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Quella piazza è unica: perché le proteste dei ragazzi aiutano il clima

29 October 2026 at 05:43

Dal primo sciopero di Greta Thunberg nel 2018 ad oggi, la protesta climatica e l’attivismo climatico sono stati, o sono stati visti, come una lotta isolata, relativa unicamente alla questione del riscaldamento globale e all’aumento delle emissioni di gas serra. Un isolamento che non ha granché giovato alla causa climatica, spesso sentita come lontana, astratta teorica. In realtà, i Fridays For Future hanno sempre manifestato una spiccata sensibilità sociale e hanno sempre parlato di giustizia climatica, non solo di clima. Inoltre, in questi ultimi anni, la protesta di Greta Thunberg si è spostata, senza ovviamente dimenticare il clima, sui temi della pace e della guerra, della distruzione della Palestina, ma anche delle lotte operaie e del lavoro sfruttato, oltre che della contestazione del capitalismo tecnocratico globale.

Gli eventi di queste ultime settimane – le manifestazioni francesi, la vittoria degli studenti serbi, un capolavoro politico, la sconfitta di Bolsonaro, non certo un ambientalista, le piazze italiane – hanno diffuso nel mondo e nel nostro paese un liberatorio senso di protesta contro un sistema che sta letteralmente stritolando la vita delle persone. Cittadini che, sicuramente in Italia, si vanno impoverendo a causa dell’inflazione, dei salari stagnanti, di una politica che non ha più soldi strozzata com’è dal debito pubblico e dal riarmo. Per non parlare del tema delle pensioni, di cui poco si parla: cominciano ad andare in pensione le persone con il contributivo puro, e quindi importi da fame, specie se si hanno lavori precari alle spalle. E sarà sempre peggio, senza contare che quando si è anziani si ricorre in maniera massiccia alla sanità, che ha i problemi che purtroppo tutti sappiamo.

Queste piazza lottano dunque contro la povertà, le disuguaglianze, i redditi bassi, per la pace e contro la guerra. Ma direttamente e non indirettamente, lottano anche contro l’inquinamento e i grandi inquinatori, contro la distruzione ambientale, contro la paura concreta di condizioni esistenziali impossibili a causa del clima. Le proteste si uniscono, si fondono ed è giusto che sia così perché il nemico è soprattutto uno. Ovvero, come già detto, un sistema economico a cui non importa se a consumare tantissimo è la stessa persona, mentre masse non hanno nulla, purché si consumi. A cui non importa se i ricchi multimilionari si comprano decine di palazzi ciascuno nei centri storici delle nostre città, perché l’importante è che girino i soldi.

A fronte di questo, c’è una politica sempre più impotente, incapace di scalfire un modello più forte di tutto, a volte però persino incapace di dire che questo modello è atrocemente ingiusto e crea asimmetrie insostenibili. Ma le persone, che vivono la vita reale, hanno capito che non bastano briciole sociali, che occorre una messa in discussione radicale delle condizioni attuali e per questo votano sempre di più la destra radicale o la sinistra radicale. Coalizioni e partiti che, almeno a parole, dichiarano di voler combattere queste iniquità, non dare soldi alle armi, aiutare le persone singole a sopravvivere.

Certo, le destre radicali purtroppo non solo non sono ambientaliste, ma anzi vogliono eliminare ogni misura ambientale perché ritengono che siano soldi sottratti a persone e imprese. Ma almeno a sinistra, il tema climatico mi sembra, per fortuna, ormai intrecciato, sia nelle piazze che nelle agende politiche, con quello sociale. E da questo senz’altro la questione del contrasto al riscaldamento, dell’adattamento e della mitigazione può trarre giovamento, invece che restare in un isolamento che non aiuta.

Aspettiamo ovviamente il programma del campo largo, dove ci auguriamo che i temi siano non solo accostati, ma letteralmente siano facce diverse di una stessa medaglia, perché così è. Senza paura, speriamo, di perdere voti se si parla di clima e senza timore di legare l’ambiente al resto, come se gli italiani non avessero ormai capito che occorrono azioni forti su questo tema. Perché, alluvioni a parte, tra alcuni mesi l’estate tornerà. E sarà torrida come sempre, su questo, purtroppo, non ci sono dubbi.

