entro il 2030. Ma se il fenomeno si è ridotto dal 151% del 2010 al 105% del 2020, negli ultimi cinque anni si è avuto un peggioramento che ha riportato il sovraffollamento al 124%. “Queste dinamiche contrastanti – si spiega nel report – non consentono di valutare la raggiungibilità dell’obiettivo”. Il secondo prevede di ridurre, entro il 2026, del 40% la durata media dei procedimenti civili rispetto al 2019. Anche se si registra una riduzione complessiva della durata dei procedimenti, la tendenza di lungo termine non appare sufficiente ad avvicinare l’obiettivo.

L’Italia rallenta (ma non è sola)

Guardando all’andamento degli ultimi quindi anni, oltre all’arretramento per i cinque obiettivi citati, l’Italia registra una sostanziale stabilità per cinque Goal: sconfiggere la fame (goal 2), salute e benessere (goal 3), imprese, innovazione e infrastrutture (goal 9), città e comunità sostenibili (goal 11) e partnership per gli obiettivi (goal 17). Miglioramenti limitati per altri cinque goal: istruzione di qualità (goal 4), parità di genere (goal 5), energia pulita e accessibile (goal 7), lavoro dignitoso e crescita economica (goal 8) e lotta contro il cambiamento climatico (goal 13), ma con limiti importanti in diversi obiettivi quantitativi. In realtà, aumenti significativi riguardano solo economia circolare (goal 12) e vita sott’acqua (goal 14). Per cogliere l’andamento complessivo del nostro Paese rispetto all’Agenda 2030 è stato anche calcolato, per la prima volta, un indicatore che sintetizza i 17 indici. Tra il 2010 e il 2025, l’indice totale mostra un aumento inferiore ai tre punti percentuali, quindi estremamente contenuto. “Il mondo di oggi è molto diverso da quello che ci eravamo impegnati a costruire con l’Agenda 2030 – spiega Marcella Mallen, presidente dell’ASviS – ogni ulteriore rinvio aumenta i costi sociali, economici e ambientali, soprattutto per i più deboli. Prendere atto di questi risultati deve spingerci a rafforzare l’impegno, non ad abbandonarlo”. Il ritardo italiano non differisce da un quadro europeo e mondiale preoccupante. Nell’Unione europea la quota dei traguardi quantitativi raggiungibili entro il 2030 scende dal 53% al 47% e sette Obiettivi registrano un peggioramento nell’ultimo anno (povertà, salute, istruzione, disuguaglianze, vita sott’acqua, giustizia e istituzioni solide e partnership) e solamente per uno (sconfiggere la fame) si registra un miglioramento. A livello mondiale soltanto il 15% dei Target dell’Agenda 2030 è sulla buona strada per essere conseguito.

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Crisi climatica e agricoltura: a pagare il costo dell’adattamento gli ultimi anelli della filiera, piccole aziende e braccianti

28 October 2026 at 06:13

Quando il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, il sistema applica un meccanismo distorto ormai ben noto: costi e rischi si scaricano sugli anelli più deboli, sui piccoli produttori e lavoratori spesso sfruttati. Le mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori contro il caro gasolio e, per quanto riguarda i coltivatori, la bassa redditività della filiera (Leggi l’approfondimento) stanno mettendo in luce ancora una volta le distorsioni del sistema. A dieci anni dall’approvazione della legge sul caporalato, però, c’è un tassello che all’epoca non aveva lo stesso peso specifico e che ora è importante analizzare: la crisi climatica sta ridisegnando l’economia strutturale e l’organizzazione del lavoro nelle campagne. Il cambiamento climatico non crea lo sfruttamento, ma lo rende più pericoloso. E rischia di renderlo più conveniente con stagioni più incerte, rese più instabili e margini più stretti per chi produce. Lo racconta il rapporto “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, scritto da ‘Terra!’ ed EStà – Economia e Sostenibilità. Il dossier unisce per la prima volta in un’unica analisi l’impatto del riscaldamento climatico sulle imprese agricole e la tutela della salute e dei diritti dei lavoratori della terra. “Un decennio fa la normativa si concentrava opportunamente sull’impianto sanzionatorio penale e sul contrasto all’intermediazione illecita dei caporali, oltre che su quello alle disfunzioni di filiera, ma oggi la crisi climatica agisce come un formidabile moltiplicatore dello sfruttamento dei lavoratori e un ulteriore elemento di crisi che investe il mondo produttivo e aziendale” spiega Fabio Ciconte, presidente di ‘Terra!’.

