I «legittimi interessi» di Putin in Ucraina si scontrano con i fatti e i numeri
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Martedì 27 ottobre, nella telefonata con il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, Vladimir Putin ha ribadito che una «pace giusta e duratura» è possibile solo rispettando «pienamente e incondizionatamente» i «legittimi interessi» della Russia. Prendiamolo in parola. Per capire di cosa si tratta conviene partire dai rapporti scritti fra Mosca e Kyjiv prima dell’annessione della Crimea.
Prima del 2013
Il primo dicembre 1991 il 90,3 per cento degli ucraini votò per l’indipendenza con un’affluenza dell’84 per cento. Il sì all’indipendenza prevalse ovunque: circa l’84 per cento a Donetsk e Luhansk, il 54,2 per cento in Crimea, il 57,1 per cento a Sebastopoli. Il giorno dopo Boris Eltsin riconobbe l’indipendenza. Tra il 1991 e il 1996, l’Ucraina ereditò il terzo arsenale nucleare al mondo (circa 1.900 testate strategiche, 176 missili intercontinentali e 44 bombardieri, più i tattici). Entro giugno 1996, consegnò alla Russia tutte le testate.
Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnarono a rispettare indipendenza, sovranità e confini esistenti dell’Ucraina e a non usare la forza. Nel 1997, gli accordi sulla Flotta del Mar Nero assegnarono alla Russia circa quattro quinti delle navi e l’uso delle basi di Sebastopoli in affitto per vent’anni a 97,75 milioni di dollari l’anno. Pochi giorni dopo, Eltsin e Leonid Kuchma firmarono il Trattato di amicizia che fissava l’inviolabilità dei confini esistenti.
Nel 2003, operai russi iniziarono senza preavviso una diga verso l’isola ucraina di Tuzla, nello stretto di Kerch; i lavori si fermarono a circa cento metri dal confine. Nel 2004, Putin fece campagna per Viktor Yanukovych e si congratulò con lui prima dei risultati ufficiali; la Corte suprema annullò il ballottaggio, e alla ripetizione vinse Viktor Yushchenko. Nel 2006 e 2009, Mosca tagliò le forniture di gas all’Ucraina e, nel 2009, bloccò i flussi verso l’Europa per tredici giorni.
A Bucarest, nel 2008, l’Ucraina non ottenne il Membership Action Plan: Francia e Germania si opposero anche per lo scarso consenso interno. Nel 2010, solo il 24,6 per cento avrebbe votato sì a un referendum sulla NATO. Nello stesso anno Yanukovych e Dmitry Medvedev prorogarono la base di Sebastopoli fino al 2042 (più cinque anni opzionali) in cambio di uno sconto del 30 per cento sul gas, e Kyjiv adottò la legge sul non allineamento.
Cosa c’era nel 2013
Sul piano NATO, nel 2012 solo il 13 per cento degli ucraini la voleva; il 42 per cento preferiva il non allineamento e il 26 per cento un’alleanza con la Russia. A fine 2012, il consenso per la NATO era intorno al 15, nell’autunno 2013 intorno al 20 per cento. Non esistevano basi NATO in Ucraina. La Russia aveva 11-12mila militari in Crimea (limite 25mila, nessun carro armato).
L’esercito ucraino contava circa 120-130mila uomini, con una spesa intorno a 1,9 miliardi di dollari (circa l’1 per cento del PIL). Non c’erano esercitazioni a livello di brigata; il presidente ucraino Petro Poroshenko ricordò in seguito che nel 2013 l’esercito ricevette solo due aerei ammodernati e tre veicoli da combattimento.
Quanto alla lingua, il censimento del 2001 (l’ultimo) registrava il 67,5 per cento di lingua madre ucraina e il 29,6 per cento russa; gli etnici russi erano il 17,3 per cento (58,3 per cento in Crimea). Dal 2012, una legge dava status regionale al russo in tredici delle ventisette unità amministrative dove i parlanti raggiungevano almeno il 10 per cento.
Sul piano economico la Russia era il primo mercato: 15,1 miliardi di esportazioni (23,8 per cento del totale) e 23,2 miliardi di importazioni (30,2 per cento). Il gas costava circa 400 dollari ogni mille metri cubi. Gli ucraini erano divisi sull’Europa: a gennaio 2013, il 48 per cento preferiva l’Ue e il 40 per cento l’Unione doganale; a novembre i rapporti erano 39 per cento contro 37 per cento. L’Ovest era per l’Ue 69 a 11, l’Est per l’Unione doganale 61 a 15. Nessun sondaggio chiedeva di rompere con Mosca.
Eppure non bastava
Il 14 agosto 2013, la dogana russa mise gli importatori ucraini in lista di rischio, dopo il bando ai dolci Roshen. A settembre, il consigliere di Putin Sergey Glazyev avvertì che l’accordo di associazione con l’Ue avrebbe violato il trattato del 1997. Il 21 novembre, il governo ucraino guidato da Mykola Azarov sospese i preparativi per la firma. Il 17 dicembre, Putin annunciò l’acquisto di 15 miliardi di titoli di Stato ucraini e il taglio del gas a 268,5 dollari. Poi arrivò Euromaidan.
Il paradosso è che Putin aveva già, nel 2013, quasi tutto ciò che oggi presenta come condizione irrinunciabile: un’Ucraina non allineata, senza basi NATO, con una presenza russa consolidata in Crimea, forte interdipendenza economica e una legge linguistica favorevole al russo. Non cercava garanzie di sicurezza. Pretendeva garanzie di sottomissione.
E oggi?
Se i «legittimi interessi» di cui parla Putin coincidessero con il ripristino di quello status, basterebbe tornare al 2013: ritiro delle truppe (Crimea compresa), risarcimento dei danni, responsabilità per i crimini. Mosca invece chiede il ritiro ucraino da Donbas, Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia formale alla NATO — territori che la Russia non controlla interamente — e respinge colloqui diretti con Zelensky. Dopo la telefonata con Stubb e Støre, Lavrov ha detto che non c’è nulla di nuovo e che gli europei cercano solo un ruolo. La premier danese Mette Frederiksen si è detta scettica sull’iniziativa non coordinata; gli Stati membri discutono ancora su chi debba parlare per l’Unione.
Sul piano diplomatico, Donald Trump promette un incontro Putin-Zelensky «molto presto» e colloqui trilaterali ad Abu Dhabi a novembre, ma Putin ha finora respinto i contatti diretti. Mosca propone anche un vertice con Trump e Xi Jinping a margine dell’Apec di Shanghai (18-19 novembre), senza Kyjiv. Zelensky teme una nuova Yalta.
A Shanghai non si discuterà di sicurezza russa, ma di chi decide per l’Ucraina. Putin non accetterà il ritorno al 2013 perché un’Ucraina neutrale non gli è mai bastata. Vuole un’Ucraina al servizio di Mosca. Il suo vero problema resta quello di sempre: il virus di un’Ucraina libera, democratica ed europea.
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