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Crisi climatica, 3 milioni di vittime in otto anni solo per il caldo estremo. L’allarme di Lancet: “Si dichiari l’emergenza sanitaria”

28 October 2026 at 10:05

Molti danni alla salute legati al climate change si stanno aggravando più rapidamente rispetto a 10 anni fa perché le azioni per il clima non sono riuscite a tenere il passo. Basti pensare che, dopo l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi del 2015, la media annuale dei decessi legati al caldo è aumentata di quasi il 36% a livello globale. Tra il 2016 e il 2023 si stima che il caldo estremo abbia causato quasi 3 milioni di decessi, 710 mila nel solo 2023, di cui oltre il 70% attribuibile ai cambiamenti climatici causati dall’uomo. Per questa ragione “il cambiamento climatico deve essere formalmente dichiarato un’emergenza sanitaria globale” e la salute deve influenzare sia le politiche climatiche sia le priorità di finanziamento per la prevenzione del climate change. È questo l’appello lanciato dagli esperti alla luce del decimo rapporto ‘The Lancet Countdown on Health and Climate Change’, frutto del lavoro di 146 ricercatori provenienti da oltre 100 istituzioni di più di 30 Paesi, coordinato dall’University College London e realizzato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità. Il report monitora 54 indicatori relativi agli impatti del cambiamento climatico e agli effetti delle azioni per il clima sulla salute, inclusi quattro nuovi indicatori che riguardano la disponibilità di acqua nel territorio, la valutazione dell’impronta di gas serra del settore sanitario, i finanziamenti per la ricerca sanitaria legata al clima e l’impegno legislativo sui temi della salute e del cambiamento climatico.

I piani di adattamento e il trattato contro i combustibili fossili

Il lavoro è stato pubblicato in vista della 31esima Conferenza Onu Cop31, che inizierà il 9 novembre in Turchia ma anche a poche ore dalla presa di posizione della Commissione Ue. Il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato da Bruxelles, infatti, prevede che siano i singoli Paesi a elaborare i piani strategici per adattarsi all’aumento delle temperature globali . E, per la cronaca, sempre in vista della Cop, per la quarta volta nella storia il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione in cui chiede che sia adottato un trattato di non-proliferazione dei combustibili fossili appoggiato, tra gli altri, proprio dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Gli sforzi insufficienti analizzati nel rapporto

Dal rapporto emerge quanto gli investimenti in energie pulite, la preparazione dei sistemi sanitari e la regolamentazione a tutela della salute, che pure hanno apportato benefici alle comunità locali, non sono comunque riusciti a compensare i danni in rapida crescita causati dai cambiamenti climatici indotti dai combustibili fossili. Nel 2025 una siccità estrema ha colpito quasi il 52% delle terre emerse del pianeta per almeno un mese (il secondo livello più alto mai registrato), mentre una nuova analisi basata su immagini satellitari suggerisce che, dal 2003, l’80% delle terre emerse ha subito variazioni significative nei modelli di aumento delle condizioni di accumulo di acqua sotterranea, sia secca che umida, con implicazioni per la sicurezza alimentare e i servizi igienico-sanitari. A livello globale, gli investimenti nelle energie pulite hanno raggiunto la cifra record di 2,1 trilioni di dollari nel 2025, quasi il doppio di quanto investito nei combustibili fossili, e un’aria più pulita ha evitato circa 323mila decessi l’anno in almeno 77 Paesi in cui l’inquinamento atmosferico derivante dai combustibili fossili è diminuito dal 2016. Eppure, nonostante questa nota positiva, i combustibili fossili forniscono ancora oltre l’80% dell’energia mondiale e le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas sono in procinto di superare del 150% i livelli di produzione compatibili con un aumento della temperatura di 1,5°C entro il 2040, rispetto al 138% dell’anno scorso. “Adesso abbiamo la prova che l’azione climatica incentrata sulla salute funziona: aria più pulita, sistemi sanitari e di allerta più resilienti proteggono la salute e salvano vite umane in tutto il mondo” spiega Anthony Costello, co-presidente del Lancet Countdown, ma “il ritmo e la portata della riduzione delle emissioni rimangono completamente sproporzionati rispetto al ritmo e alla portata del danno”.