La crisi climatica e gli effetti sulla filiera e sulle produzioni

Il dossier si sviluppa in tre parti. Nella prima, si ricostruisce lo stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici in Italia e sui loro effetti, da un lato sulla salute e sui diritti di chi lavora nei campi, dall’altro sulle imprese agricole. Il lancio dell’indagine avviene in concomitanza con le manifestazioni dei produttori agricoli che denunciano un comparto al collasso e chiedono una giusta redistribuzione del valore lungo la filiera. In questo scenario già così vulnerabile, i dati economici raccolti dal rapporto sono impietosi, come quelli del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e del Piano Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici (Leggi l’approfondimento): in assenza di pronti interventi di adattamento, entro il 2050 il calo della produzione agricola italiana è stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno nello scenario più ottimistico, e supera i 30 miliardi di euro l’anno nelle proiezioni più severe. Il decremento del valore dei terreni agricoli entro fine secolo, inoltre, può arrivare tra gli 87 e i 162 miliardi di euro, negli scenari più pessimistici.

Se il clima rende pericoloso il lavoro

Prima ancora di tradursi in una perdita di raccolto, in un aumento dei costi di produzione o in una riduzione della redditività delle imprese, il cambiamento climatico si manifesta come fatica, disidratazione, perdita di concentrazione e maggiore rischio di infortunio. A differenza di molti altri settori produttivi, l’agricoltura non può semplicemente spostare il lavoro al chiuso o rinviarlo a giorni migliori. “I tempi biologici delle colture e degli allevamenti continuano a dettare il calendario della produzione anche quando le condizioni climatiche diventano proibitive. È questa dipendenza dai cicli naturali – scrivono gli autori – a rendere il lavoro agricolo uno dei più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico”. Il 2 agosto scorso, Gheorghe Marian Burjan, un bracciante di 19 anni, cittadino straniero residente nel Piacentino, si è accasciato mentre raccoglieva pomodori in un campo di Stagno Lombardo, nel Cremonese. Soccorso dai colleghi e trasportato d’urgenza con l’elisoccorso all’ospedale Maggiore di Cremona, è morto in serata. Il 29 giugno 2026 Tahar El Haddad, bracciante marocchino di 55 anni, è morto a Borgocarbonara, nel Mantovano, mentre raccoglieva angurie per un’azienda agricola di Magnacavallo, in giorni in cui le temperature nella provincia hanno superato i 40°C. Pochi giorni prima, a Roverbella, sempre in provincia di Mantova a perdere la vita era stato Stefano Vicentini, agricoltore di 66 anni, mentre lavorava sul trattore, mentre a Rodigo un bracciante di 48 anni era stato ricoverato in gravi condizioni dopo un malore durante la raccolta dei meloni. Secondo la Flai Cgil, tra il 14 giugno e il 3 agosto 2026 almeno sedici lavoratori agricoli hanno perso la vita in Italia, di cui cinque a causa delle temperature estreme. Nell’Unione Europea la mortalità sul lavoro causata dal calore estremo è cresciuta del 42% dal 2000, segnando un incremento superiore a qualsiasi altra macro-regione del mondo.