Uno sguardo all’Italia

L’Italia è uno dei Paesi più colpiti in Unione Europea. il caldo estremo grava sempre più sulla salute e sui mezzi di sussistenza, con un’esposizione alle ondate di calore nettamente superiore tra i bambini piccoli e gli anziani, un aumento delle perdite economiche dovute ai decessi legati al calore e perdite sostanziali nella capacità lavorativa, in particolare nel settore dell’edilizia. Ma anche in altri ambiti, come ad esempio l’agricoltura (Leggi l’approfondimento). Secondo il report, senza il cambiamento climatico, non si sarebbe mai verificato l’82,7% dei giorni soggetti a ondate di calore a cui la popolazione in Italia è stata mediamente esposta tra il 2021 e il 2025. La perdita potenziale di reddito dovuta alla ridotta capacità lavorativa causata dal calore è stata di 4,6 miliardi di dollari nel 2025. I lavoratori del settore dell’edilizia sono stati i più gravemente colpiti, subendo il 44% delle perdite.

Marina Romanello (direttore esecutivo Lancet Countdown): “È emergenza sanitaria”

“A 10 anni dall’Accordo di Parigi, i nostri risultati sono inequivocabili: i danni alla salute causati dai cambiamenti climatici stanno crescendo più rapidamente della risposta globale e, in molti casi, stanno addirittura accelerando” afferma Marina Romanello, direttore esecutivo del Lancet Countdown, secondo cui “i progressi sono stati troppo lenti, troppo modesti e non raggiungono coloro che ne hanno più bisogno. Per questo chiediamo che i cambiamenti climatici vengano formalmente riconosciuti come un’emergenza sanitaria globale, con la salute posta al centro di ogni decisione in materia di clima”. I numeri illustrati nel report, continua, “indicano chiaramente un’emergenza” e “i rischi diventano ancora più gravi se si considera come i diversi pericoli interagiscono e si sommano”. Romanello pone l’accento sul fatto che non si tratta di “un peggioramento graduale, ma di un cambiamento improvviso che deve essere riconosciuto come l’emergenza sanitaria globale che è”. La giusta direzione è già nota, il problema è la velocità.

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Clima, l’Ue si prepara a un aumento di 2 gradi entro il 2050 ma delega i piani di adattamento ai singoli Stati. E l’Italia è ferma al palo

27 October 2026 at 12:29

Dovranno essere i singoli Paesi dell’Unione Europea a elaborare i piani strategici per adattarsi all‘aumento delle temperature globali stimato in 2 gradi entro il 2050 e 3 gradi entro il 2100 rispetto ai livelli pre-industriali. Lo prevede il nuovo quadro sulla resilienza climatica adottato dalla Commissione Ue che per la prima volta responsabilizza gli Stati nella prevenzione. Le autorità nazionali dovranno tenere conto della realtà climatica e dei rischi nelle proprie decisioni, ma Bruxelles non imporrà soluzioni specifiche. E questa rischia di essere una brutta notizia per l’Italia, considerando che finora, fra ritardi e sprechi, il nostro Paese ha dimostrato di non saper mettere in campo strategie efficaci per limitare e mitigare i danni causati dal cambiamento climatico. L’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030 inseriti nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec). Mentre il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo a inizio 2024, è di fatto fermo al palo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Secondo la Commissione, i piani nazionali dovranno coprire i diversi settori dell’economia e il monitoraggio sarà collegato anche al Semestre europeo, per trattare il problema come una questione di resilienza economica e non solo ambientale. Il quadro prevede un’iniziativa legislativa e una comunicazione non vincolante. Il piano adottato non introduce nuove risorse finanziarie, dal momento che nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 Bruxelles ha proposto un obiettivo di spesa del 35% per il clima e la biodiversità naturale, che include anche la preparazione ai cambiamenti climatici.

Il quadro fissa una traiettoria comune di riferimento basata sulla base delle evidenze scientifiche del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che considera un aumento di 2°C di riscaldamento entro il 2050 e +3°C entro il 2100. Non si tratta di un obiettivo politico, ma uno scenario di riferimento comune sulla base del quale gli Stati membri possono valutare i futuri rischi climatici al momento di prendere decisioni. Per sostenere le autorità pubbliche ad affrontare i rischi climatici, la Commissione europea lancerà una piattaforma online europea per la resilienza climatica che includerà una serie di strumenti, tra cui l’European Climate Viewer, sviluppato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, che fornirà una mappa interattiva dei rischi climatici previsti in tutto il continente. E il Navigator of Climate Resilience Tools, sviluppato dall’Agenzia europea dell’ambiente per aiutare gli utenti a individuare strumenti di resilienza climatica pertinenti in base alla loro ubicazione, al settore di appartenenza e ai rischi specifici che devono affrontare.

Bruxelles conferma che nei prossimi mesi lancerà un piano europeo contro le ondate di calore, un’alleanza per l’assicurazione contro i rischi climatici e un’iniziativa europea per l’acqua. Avvierà inoltre un gruppo consultivo PreparEU sulla preparazione alle catastrofi e un’iniziativa per individuare 100 territori europei più vulnerabili ai cambiamenti climatici. “L’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto a quello globale. Per diventare veramente resilienti al clima, dobbiamo adattarci e imparare lungo il percorso”, sottolinea la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Si stima che l’adattamento delle infrastrutture, dell’ambiente costruito, degli ecosistemi e dell’economia dell’Europa alle future condizioni climatiche richiederà investimenti pari a circa 70 miliardi di euro all’anno”, ha spiegato la Commissione europea

Le perdite economiche stimate, dovute ai danni causati dal clima nel periodo 2022-2025, ammontano a circa 200 miliardi di euro, ovvero 50 miliardi di euro all’anno, “in aumento rispetto agli 8,6 miliardi di euro del periodo 1980-1989”. Si legge nei documenti del nuovo quadro. “Le ondate di calore previste in Europa per il 2026 potrebbero comportare un costo annuo in termini di produzione pari a 113 miliardi di euro in 30 paesi, un onere economico sostanziale derivante da un unico fenomeno climatico”, si legge ancora. L’agricoltura viene indicata tra i settori che registrano le perdite più consistenti legate al clima. La perdita media annua nell’Ue è stimata a circa 28,3 miliardi di euro, con solo il 20-30% di tali perdite assicurato. La siccità è la principale causa delle perdite in questo settore: “Ad esempio, nel 2026 le perdite potrebbero raggiungere i 90 miliardi di euro”.

“L’estate scorsa sarà anche stata una delle più calde o la più calda mai registrata, ma con ogni probabilità sarà la più fresca degli anni a venire. E qualunque cosa facciamo, la situazione probabilmente peggiorerà”. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue al clima, Wopke Hoekstra, in conferenza stampa. “La buona notizia è che abbiamo un certo margine di manovra: le scelte che facciamo oggi possono effettivamente rendere meno gravi tali impatti. Quindi occorre fare di più a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale, ma naturalmente anche a livello europeo. Per aiutare a proteggere, pianificare e prepararci a un’Europa più calda”, conclude.

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Rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco inquina più di 3,5 miliardi di persone: “Incendiano il pianeta e noi paghiamo gli estintori”

27 October 2026 at 11:07

I super-ricchi non sembrano curarsi molto della crisi climatica in corso, a cui hanno contribuito in larga scala. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam, lo 0,1% più ricco del pianeta, che corrisponde a circa 8 milioni di persone, emette più CO2 di quasi 3,5 miliardi di esseri umani appartenenti alla metà più povera dell’umanità. L’emblema della disuguaglianza sono i jet privati, che in soli due secondi di volo emettono più anidride carbonica di quanto una persona della metà più povera del mondo riesca a generare in un anno intero. Secondo Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, “i super-ricchi prima incendiano il pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori”.

Il documento annuale pubblicato dalla confederazione internazionale Oxfam ha fotografato una situazione in cui un singolo miliardario contribuisce 400 volte in più, rispetto a una persona comune, alle ondate di calore che affliggono il pianeta. “La crisi climatica viene spesso descritta come una sfida che dovrebbe accomunare l’intera umanità, ma quello a cui assistiamo va esattamente nella direzione opposta”, ha spiegato Petrelli. Ma a subire le conseguenze degli eventi climatici sempre più estremi sono comunque i più poveri, che non hanno le capacità economiche per trovare le “vie d’uscita” dei ricchi, come le polizze assicurative in grado di coprire le potenziali perdite, bunker sotterranei ipertecnologici o squadre antincendio private.

Alla vigilia della Cop31 sul clima, in programma dal 9 novembre ad Antalya, in Turchia, Oxfam ha lanciato l’appello “chi inquina paga”. Entro il 2050, i danni economici attribuibili all’1% più ricco sfioreranno i 53.000 miliardi di dollari. Dal 1990 a oggi, il 20% del riscaldamento globale registrato è stato causato da questa piccola percentuale di popolazione. L’appello di Oxfam è quello di tassare i grandi patrimoni e i beni di lusso inquinanti, triplicare i fondi per l’adattamento del Sud globale entro il 2035 evitando prestiti che accrescono il debito, rafforzare il welfare contro i nuovi rischi climatici e fermare la speculazione sui disastri.