Le zone d’ombra in assenza di regole

La seconda parte del dossier è un’inchiesta sul campo condotta in Puglia durante la scorsa estate, nelle aziende e negli insediamenti informali di questa regione, epicentro storico delle lotte sindacali e prima regione nel 2021 a introdurre una specifica ordinanza regionale “anti caldo”. Nel 2026, il territorio pugliese ha registrato perdite localizzate sui raccolti dal 50% al 60% nelle aree del tarantino e del brindisino e, nel 2025 (rispetto al 2023) un calo strutturale di 4mila ettari coltivati a pomodoro da industria a causa della siccità. L’alterazione termica ha scardinato i calendari fenologici: la vendemmia 2026 in Puglia è stata definita da agronomi e produttori come “la più precoce di sempre”, avviata per le varietà spumanti già nei primi giorni di agosto. Per sfuggire all’esposizione solare ed evitare che il pomodoro o la frutta si deteriorino istantaneamente sui nastri trasportatori a causa delle elevate temperature interne, nel Tavoliere si sta assistendo a una rapida riorganizzazione tecnologica, che nella filiera del pomodoro è già presente da tempo, e con lo spostamento delle attività di raccolta in piena notte, dalle 22 alle 9. Tuttavia, l’indagine mette a nudo l’inefficacia parziale delle ordinanze anti-caldo in assenza di controlli stringenti: nei contesti produttivi e territoriali dominati dal meccanismo di retribuzione a cottimo, si registra un’elusione dei divieti, con i lavoratori indotti ad aumentare l’intensità dello sforzo fisico nelle ore proibite pur di salvaguardare il salario giornaliero. “C’è poi il piano dei diritti: occorre regolare il lavoro notturno, senza farne la soluzione. Molte lavorazioni richiedono luce e di notte crescono i rischi. Dove è praticabile servono accordi sindacali – racconta Fabio Ciconte – illuminazione e dispositivi adeguati e sostegni pubblici agli investimenti, vanno pagate le maggiorazioni previste dai contratti e gli straordinari e valutati gli effetti sulla salute, prima che il lavoro notturno diventi la norma”.

Chi paga la riorganizzazione del lavoro

La terza parte del report è un’analisi quantitativa della Pianura Padana, uno dei motori agricoli del paese, mettendo in relazione i dati meteorologici con i risultati economici delle aziende agricole tra il 2019 e il 2023. Qui i dati mostrano che, oltre certe soglie di temperatura, redditività e produttività tendono a calare. Le ordinanze regionali che sospendono il lavoro nelle ore più calde hanno prodotto risultati documentati e nelle campagne sono conosciute e in larga parte rispettate. L’adattamento sta avvenendo, ma in modo spontaneo e senza regole. Le giornate cominciano alle tre o alle quattro del mattino senza che nessuno degli intervistati riferisca di ricevere una maggiorazione, la giornata spezzata in due turni si allunga fino a nove o dieci ore pagate come ordinarie, mentre il doppio viaggio verso i campi raddoppia la spesa per il trasporto richiesta dal caporale. E ancora, le ore di riposo si passano in baracche di lamiera senza acqua né elettricità, il cottimo, anche dove non è più previsto dai contratti, spinge a rinunciare alle pause, mentre la cassa integrazione per il caldo, estesa ai lavoratori stagionali, di fatto non viene chiesta. “A sostenere i costi dell’adattamento ci sono anche le imprese – racconta il report – soprattutto le più piccole, che investono in acqua, coperture, nuove pratiche senza che questo produca valore aggiunto immediato e senza un sostegno pubblico adeguato”. Le misure del Piano nazionale di adattamento per l’agricoltura, in larga parte, restano sulla carta. Quello che però è evidente è che, in assenza di scelte pubbliche, il costo della crisi climatica tende a scaricarsi sugli anelli più deboli della filiera. “Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul settore agricolo servono politiche e contributi pubblici” spiega Francesca Federici, ricercatrice di EStà Economia e Sostenibilità, sottolineando che “la velocità e l’imprevedibilità di tali fenomeni rendono infatti insufficiente la naturale capacità di adattamento di agricoltori e allevatori”.