Se da un lato la crisi climatica grava sui comuni mortali, dall’altro c’è chi riesce a trarne un duplice profitto. Nel rapporto “Destroy & Rebuild Index” di Oxfam sono state analizzate 217 grandi aziende che hanno guadagnato prima alimentando la crisi con i combustibili fossili, poi incassando su prevenzione, risposta e ricostruzione. Il mercato globale della gestione dei disastri potrebbe crescere da 70 a 92 miliardi di dollari l’anno entro il 2029 e fondi come BlackRock e Vanguard detengono partecipazioni nel 92% di queste aziende, per oltre 1.000 miliardi di dollari. Le differenze di genere pesano anche sulla crisi climatica: nei paesi più fragili le donne sono maggiormente gravate anche da insicurezza alimentare, lavoro di cura non retribuito, abbandono scolastico e matrimoni precoci. Finché chi genera la crisi climatica ne trae profitto, conclude il rapporto, la sfida “che dovrebbe accomunare l’umanità” resterà una beffa per chi la paga in prima persona.

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Per la quarta volta l’Europa chiede un trattato contro i fossili. Ma politici e media tacciono ancora

27 October 2026 at 06:32

Se mi avessero dato un euro per ogni volta che un politico politicante italiano, con media da riporto ovviamente a fare da compiacente megafono, ha usato l’espressione “ce lo chiede l’Europa” per far passare qualche schifezza invisa alla larga maggioranza dei cittadini italiani ma gradita a lorsignori, potrei fare i tuffi e nuotare nelle monete d’oro come Zio Paperone nel suo deposito.

Guarda caso, invece, quando quello che ci chiede l’Europa rischia di disturbare il manovratore, se ne stanno tutti zitti. I politici politicanti e i media da riporto. Così va il mondo, dicono quelli di dura cervice ma di ineguagliato acume (a detta loro, ovviamente) o anche quelli – stessa razza, stessa faccia – che sotto sotto rimangono fan del Marchese del Grillo (quello di “io so io e voi non siete un biiip”).

E allora uso almeno questo spazio ancora una volta per dare conto di una notizia che in un Paese non dico serio ma appena appena decente, in epoca di crisi climatica conclamata da mo’ e che anche quest’estate col caldo killer ha provocato morti a decine di migliaia (ribadiamolo a beneficio soprattutto dei marchesedelgrill-iani: morti-a-decine-di-migliaia) nella tanto avanzata Europa patria dei diritti faro della civiltà giardino fiorito in un mondo-giungla (sic!) e via discorrendo, avrebbe dovuto essere sparata a manetta h24 dai giornaloni e media mainstream di lorsignori (gli stessi che hanno messo il silenziatore al genocidio che prosegue a Gaza, per capirsi) per farla penetrare financo nei sanpietrini. Perché riguarda quella che – non mi stancherò di ripeterlo a sfinimento – è di gran lunga la prima e principale causa della crisi climatica: l’utilizzo dei combustibili fossili, carbone, petrolio e gas fossile (e anche basta con ‘sta storia del gas combustibile di transizione).

A esser precisi la notizia riguarda quello che si è affermato negli anni come uno degli strumenti potenzialmente più efficaci per combattere in modo serio, duraturo, coordinato, globale la crisi climatica da tempo scoppiataci in faccia. Vale a dire l’iniziativa per un Trattato internazionale di Non-Proliferazione dei combustibili, il Fossil fuel Treaty, che prosegue il suo cammino mietendo consensi e cogliendo risultati. E senza ombra di dubbio sarà uno dei topics che terranno banco anche alla prossima Cop31 in programma ad Antalya, in Turchia, dal 9-20 novembre. Ma anche much beyond la Cop31. Perché a luglio 2027 a Tuvalu, nel Pacifico (con pre-conferenza in Irlanda, Paese co-organizzatore), si terrà la seconda Transition Away from Fossil Fuels conference (TAFF per gli amici) dopo quella inaugurale che si è tenuta ad aprile a Santa Marta, in Colombia (coi Paesi Bassi co-organizzatori), con una sessantina di Paesi presenti, appuntamenti di cui il Fossil fuel Treaty è stato uno dei principali promotori.

La notizia è questa, che in vista della Cop in Turchia il Parlamento Europeo – che anche lui per fortuna ne azzecca una ogni tanto, come l’orologio rotto che almeno due volte al giorno segna l’ora giusta – ha votato una risoluzione in cui chiede che sia adottato un trattato di non-proliferazione dei combustibili fossili. Al quale, per inciso, danno il loro supporto circa un migliaio di parlamentari in giro per il mondo, oltre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e di fatto al Vaticano con il mai abbastanza apprezzato Movimento Laudato Si’.

Per i marchesedelgrill-iani, il testo della risoluzione si può leggere qui. Agevolo il passaggio, al punto 21 (Google-translated): “[il Parlamento Ue] invita (..) a elaborare un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e piani con scadenze precise per eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e la loro produzione il più rapidamente possibile, e incoraggia l’Ue ad assumere un ruolo guida nei negoziati per un tale trattato”. Crystal clear, inequivocabile.

Ah, la risoluzione cita anche la conferenza TAFF, giusto per rispondere a quelli che ma chi se la fila la conferenza di Santa Marta. Agevolo anche qui il passaggio, al punto 20: “[il Parlamento Ue] accoglie con favore l’esito della prima conferenza TAFF, tenutasi a Santa Marta, in Colombia, nell’aprile 2026, come un passo importante nella diplomazia climatica”.

È la quarta volta che il Parlamento Ue compie un passo del genere. La quarta volta che “ce lo chiede l’Europa” di adottare un trattato di non-proliferazione delle fossili. La quarta volta. La quarta. Un, due, tre, quattro.

Politici politicanti, media da riporto (e mettiamoci pure per via trasversa i marchesedelgrill-iani, melius abundare quam deficere): avete le orecchie aperte? Avete tolto le fette di salame sugli occhi? Cos’è che non è chiaro? O siete troppo presi a compiacere il lobbista fossile che bussa praticamente ogni giorno alla vostra porta, o a non fare uno sgarbo all’inserzionista pubblicitario fossile che vi foraggia lautamente (per non dire che vi tiene in piedi, dato che senza dovreste chiudere con ogni probabilità baracca e burattini)? Prima o poi qualcuno vi chiederà conto delle vostre responsabilità per quelle decine di migliaia di morti. E per quelli che inevitabilmente purtroppo verranno. Justice is coming, no doubt.

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Caldo record in Europa, 50mila morti nell’estate 2026: due su tre per colpa del cambiamento climatico. Napoli è la città più colpita

23 October 2026 at 15:58

Il caldo della scorsa estate ha causato un numero di decessi record: 50mila persone nelle città europee sono morte e per gli scienziati la responsabilità di due terzi di questi decessi – pari a 32mila – è attribuibile al cambiamento climatico. A rivelarlo è un nuovo studio del Grantham Institute sui cambiamenti climatici e l’ambiente, secondo cui da giugno ad agosto i decessi sono avvenuti a causa del caldo torrido provocato dall’inquinamento che sta surriscaldando il pianeta. La città più colpita del continente europeo è Napoli, dove 815 persone su un milione sono morte a causa del caldo. Mario Guarino, medico del pronto soccorso dell’Ospedale Cto nella zona nord della città, ha affermato di aver assistito a un aumento del 15% degli accessi al pronto soccorso durante le settimane più calde.

I problemi di salute già esistenti sono stati aggravati dal caldo, ma anche dalla solitudine e dalla povertà, ha aggiunto Guarino. Lo studio ha rilevato che le persone di età superiore agli 85 anni rappresentano quasi la metà delle vittime, sebbene anche i più giovani non ne siano immuni: si stima infatti che 833 persone di età compresa tra i 20 e i 44 anni siano morte a causa del caldo. Le giornate con temperature costantemente alte hanno spinto gli organismi più vulnerabili a uno stato di iperattività, mentre le notti calde ne hanno impedito il recupero. Il bilancio delle vittime “sconvolgente” è stato il peggiore mai registrato e ha coinvolto 854 città. Per Malcolm Mistry, scienziato del clima e della salute della London School of Hygiene & Tropical Medicine, il numero di decessi è impressionante, “ma forse ciò che è ancora più allarmante è la percentuale di questi decessi che attribuiamo ai cambiamenti climatici di origine antropica”.

Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito hanno registrato il numero assoluto di decessi, ma dato che sui certificati di morte raramente vengono inseriti anche i fattori che hanno contribuito al decesso – come le temperature pericolose che spingono oltre i limiti una persona colpita da ictus o un malato di cancro ai polmoni – le famiglie raramente sanno che il caldo, causato dalle attività inquinanti dell’uomo, ha accelerato la morte dei loro cari.

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