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Caro carburante, i limiti e le trappole del decreto-spot di Meloni. Lo sconto di 45 centesimi sul gasolio per gli agricoltori? È teoria

23 October 2026 at 16:13

Il consiglio dei Ministri ha varato d’urgenza un decreto legge per il caro carburante, promettendo agli agricoltori 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio, mentre il ministro Francesco Lollobrigida dice che “ci sono studenti, agricoltori e autotrasportatori perbene utilizzati come massa critica per iniziative illegali che non possono essere tollerate”, parlando di “tenuta sociale ed economica del Paese”. Ma da una lettura del testo dell’esecutivo (che dovrà poi essere convertito in legge) emergono diverse zone d’ombra che rischiano di svuotare quello che dovrebbe essere un aiuto per moltissime aziende. Per loro, infatti, quei soldi non sono disponibili automaticamente. Oltre al fatto che nel decreto non c’è neppure l’ombra di interventi strutturali sulla filiera. Gli agricoltori, infatti, denunciano da anni un problema sistemico: i costi (non solo quelli legati ai carburanti, ma in genere alle produzioni e anche ai fertilizzanti) sono esplosi, mentre i prezzi dei prodotti pagati ai campi rimangono troppo bassi, spesso inferiori ai costi stessi di raccolta. E questo, a dire il vero, è un problema precedente agli ultimi conflitti, come raccontato a più riprese da ilfattoquotidiano.it. Detto, quindi, che il decreto non affronta il divario tra i ricavi della grande distribuzione e le perdite dei produttori, è legittimo qualche dubbio sulla capacità di tamponare anche la sola emergenza del carburante. Eppure per Coldiretti il decreto “è un segnale concreto di attenzione verso un settore strategico per il Paese” e le risorse “rappresentano un sostegno fondamentale per le imprese”.

La misura varata per gli agricoltori e quei 45 centesimi (solo teorici)

“Stanziamo 60 milioni di euro per un contributo a fondo perduto sul costo del gasolio agricolo che, nei fatti, si tradurrà in uno sconto fino a 45 centesimi al litro per oltre 120 milioni di litri” ha dichiarato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video pubblicato al termine del Consiglio dei ministri. Ma quei 45 centesimi al litro di sconto sono ‘teorici’. Ed è qui che è servita la prima trappola: la verità è che non si sa a chi andranno quei soldi e chi saranno i beneficiari. La cifra reale emersa dal testo è di 121 milioni di litri complessivi e si tratta del tetto massimo di carburante complessivo che lo Stato può sussidiare con quei 60 milioni. Quindi il governo dichiara sì un aiuto “fino a 45 centesimi al litro”, ma può farlo su “121 milioni di litri”. Se le richieste delle aziende agricole supereranno complessivamente quella cubatura nel periodo coperto, il contributo reale per singolo litro verrà rimodulato al ribasso. Dai 45 centesimi si dovrà man mano scendere. Brutta notizia: la misura deve coprire i costi sostenuti tra il 1 giugno e il 15 ottobre 2026. Un intervallo di tempo che coincide esattamente con la stagione dei raccolti e della lavorazione intensiva del terreno (da giugno a settembre), ossia il periodo in cui i consumi di gasolio agricolo toccano i massimi annuali in Italia.

Confagricoltura Emilia-Romagna: “Distanza tra risorse e fabbisogno”

Tanto per avere un’idea, in Italia si consumano mediamente circa tra i 2,2 e i 2,5 miliardi di litri di gasolio agricolo all’anno. Solo nel periodo di quattro mesi e mezzo preso in esame, i consumi stimati del settore superano ampiamente il miliardo di litri. Lo sanno bene al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che, insieme alle Regioni, gestisce l’anagrafe degli utenti dei carburanti agevolati tramite i registri Uma (Utenti Motori Agricoli). E lo sa bene Confagricoltura. “Il periodo interessato dalla misura coincide, per numerose produzioni agricole, con alcune delle operazioni più impegnative dal punto di vista energetico: dalla raccolta dei cereali alle lavorazioni del terreno, fino alle attività legate alle colture estive e alle semine autunnali” fa notare il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna, riunitosi sotto la presidenza di Marcello Bonvicini. Si aggiungono, poi, i consumi di carburante legati all’irrigazione “particolarmente rilevanti quest’anno a causa della siccità e delle temperature eccezionalmente elevate che hanno interessato l’Emilia-Romagna e numerose altre aree del Paese, rendendo necessari interventi irrigui più frequenti e prolungati per salvaguardare le produzioni agricole”. Numeri che evidenziano “una distanza significativa tra le risorse disponibili e il fabbisogno delle imprese. Non si tratta di mettere in discussione la necessità dell’intervento – spiega il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna – ma di essere consapevoli che un sostegno di questa entità, pur utile, può incidere soltanto in misura limitata sui costi sostenuti dalle aziende”.

La trappola del 20 per cento

Di fatto, c’è un altro problema: il contributo può arrivare al massimo al 20% della spesa ammessa, ossia di quanto è stato pagato. Perché quel 20% arrivi a valere 45 centesimi, l’agricoltore in questione dovrebbe aver pagato il gasolio 2,25 euro al litro, ma in Italia – nonostante i rincari – gli agricoltori lo hanno pagato al massimo tra 1,50 e 1,70 euro al litro. Nel primo caso, il 20% corrisponde a 30 centesimi e non ai 45 massimi. Morale: il tetto massimo del 20% impedirà comunque di raggiungere i 45 centesimi, indipendentemente dai fondi totali. A quel punto entra in gioco l’effetto scala: le grandi aziende possiedono ampie estensioni di terreno, macchinari pesanti e flotte di trattori che consumano decine di migliaia di litri di gasolio all’anno. Moltiplicando anche solo 30 centesimi per volumi enormi, il contributo finale ottenuto in termini assoluti resta comunque significativo sul bilancio aziendale. Ma per un agricoltore piccolo è un’altra storia. Se lo sconto reale scende a 30 centesimi al litro a causa del tetto del 20%, su poche centinaia o migliaia di litri il risparmio totale monetario diventa irrilevante. Il contributo, tra l’altro, spetta solo per gli acquisti effettuati dal 1 giugno al 15 ottobre, quindi le aziende agricole già in crisi di liquidità, che hanno dovuto ridurre le lavorazioni o comprare il minimo indispensabile, riceveranno solo una piccola parte di quanto annunciato.

Tempistica e burocrazia

Il decreto affida la gestione e l’erogazione dei flussi ad Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che ha cinque giorni dall’entrata in vigore del provvedimento per definire modalità e termini di trasmissione della documentazione e pagamenti diretti nei trenta giorni successivi. Storicamente, i portali telematici agricoli subiscono forti rallentamenti in queste occasioni, rischiando di creare un collo di bottiglia per i Centri di Assistenza Agricola (CAA) che devono caricare le fatture e i piccoli produttori che non hanno canali di acquisto tracciabili massivi o che faticano a produrre tempestivamente la documentazione rischiano di rimanere esclusi o di subire i ritardi peggiori. Il Consiglio direttivo di Confagricoltura Emilia-Romagna richiama l’attenzione sull’importanza delle modalità di attuazione degli interventi: “L’esperienza degli anni passati, in particolare per alcuni crediti d’imposta, ha evidenziato come finestre temporali eccessivamente ristrette e vincoli nell’utilizzo delle agevolazioni possano limitarne sensibilmente l’efficacia, impedendo alle imprese di sfruttare pienamente i benefici previsti”. Anche per il credito d’imposta sul carburante agricolo riconosciuto nel 2026, la normativa stabilisce il termine del 31 dicembre per l’utilizzo in compensazione. Una scadenza che “rischia di penalizzare le imprese che non dispongono, nel periodo previsto, di sufficienti debiti fiscali e contributivi da compensare. Non basta stanziare risorse: occorre creare le condizioni perché arrivino realmente alle imprese”.

L'articolo Caro carburante, i limiti e le trappole del decreto-spot di Meloni. Lo sconto di 45 centesimi sul gasolio per gli agricoltori? È teoria proviene da Il Fatto Quotidiano.

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